Tra le erbe “magiche” del Vesuvio c’erano anche “’e fetienti” e la “zizzania”

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Per tutto l’Ottocento medici e botanici- tra gli altri il De Renzi, Michele Tenore, e Giuseppe Antonio Pasquale – riconobbero che sulle “virtù” delle erbe del Vesuvio molto avevano da imparare dai contadini vesuviani. La zizzania (o loglio) è l’erba che inquina i campi di frumento e che anche i Vangeli condannano come immagine della maldicenza calunniosa e dell’ipocrisia devastante. Il quadro è “ Angolo di Torre del Greco” di Francesco “Lord” Mancini.

 

L’ erba stramonio era ed è diffusa in tutte le terre vesuviane, ed è nota col nome poco attraente di fetienti.  Una vecchia contadina mi diceva che il cattivo odore era un avvertimento:  i semi sono velenosi e possono fermare il cuore, e uccidere. Nell’Italia centrale la chiamavano l’ erba dei ladri, perché si credeva che i ladri la usassero per narcotizzare le vittime. In realtà le foglie contengono un principio simile all’atropina: la medicina popolare la consigliava, con somma cautela, contro le tossi ostinate e le irritazioni bronchiali. Nei primi anni dell’ Ottocento l’estratto dei semi di stramonio venne usato nella cura dell’epilessia, ma nel 1834 il Vulpes già ne certificava l’inefficacia. I medici degli Incurabili continuarono a usarne le foglie nella cura del cancro e delle varici all’ano. Dei tipi di verbasco – il repandum, il rotundifolium presente a Somma e al Fosso della Vetrana, il thapsus,  frequente soprattutto ai margini delle selve e degli orti di Ottajano, di Somma e di Torre del Greco – solo il verbascum thapsus, il verbasco vero e proprio, o tasso barbasso, attirava l’attenzione della medicina popolare, che lo usava contro l’itterizia, e, in qualche luogo, in modo paradossale: per guarire gli itterici dovevano orinare sull’ arbusto.  L’impiastro dei fiori veniva spalmato sulle punture delle vespe e di altri insetti, mentre l’infuso di essi nella liscivia si credeva  che conferisse ai capelli il colore dell’oro. Negli atti della polizia borbonica sono indicati due speziali, uno di Portici, l’altro di Barra, che vendevano foglie di verbasco, o forse di digitale appenninica ,spacciandole per foglie di digitale purpurea, a cui la medicina popolare e la medicina accademica attribuivano con assoluta certezza virtù propizie alla salute del cuore, ma anche i poteri del veleno, se non veniva adoperata con arte. La micranta  era diffusa ai margini delle selve cedue, ai Camaldoli, ai Canteroni, a Somma, e qui la chiamavano capo di cane. Difficile era anche l’uso delle foglie disseccate della scrofolaria maggiore, o castagnola, o millemorbia, che un tempo era stata usata contro la scrofola, e poi si era ridotta a combattere i vermi e le emorroidi. Mite e delicata risultava la veronica, nota anche come the svizzero, che, per concorde sentenza degli speziali e della medicina popolare, era un digestivo emolliente e sudorifero. Le fattucchiere non cercavano più l’amaranto, che i vesuviani chiamavano jenisca, e nemmeno l’ acanto, che era raro sul Vesuvio, e cresceva solo presso l’ Anfiteatro di Pompei e tra Somma e Sant’ Anastasia, dove lo chiamavano granfa d’urzo: l’ arboscello, onusto di memorie artistiche, serviva ormai solo da pianta ornamentale, nei giardini dei “ galantuomini ”, e quasi più nessuno ne ricordava le virtù, efficaci contro le infezioni della pelle e contro le irritazioni, anche gravi, dei bronchi. Piante ornamentali erano i convolvoli, noti a Somma come campanielli di siepe, le campanule, il mucchianico, presente ai Camaldoli, all’Osservatorio, nei frutteti assolati di Somma e di Sant’ Anastasia, nel parco del Palazzo de’ Medici  a Ottajano; e poi l’ arabetta collinare, che nella variante rosea cresceva solo sulle mura della città di Somma, l’eliotropio europeo, i solari, e il gelsomino del Cile, o erba cappona, che nasceva spontanea nelle siepi di Ottajano e di Sant’ Anastasia. Il Tenore e il Pasquale trovarono perfino il luppolo a Ottajano e lungo la strada da Sant’ Anastasia a Madonna dell’ Arco, dove lo chiamavano lupari: è probabile che nessun vesuviano ne avesse mai sfruttato le qualità di sedativo e di buon sostituto dell’asparago. Le “ medichesse ” conoscevano bene, invece, il potere diuretico della vroscara, il pungitopo, e le molte virtù dell’aro, o gigaro, o pan di serpe , assai diffuso, che a Sant’ Anastasia chiamavano lengua di vuojo, lingua di bue:  i decotti di aro erano efficaci contro l’etisia, la radice contro i calli, i bulbi freschi, raccolti in autunno, davano zucchero e alcool, da quelli di due o tre anni si estraeva l’amido. Dai rami del sanguinello femmineo, o berretta di prete, diffuso nei cespugli per tutto il monte Somma, si ricavava la fusaggine, usata per disegnare: i semi fornivano sostanze coloranti e impiastri utili contro le malattie della pelle. Tossica era la zizzania  che produceva gli effetti tipici dell’ubriachezza, come il sorbo peloso.