Parliamo della risatina mostrata da Sarkozy e Merkel nei confronti del Primo Ministro italiano. Più che sarcasmo sembrava ironia. Di
Carmine CimminoÈ stato un giorno colmo di perplessità . Mi chiede un tale quali siano i temi “fondanti“, dice proprio così, “fondanti“, delle mie letture. Gli rispondo: il linguaggio del comico. E il linguaggio del crimine. Aggiungo: Ci ho capito poco. Ma mi accontento. Nella vita è importante tentare. Il tizio se ne va perplesso. Ho incominciato a scrivere un libro che progettai molti anni fa: sul diasyrmòs, che è l’arte degli oratori antichi di “fare a pezzi“ l’avversario, nei tribunali e nei luoghi della politica, declinando le parole e le immagini secondo tutti i casi del comico e dell’umorismo: il motto di spirito, l’ironia, la satira, la caricatura, la parodia, il sarcasmo.
Le orazioni e le lettere di Cicerone sono una favolosa galleria di personaggi comici che potremmo battezzare con nomi e cognomi di oggi. Gli studiosi del complicato argomento concordano su un solo punto: che è impossibile dare, delle funzioni del ridere e delle categorie del comico, una definizione che accontenti tutti: una larga intesa è stata raggiunta solo sulla definizione del sarcasmo. Nella rubrica “La parola della settimana“ (Io donna, 5/11) Aldo Grasso classifica come sarcasmo il largo sorriso che, durante la conferenza di chiusura del vertice europeo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno dedicato all’on. Berlusconi, “il più grande sfregio“ che gli sia stato inflitto fino ad oggi.
La parola sarcasmo deriva da un termine greco il cui campo semantico comprende il “lacerare le carni“ e “il mordersi le labbra per la rabbia.”. È, scrive Grasso, “quella forma di ironia pungente, ispirata da animosità e quindi intesa a umiliare”. Resto perplesso. Il sarcasmo è un genere comico non –umoristico. Il sarcastico non ride, ghigna: il suo è “il ghigno amaro dei cattivi e degli incattiviti, di coloro che sono colmi d’ira e di risentimento per torti patiti, reali o immaginari“. Così scrive Paolo Santarcangeli, riassumendo le idee degli studiosi più importanti, e ricordando che il sarcasmo è anche la poco nobile vendetta consumata contro il tiranno, ma dopo che il tiranno è stato abbattuto.
Lo stesso Grasso ricorda che per Dostoevskij il sarcasmo è l’ultimo rifugio dei mediocri, di tutti quelli che soffrono la terribile tortura del risentimento. E onestamente la Merkel e Sarkozy non mi sembrano né ghignanti, né risentiti “per torti patiti“. La fotografia che correda la nota di Grasso è chiara, inequivocabile: il loro largo sorriso è l’incipit di un ridere: è un riso di superiorità , un ridere ironico, a cui non servono parole: l’uditorio non ha bisogno di indicazioni. C’è, tra l’oratore (muto, in questo caso) e il pubblico quell’accordo totale, che Perelman e Olbrechts- Tyteca ritengono condizione indispensabile perché si colga pienamente il senso dell’ ironia. Tutti sanno di chi ridono, i due. Tutti sanno perché ridono.
Ma il risentimento non è solo la rivalsa del mediocre umiliato, del vigliacco che non osa ribellarsi al tiranno. C’è un altro tipo di risentimento, che mette radici nelle democrazie, e non si alimenta di viltà , ma di impotenza, e individua l’oppressore non in un tiranno in carne ed ossa, ma in una figura astratta: la maggioranza: con il peso delle sue idee, dei suoi valori, dei suoi voti. È il risentimento di chi accetta il gioco della democrazia, ma non si riconosce – è un suo diritto – nelle idee e nei valori della maggioranza: anzi, vede, crede di vedere, che la maggioranza sbaglia, e allora cerca di salvarsi l’anima protestando: e protesta tanto più aspramente, tanto più ferocemente quanto più dure gli sembrano la sordità e l’indifferenza degli altri.
È il risentimento degli indignati. Ma cosa sia questo secondo tipo di risentimento, questo risentimento democratico, noi italiani lo sappiamo bene, l’abbiamo appreso non dai libri, ma dall’esperienza. Dobbiamo dire un grazie al nostro Presidente del Consiglio, quando, per esempio, nega che ci sia la crisi, perché i ristoranti sono pieni, e dobbiamo dire un altro grazie alla maggioranza dei parlamentari, che condivide le sue parole e le sue idee.
Mario Melloni, il terribile “Fortebraccio“, corsivista del giornale “l’Unità “, quando questo era organo ufficiale del P.C.I., forgiò mirabili esempi di sarcasmo democratico. Così scrisse del ministro Nicolazzi:
“Ci è capitato l’altro giorno di vedere capitare un ministro (il ministro dell’Industria nientemeno) a Montecitorio. Eravamo fermi sui gradini del portone maggiore del palazzo, quando arrivò, fermandosi davanti all’entrata, una grossa macchina blu. L’autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera posteriore di destra. Non ne scese nessuno. Era Nicolazzi“.
È un sarcasmo “democratico“, anche perché è di stoffa buona, e si adatta ancora, e senza una grinza, a molti utenti delle auto blu di oggi. “La maggioranza tiene“ fu un’espressione inventata dalla D.C. di Forlani. Scrisse una volta Fortebraccio: “La maggioranza tiene, e la si vede sempre alla Camera, nella persona del Presidente o di qualche ministro, tutti a capo chino: come se, vivendo senza ombrello, stessero in ogni momento per prendersi una secchiata d’acqua addosso. Il trasporto di Forlani, il suo entierro, come direbbero gli spagnoli, dipende soltanto dal fatto che non se ne trova un altro. La maggioranza tiene. Sì, ma all’obitorio: e quando il Presidente del Consiglio promette che mercoledì si presenterà alla Camera, sorprendetevi soltanto di una cosa: che ci voglia tanto ad arrivare dal Verano”. Che è il cimitero di Roma. Amen.
Alcuni anni fa mi fu chiesto di fornire al Comune un elenco di persone illustri che in un modo o nell’altro erano legate alla storia di Ottaviano. Bisognava battezzare alcune strade che non avevano ancora un nome. Nella Chiesa di San Michele è custodito un notevole “tondo“, un “San Giovannino“, che di recente è stato attribuito a Guido Reni, ma che all’inizio del sec.XX gli esperti della Soprintendenza avevano assegnato alla scuola di Annibale Caracci, confortati da elementi tecnici e dal fatto che disegni e quadri dei Caracci si trovavano nella quadreria dei Medici. Dunque una strada fu intitolata al pittore, e sulla targa il nome venne scritto con una sola “ r”. Una gentile signora, che abita in quella strada, mi ha chiesto lumi sulla forma adottata: perché “Caracci“, mentre tutti i libri portano “Carracci“?
Nel 1642 Giovanni Baglione, pittore e scrittore, pubblicò “Le Vite de’ pittori, scultori et architetti“, in cui scrive sempre “Caracci” , con una sola “ r”. Nel 1909 Giuseppe Albini tenne all’ Accademia di San Luca un discorso sui “Caracci“, e “I Caracci“ fu intitolata la pubblicazione a stampa del discorso. Sempre e solo con una sola “r“.
Ho scelto, a corredo dell’articolo, la “bottega del macellaio“ che Annibale Caracci (o Carracci) dipinse a 23 anni, nel 1583, perché le carni macellate c’entrano col sarcasmo, e per rispondere alla gentile signora. Perché suggerii Caracci, con una sola “r”, che è la forma meno usata? Confesso la mia viltà : preparai l’amo per un tale che si piccava di sapere di tutto. Era, ed è, un pedante. E i pedanti, dice Propp, sono i bersagli comici perfetti. Ma non tutte le trappole comiche riescono col buco. Il pedante non abboccò. Allora. Ma abboccherà , abboccherà .. E’ il destino dei pedanti, abboccare all’amo.
(Foto: Quadro di Annibale Carracci, La bottega del macellaio, 1583).
LA RUBRICA