L’IMPRENDITORIA NEI TERRITORI CON ORGANIZZAZIONI CRIMINALI (PARTE II)

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Cosa può succedere quando l”imprenditore continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione in presenza di organizzazioni criminali sul territorio.

Nel precedente articolo si è discusso delle modalità di adattamento che l’imprenditoria può assumere quando vive nelle zone con una qualunque concentrazione di organizzazioni criminali, che influenzano il comportamento operativo delle imprese.
Come detto non tutte le imprese reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali:
• Vi è chi chiude l’attività;
• E vi è chi continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione.

Per ciò che riguarda la seconda tipologia, rispetto alla modalità di adattamento alla presenza di organizzazioni criminali sul territorio, nel libro di R. Cantone e G. Di Feo “I Gattopardi” si mostra per l’appunto la suddetta tipologia di comportamento dell’impresa, che può avere due sottomodalità:
• Chi diventa più competitivo sul mercato, riciclando denaro sporco tramite la propria impresa;
• E chi invece utilizza le organizzazioni criminali instaurando un franchising, tramite una forma di estorsione classica, dove i clan impongono l’assunzione di familiari in cambio di protezione.

In quest’ultima sottomodalità, il soggetto solitamente mantiene un basso profilo. È un soggetto estremamente razionale, calcolatore, il quale tende ad essere sfuggevole e asociale.
Una immagine che non rispecchia il profilo tipico di un imprenditore, secondo l’immaginario comune.

Il magistrato Raffaele Cantone nel succitato libro afferma che in un indagine con la Guardia di Finanza, si è notata “una mappa della diffusione che non assomiglia ai classici esordi aziendali: in genere le aziende tendono a concentrarsi, anche per rendere più semplici rifornimenti e gestione. Mentre queste attività risultavano disperse in più territori”.

Nell’esempio riportato ci troviamo di fronte ad un imprenditore del petrolio, che rientra nella seconda sottomodalità comportamentale di adattamento, per il quale i camorristi erano un vero e proprio service. Gli garantivano servizi. La protezione era uno di questi. Nessuna società lecita offre prestazioni simili: una copertura rischi completa.
“In pratica in questo caso ci troviamo davanti a un nuovo modo di fare imprenditoria in cooperazione con la mafia: l’imprenditore non è una vittima ma un partner consenziente”.

In questi casi non è semplice contestare il reato di associazione mafiosa né tantomeno il concorso esterno. Dato che il soggetto, il nostro imprenditore, non è inserito in un clan di riferimento specifico, ma è un imprenditore che in qualche modo utilizza i clan.

Una figura inedita. Non è un riciclatore esterno al clan e non è nemmeno un affiliato o un favoreggiatore. Siamo ai confini, del concetto di associazione a delinquere.
Un caso difficile da individuare dato il carattere borderline del modo di agire dell’imprenditore.

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ADESCATI E SEDOTTI AL BELLINI

“Dignità Autonome di Prostituzione”, di Luciano Melchionna, per l”ultima sera a Napoli. Luci rosse per uno spettacolo che trasforma il teatro, lo restituisce agli spettatori in tutt”altra esperienza.

Si trasforma già l’ingresso del Teatro Bellini, musica e lanterne rosse sulla strada. Lo spettacolo è un’enorme giostra, un’unica grande macchina teatrale in cui il teatro è il «bordello», gli attori le «prostitute». Si ri-vive il teatro secondo un’esperienza forte e coinvolgente, che consente di abitare anche la struttura in modo assolutamente insolito. Si entra. Si acquista il biglietto e si hanno in cambio i «dollarini» la moneta locale per poter acquistare le «pillole di piacere», i monologhi degli attori. Si assiste dapprima alla «presentazione della casa» con la sua «famiglia» fatta di prostitute, gigolò, maitresse, poi si procede alla «giostra», gli attori «adescano» gli spettatori, promettendo di saper regalare un’esperienza indimenticabile, così si innesca un «gioco seduttivo» in cui gli spettatori sono protagonisti, sono artefici della propria scelta, chiacchierano con gli attori, decidono chi seguire.

Scelto l’attore, si viene accompagnati dalla maitresse in corridoi e scale, si ha accesso a luoghi del teatro in cui probabilmente non saremmo mai potuti entrare, si passa nei camerini, sul palco del teatro, nei corridoi riservati agli artisti, si entra anche negli uffici, si vedono le grucce con gli abiti di scena e le parrucche, non si può che lasciarsi prendere da questa giostra!
Gli attori intanto girano per il teatro come noi, capita di incontrarne per le scale, quando entrano ed escono dai camerini in cui si «offrono» agli spettatori, riempiono il teatro di suggestioni, performance, musiche, canti. In platea intanto c’è sempre qualche attore intento a sedurre, una «fantasmina» che volteggia tra gli spettatori, un palchetto su cui si esibiscono musicisti e performer per intrattenere i clienti che intanto aspettano il proprio turno.

Così a noi è capitato di girare in lungo e largo e chiacchierare con diversi attori fino a quando abbiamo scelto con chi «consumare». La prima «pillola di piacere» la gustiamo con «il Dritto» un intenso monologo della bravissima Rosaria D’Urso, ci capita di aspettare che l’attore si «conceda» costretti ad attendere finché la camera/camerino non sia finalmente libera, intrattenuti dalla maitresse di turno che ha il compito di contrattare i prezzi e di rallegrare i clienti.
Tornati in platea veniamo attratte da «il Nella», al secolo Gianluca Merolli, che ci fa dono di una «pillola» del tutto inaspettata, assolutamente lontana da ogni aspettativa creata in platea e nel percorso sulle scale. Se in platea i modi erano quasi aggressivi, sicuramente sopra le righe, lo scopriamo invece capace di tutt’altri toni nel monologo.Una prova da attore vibrante ed intensa.

L’ultima «pillola» che il tempo ci concede di consumare è con «Lia», Daniele Russo, la direttrice del bordello. È lei a portarci in uno degli uffici in cui si vedono alle pareti affisse tracce della storia del teatro, locandine, foto, è come entrare in un luogo segreto. Il racconto di Lia è doloroso e sarcastico, molto trascinante, Daniele Russo coinvolge il pubblico anche in una vera e fisica partecipazione alla performance.
Gli attori sono tutti molto bravi, capaci di sorprende, di passare rapidamente dal personaggio di seduzione che mostrano in platea al personaggio della performance e viceversa senza alcuno strappo.

La grande giostra racchiude sensi e significati dell’offerta che l’attore fa di se stesso, sempre e comunque in ogni sua performance: nell’atto teatrale l’attore offre se stesso, il suo corpo, le sue abilità, regala emozioni, ed è assolutamente esposto al giudizio del pubblico, senza alcuna griglia di protezione.
Non abbiamo avuto la possibilità di godere delle pillole di «Gnegno», al secolo Adriano Falivene, e di «il Non Lo Voglio Sapere», Giovanni Bussi, da cui siamo state sedotte e corteggiate in platea.
Gli attori sono talmente bravi che si esce con la voglia di tornare, di vedere gli altri, di provare tutte le «pillole».

SE GLI STUDENTI IN GITA DETENGONO DROGA

Quest”oggi parliamo del possesso di droga da parte di uno studente e del allontanamento temporaneo dalla scuola, anche se non è stato accertato il reato in sede giudiziale.

Il fatto
I genitori di uno studente di un liceo scientifico statale hanno impugnato il provvedimento di sospensione dalle lezioni del figlio che aveva fatto seguito all’accadimento avvenuto in occasione ad una gita scolastica. In tale occasione i carabinieri avevano avvicinato e perquisito due studenti, da tempo seguiti, e gli avevano trovato addosso una quantità di hashish sufficiente per confezionare da 40 a 60 dosi di “fumo”.

I genitori in sede di giudizio hanno sostenuto la insussistenza allo stato attuale di un reato che giustifichi l’allontanamento dello studente dalla comunità scolastica di due mesi e mezzo. I genitori sostengono altresì che manca l’avvenuto accertamento della commissione di un reato e stupisce che l’istituzione scolastica, anticipando la stessa magistratura, abbia espresso un verdetto di colpevolezza.

Dalla lettura della trascritta disposizione, al Collegio non pare che sia necessario per l’applicazione della sanzione disciplinare l’accertamento del reato da parte dell’Autorità giudiziaria. È l’organo disciplinare che deve verificare, nell’ambito delle sue competenze e per le finalità sue proprie, se i fatti verificatesi possano integrare gli estremi del reato. Come giustamente osservato dalla difesa erariale, il processo penale ed il procedimento disciplinare riguardante gli studenti di scuole statali muovono su binari paralleli che perseguono scopi diversi: il processo penale mira infatti ad accertare la colpevolezza dell’imputato nel mentre l’azione disciplinare ha la finalità di sanzionare comportamenti in violazione dei doveri degli studenti come indicati nell’art. 3 citato DPR n. 249/1998.

Pare quindi al Collegio che l’organo disciplinare possa prescindere dall’esame se -ed in altra sede- vi sia stata applicazione delle norme di diritto processuale penale, risultando sufficiente ai fini dell’azione disciplinare che sia avvenuto un fatto previsto dalla legge come reato. Nella specie dall’istruttoria effettuata nonché dall’accertamento reso dall’Arma, detto presupposto risultava sussistente atteso che all’Organo di disciplina i due studenti avevano dichiarato che avrebbe consumato la sostanza con i compagni di viaggio.

Quanto poi al profilo, pure dedotto dai genitori, di non corrispondenza della durata dell’allontanamento con la gravità del reato, a sua confutazione basti osservare che, oltre allo “scandalo” che l’accadimento ha destato nella comunità locale e l’immagine negativa che ne ha avuto l’Istituto scolastico (alcuni genitori sono intenzionati a ritirare i loro figli da detta scuola per iscriverli in altri istituti), nel caso il possesso della droga fosse passato inosservato dalla partenza dall’Italia e scoperto dalla autorità della Grecia si sarebbe incorsi nella ipotesi di spaccio internazionale di droga, con ripercussioni non solo sui due allievi ma sulla l’intera comunità scolastica in viaggio, ivi compresi i docenti accompagnatori.

Il sorvolare sull’accadimento ben potrebbe determinare nella locale comunità scolastica il convincimento che l’assunzione di droga (magari in modeste quantità, “tiro” alla sigaretta preconfezionata con hashish) sia fatto del tutto trascurabile, nel mentre è evidente interesse educativo della scuola, oltre che delle famiglie, stigmatizzare e da subito detti comportamenti “adolescenziali”, stante il rischio dell’assuefazione e che quindi dalle droghe leggere si passi a quelle pesanti.

Se è pur vero, poi, che la scuola deve essere vicina agli studenti più manchevoli, è altrettanto vero che in casi gravi (e questo lo è) l’allontanamento rimane l’estremo rimedio atto a far comprendere il disvalore delle azioni commesse. Comunque, e rientrando nel campo più propriamente giuridico, l’allontanamento per un periodo superiore a 15 gg. è una sanzione pur prevista dall’ordinamento, e legittima quando è applicata secondo le procedure.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – sede di Bari Sez. I, con – Sentenza n. 4172 del 15-09-2004, ha respinto il ricorso.

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QUEI COMPROMESSI CHE HANNO SVENDUTO TERRE E AGRICOLTURA

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La Festa del Ringraziamento dei prossimi giorni, ci offre lo spunto per riflettere sull”importanza del lavoro agricolo e sulla necessità di promuoverlo tra i giovani. Sviluppo e crescita passano anche dal sano uso delle risorse naturali…

Ad Acerenza il prossimo 13 novembre la Chiesa italiana celebrerà la importante Festa del Ringraziamento, al termine di un anno agricolo, segnato anch’esso dalle conseguenze di una grave crisi economica e finanziaria. È occasione per riflettere sullo “stato di salute” delle nostre campagne. Anche da noi l’agricoltura sta morendo e quasi nessuno lavora più la terra, che dà ancora da mangiare a tutti.

Nel tradizionale Messaggio, la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace afferma che senza Dio “viviamo nell’egoismo, nella chiusura del cuore e delle mani, nel latifondo e nei respingimenti, nell’inquinamento delle terre, nella speculazione sul grano, nel lavoro nero degli immigrati, il nostro pane diventa pietra e serve a innalzare muri tetri e invalicabili”. Al contrario “se con la forza del Vangelo e la chiarezza della dottrina sociale della Chiesa sapremo porre Dio al vertice di ogni nostra fatica, allora ogni lavoro diverrà pane che sazia, le nostre mani si apriranno all’accoglienza fraterna e gli immigrati saranno accolti e rispettati nella loro dignità di persone”.

“Così il grano biondeggerà sulle nostre colline – continua il Messaggio -, per farsi pane condiviso, offerto al cielo da comunità ospitali e vivaci, fedelmente vicine alla gente dei campi e delle montagne”. Se la terra sarà amata come dono gratuito che viene dall’alto e che ci è stata affidata, allora sarà anche custodita da imprenditori agricoli intelligenti e attivi, capaci di speranza, pronti a investire, per “intraprendere” anche con notevoli rischi economici.

E qui i vescovi benedicono “l’opera di quei giovani imprenditori che hanno scelto di ritornare alla terra, nel lavoro agricolo. Essi sono cresciuti più del sei per cento in tutta Italia, indice di un riscoperto amore alla terra, scelta per vocazione e non per costrizione. È consolante constatare che proprio nell’agricoltura le nuove leve stanno ritrovando dignità e forza”.
Il Messaggio conclude dicendo: “Non basta, però, ammirare chi investe nella terra. Questi giovani vanno aiutati e accompagnati, a cominciare da un chiaro impegno educativo, È un impegno che parte dalla scuola, dove si apprende la stima per ogni arte e ogni impiego. Tutti i lavori hanno pari dignità, perché è l’uomo a dare dignità al lavoro e non il lavoro a rendere grande l’uomo: il lavoro, infatti, è fatto per l’uomo!

In quest’azione di sostegno e promozione, è decisivo il ruolo degli istituti di credito: pensiamo, in particolare, alla nobile tradizione delle casse rurali, oggi banche di credito cooperativo, nate all’interno delle comunità ecclesiali e che tanto hanno giovato a trasformare le campagne, costituendone un elemento di garanzia e di sviluppo sociale, economico e culturale. È anche evidente che, in una crisi tanto dura, non dovranno certo essere le campagne a pagare il prezzo più alto. Per questo va rilanciata la cooperazione, perla di autentica crescita in tante terre d’Italia”.
Dobbiamo accogliere con forza questo Messaggio di impegno e di speranza per il nostro territorio, a vocazione altamente agricola. L’agricoltura, qui, più che altrove, va rilanciata con forza e coraggio. C’è bisogno di vere e serie politiche agricole, che assicurino pane, lavoro e sviluppo alla nostra terra.

Mi sorge spontanea una domanda: quali e quanti compromessi politico-clientelari ha ideato la nostra classe dirigente per permettere insediamenti industriali (vedi Fiat a Pomigliano) o commerciali (vedi Cis, Interporto, Vulcano buono nella zona di Boscofangone) in una terra tra le più fertili e feconde d’Europa, tanto da essere definita Campania felix?
Se vogliamo veramente dare speranza ai nostri giovani bisogna assolutamente puntare sulle risorse naturali della nostra gente: l’agricoltura, l’artigianato, i beni culturali e il turismo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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FAUST

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A metà strada tra Goethe e Mann, Alexsandr Sokurov rilegge il mito del Faust con il suo stile inconfondibile fatto di lunghe carrellate e immagini deformate, per chiudere con un personaggio della letteratura il suo discorso sul potere.

Oltre ad essere uno dei più importanti registi contemporanei, a Sokurov non manca certo l’ambizione. Dopo aver girato un intero film con un unico piano-sequenza (Arca Russa) ed essersi lanciato nella biografia rivisitata di tre grandi personaggi del Novecento (Hitler, Lenin, Hirohito), il regista russo chiude la sua tetralogia sul potere con una trasposizione libera del Faust di Goethe.

Il risultato – premiato con il Leone d’Oro a Venezia – è un’opera affascinante e morbosa, la cui forza quasi inaccessibile si sprigiona ad ogni inquadratura, misteriosa ma potente.
Nelle precedenti opere della trilogia Sokurov aveva letto la grandezza tragica del potere scegliendo di metterne in luce alcuni aspetti particolari. Dalla chiave grottesca per l’Hitler di Moloch alla solennità dell’imperatore giapponese ne Il sole, passando dal degrado cui porta l’esercizio del potere (Stalin e Lenin in Taurus), il filo conduttore era sempre rappresentato da un ribaltamento dei canoni classici associati al potere, cercandone invece il dettaglio ridicolo, pietoso, sofferente.

Attraverso le vicende del dottor Faust, Sokurov arriva all’ultimo tassello del suo discorso, il più complesso. L’uomo di scienza, affascinato dal potere della conoscenza, rimane inquieto perché l’essenza della vita, il piacere, la carne, il denaro, si sottrae al suo dominio, rimanendo comunque una fonte di desiderio inevitabile.
Sokurov sceglie di concentrarsi su alcuni passaggi dell’immensa costruzione di Goethe, mettendo al centro della scena l’idea che il potere – inteso come dominio – sia un assillo dell’uomo e che la strada per la piena conoscenza passi – qui è il tragico – dalla discesa nell’inferno della carne.

La grandezza di questo film sta nelle scelte stilistiche di Sokurov, capaci di creare un perfetto equilibrio tra il testo classico e la rappresentazione. Pur prevedendo gli stacchi del montaggio, il Faust ricorda l’idea che è alla base dell’Arca russa: lunghe sequenze che riprendono i personaggi in continuo movimento, frenetici e spesso accatastati gli uni sugli altri nelle inquadrature. In questo fluire continuo, le scene memorabili sono tante, costellate da simboli e trovate di regia mai inutili. Accanto alle lunghe sequenze, Sokurov prende dai suoi precedenti film anche l’espediente delle lenti deformate, dipingendo in modo espressionista, nei momenti di maggiore intensità, i volti dei suoi personaggi.

Il Faust di Sokurov è un uomo che non conosce la quiete. La ricerca degli aspetti sconosciuti della vita – centro del film – porta alla completa assenza di staticità, ad un nevrotico spostarsi da un ambiente all’altro, con personaggi che irrompono nell’inquadratura spesso soffocando il protagonista, costringendolo al contatto con la materialità dell’esistenza. Volti brutti, sporchi, alternati alle carni piacevoli e bianche di donne nude, accompagnano l’errare instancabile di Faust, sottoposto ad un baccanale dei sensi orchestrato da un Mefistofele ripugnante e sofferente perché condannato alla solitudine.

La simmetria della composizione è straordinaria. Il film si apre sull’immagine dell’organo maschile di un cadavere sezionato da Faust, tra carni putride, in un ambiente sporco e sgradevole. Nel momento di massimo piacere, a contatto finalmente con la bellezza pura di Margarethe, la camera indugerà sulla luce del corpo femminile nudo. Il cammino tormentato di Faust lo porterà da un corpo all’altro (dalla conoscenza lineare della ragione a quella ingestibile dei sensi), in un percorso di formazione dove la logica del potere si ritrova nella capacità di affrontare tutte le esperienze umane. Stravolto alla fine di un viaggio onirico e surreale, il dottor Faust potrà gridare al mondo di essere l’unico trionfatore, perché in possesso della conoscenza completa.

Tuttavia, i borbottii fuoricampo di Mefistofele ricordano il prezzo da pagare per arrivare a questa forma di potere. La completezza dell’esperienza umana richiede la debolezza del piacere. Dietro il trionfo rimane come un’ombra l’aspetto sgradevole di un’icona alla quale abbiamo trasferito quanto di più basso e malevolo risiede nell’animo umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Alexsandr Sokurov, con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla.
Durata: 135 minuti
Uscita nelle sale: 26 ottobre 2011-11-10
Voto 8/10

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“PAZZI E POETI”. LE STRISCE LIVE A MARIGLIANO

Venerdì 11 Novembre “Le Strisce” saranno ospiti della rassegna musicale organizzati da Radio Entropia alla Loggia dei Pirati di Marigliano.

Dopo il successo delle prime due serate con Foja e The Niro continua la rassegna di Radio Entropia. Ospite di turno la band Campana che ha partecipato al festival di Sanremo dello scorso anno presentando il brano «Vieni a Vivere a Napoli». Testo in cui si fondono rabbia e amarezza quasi urlati contro il pubblico con strofe che cantano i luoghi comuni e le realtà contraddittorie e violente della città, «Vieni a vivere a Napoli, potremmo farci rapinare nei vicoli, ti porto a cena tra la diossina e il mare non crederai all’opinione generale?». Freschi della pubblicazione del loro ultimo disco «Pazzi e Poeti», le Strisce rappresentano l’impegno di Radio Entropia sul territorio di Marigliano.

Gli organizzatori, con una vena di amarezza e di orgoglio si considerano «l’ultimo baluardo, o gli ultimi pazzi, a cercare di offrire musica indipendente al pubblico campano. Questo non senza molte, moltissime difficoltà». Si legge sulla pagina del blog di Radio Entropia «Credo fortemente nella provincia di Napoli. Molto più del Centro Città. Osteggiati da una certa cultura napoletana che vede nella provincia una realtà meno figa e più provinciale. Andiamo avanti convinti che i limiti che il centro di Napoli ha sono invalicabili, e che il futuro è sempre più nostro. Certo, sempre che riusciamo a superare i limiti propri della provincia e cercare, anzi, di sfruttarli a nostro piacimento.

Perché Faenza è riuscita a diventare il polo della Musica Indie Italaina? Faenza e non Bologna …»
Prossimi ospiti a salire sul paco il gruppo DUB rivelazione InDUbStry, i francesi Ulan Bator, il cantautore napoletano Francesco di Bella, voce dei 24 grana. Concluderanno la prima parte della stagione Il Genio, con un concerto atteso per il 16 Dicembre.
(Fonte Foto: Rete Internet)

GLI ATTI PERSECUTORI ED IL REATO DI STALKING: PRIMI BILANCI

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A poco più di due anni dalla legge contro lo stalking, il Ministero per le pari opportunità evidenzia l”aumento delle denunce. Di parere opposto l”Osservatorio nazionale sullo stalking, che invece ne registra un calo. Di Simona Carandente

Più di due anni fa, ed in particolare nell’aprile del 2009, veniva introdotto nell’ordinamento italiano il reato di "atti persecutori", comunemente noto come stalking, con lo scopo di rendere perseguibili in sede penale tutta quella serie di comportamenti a carattere persecutorio, posti in essere nei confronti di vittime predesignate, di tenore tale da ingenerare persistenti stati di ansia o paura e costringere le stesse a mutare le proprie abitudini di vita.

Una legge da perfezionare, a tratti assolutamente lacunosa, che ha però consentito a migliaia di persone di liberarsi, almeno per un periodo determinato, dei loro molestatori: stando ai dati forniti dal Ministero per le pari opportunità, si sarebbe registrato un trend in costante crescita, con 568 denunce nel gennaio 2010 e più di 1300 tra gennaio e febbraio 2011, con una media nazionale di 100 stalker arrestati al mese in media. Dati incoraggianti, per i quali il numero di persone rivoltesi alla giustizia, per denunciare la condizione di vittime di atti persecutori sarebbe in costante ascesa, implicando di riflesso una generale e diffusa fiducia nella macchina della giustizia e nel regolare funzionamento di quest’ultima.

Tuttavia, di opposto tenore appaiono i dati dell’Osservatorio nazionale sullo stalking, per il quale invece le denunce di atti persecutori sarebbero in calo, addirittura del 25 %, potendo il fenomeno ascriversi alla sfiducia verso l’autorità ma anche ai costi della giustizia che, specie per chi non può accedere al gratuito patrocinio, continuano ad essere inaccessibili. Il vero problema, denunciato dall’Osservatorio nazionale ma non solo, rimane quello della tutela della vittima, sia durante il processo che dopo, posto che la misura cautelare del divieto di avvicinamento prevista dalla norma ha una durata limitata nel tempo.

Accanto alla tutela penale, sia in sede giudiziaria che strettamente cautelare, mancano infatti degli strumenti di repressione delle condotte illecite di carattere rieducativo, quali ad esempio la previsione di un percorso di risocializzazione per gli stalker, coadiuvato da psicologi specializzati, con lo scopo di recuperare sia l’autore del reato che la serenità delle vittime.

Tuttavia, sul territorio nazionale è già dato registrare interventi in tal senso, anche se a carattere eminentemente privato: sono sorte, difatti, associazioni volti al recupero degli autori di tali reati, mossi il più delle volte da sentimenti di gelosia, timore dell’abbandono, incapacità di digerire un rifiuto, tutti chiara espressione di un enorme disagio psicologico e personale non arginabile con la sola misura cautelare. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA POP ART ITALIANA: ANGELI, FESTA, ROTELLA E SCHIFANO ALLA DOMUS ARTIS DI NAPOLI

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Alla Domus Artis Gallery a Chiaia un” occasione per riunire gli artisti che, partendo dal Caffè Rosati e dalla Galleria della Tartaruga, diedero vita ad uno scambio alla pari con la pop art americana.

La Domus Artis Gallery festeggia quest’anno i primi due anni di attività. Aperta infatti nel novembre del 2009 nel cuore del quartiere Chiaia di Napoli, la galleria procede in perfetta sintonia con la linea di tendenza inaugurata dalle altre storiche gallerie d’arte contemporanea napoletane, da quella di Lucio Amelio a quella di Lia Rumma.

Un luogo che è diventato, in questo breve periodo, un punto di riferimento grazie al suo concept che prevede l’alternarsi dei lavori di giovani talenti con opere di maestri dell’arte contemporanea già affermati e storicizzati. E allora ecco un nuovo capitolo per la storia della Domus Artis che rappresenta il prolungamento ideale di un percorso che, in passato, ha portato alla galleria alcuni lavori di mostri sacri del Novecento come Andy Warhol, Keith Haring e Roy Lichtenstein. Si tratta di “Italian Pop Art – Franco Angeli, Tano Festa, Mimmo Rotella, Mario Schifano” a cura di Andrea Ingenito, mostra mirata a riunire i protagonisti italiani di quella tendenza capitale per l’arte contemporanea che fu la Pop, le cui conquiste e geniali soluzioni sono a tutt’oggi ancora un punto fermo di molti artisti.

La forma d’arte “popolare” maturata negli anni sessanta negli Stati Uniti in netta contrapposizione con l’estremo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto (vedi Jackson Pollock), incarnava appieno lo spirito di quell’epoca, consacrazione di una società dei consumi spinti all’eccesso, e di cui la Pop (il cui appellativo va inteso correttamente non come arte del popolo o per il popolo ma, più precisamente, come arte di massa, prodotta in maniera seriale) dava la visualizzazione compiuta, rivolgendo l’attenzione ai miti, ai linguaggi e agli oggetti della società consumistica. La Pop Art, insomma, attingendo a quel cosmo di soggetti mediatici che imperversavano nel quotidiano della vita americana, senza rivestire le proprie soluzioni di alcun concettualismo oscuro, risultava perfettamente coerente con la società di massa che l’aveva prodotta.

Gli italiani, di fronte al vento pop d’oltreoceano non potevano stare a guardare; a Roma negli anni sessanta i giovani talenti che colsero le novità di Warhol e co. si riunivano presso il Caffè Rosati a Piazza del Popolo o presso la Galleria della Tartaruga di Plinio de Martiis. Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli, Pino Pascali, Lo Savio e Jannis Kounellis furono alcuni dei protagonisti di quella che venne celebrata, successivamente, come Scuola di Piazza del Popolo. La mostra napoletana, dunque, intende valutare le varie risposte degli artisti di quella generazione che aveva subito la fascinazione “popolare” statunitense, declinando ciascuno in maniera personalissima il verbo secondo Warhol.

Le opere degli artisti nostrani evidenziano, ovviamente, una matrice pop, ma soprattutto un modus operandi tutt’altro che pedissequamente improntato alla mera copia del modello a stelle e strisce; tecniche e soluzioni differenti, concordi con la sensibilità di ciascuno di loro. “Un americano a Roma” fu Mario Schifano, che nei suoi preziosi smalti esprimeva con lucidità come qualsiasi messaggio potesse avvenire solo attraverso i simboli della società di massa (basti pensare alla stretta parentela delle sue opere con “Coca Cola” con le serigrafie di Andy Warhol). Da Schifano si passa agli “emblemi” di Franco Angeli, simboli dei poteri forti stabilmente consolidati nel presente e nel passato, e poi alle eleganti rivisitazioni del passato di Tano Festa, che rivolge l’attenzione a cimeli di nobile origine, prelevati a brani o a spicchi.

Un’ulteriore attenzione riguarda le operazioni grafiche di Mario Rotella e i suoi celebri effaçage (abrasione), consistenti in un procedimento in positivo dove l’artista “cancella da una pagina tipografica l’immagine che ritorna allo stadio d’impronta”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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BOMBE D”ACQUA E MALFATTORI AMBIENTALI

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I disastri provocati dalle piogge dei giorni scorsi hanno nomi e cognomi; andrebbe scritto un Codice penale ambientale. Occhio agli alvei dell”Area Vesuviana. Di Amato Lamberti

I disastri provocati, soprattutto in alcune Regioni, come Liguria e Piemonte, ma anche Toscana, dalle piogge particolarmente abbondanti, tanto da essere definite eccezionali, sono stati imponenti e sconvolgenti. Il fatto poi di aver potuto assistere in diretta televisiva all’alluvione che allagava le strade, scorreva come un torrente in piena, travolgeva automobili, cassonetti, persone malcapitate o che si avventuravano a cercare di salvare almeno l’auto, ha aumentato l’effetto di orrore, di raccapriccio e di paura. Tanto che in tutta Italia si è diffusa la sindrome del disastro meteorologico imminente anche se fuori il cielo era sereno e il sole continuava a brillare.

Nessuno ha posto l’accento sul fatto che questi disastri si concentrassero sulle zone più industrializzate e urbanizzate del Paese, vale a dire Genova e la Liguria, Torino e il Piemonte. La situazione idrogeologica di queste realtà geografiche non è mutata da secoli a questa parte: i fiumi sono gli stessi, i torrenti seguono lo stesso corso, le montagne e le colline non hanno cambiato posizione. Eppure, oggi, basta una pioggia abbondante per far esondare i fiumi, per allagare città e campagne, per travolgere con la furia inarrestabile delle acque, non solo le automobili, ma gli alberi, le costruzioni, anche quelle apparentemente solide.

L’esito più dannoso è naturalmente l’allagamento dovuto all’innalzamento delle acque dei fiumi e dei torrenti e all’incapacità dei terreni impermeabilizzati dal cemento e dall’asfalto ad assorbire tali quantità di acque. Così vanno sott’acqua le case, le aziende, le scuole, le stalle, le strade, le ferrovie e si ferma tutto, l’economia ma anche la vita. Cento anni fa, ma anche solo cinquanta anni fa, non era così. Quando pioveva, anche in modo abbondante, i fiumi si gonfiavano e in caso di pericolo i contadini li facevano esondare su campi coltivati a pascolo. I torrenti venivano giù ribollenti e precipiti, come avrebbe detto D’Annunzio, ma non creavano danni perché il loro alveo era libero e tenuto anche sgombro da ogni sorta di rifiuti.

Non si può continuare a declamare, con Ronsard, “O veramente matrigna natura”, come fanno giornali e televisioni: questi disastri hanno dei responsabili con tanto di nome e cognome e sono gli amministratori che da 60 anni si sono succeduti nei Comuni interessati. Amministratori che non hanno mai considerato l’ambiente una priorità e che hanno consentito lo scempio più ignobile del territorio a difesa di ogni e qualsiasi operazione di speculazione edilizia ma anche imprenditoriale. Non si tratta di ignoranza, come qualcuno si ostina a credere, ma di interessi colpevolmente conseguiti per ricavarne vantaggi prima economici e poi elettorali.

Certo anche l’ignoranza ha la sua parte, ed è quella dei cittadini che approfittando della mancanza di controlli o, più spesso, della possibilità di superare i vincoli con generose tangenti a chi doveva assicurare il rispetto delle regole e delle normative edilizie, hanno costruito abusivamente case e palazzi magari nell’alveo ben noto di un torrente che pure ogni inverno si gonfiava di acque tumultuose che trascinavano a valle alberi e detriti di ogni sorta, animali compresi. Basta guardarsi intorno, per chi abita nei Comuni dell’area vesuviana: gli alvei dei torrenti sono dovunque diventati strade quasi sempre impercorribili quando piove.

Frane e smottamenti sono la dannazione dei pochi contadini rimasti ma non li manda il Padreterno corrucciato ma semplicemente la mancata regimentazione delle acque di campagne ormai praticamente abbandonate. Il contadino era il custode e il difensore del territorio, con la sua opera attenta di coltivazione di un territorio rispettandone tutte le peculiarità. Pensate alle opere di terrazzamento che hanno salvaguardato finora il fragilissimo tessuto della costiera amalfitana e di quella sorrentina. Nelle Cinque Terre, un territorio con le stesse caratteristiche della costiera amalfitana, da quando la gente ha abbandonato i campi per fare i ristoratori o gli albergatori, ogni volta che piove rischia di venirsene giù tutto. Ad Ischia, nelle zone in cui l’agricoltura difende ancora il territorio non accadono né frane né smottamenti: dove si è dato libero corso all’abusivismo edilizio più sfrenato si registrano continuamente frane e crolli.

Le acque dal Vesuvio continueranno a scendere a valle: se le piogge sono abbondanti sono sicuramente impetuose. Invece di incanalarle per farle defluire a mare si è pensato bene di costruire vasche di laminazione che raccogliessero l’acqua che il terreno non riesce ad assorbire, in modo da utilizzarla in seguito per l’irrigazione. Il problema è che queste vasche, come quella del Pianillo, non riescono ad assolvere alla loro funzione perché sono sempre colme di fango e di ogni sorta di detriti e rifiuti di ogni sorta, dall’automobile al televisore, dalla lavatrice al computer, dal lavandino al water, senza che nessuno provveda, come sarebbe necessario, a ripulirle ma anche a controllare che non vengano utilizzate come discariche.

Il risultato, come sanno bene gli abitanti di Poggiomarino è che ogni volta che piove si allaga tutto fino giù al paese. Per la verità gli abitanti preistorici di Poggiomarino, di cui da poco è stato scoperto un insediamento risalente all’età del bronzo, sapevano meglio adattarsi ad un territorio dove gli allagamenti sono la regola, tanto è vero che costruivano le loro case e i loro villaggi su palafitte. Come avveniva, sempre nell’età del bronzo, epoca villanoviana, anche nella pianura padana nelle aree a ridosso del Po, il fiume sacro alle popolazioni celtiche e, oggi, ai loro molto meticciati successori.

Le colpe non sono mai della natura: non bisogna concedere questo alibi ad amministratori faccendieri che per coltivare i propri luridi interessi hanno prodotto lo stravolgimento idrogeologico del territorio. Io penso che oggi ci sono due cose urgenti da fare: 1) costituire in Italia una società, che chiamerei “Manutenzione Italia”, articolata a livello provinciale, che assicuri, utilizzando tutto il personale, dalla Forestale ai forestali, alle polizie ambientali provinciali, aggiungendo quelle figure tecniche oggi necessarie, e quindi creando nuova occupazione, una manutenzione ordinaria costante e interventi di manutenzione straordinaria del territorio, tenuto sotto monitoraggio costante da geologi e naturalisti in numero adeguato alle esigenze di un territorio così fragile come quello italiano;

2) Costituire una Commissione di esperti che evidenzi le forme e i modi di consumo scriteriato del territorio, non solo per risalire ai responsabili almeno delle opere di distruzione dell’equilibrio del territorio, ma soprattutto per scrivere un Codice penale ambientale con il quale si possano perseguire e condannare, anche al risarcimento del danno provocato, i tanti delinquenti e malfattori ambientali che, purtroppo, si vanno moltiplicando nel nostro Paese. Il primo principio di questo Codice deve essere quello che nessun risarcimento può essere richiesto e ottenuto per costruzioni abusive o realizzate in aree ad alto rischio idrogeologico.

Bisogna costruire la cultura e la coscienza ambientale che manca in Italia e non lo si può fare certo con le “10 regole per l’autoprotezione in Italia” pubblicate dal più diffuso quotidiano nazionale.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

IL PIÙ GRANDE SFREGIO A BERLUSCONI

Parliamo della risatina mostrata da Sarkozy e Merkel nei confronti del Primo Ministro italiano. Più che sarcasmo sembrava ironia. Di Carmine Cimmino

È stato un giorno colmo di perplessità. Mi chiede un tale quali siano i temi “fondanti“, dice proprio così, “fondanti“, delle mie letture. Gli rispondo: il linguaggio del comico. E il linguaggio del crimine. Aggiungo: Ci ho capito poco. Ma mi accontento. Nella vita è importante tentare. Il tizio se ne va perplesso. Ho incominciato a scrivere un libro che progettai molti anni fa: sul diasyrmòs, che è l’arte degli oratori antichi di “fare a pezzi“ l’avversario, nei tribunali e nei luoghi della politica, declinando le parole e le immagini secondo tutti i casi del comico e dell’umorismo: il motto di spirito, l’ironia, la satira, la caricatura, la parodia, il sarcasmo.

Le orazioni e le lettere di Cicerone sono una favolosa galleria di personaggi comici che potremmo battezzare con nomi e cognomi di oggi. Gli studiosi del complicato argomento concordano su un solo punto: che è impossibile dare, delle funzioni del ridere e delle categorie del comico, una definizione che accontenti tutti: una larga intesa è stata raggiunta solo sulla definizione del sarcasmo. Nella rubrica “La parola della settimana“ (Io donna, 5/11) Aldo Grasso classifica come sarcasmo il largo sorriso che, durante la conferenza di chiusura del vertice europeo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno dedicato all’on. Berlusconi, “il più grande sfregio“ che gli sia stato inflitto fino ad oggi.

La parola sarcasmo deriva da un termine greco il cui campo semantico comprende il “lacerare le carni“ e “il mordersi le labbra per la rabbia.”. È, scrive Grasso, “quella forma di ironia pungente, ispirata da animosità e quindi intesa a umiliare”. Resto perplesso. Il sarcasmo è un genere comico non –umoristico. Il sarcastico non ride, ghigna: il suo è “il ghigno amaro dei cattivi e degli incattiviti, di coloro che sono colmi d’ira e di risentimento per torti patiti, reali o immaginari“. Così scrive Paolo Santarcangeli, riassumendo le idee degli studiosi più importanti, e ricordando che il sarcasmo è anche la poco nobile vendetta consumata contro il tiranno, ma dopo che il tiranno è stato abbattuto.

Lo stesso Grasso ricorda che per Dostoevskij il sarcasmo è l’ultimo rifugio dei mediocri, di tutti quelli che soffrono la terribile tortura del risentimento. E onestamente la Merkel e Sarkozy non mi sembrano né ghignanti, né risentiti “per torti patiti“. La fotografia che correda la nota di Grasso è chiara, inequivocabile: il loro largo sorriso è l’incipit di un ridere: è un riso di superiorità, un ridere ironico, a cui non servono parole: l’uditorio non ha bisogno di indicazioni. C’è, tra l’oratore (muto, in questo caso) e il pubblico quell’accordo totale, che Perelman e Olbrechts- Tyteca ritengono condizione indispensabile perché si colga pienamente il senso dell’ ironia. Tutti sanno di chi ridono, i due. Tutti sanno perché ridono.

Ma il risentimento non è solo la rivalsa del mediocre umiliato, del vigliacco che non osa ribellarsi al tiranno. C’è un altro tipo di risentimento, che mette radici nelle democrazie, e non si alimenta di viltà, ma di impotenza, e individua l’oppressore non in un tiranno in carne ed ossa, ma in una figura astratta: la maggioranza: con il peso delle sue idee, dei suoi valori, dei suoi voti. È il risentimento di chi accetta il gioco della democrazia, ma non si riconosce – è un suo diritto – nelle idee e nei valori della maggioranza: anzi, vede, crede di vedere, che la maggioranza sbaglia, e allora cerca di salvarsi l’anima protestando: e protesta tanto più aspramente, tanto più ferocemente quanto più dure gli sembrano la sordità e l’indifferenza degli altri.

È il risentimento degli indignati. Ma cosa sia questo secondo tipo di risentimento, questo risentimento democratico, noi italiani lo sappiamo bene, l’abbiamo appreso non dai libri, ma dall’esperienza. Dobbiamo dire un grazie al nostro Presidente del Consiglio, quando, per esempio, nega che ci sia la crisi, perché i ristoranti sono pieni, e dobbiamo dire un altro grazie alla maggioranza dei parlamentari, che condivide le sue parole e le sue idee.
Mario Melloni, il terribile “Fortebraccio“, corsivista del giornale “l’Unità“, quando questo era organo ufficiale del P.C.I., forgiò mirabili esempi di sarcasmo democratico. Così scrisse del ministro Nicolazzi:

“Ci è capitato l’altro giorno di vedere capitare un ministro (il ministro dell’Industria nientemeno) a Montecitorio. Eravamo fermi sui gradini del portone maggiore del palazzo, quando arrivò, fermandosi davanti all’entrata, una grossa macchina blu. L’autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera posteriore di destra. Non ne scese nessuno. Era Nicolazzi“.

È un sarcasmo “democratico“, anche perché è di stoffa buona, e si adatta ancora, e senza una grinza, a molti utenti delle auto blu di oggi. “La maggioranza tiene“ fu un’espressione inventata dalla D.C. di Forlani. Scrisse una volta Fortebraccio: “La maggioranza tiene, e la si vede sempre alla Camera, nella persona del Presidente o di qualche ministro, tutti a capo chino: come se, vivendo senza ombrello, stessero in ogni momento per prendersi una secchiata d’acqua addosso. Il trasporto di Forlani, il suo entierro, come direbbero gli spagnoli, dipende soltanto dal fatto che non se ne trova un altro. La maggioranza tiene. Sì, ma all’obitorio: e quando il Presidente del Consiglio promette che mercoledì si presenterà alla Camera, sorprendetevi soltanto di una cosa: che ci voglia tanto ad arrivare dal Verano”. Che è il cimitero di Roma. Amen.

Alcuni anni fa mi fu chiesto di fornire al Comune un elenco di persone illustri che in un modo o nell’altro erano legate alla storia di Ottaviano. Bisognava battezzare alcune strade che non avevano ancora un nome. Nella Chiesa di San Michele è custodito un notevole “tondo“, un “San Giovannino“, che di recente è stato attribuito a Guido Reni, ma che all’inizio del sec.XX gli esperti della Soprintendenza avevano assegnato alla scuola di Annibale Caracci, confortati da elementi tecnici e dal fatto che disegni e quadri dei Caracci si trovavano nella quadreria dei Medici. Dunque una strada fu intitolata al pittore, e sulla targa il nome venne scritto con una sola “ r”. Una gentile signora, che abita in quella strada, mi ha chiesto lumi sulla forma adottata: perché “Caracci“, mentre tutti i libri portano “Carracci“?

Nel 1642 Giovanni Baglione, pittore e scrittore, pubblicò “Le Vite de’ pittori, scultori et architetti“, in cui scrive sempre “Caracci” , con una sola “ r”. Nel 1909 Giuseppe Albini tenne all’ Accademia di San Luca un discorso sui “Caracci“, e “I Caracci“ fu intitolata la pubblicazione a stampa del discorso. Sempre e solo con una sola “r“.

Ho scelto, a corredo dell’articolo, la “bottega del macellaio“ che Annibale Caracci (o Carracci) dipinse a 23 anni, nel 1583, perché le carni macellate c’entrano col sarcasmo, e per rispondere alla gentile signora. Perché suggerii Caracci, con una sola “r”, che è la forma meno usata? Confesso la mia viltà: preparai l’amo per un tale che si piccava di sapere di tutto. Era, ed è, un pedante. E i pedanti, dice Propp, sono i bersagli comici perfetti. Ma non tutte le trappole comiche riescono col buco. Il pedante non abboccò. Allora. Ma abboccherà, abboccherà.. E’ il destino dei pedanti, abboccare all’amo.
(Foto: Quadro di Annibale Carracci, La bottega del macellaio, 1583).

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