Somma Vesuviana, la reale Cappella di Santa Lucia tra storia e documentazione

La Cappella reale di Santa Lucia ha costituito per secoli il principale luogo di culto e custode della memoria storica e politica della città e dell’intero regno. Voluta da Re Carlo I d’Angiò, ha accolto figure religiose di spicco e cappellani di corte nominati direttamente dai sovrani e dai papi.    
Disegno di Raffaele D’Avino

L’intitolazione a Santa Lucia della chiesetta trovò riscontro nella forte predilezione che la famiglia reale d’Angiò nutriva per la martire siracusana, tantoché all’epoca furono edificate in suo onore numerose cappelle nell’intero regno. Santa Lucia – oltre ad essere una delle sante più venerate e facilmente riconoscibili grazie all’attributo oculare che reca – incarnava gli ideali di forza, di combattente contro l’infedele e di martirio, come afferma lo studioso Francesco Calò (Dalla Sicilia alla Puglia: Santa Lucia e gli Angiò. L’iconografia luciana tra culto e propaganda, invece,(secoli XIII-XV), in Arte Cristiana, 911 marzo/aprile 2019pp. 122-12). La venerazione luciana, inoltre, che si sviluppò precocemente in Sicilia, già all’epoca di Ruggiero I d’Altavilla, non solo si diffuse rapidamente in Campania, ma fu portatrice di precisi significati politici e dinastici nel Medioevo, attraverso le numerose testimonianze monumentali, realizzate dalle due case reali concorrenti: gli angioini e gli aragonesi. Riporta l’abate Domenico Maione, primo storico di Somma, nella sua opera del 1703 dal titolo Breve Descrizione della Regia Città di Somma a pagg. 12- 13: …vi era la real Chiesa edificata da Re Carlo I d’Angiò di S. Lucia, della quale oggi appena ve ne sono alcune reliquie (resti) nel Monte d’essa nelle pertinenze della Chiesa di S. Maria a Castello, della quale Chiesa di S. Lucia D. Nicolò d’Albasio nella memoria Orsina car.40, leggendosi di essa, e del suo Reg(io) Cappellano, quale ottenne la sua provisione sopra la Bagliva, & esazzione delle decime, ne Registri della Zecca del 1269 C. car.127 presso detto Albasio dette car.40 del 1275 D. car. 31. del 1277. F. car. 30 del 1280. B. car. 162, e leggesi Bartolomeo Caracciolo detto Carafa di Napoli Rettore della Chiesa di S. Lucia di Somma nel registro del 1345. 1346. D. car. 47., e legonsi Carlo, e Luigi di Rosa di Napoli aver la concessione della Cappellania di detta Chiesa di S. Lucia di Somma nel fasc. con coverta di Re Ladislao, e Giovanna car.24.,& oggi è il suo beneficiato il signor D. Antonio Mormile fratello del Signor Duca di Campochiaro.

Attesta, invece, Gianstefano Remondini nel tomo III della sua opera del 1757 dal titolo Della nolana ecclesiastica storia a pagina 304, che fu già sul monte […] un’ anticchissima cappella, di cui oggi appena se ne veggon le vestigia, edificata ad onore di S. Lucia da re Carlo I d’ Angiò, che assegnolle un Cappellano, come può vedersi nel registro della Zecca del MCCLXIX e come si legge nell’Archivio della real giurisdizione del Cioccarelli (Bartolomeo Chioccarello) al Tomo V delle Chiese, e Benefizj. A riguardo, numerosi sono i documenti angioini citati dall’avv. Francesco Migliaccio nelle sue Inedite Notizie Ecclesiastiche che vanno dal 1268 al 1885 – 1939.

    Lo storico Candido Greco a pagina 68 del suo libro I Fasti di Somma afferma che dopo la rivolta contro Manfredi del 26 febbraio 1266, il castello di Somma aveva subito numerosi danni. Re Carlo affidò all’architetto francese Pierre de Chaule l’incarico di progettare le necessarie riparazioni, e su desiderio della regina Margherita (di Borgogna) riedificò o restaurò inizialmente la sola vecchia cappella regia, adattandola al nuovo stile gotico. Secondo il Greco, quindi, una regia cappella con benefici diversi già esisteva precedentemente alla venuta degli angioini. Resta il fatto che la nuova cappella fu affidata nel 1269 a Theobaldo de Sancto Maurizio, cappellano della regina, canonico di Squillace, le cui prime notizie si hanno tra il 1269 e il 1270 [R. Filangieri, I registri della Cancelleria angoina, vol. III, pag. 213]. Il cappellano, insieme alla nomina, ebbe anche l’autorizzazione a riscuotere le decime, provisio pro decimis baiulationis Summe. Filangieri ci conferma, ancora, che già a partire dal 1269 il re ordinò alla Bagliva di Somma di rispettare la sua volontà ut exhibeant decimas Rectori ecclesie S. Lucie de castro Summe. Nel 1279 la cappella passò ad Hugonus de Perota, de Petrona, de Perone, canonico di Artois, prothocappellanus, consigliere e familiare di re Carlo I, per la morte di Teobaldo, che chiese immediatamente che gli fossero dovute le decime stabilite. Nel 1298, la cappella fu conferita a Giacomo di Capua, figlio del giurista Bartolomeo di Capua (1248 – 1328), divenuto, nel 1307, protonotario apostolico. Nel 1331, ancora, un di Capua, stavolta Riccardo, risulta rettore della cappella. Nel 1345, un altro documento riporta 1343, la regina Giovanna I nominò Bartolomeo Carafa, rettore della real chiesa di Santa Lucia, fino alla nomina di arcivescovo di Bari, avvenuta il 23 maggio del 1347, sostituito da d. Giovanni Pietro de Luca. Con un salto passiamo al XVI secolo: il 28 aprile del 1504, data fornita dal Remondini, la detta cappella venne conferita al clerico D. Felice Viola dalla regina Giovanna III per rinunzia fatta nelle sue mani da D. Andrea della Cavallona.     Nella Santa Visita del 1561, invece, si legge: Accesserunt etiam ad cappellam Sancte Lucie intus castellum vetus extra terram Summe que capella est penitus diruta, et ibi comparens donnus Dominicus Viola Sancte Anastasie dixit (es)se Rectore et produxit bullam institutionis in carta pergamena dove era scritto che la cappella di Santa Lucia del Castello era vacante e occupata, per libera rinuncia fatta da don Felice Viola, dallo stesso don Domenico Viola, come risulta chiaramente scritto nella suddetta bolla, emessa con sigillo impresso dal reverendo d. Felice de Mastrillis, vicario di Nola per l’anno millecinquecentoventinove, ultimo di aprile, seconda indizione, sotto il pontificato di Clemente VII, anno sesto. Interrogato don Domenico Viola ad que onera teneturrespondit che quando è lo dì (giorno) di Santa Lucia ce fa celebrare la messa cantata per devotione et obbligatione, et fra l’anno per devotione fa celebrare alcune messe a Santa Maria della Nova de Santo Anastaso per rispetto che detta cappella è diruta […] et per devotione paga con le poche entrate della detta capella alle preti che dicono dette messe. Nella Santa Visita del 1580 si presentò come rettore don Lorenzo Averaimo, che risultò essere il sostituto di don Rainaldo Viola, e che affermò di celebrare una messa ogni settimana. Nel 1586, dopo la morte di Averaimo, il rettore era Persio Caccavari (o Caccabari), nominato con bolla di papa Gregiorio XIII, inviata dal cardinale Filippo Spinola [S.Visita, 1586]. Nella Santa Visita del 1630 il rettore era l’abate Bartolomeo Capograsso, nominato dalla Santa Sede il 30 novembre del 1614 coll’obbligo di una messa nel giorno di S(ant)a Lucia. Certamente l’eruzione tremenda del 1631 dovette distruggere la cappella quasi completamente, in quanto già nel 1703 vi erano solo pochi resti come attestato dal sopracitato storico Domenico Maione e vi era già un beneficiato. Sicuramente, il beneficio ecclesiastico transitò nella vicina chiesetta di S. M. di Castello o de lo Castro, poichè nel 1662 non solo è attestato un altare dedicato al beato Gaetano, ma anche uno a Santa Lucia [cit. F. Micliaccio, Notizie inedite]. Il diritto canonico prevedeva che se una cappella fosse stata distrutta o resa non praticabile ai divini offici, il beneficio ecclesiastico ad essa legato non si estingueva immediatamente. Il beneficiato rimaneva tale e continuava a godere dei frutti o delle rendite economiche (la dote). Per beneficiato, dal latino medievale beneficiatus, inoltre, si intendeva anche l’ecclesiastico, come un sacerdote o un canonico, che era titolare di quel determinato beneficio. Dopo la morte di Bartolomeo Capograsso nel 1651, quindi, inziò l’epoca dei beneficiati con Don Tommaso de Magistris, come afferma lo storico Migliaccio; con Don Michele Cimmino nel 1665; con Don Antonio Mormile, attestato nel 1703; con il canonico Don Pietro Riccio nel 1744; e, infine, con Don Michele d’ Arienzo nel 1780. Nel 1928, così scrive il dott. Alberto Angrisani nella sua opera Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla città di Somma Vesuviana a pagina 25: Sono oggi completamente distrutte le mura absidali della R. Cappella di Santa Lucia, viste nella mia infanzia or sono circa trentacinque anni addietro, e delle quali conservo preciso il ricordo perché dalla disposizione di quelle rovine aveva intuito che vi doveva essere una piccola abside circolare con una stretta finestra nel centro: probabilmente una monofora archiacuta. Il dott. Alberto Angrisani nacque nel 1878, quindi vide sicuramente i resti di quella cappella quando aveva circa 15 anni. Certamente, quella piccola chiesetta reale non era stata soltanto un gioiello architettonico e sacro, ma custode silenziosa dell’antica memoria collettiva.

Liccardi Express Courier, il nuovo corso dopo l’inaugurazione: le prospettive dell’hub

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Non una semplice inaugurazione, ma un evento che ha raccontato il percorso di crescita di un’impresa e la sua volontà di investire sul futuro. La nuova sede di LICCARDI Express Courier è stata presentata in una serata che ha registrato una partecipazione ampia e qualificata, trasformandosi in un appuntamento di riferimento per il mondo imprenditoriale del territorio. L’elevata affluenza di ospiti, la presenza di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, professionisti, clienti e partner hanno confermato l’interesse verso un progetto che punta a rafforzare la capacità operativa dell’azienda e ad accompagnarne la crescita nei prossimi anni. Durante l’evento i partecipanti hanno potuto conoscere da vicino il nuovo hub logistico, visitare gli spazi aziendali e confrontarsi sulle prospettive di un settore sempre più strategico per lo sviluppo economico e commerciale, oltre ad intrattenersi col dj-set e le altre sorprese organizzate per il varo. A rendere ancora più significativa la serata è stata la forte attenzione riservata dai mezzi di informazione. Televisioni, giornali e operatori del web hanno seguito l’iniziativa, raccontando un investimento che rappresenta un segnale di fiducia verso il territorio e verso il sistema produttivo locale. La manifestazione ha inoltre favorito la nascita di nuove relazioni professionali e imprenditoriali grazie ai numerosi momenti di networking che hanno caratterizzato l’intera serata, confermando come gli eventi aziendali possano diventare anche occasioni di sviluppo economico. Particolarmente apprezzata la decisione di accompagnare questo importante momento con una concreta iniziativa solidale a sostegno della Lega del Filo d’Oro, un gesto che ha ulteriormente rafforzato il valore dell’evento. L’inaugurazione della nuova sede chiude simbolicamente un percorso di investimenti e apre una fase ancora più ambiziosa per LICCARDI Express Courier. Un progetto che punta su innovazione, qualità, organizzazione e relazioni, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza nel mercato della logistica e contribuire allo sviluppo del territorio attraverso investimenti e nuove prospettive di crescita.

Rapina con spari alla gioielleria del centro commerciale

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  Una rapina finita nel sangue e un’intera comunità sotto shock. È quanto accaduto nel pomeriggio di oggi all’interno del centro commerciale Il Molino, tra Melito e Sant’Antimo, dove un commando armato ha tentato di mettere a segno un colpo ai danni di una gioielleria. Nel mirino dei malviventi è finita l’attività di Raffaele Biondino. Secondo una prima ricostruzione, durante il tentativo di rapina sarebbe scoppiata una violenta colluttazione o comunque una fase di forte tensione che ha portato uno dei banditi ad aprire il fuoco. Ad avere la peggio è stato Francesco Biondino, figlio del titolare della gioielleria, raggiunto da un proiettile a una gamba. L’aggressione ha provocato il panico tra clienti, dipendenti e commercianti presenti nel centro commerciale, molti dei quali hanno cercato riparo dopo aver udito gli spari. Il piano della banda, tuttavia, è fallito. I rapinatori, probabilmente sorpresi dall’evolversi della situazione o temendo l’immediato arrivo delle forze dell’ordine, hanno deciso di abbandonare il colpo e sono fuggiti senza riuscire a portare via alcun bottino. Sul posto sono arrivati rapidamente i soccorritori del 118, che hanno assistito il ferito e lo hanno trasportato in ospedale per le cure del caso. Contemporaneamente sono scattate le indagini delle forze dell’ordine, che stanno lavorando per identificare i responsabili. Fondamentali saranno le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza del centro commerciale e delle attività circostanti, oltre alle testimonianze raccolte tra chi era presente al momento dell’assalto. Gli investigatori stanno verificando ogni elemento utile per ricostruire i movimenti della banda prima e dopo il tentativo di rapina, mentre prosegue la caccia ai malviventi. L’episodio riaccende l’attenzione sul tema della sicurezza nelle attività commerciali e sull’escalation di rapine messe a segno con modalità sempre più violente e con l’utilizzo di armi da fuoco.

Furto sacrilego a Sant’Anastasia: rubato reliquiario dalla chiesa di Sant’Antonio

Sconcerto e indignazione in città per il furto di un oggetto sacro legato alla devozione per San Francesco d’Assisi. Appello alla restituzione SANT’ANASTASIA – Un furto che va ben oltre il danno materiale e colpisce nel profondo il sentimento religioso di un’intera comunità. A Sant’Anastasia cresce lo sconcerto per il furto di un reliquiario custodito nella Chiesa di Sant’Antonio, episodio che nelle ultime ore ha suscitato forte indignazione tra fedeli e cittadini. La notizia si è diffusa rapidamente attraverso i social, dove è comparso un accorato appello rivolto a chi si è reso responsabile del gesto. Un invito chiaro, ma allo stesso tempo carico di umanità: restituire l’oggetto sacro, anche in forma anonima. Il reliquiario sottratto, infatti, non rappresenta soltanto un bene di valore artistico o materiale. Custodisce una memoria di fede profondamente radicata nella storia religiosa anastasiana, essendo legato alla devozione verso San Francesco d’Assisi e al patrimonio spirituale della comunità parrocchiale. Rubare un oggetto sacro significa colpire simbolicamente una comunità intera, privandola di un segno identitario che accompagna da anni momenti di preghiera, celebrazioni e devozione popolare. Per questo, la ferita lasciata dal furto è avvertita da molti fedeli come qualcosa di profondamente doloroso. L’appello lanciato in queste ore punta soprattutto al buon senso di chi ha compiuto il gesto. La speranza è che il reliquiario possa essere restituito al più presto, magari lasciandolo davanti alla chiesa o consegnandolo in modo anonimo, senza ulteriori conseguenze. La vicenda riaccende anche il tema della tutela dei luoghi di culto, spesso custodi di un patrimonio storico, artistico e religioso di enorme valore ma non sempre adeguatamente protetto da furti o atti vandalici. La comunità anastasiana resta in attesa, con l’auspicio che prevalga il rispetto per ciò che quel reliquiario rappresenta. Perché, al di là del valore materiale, alcuni oggetti custodiscono la memoria, la fede e l’identità di un popolo. E perdere questi simboli significa perdere, almeno in parte, un pezzo della propria storia.

San Giovanni a Teduccio, le “Sentinelle del Rispetto” difendono il territorio alla Cappella del Rosario

C’è un filo invisibile ma robusto che lega la tutela dell’ambiente alla riscoperta della memoria storica, e a San Giovanni a Teduccio questo legame ha preso la forma dell’entusiasmo di decine di bambini.

 

Nelle mattinate del 22 e 23 giugno, le strade del quartiere hanno ospitato una mobilitazione collettiva nata per difendere il territorio dal degrado urbano e celebrare la rinascita di un gioiello architettonico locale. Al centro dell’iniziativa, la storica Cappella del Santissimo Rosario in Corso San Giovanni a Teduccio, diventata il fulcro di un’importante operazione di riscatto sociale.

Un presidio di civiltà contro lo sversamento illecito

La sfida per il decoro della zona si è consumata proprio sul sagrato della struttura seicentesca. Lo spazio antistante l’edificio, purtroppo bersagliato da tempo dall’abbandono selvaggio dei rifiuti, è stato trasformato in un centro nevralgico di informazione e ascolto grazie a un gazebo straordinario allestito da ASIA Napoli.

L’obiettivo della campagna è stato quello di intercettare le criticità del quartiere e raccogliere le segnalazioni dei residenti, proponendo soluzioni condivise per ripulire l’area. Un’azione di prevenzione che non resterà isolata: i promotori hanno già annunciato un imminente giro di vite che prevede il potenziamento dei controlli e l’installazione di telecamere di videosorveglianza per sanzionare chi deturpa il suolo pubblico.

Accanto ai tecnici dell’azienda e ai rappresentanti della Municipalità, delle parrocchie e dei comitati civici, si è schierata una delegazione speciale: gli alunni dell’I.C. 46° Scialoja-Cortese-Rodinò. Per i ragazzi non si è trattato di un debutto, ma della prosecuzione di un legame profondo, dato che l’istituto aveva già adottato simbolicamente la cappella negli anni passati all’interno di un progetto didattico sulla cittadinanza attiva.

Piccoli attivisti crescono: l’assalto pacifico delle “Sentinelle

Coinvolti nelle attività del campo estivo della scuola, i giovanissimi studenti si sono mossi come vere e proprie “Sentinelle del Rispetto”. Accompagnati dai genitori, i bambini hanno invaso pacificamente l’area esibendo cartelli e striscioni colorati realizzati in classe, pensati per scuotere le coscienze dei passanti sul tema della raccolta differenziata. Molti di questi messaggi ecologisti sono stati poi affissi dalle famiglie nei punti più critici e trafficati del quartiere per garantire una presenza visiva costante e duratura.

Durante le due mattinate, i piccoli cittadini si sono trasformati in intervistatori, raccogliendo dati sulle abitudini domestiche dei residenti per un’indagine interna alla scuola. Nei casi di cittadini più pigri o disinformati, i bambini hanno assunto il ruolo di tutor ambientali, distribuendo il materiale informativo di ASIA e illustrando le corrette modalità di smaltimento dei rifiuti. Un momento di formazione reciproca che ha permesso anche agli adulti di dialogare con gli operatori presenti, sciogliendo i dubbi più frequenti sulla gestione quotidiana della spazzatura.

Questa mobilitazione ecologica coincide con un momento storico per il patrimonio culturale di San Giovanni. La Cappella del Santissimo Rosario, di proprietà della Curia di Napoli, ha infatti appena mostrato il suo nuovo volto dopo la rimozione dei ponteggi che nascondevano i complessi lavori di consolidamento strutturale della facciata esterna. Il quartiere si riappropria così di un luogo fondamentale per le proprie tradizioni e la propria fede, in attesa che nelle prossime settimane partano anche i cantieri per il restauro degli spazi interni.

Il successo di questa operazione urbanistica è il risultato di una straordinaria alleanza territoriale che ha visto collaborare il Decano, il Comitato Civico e la Parrocchia San Giovanni Battista, insieme a una galassia di associazioni attive sul territorio come ACLI Beni Culturali, Barra R-Esiste, Figli in Famiglia, l’ODV “Il Sorriso”, Gioco Immagini e Parole, Il Mondo che Vorrei, “Voce nel Deserto” e il Centro Subacqueo S. Erasmo.

L’obiettivo a lungo termine è ambizioso: l’intenzione della Curia è infatti quella di convertire l’antico tempio – che custodisce sull’altare una preziosa tela seicentesca della Madonna del Rosario, attribuita a Francesco de Amato e commissionata da Felice Garofalo – in un centro stabile di promozione culturale.

La valenza pedagogica e sociale dell’evento è stata sottolineata con forza dalla Dirigente Scolastica dell’I.C. 46 Scialoja-Cortese-Rodinò, la dott.ssa Rosa Stornaiuolo, che ha voluto tracciare il bilancio dell’iniziativa:

“La scuola ha il dovere di abitare il territorio e trasformare la cittadinanza in azione concreta. Vedere i nostri alunni diventare ‘Sentinelle del Rispetto’ davanti alla Cappella del Rosario – un bene che hanno adottato e che oggi rinasce – dimostra che la bellezza va difesa dal degrado. Insegniamo ai ragazzi che lo spazio pubblico appartiene a loro: la presenza dei genitori e la rete con ASIA e le associazioni dimostrano che quando San Giovanni unisce le forze, la rinascita della periferia diventa realtà, partendo proprio dai passi dei nostri studenti.”

Festa dei Gigli di Nola, stretta sugli orari: la ballata dovrà concludersi entro le 6 del mattino

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Il sindaco firma l’ordinanza per contenere i tempi della processione. Obiettivo: garantire sicurezza, ordine pubblico e ridurre i disagi per i residenti NOLA – La Festa dei Gigli, uno degli eventi religiosi e popolari più identitari della Campania, si prepara a vivere l’edizione 2026 con regole più stringenti. Il Comune di Nola ha infatti deciso di intervenire sugli orari della tradizionale ballata dei Gigli, stabilendo un limite preciso: la processione dovrà concludersi entro le ore 6 del mattino. La decisione, formalizzata attraverso un’ordinanza firmata dal sindaco, segna un cambio di passo significativo nella gestione di una manifestazione che ogni anno richiama migliaia di persone tra fedeli, appassionati e visitatori provenienti da tutta la regione e non solo. La Festa dei Gigli, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità insieme alle grandi macchine a spalla italiane, rappresenta il cuore della tradizione nolana. Otto obelischi in legno, alti oltre venti metri e decorati artisticamente, vengono trasportati a spalla dai cullatori in una lunga processione che unisce fede, musica, devozione e appartenenza identitaria. Negli ultimi anni, tuttavia, la durata della ballata è diventata oggetto di crescente discussione. I tempi spesso molto dilatati della processione hanno generato criticità legate alla sicurezza, alla gestione dei flussi e ai disagi per i residenti del centro storico, costretti a convivere per ore con blocchi della circolazione, rumori e affollamento fino a tarda mattinata. La scelta dell’amministrazione mira dunque a trovare un equilibrio tra il rispetto di una tradizione secolare e le esigenze organizzative di una città profondamente cambiata rispetto al passato. Limitare i tempi non significa intaccare il valore spirituale e culturale della festa, ma provare a renderne la gestione più sostenibile. Il provvedimento ha inevitabilmente acceso il dibattito tra i protagonisti della festa. Da un lato c’è chi considera necessario un maggiore rigore per tutelare sicurezza e vivibilità urbana; dall’altro, non manca chi teme che tempi troppo rigidi possano alterare i ritmi naturali di una manifestazione che vive di pause, slanci emotivi e dinamiche rituali consolidate nei secoli. La Festa dei Gigli resta molto più di una celebrazione religiosa. Per Nola rappresenta un patrimonio identitario, un legame profondo con la memoria collettiva e con la devozione per San Paolino, il santo patrono cui la festa è dedicata. L’edizione 2026 si annuncia quindi come un banco di prova importante. La sfida sarà preservare l’anima autentica della manifestazione coniugandola con nuove esigenze di organizzazione, sicurezza e rispetto della città. Un equilibrio delicato, ma ormai imprescindibile per il futuro di una delle tradizioni popolari più straordinarie del Mezzogiorno.

Direttivo Pd sbatte la porta, Bene preserva il campo largo: “Sensibilità diverse nel partito, rispettiamo mandato degli elettori”

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Bene: “Il mandato del 2024 resta la nostra guida. Il PD continua ad essere parte del progetto di governo”

 

«Prendo atto della decisione assunta dal direttivo cittadino del Partito Democratico. La rispetto, ma ritengo doveroso ribadire che il mandato ricevuto dagli elettori nel 2024 resta il punto di riferimento dell’azione amministrativa e politica di questa maggioranza.»

 

Lo dichiara il sindaco di Casoria, Raffaele Bene.

 

«Casoria è stata tra le prime realtà a costruire concretamente il campo largo, anticipando un modello che oggi rappresenta il punto di riferimento del centrosinistra. Quel progetto non appartiene ad una singola forza politica, ma ad una visione condivisa che mette insieme tutte le energie riformiste e progressiste. Per questa ragione continuo a considerare il Partito Democratico parte della maggioranza. Il Partito Democratico è una grande comunità politica e, come accade in tutti i grandi partiti, al suo interno convivono posizioni, idee e sensibilità differenti. È naturale che vi siano confronti e valutazioni diverse, ma questo non può cancellare un percorso politico e amministrativo costruito insieme nell’interesse della città.»

 

«Non credo inoltre che la decisione del direttivo possa essere interpretata come la posizione dell’intero partito. Ci sono amministratori, iscritti, elettori e simpatizzanti che continuano a riconoscersi pienamente nel percorso politico e amministrativo costruito insieme. Ci sono tanti interlocutori che hanno lavorato e continuano a lavorare gomito a gomito con le forze di maggioranza per raggiungere obiettivi concreti per il benessere di Casoria ed altri all’interno del partito che non si sono mai sentiti parte del progetto, se non al momento dell’elezione. Una diversità di vedute che è nei fatti, ma che non può essere liquidata come pensiero unico, peraltro in contrasto col mandato conferitoci dai cittadini.» continua Bene.

 

«Da sindaco continuerò a lavorare con questo spirito, rispettando ogni opinione ma restando fedele al mandato politico ricevuto dai cittadini. Il progetto amministrativo del 2024 prosegue con determinazione e continuerà ad avere nel Partito Democratico un interlocutore. Continuerò – conclude il primo cittadino – a guidare un’amministrazione di centrosinistra, coerente con il mandato ricevuto dagli elettori, aperta al dialogo e orientata a rafforzare l’unità di tutte le forze che condividono una visione riformista, progressista e responsabile per il futuro di Casoria.»

E nell’’800 gli Ottajanesi controllavano a Napoli una famosa casa da gioco, quella di Porta Capuana

La “casa da gioco” è già citata nei documenti connessi alla “prammatica” del settembre del 1735 con la quale il re Carlo di Borbone – diventato, come re di Spagna, Carlo III – incominciò a regolare la complicata materia del gioco d’azzardo, il cui disordine giovava a tutti, ai “direttori” delle case e anche a chi avrebbe dovuto controllare la situazione. Sto tentando di scrivere un libro sulla storia sociale degli Ottajanesi nell’’800 – attività, alimentazione, mestieri – e ci sono mestieri particolari, di cui non è giusto tacere. Correda l’articolo l’immagine del quadro di Filippo Palizzi “Giocatori della morra”.   Carlo di Borbone decise di “reprimere l’audacia e la nera malizia dei giocatori”, di bloccare tutto il complicato sistema delle frodi che si commettevano nelle bische e, soprattutto, di impedire che crescesse la potenza delle famiglie che prestavano ai giocatori danaro ad usura e pretendevano “regalie” da quelli che vincevano somme consistenti: era l’alba della storia della camorra, e probabilmente il termine “camorra” deriva proprio dal gioco della “morra” e dal nome di una casa da gioco che si trovava di fronte al Palazzo Reale. I provvedimenti di Carlo portarono qualche danno alle casse dello Stato, perché fu abolito il sistema dell’arrendamento e dunque venne cancellata la gara di appalto per la riscossione delle “gabelle” che pagavano ogni anno i “tenutari” delle case da gioco.   Fu dichiarato illegale il gioco dei dadi e vennero chiuse 10 case in cui il gioco si praticava: ne restarono aperte solo poche, e tra queste alcune frequentate anche dai forestieri, a Porta S. Gennaro, a Port’Alba (alla Sciuscella), al Mercato e quella “Camorra” di cui abbiamo già parlato. Fu ridotto il numero delle “case” in cui si praticava il gioco delle carte: restarono aperte “Babilonia”, “Sghizzitiello” e le “case” di Porta Reale e di Porta Capuana. Un documento della Polizia borbonica ci dice che nel 1837 i “tenutari” della “casa” di Porta Capuana erano gli ottajanesi Francesco Perillo e Giovanni Di Palma, la cui condotta era “in ogni momento rispettosa della legge”. I Perillo controllavano nella sola Ottajano 4 “taverne” in cui era autorizzato il gioco delle carte “fino ad ora tarda”: e di solito questa autorizzazione il Decurionato la concedeva solo a chi aveva l’autorevolezza necessaria per mantenere l’ordine e per evitare che nelle bettole il vino e il gioco alimentassero risse e confusione. Erano così “autorevoli” i Perillo che ad essi e ai Di Palma i Medici affidarono, proprio in quegli anni, il compito di vendere ai bottegai napoletani del Porto e del Mercato il vino “del Terzigno”.   E’ lungo l’elenco dei “giochi” che Carlo di Borbone vietò rigorosamente: chiunque venisse sorpreso a praticare questi giochi veniva punito con “tre anni di presidio” – una forma di “soggiorno obbligato”- “se nobile, e con tre anni di galera con la frusta se ignobile” – così si legge nel testo della “prammatica” – : però i “nobili” pagavano anche una multa di 200 ducati, mentre gli “ignobili” dovevano  versare solo 20 ducati: il danaro delle multe veniva dato, di solito, come premio alle “spie” che permettevano alla polizia di sorprendere i giocatori in flagranza di reato. A dieci anni di “presidio, se nobili, di galera, se ignobili” veniva condannato anche chi fabbricava dadi falsi: una legge del 1803 dispose che i pacchetti di carte venissero suggellati da un commissario e da lui venissero aperti sul tavolo da gioco “sotto pena di 10 anni di esilio”. Ma quando Carlo se ne andò in Spagna, le sue leggi sul gioco persero a poco a poco incisività e efficacia, e il figlio Ferdinando gli scrisse che la colpa era soprattutto di chi doveva controllare, e, invece, chiudeva gli occhi e fingeva di non vedere: il danaro fa questo effetto, e la “sentenza” di Ferdinando sarebbe stata ripetuta, in tutte le salse, nei secoli a venire. Fino ad oggi.   I “tenutari” delle “case” più importanti, soprattutto di quelle in cui si giocava il “faraone”, ingaggiavano donne belle e compiacenti e “cavalieri” compiacenti e belli il cui compito era quello di “spingere” verso i tavoli da gioco signore e signori, napoletani, italici e stranieri, forniti copiosamente di moneta: si guadagnò da vivere in questo modo, nel suo soggiorno napoletano, anche il principe dei seduttori, quel Giacomo Casanova, il cui cognome ha assunto un significato metaforico. Ma di lui parleremo in un altro articolo, e un articolo dedicheremo alla protezione riservata da Carlo e dai successori al gioco del lotto, che portò copiosi tributi alle casse dello Stato e divenne tema della storia sociale e della letteratura napoletane.  

Terzigno Verde riparte: al via le escursioni serali con meditazione nel Parco Vesuvio

Natura, benessere e consapevolezza ambientale: ogni Sabato d’Estate appuntamento nel Parco Nazionale del Vesuvio con le iniziative curate dall’associazione Terzigno Verde OdV, tra trekking, meditazione e aperitivi al tramonto. – Ripartono le iniziative estive di Terzigno Verde con un calendario di appuntamenti dedicati alla scoperta del territorio, alla tutela dell’ambiente e al benessere della persona. Per tutta l’Estate, ogni Sabato sera sarà possibile partecipare a escursioni serali abbinate a momenti di meditazione immersi nella suggestiva cornice del Parco Nazionale del Vesuvio. L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere una fruizione consapevole del patrimonio naturalistico vesuviano, creando occasioni di incontro, conoscenza e connessione con l’ambiente. Il primo appuntamento è in programma Sabato 27 Giugno 2026 con l’evento “Escursione al Chiaro di Luna e Meditazione nel Bosco”, organizzato in prossimità del plenilunio di Giugno, conosciuto come la suggestiva Luna della Fragola. I partecipanti percorreranno un facile e suggestivo sentiero che conduce al Bosco della Cupaccia di Terzigno, uno dei luoghi più panoramici e affascinanti del territorio, accompagnati dalla luce della luna piena e dai suoni della natura. Al termine del percorso è previsto un momento di meditazione guidata pensato per favorire l’ascolto interiore e rafforzare il legame tra la persona e l’ambiente naturale, in un’atmosfera unica e coinvolgente. L’escursione sarà curata da Francesco Servino, presidente dell’associazione Terzigno Verde e guida naturalistica. La meditazione sarà invece guidata dall’insegnante Rosaria Di Maria, che accompagnerà il gruppo in un’esperienza di rilassamento e consapevolezza immersa nella quiete del bosco. «Percorrerne i sentieri del Parco significa creare un legame concreto con il territorio e contribuire anche alla sua salvaguardia. I sentieri frequentati rappresentano il più efficace presidio contro il degrado e contro chi porta morte e distruzione in questi luoghi. Allo stesso tempo, la meditazione ci aiuta a sviluppare una connessione più profonda con l’ambiente naturale, rendendoci più consapevoli e sensibili verso ciò che ci circonda. Le iniziative di Terzigno Verde vogliono proprio unire questi due aspetti: la conoscenza e la frequentazione del territorio da un lato, la crescita della coscienza ambientale dall’altro. Solo ciò che si conosce e si ama si è davvero disposti a difendere» dichiara Francesco Servino. L’intero calendario estivo di Terzigno Verde sarà caratterizzato da appuntamenti settimanali che uniranno escursionismo e pratiche di benessere, offrendo ai partecipanti l’opportunità di vivere il Parco Nazionale del Vesuvio in una dimensione più autentica, lenta e consapevole. L’appuntamento del 27 Giugno prevede il ritrovo alle ore 20:00 presso l’Agri Resort del Vesuvio, in via Vicinale Lavarella a Terzigno. L’esperienza, della durata complessiva di circa due ore, prevede un contributo di partecipazione di 15 euro. Si consiglia di portare con sé acqua, un tappetino da yoga o un telo mare per la meditazione e di indossare abbigliamento comodo con pantaloni lunghi, scarpe chiuse adatte alla camminata e un giubbotto leggero. È consigliato, ma non indispensabile, l’utilizzo di una torcia e dei bastoncini da trekking. Per partecipare è necessaria la prenotazione ai numeri 3934577654 o 3421976757.  

“I bambini non si toccano”: Casalnuovo in piazza dopo l’abuso su un minore

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Da giorni la comunità di Casalnuovo è profondamente scossa da un tragico episodio avvenuto la scorsa settimana.

Secondo quanto emerso, un bambino di 12 anni si sarebbe recato in un negozio per ritirare una pergamena quando, nel retro della bottega, avrebbe subito un abuso da parte del commerciante, un uomo di 47 anni.

A raccontare il dramma è stata la madre del minore attraverso i social network: «Gli è stata strappata l’infanzia in un istante». Circa un’ora dopo l’accaduto, il bambino, fortemente traumatizzato, avrebbe chiamato il padre chiedendogli: «Mi prometti che non ti arrabbi?», prima di confidargli quanto successo.

Secondo le informazioni diffuse finora, l’uomo si sarebbe presentato spontaneamente alle autorità, costituendosi. Le forze dell’ordine stanno ora svolgendo tutti gli accertamenti necessari per ricostruire la vicenda e verificare ogni dettaglio.

L’episodio ha lasciato senza parole non solo i cittadini di Casalnuovo, ma anche gli abitanti dei comuni limitrofi. Nella serata di ieri si è svolta una fiaccolata alla quale hanno partecipato numerose famiglie, genitori e bambini, per chiedere giustizia e manifestare vicinanza alla vittima.

«I bambini non si toccano» è stato il messaggio più volte scandito dai partecipanti, che hanno invitato l’intera comunità a non rimanere in silenzio davanti a una vicenda che ha profondamente colpito il territorio.