I DISASTRI ARRICCHISCONO, LA PREVENZIONE NO

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Della frana di Ischia non parla più nessuno. Si nascondono fatti e responsabilità per concentrarsi sui tanti soldi che saranno spesi per “mettere in sicurezza” il territorio.
Di Amato Lamberti

Della frana di Casamicciola non ne parla più nessuno: eppure non è passata neppure una settimana. Ma si sa che queste notizie che rimandano a precise responsabilità a diversi livelli istituzionali si consumano in breve tempo, perchè grande è la fretta di nascondere sotto una coltre di silenzio le disattenzioni, le inadempienze, i mancati interventi degli Enti e degli uffici preposti al monitoraggio e alla salvaguardia del territorio.

Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni prima avevamo scoperto, grazie ad una indagine della Magistratura, che l”Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (L”ARPAC) era, per un verso, una dependance esclusiva di un partito politico di dimensioni familiari, anzi familistiche, nella quale sistemare in allegra brigata parenti, sodali, portaborse e galoppini, senza titoli e competenze per assicurare un qualsiasi servizio di tutela ambientale; e, dall”altro, una sorta di associazione a delinquere che distribuiva appalti e consulenze finalizzati solo a raccogliere consensi elettorali. Del territorio, delle sue fragilità idrogeologiche, dei problemi di inquinamento, naturalmente, non se ne occupava nessuno, perchè i disastri pagano molto più che la prevenzione.

Un evento catastrofico produce morti, dissesti del suolo, distruzione di strade ed edifici, ma mette nello stesso tempo in moto una macchina perversa di interventi di somma urgenza, di richiesta urgente di fondi per far fronte alle necessità più immediate, di studi sulle condizioni dei territori colpiti, di progettazione di interventi per il consolidamento dei costoni, che danno alla politica la possibilità di distribuire appalti, subappalti, forniture, consulenze, progettazioni secondo le regole clientelari più consolidate, quelle della fedeltà, dell”appartenenza e della spartizione. Ogni disastro, in altre parole, attiva un banchetto al quale la politica invita parenti, amici e benefattori e dove si festeggia lo spreco dei fondi pubblici.

Ma di queste cose giornali e telegiornali non parlano, intenti come sono a celebrare i rituali del pianto e dell”indignazione. Come scrive il prof. Vallario, geologo di fama internazionale, “Ad ogni crollo, frana, inondazione, seguono sempre buoni propositi sull”avvenire, dichiarazioni sulla imprevedibilità del fenomeno, commissioni d”inchiesta, ma tutto si esaurisce in un nulla di concreto, in attesa del prossimo disastro, per riproporre analogo rituale”.

Nel suo libro, “Il dissesto idrogeologico in Campania”, c”è una cronistoria di frane ed alluvioni che è impressionante perchè registra come alcuni contesti territoriali siano interessati da eventi calamitosi con una frequenza che consiglierebbe addirittura lo spostamento della popolazione, o quantomeno il blocco totale di ogni nuova costruzione. L”isola di Ischia, ad esempio, è interessata strutturalmente da fenomeni franosi a partire dal IV secolo a.C. Un esempio di totale disattenzione al territorio è quello di Monte Pendolo a Gragnano.

Nel 1764 alcune frane sul versante nord provocarono numerose vittime e molti danni. Nel 1841 diverse frane sui versanti nord e ovest provocarono 100 vittime e danni anche all”abitato di Gragnano. Nel 1935 imponenti fenomeni franosi sul versante nord investirono l”abitato di Gragnano, provocarono numerose vittime e ingenti danni economici. Altre frane di rilevante importanza, per fortuna senza vittime, si registrarono nel 1939, nel 1949, nel 1951, nel 1953, nel 1956, nel 1958. Nel 1963 una serie di frane provocarono una vittima e molti danni. Nel 1971 una frana sul versante sud travolge l”Hotel La Selva di Gragnano e molte altre abitazioni provocando anche sei vittime. Nel 1997 un frana si abbatte su un ricovero di animali facendo molte vittime.

In questa situazione di pericolosità, ancor oggi si continua a costruire, e non solo abusivamente quasi a sfidare il pericolo incombente di un monte che già nel nome ricorda la sua condizione di instabilità. Le autorità competenti non sono interessate ad intervenire perchè Monte Pendolo è una specie di assicurazione permanente per gli amministratori: ogni volta che frana, e frana spesso, arrivano soldi per appalti, studi, consulenze, con i quali soddisfare le proprie clientele e rinforzare il pacchetto di consensi elettorali. Se muore qualcuno, ci saranno anche le televisioni e giornalisti da tutte le parti d”Italia.
(Fonte foto: Rete Internet)

I TEMI TRATTATI DAL PROF. LAMBERTI

IL CROCIFISSO A SCUOLA

La decisione della Corte di Strasburgo sul crocifisso a scuola è debole, perchè non tiene conto della dimensione culturale ed educativa che esso evoca.
Di don Aniello Tortora

C”è stata una vera bufera dopo la sentenza della Corte europea di Strasburgo che dice ‘no’ al crocifisso a scuola. Il governo ha annunciato che farà ricorso. Sulla questione sono intervenuti i vescovi. “La decisione suscita amarezza e non poche perplessità: fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”, fa sapere in una nota la Conferenza episcopale italiana” (Cei).

Secondo la Corte dei diritti dell’uomo la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Il caso era stato sollevato alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

Secondo la sentenza di Strasburgo il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.
Secondo la Cei, “risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale. Non si tiene conto del fatto che l’esposizione nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come ‘parte del patrimonio storico del popolo italiano’, ribadito dal Concordato del 1984”.

Il crocifisso rappresenta “una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è davvero irresponsabile voler cancellare”. Lo ha affermato in un’intervista alla Radio Vaticana, mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interreligioso, commentando la sentenza della Corte europea di Strasburgo.

“A me pare – ha aggiunto mons. Paglia a proposito della sentenza – che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perchè la laicità – ha spiegato – non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”. “Pensare di venire in loro aiuto facendo tabula rasa di tutto -ha proseguito- mi pare davvero miope anche perchè presuppone una concezione di cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla o ha solo quello che rimane sradicando da ogni storia, tradizione, patrimonio”.

Il presule ha ricordato che i luoghi pubblici italiani sono stracolmi di crocefissi: “non credo – ha osservato – che ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle strade e nelle piazze italiane perchè levano la libertà di religione”. Mons. Paglia, ha respinto l’argomentazione secondo cui il crocifisso nelle aule scolastiche rappresenti un’imposizione. “Non lo credo – ha spiegato -. È un ricordo di che cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e da cui emerge un valore di gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualunque fede apparteniamo”. “In questo senso -ha concluso- c’è una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è irresponsabile davvero voler cancellare”.

Su questo argomento vorrei ricordare cosa scrisse Natalia Ginzburg, famosa scrittrice del Novecento, non cattolica. Riporto alcuni pensieri tratti dall’articolo “Quella croce rappresenta tutti”, pubblicato su L”Unità del 22 marzo 1988 e ripreso in questo periodo da alcuni giornali.

(…) Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C”è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perchè mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?

Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l”immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l”idea di Dio ma conserva l”idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c”è immagine.

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perchè prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.
E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perchè troppo forte e da troppi secoli è impressa l”idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.(…)

Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre.
Amano magari il crocifisso e non sanno perchè. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

A me pare proprio che nel nome del Crocifisso non si debba fare nessuna “guerra di religione”.
Sarebbe in contraddizione con quanto rappresenta per i cristiani.
Certo è un problema complesso. Ma penso che sia assurdo, nel 2009, “opporci” l”uno all”altro.
Il mondo va incontrovertibilmente e velocissimamente, lo vogliamo o no, verso l”unità, la fraternità, la “globalizzazione della solidarietà”, il dialogo, la “convivialità delle differenze”.
A “certi” pseudo- cattolici (o “religiosi-civili”) poi, che si “servono” del crocifisso per fare le crociate, per scopi di propaganda elettorale o per mandare via gli immigrati, vorrei dire che “probabilmente” quel Dio appeso alla Croce a noi cristiani ha insegnato altre cose: la tolleranza, il perdono, l”amore per il nemico, la misericordia, l”accettazione dell”altro in quanto persona.

Questo è bene che lo ricordiamo tutti. Anche quelli (“cristiani cattolici”) che sono pronti a “difendere” il crocifisso, ma poi con i loro comportamenti “mettono in croce” gli altri con il loro egoismo e con la loro incoerenza.
Il vero cristiano, (questo ho capito della mia fede), è colui che non solo porta la croce, come il Maestro, ma si fa “cireneo” con e per gli altri.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ABITARE LA LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA

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Diario di bordo di pomeriggi trascorsi a scuola con gli studenti per conoscere e “abitare” la Legalità Interculturale. Dai giovani arrivano importanti lezioni di vita.
Di Annamaria Franzoni

Nel corso della seconda settimana di Novembre hanno avuto inizio, presso il Liceo Scientifico Statale “G. Mercalli” e presso la S.M.S. “C. Poerio” di Napoli, i pomeriggi dedicati al tema della “legalità interculturale” attraverso una serie di attività che includono anche la visione di film, accuratamente scelti dal gruppo di lavoro, che favoriscano il processo di conoscenza della cultura dell”altro.

Non è stato semplice selezionare i film che potessero aiutarci a stimolare un approccio critico alla complessa realtà d”oggi giorno e sviluppare comportamenti consapevoli e responsabili.
La filmografia sul citato tema, infatti, è ampia, ma troppo spesso i messaggi che sono sottesi a certe situazioni rappresentate nel cinema possono esporre i nostri adolescenti ad interpretazioni erronee o fuorvianti.

Il primo film scelto è stato “Il sapore della vittoria”, film americano del 2001 (titolo originale “Remember the Titans”) per la regia di Boaz Yakin che narra le vicende (realmente accadute) della squadra di football americano di un liceo della Virginia: le tremende tensioni razziali vissute dai giovani liceali, bianchi e neri, per la prima volta “insieme” dopo il crollo dell”apartheid e magistralmente rappresentate si disciolgono via via durante lo stage estivo di selezione della squadra. Il rientro dopo la faticosa costruzione del gruppo, la mentalità imperante tra i concittadini si palesano drammaticamente al rientro tra i banchi di scuola.

Dopo la visione del film, in un” atmosfera emozionalmente forte, ho invitato i partecipanti a comporre insieme l”albero delle emozioni: ciascuno di noi aveva infatti una foglia di carta su cui scrivere la propria emozione per condividerla spiegando ai componenti del gruppo.
È sempre bello leggere il contenuto delle foglie, rigorosamente anonime, ma che prendono forma e consistenza nel dibattito in cui ognuno spiega il quando, il come e il perchè delle emozioni provate.
I giovani spettatori hanno provato prevalentemente sentimenti positivi: la gioia, la felicità, l”amicizia, la fratellanza, l”amore fraterno, l”unità:. anche se tutte queste emozioni erano intrise anche di rammarico, di dolore, di tristezza e spesso di rabbia originati dall”impotenza di fronte all”arroganza di chi impedisce il dialogo tra culture e modi di essere differenti.

La principale riflessione che è venuta fuori dal gruppo è sintetizzabile nel concetto che il confronto interculturale si può ottenere solo attraverso un processo di conoscenza della cultura dell”altro. Troppo spesso, hanno detto i ragazzi, si teme ciò che non si conosce!
Ancora una volta, quindi, così come nel film, è emerso che i giovani, più degli adulti, sono disponibili al dialogo, a gesti concreti di solidarietà, all”accettazione della diversità e quindi a sostenere il passaggio dall” integrazione del “diverso” all’ interazione con il “diverso”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA FORZA DI UNO STATO É NELLA LINGUA

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Resistenza, accoglienza e la necrotizzazione della nostra lingua.
Di Giovanni Ariola
All”ultima parte del dialogo tra i due esimii professori Carlo A. ed Eligio Ligio ha assistito il dottorino, giunto nel laboratorio da poco e sedutosi poco distante con discrezione per timore di disturbare; stringe in mano con delicatezza “La vita bassa” di Enzo Siciliano che, si ricorderà, su consiglio del prof. Carlo, aveva preso in prestito in Biblioteca da portarsi in vacanza e che ora è venuto a restituire (PER LEGGERE L”INIZIO DEL DIALOGO).
– Quello che ho testè ascoltato – dice con un lieve tremolio nella voce – collima con il contenuto di questa gustosissima operetta di uno scrittore che ancora una volta si rivela un acuto osservatore della società del nostro paese e ne dà, con un tono tra l”ironico, il satirico e il divertito, ma anche con una sottile vena di preoccupata amarezza, un resoconto fedele attraverso ampie citazioni dalla lingua mescidata, meticcia parlata oggi.
Ecco cosa scrive in riferimento a certo linguaggio giovanile: “È arrivato un bastimento giovane carico di::griffe, graffiti, gaffe, vaffa, style, stress, strip, stop, slot, loft, soft, flip, flop, hip, hop, hit, hot, tip, top, gap, trip, trick, trans, trends, test, best, must, cult, suv, suck, slum, punk, pub, hub, sub, club, cool, care, car, change, lounge, loop, look, lock, talk, doc, vip, clip, cheap “n” blues off-the-road:
-Volenti o nolenti – osserva il prof. Carlo – dobbiamo constatare che tale fenomenologia linguistica in cui prevale così prepotentemente la lingua angloamericana, si va affermando in tutti paesi del pianeta sulla base di un principio ormai incontrovertibile e universalmente accettato: il paese politicamente ed economicamente dominante finisce per esportare nei paesi più deboli la sua cultura,la sua lingua e altri elementi (non sempre i migliori, purtroppo) della sua civiltà.
– Se ricordiamo – conferma il prof. Eligio – quello che avvenne nell”antichità con l”impero romano:E, in seguito, con le colonizzazioni del Portogallo in Brasile e della Spagna nei paesi nel sud e nel centroamerica:.
– Sì – continua il prof. Carlo – Ma pensiamo anche ai continui innesti linguistici che hanno effettuato le varie dominazioni straniere in Italia, in particolare nel dialetto napoletano, alle tantissime parole travasate e col tempo poi cadute in disuso o del tutto scomparse:Penso, per citarne solo alcune, ai francesismi pendendiffo (con le varianti pennendiffo, pennenniffo, dal fr. pendentif = monile, ciondolo); remontuar (dal fr.remontoir = orologio); tirabusciò (dal fr. tirebouchon = cavatappi); e agli spagnolismi cantimbrora (dallo sp. cantimplora = recipiente di stagno o di vetro generalmente con ghiaccio per tenere in fresco il vino o altri liquidi); baccalà (anche in italiano, dallo sp. bacalao = merluzzo essiccato e salato); bazzeca (in italiano bazzica; dallo sp. baciga = giuoco che si fa con le carte e con il bigliardo); trafeca e trafecà (dallo sp. trafegar = travasare).
Ecco, nel corso dei secoli, laddove non è avvenuto la sovrapposizione della lingua del popolo occupante su quella del popolo occupato, si è verificato sempre questo fenomeno di esportazione di termini singoli e di modi di dire dai dominatori ai dominati, parole che si sono incistate nella lingua dei sottomessi e sono state accolte volontariamente o imposte dalla necessità oggettiva e usate non sempre fedelmente, per una naturale tendenza della lingua indigena a resistere, rigettare la lingua estranea o anche ad assimilarla, perciò quasi sempre modificate, in certi casi storpiate. Èla sorte di tante parole straniere passate nei dialetti come abbiamo visto:
– Vorrei citare – interviene il prof. Geremia Fantasia che, rientrato da poco e sedutosi all”altro capo del tavolo, udendo la materia del discorrere, si è avvicinato – un esempio eclatante di questo fenomeno di deformazione dei prestiti linguistici che troviamo in un poemetto del Pascoli “Italy”, composto nel 1904.
– Questo – osserva il prof. Carlo – porta il discorso sul plurilinguismo in letteratura che è un tema vasto e affascinante. Ma qui siamo in un campo diverso di trasformazione linguistica, quello creativo degli scrittori, che è cosciente e razionale rispetto ai mutamenti prodotti dall”uso che per lo più è un insieme di atti spontanei e non sempre consapevoli, ma: ne parleremo in altro momento.
Per restare ad un discorso prettamente linguistico, ancora una volta bisogna riconoscereche a dettar legge e a regolare l”evolvere di una lingua è prevalentemente l”uso che è strettamente legato ad una esigenza obiettiva che hanno gli uomini di comunicare, ossia di parlare in modo da comprendersi:.
– Se la mettiamo su questa base, – ribatte il prof. Geremia – allora mi chiedo che bisogno c”è di scrivere da parte dei giornalisti su un giornale italiano destinato a lettori italiani frasi come “Stalking: Spara alla sua ex e al suo nuovo convivente” o “Il pressing di Silvio su Gianfranco” o “Maquillage ecologico per il Conservatorio” e ancora “Task force di pediatri per vincere il virus A”; “Trionfa la slow economy“? Perchè non parlare di “comportamento persecutorio”, di “pressione”, di “restaurazione”, di “gruppo di esperti”, di “economia a ritmo rallentato”?
– Debbo riconoscere – ammette il prof. Carlo – che molte volte si esagera e l”uso di termini stranieri, quando segue pedissequamente la moda, risulta gratuito e arbitrario e contribuisce ad un processo di necrotizzazione della nostra lingua. Ritengo perciò che a questo uso sconsiderato, superfluo e dannoso per la nostra lingua bisogna opporre da parte di tutti una ferma resistenza.
Diverso invece il discorso quando si viene in contatto con parole che viaggiano con gli immigrati con i loro usi e costumi con la loro identità etnica. Prendiamo la parola kebap o kebab (in arabo “carne arrostita”, detto in modo completo doner kebap =carne arrostita che gira) che è legata alla consuetudine degli arabi di cuocere fettine di carne, di solito di agnello, di manzo, di montone e di pollo, non di maiale che è vietato dalla loro religione, infilate in uno spiedo verticale che gira presso una fonte di calore e di servirla in un piatto o in un panino (pane arabo) condito o no con spezie e piante aromatiche come origano, menta, cumino, coriandolo, cannella, aneto, e con salse piccanti o meno.
È una consuetudine antica risalente all”età ottomana quando si diffuse nel Mediterraneo. Ora è arrivata anche in Italia e diciamo in Europa, essendo già diffusa negli Stati Uniti. È una parola che non si può non accogliere nè si deve italianizzare perchè tra l”altro sarebbe irriguardoso:.Ma l”uso, abbiamo detto, è sovrano. Ed ecco:sono nate le parole kebabbaro e kebabberia per indicare il venditore di kebab e il negozio dove si vende. Alla fine, direi di esser contenti: la nostra lingua si è arricchita di neologismi:gustosi, saporiti,,,perchè, credete a uno che l”ha assaggiato, il kebap o kebab, che dir si voglia, non è niente male. Provare per credere.
Dimenticavo un altro condimento del kebap: il sorriso cortese e sincero del kebabbaro.

LE CONDOTTE NEVROTICHE DEI GIOVANI E NON SOLO

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I problemi familiari, scolastici, socio-affettivi, adolescenziali, esistenziali, possono avere una loro soluzione, così come il bisogno di giovani e adolescenti in cerca di orientamento e punti di riferimento.
Di Silvano Forcillo
Il “Gruppo d”Incontro” è una possibile soluzione dei problemi della nostra società, specie per quelli adolescenziali e delle varie “dipendenze”.
La psicoterapia di gruppo può essere vista come una delle possibili soluzioni e uno dei trattamenti terapeutici, per lo sviluppo di un processo di cambiamento “multi-persona”. Considero “il gruppo” e, in special modo, il gruppo psicoterapeutico, il luogo ideale-realistico, in cui ogni individuo, può liberamente esprimere, maggiormente potenziare e sviluppare l” “Io cosciente individuale-interiore” e l” “Io cosciente sociale-esteriore”, cioè la “Persona Integrata”,la Persona che sa vivere e tenere ben unite e positivamente interagenti, tra loro, le due dimensioni proprie della crescita e dell”autorealizzazione personale: la dimensione “sensibile interiore e la dimensione razionale esteriore”.
Sono convinto, che la “Persona Integrata”, più di qualsiasi altro tipo di “Persona”, può efficacemente, positivamente e produttivamente realizzare se stesso, in un contesto socio-affettivo, socio-lavorativo, o in un”interazione interpersonale e relazionale con gli “altri” , sperimentando, in un”autentica e sorprendente sinergialo “stare comodo”, con sè stesso e, di conseguenza, con gli altri. Proprio, con quegli altri che, il più delle volte, costituiscono la fonte del proprio malessere psicofisico ed esistenziale, delle condotte a rischio e dei comportamenti di dannosa dipendenza affettiva, psicologica e strumentale.
Il comportamento nevrotico, il malessere ed il vuoto esistenziale, le “condotte a rischio”, la quasi totalità delle forme di dipendenza e la ricerca spasmodica ed incontrollata del piacere, attraverso pericolosi e letali pratiche di un divertimento fine a sè stesso,possono essere viste, nell”ottica di una personale esperienza, di non aver saputo vivere positivamente ed accettare gli intensi, inaccettabili e dolorosistati emotivi che, spesso ci offre la vita. Nella solitudine del proprio Io e di un Sè, non ancora strutturato, per proteggerci dalla sofferenza e dal dolore, rincorriamo a condotte nevrotiche, dalle quali originano le diverse psicopatologie e la maggior parte dei disturbi mentali e/o comportamentali.
Il fondamentale compito dello psicoterapeuta di Gruppo è, quindi, quello di facilitare nell”individuo, che ricorre al trattamento di gruppo, la rielaborazione, il riconoscimento e la completa accettazione del proprio Sè. Con l”esperienza di gruppo più che con l”esperienza della terapia individuale comincia il faticoso e non sempre facile ma affascinante viaggio insieme agli altri verso la crescita personale, l”autodeterminazione e l”autorealizzazione, per imparare a vivere meglio se stessi, gli altri e la propria vita insieme agli altri.
É molto bello assistere al graduale abbandono dell”atteggiamento ansiogeno, rigido e difensivo, di ciascun membro, man mano che ognuno cerca di scendere dal “collo in su”, per imparare a stare dal “collo in giù”, abbandonando cioè l”uso esclusivo della razionalità nel rapportarsi all”altro e avvicinandosi gradualmente al doloroso sentire. É veramente significativo seguire il cambiamento di ognuno, secondo le peculiari caratteristiche, il personale lavoro e il coraggio di “osare essere” e “osare vivere” un poco di più ad ogni incontro di gruppo. Il tempo del processo evolutivo di gruppo, finalmente, rende giustizia: “le ragioni del cuore, cominciano ad avere la meglio sulle ragioni della testa”.
Non tutti lo fanno, almeno non subito e, non sempre consapevolmente; non tutti sono convinti, anzi, alcuni scettici, continuano a radicarsi maggiormente nel loro rigido comportamento difensivo. Tuttavia, ciascuno, secondo il proprio tempo, garantito peraltro dal tempo del processo di crescita e di fiducia del gruppo, percepiscono di stare in un posto sicuro e affidabile, in un posto in cui ognuno, secondo le caratteristiche personali, avverte che potrà trovare il vero modo di vivere appieno la propria vita, liberandosi dalle catene della schiavitù, che hanno per lungo tempo ostacolato la realizzazione della “libertà personale”, catene fatte di “credenze credute essere vere e ricevute fin dall”infanzia”;
di “paura di non essere amati o di essere amati di meno”, se si fosse osato e, se si osasse essere quello che veramente si è; paura di prendere spazio e di pretendere attenzione e riconoscimento, la qual cosa ugualmente avrebbe causato la paura di non essere amati o essere amati di meno; necessità di assumere sostanze, o servirsi di mezzi, strumenti e strategie, per essere felici, per essere accettati, amati, o per potere funzionare meglio, perchè impauriti dal non essere amati o essere amati di meno.
Quindi, l”avvalersi della psicoterapia di gruppo, quale strumento e trattamento psicoterapeutico delle diverse psicopatologie e delle diverse forme di dipendenza,può essere, senza alcun dubbio, considerato un”efficace soluzione ai problemi della nostra società, in particolare modo, ai problemi familiari, scolastici, socio-affertivi, adolescenziali, esistenziali e può rappresentare anche una valida soluzione per quegli adolescenti e giovani bisognosi di orientamento e di validi punti di riferimento.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’ITALIA DAL 1963 AL 1968. TRA CAOS E SVILUPPO

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Molti eventi si susseguono in quegli anni: tentativi di golpe, il boom economico, la pubblicazione di “Lettera a una professoressa” di don Milani. Il Paese cresce, ma in modo caotico.
Di Ciro Raia
La sera del 3 giugno 1963 il “papa buono”, il pastore della speranza, muore. I cardinali riuniti in conclave eleggono capo della Chiesa, il 21 giugno, l”arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che prende il nome di Paolo VI. Il nuovo pontefice, nel discorso di investitura, chiarisce subito l”indirizzo del suo papato: rinnovamento ma senza mutamenti arbitrari.
Non è un felice momento per i leader. Il 21 agosto 1964, infatti, muore, a Yalta, Palmiro Togliatti. I funerali, celebrati quattro giorni dopo nella piazza di San Giovanni, in Roma, registrano la partecipazione di un milione di persone.
Intanto, sempre nello stesso mese di agosto del 1964, il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è colpito da una trombosi cerebrale. Non potendo esercitare le funzioni assegnategli dalla Carta Costituzionale, è sostituito nell”ufficio dal presidente del Senato, Cesare Merzagora. Perdurando, però, l”inabilità di Segni, si è costretti ad andare ad una nuova elezione della più alta carica dello Stato. Ed il 28 dicembre 1964, dopo 21 scrutini, con 646 voti è eletto Giuseppe Saragat. Votano per lui la DC, il PCI, il PSI, il PSDI ed il PRI.
Ma l”avvenimento più drammatico di quei giorni resta la voce relativa ad un presunto colpo di stato militare. Il generale Giovanni De Lorenzo, capo del SIFAR (Servizio Segreto delle Forze Armate), è l”ispiratore del “Piano Solo” (così chiamato, perchè prevede l”intervento solo dei carabinieri nel momento in cui la travagliata vita politica italiana avrebbe richiesto l”intervento dei militari). Ma l”ora X, fortunatamente, non scatta e non scatta nemmeno il “governo dell”ordine”.
In un”Italia distratta dal mito delle vacanze, Pietro Nenni lancia l”allarme di un possibile ritorno del fascismo. Ma il pericolo non sussiste: l”elezione del nuovo Presidente della Repubblica e la ricostruzione politica iniziata dal governo Moro sembrano aver ristabilito il clima e fugato il pericolo di un golpe militare. I governi presieduti da Moro, anzi, danno una certa stabilità politica al paese. Le intese del quadripartito (DC, PSI, PSDI, PRI) durano, attraverso quattro gabinetti, dal 1963 al 1968. Poi, dopo un altro beve governo monocolore, a guida del democristiano Giovanni Leone, nasce un”intesa tripartita (DC, PSI, PRI) guidata dal DC Mariano Rumor; vicepresidente del consiglio dei ministri è nominato il socialista Francesco De Martino.
Il boom economico trasforma il costume del paese. Muta, infatti, il modo di vivere di gran parte degli Italiani. Nonostante la permanenza di molte sacche di povertà, specie al sud, a tavola si mangia carne tutti i giorni; le donne sono alleviate nelle mille faccende domestiche dall”uso sempre più massiccio degli elettrodomestici; si scoprono i “fine-settimana” e le gite domenicali che, insieme all”introduzione dei ponti festivi, promuovono il turismo di massa e quello culturale.
Gli Italiani vedono nell”investimento in Borsa una sorta di beneficenza, che fa raddoppiare o triplicare i capitali. Ognuno cerca di acquistare una casa di proprietà; la speculazione edilizia saccheggia ipolmoni di verde delle città, delle coste e delle montagne. Comincia la corsa all”acquisto della casa per la villeggiatura. Le vacanze di massa riempiono spiagge e monti. L”auto è, ormai, alla portata di tutti ed anche i più giovani possono muoversi con la Lambretta 100, lo scooter pubblicizzato a basso costo e a basso consumo.
Una coraggiosa siciliana diciottenne di Alcamo, Franca Viola, mette fine ad un antico tabù italiano. Rapita e violentata da uno spasimante, rifiuta le “nozze riparatrici” e fa arrestare il violentatore. Il paese si spacca in due; la parte più retriva condanna il gesto della ragazza, quella più progressista plaude, invece, al coraggio di Franca, che ha sfidato e sconfitto una cultura consuetudinaria. È un”autentica rivoluzione, che abbatte una ritualità secolare di subordinazione femminile.
Anche la Chiesa è attraversata dal vento della trasformazione. Nel mese di marzo del 1967, infatti, il papa Paolo VI firma l”enciclica “Populorum progressio”; in essa sottolinea la preoccupazione dei cattolici per lo sviluppo delle popolazioni del Terzo Mondo. Lo stesso papa, poi, abbatte le barriere esistenti tra la Chiesa cattolica ed i paesi dell”est comunista, ricevendo in Vaticano il presidente del Soviet Supremo dell”URSS, Nikolaj Podgornij.
Sempre nel 1967, nel mese di maggio, don Lorenzo Milani, un prete scomodo e rivoluzionario che opera a Barbiana, sulle sperdute colline del Mugello (foto), pubblica “Lettera a una professoressa”. Il testo mette sotto accusa l”insegnamento tradizionale della scuola italiana ed il suo sistema di valutazione. Il libro suscita un dibattito amplissimo e, come spesso capita, divide il paese pro e contro don Milani. “Lettera a una professoressa” diventa il simbolo della contestazione giovanile ed è considerato più valido dello stesso “libretto rosso” di Mao-Tse-tung. Purtroppo, però, don Lorenzo Milani non riesce a dare ulteriore voce al suo dissenso: muore, a luglio del 1967, stroncato da un linfogranuloma.
Ormai l”Italia ne ha fatta di strada! Ma nonostante sogni, contestazioni e riforme, resta una nazione con enormi contraddizioni. Così, se è il paese che ha abolito la pena di morte è anche quello in cui si commettono ancora numerosi “delitti d”onore”. Ed è il paese dove i bambini sono coccolati e gli anziani emarginati, dove i ricchi sono veramente ricchi ed i poveri veramente poveri, dove la religione convive con la superstizione, dove le persone perbene contano poco e gli arrampicatori sociali e gli arrivisti contano più di tutti!
(Fonte foto: Rete Internet)

ALLA REGIONE CAMPANIA NON BASTANO SIMBOLI, OCCORRE CAMBIARE SUL SERIO

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La parte avversa al centro-destra sta pensando a Roberto Saviano come successore di Bassolino. Intanto, Cosentino, nonostante tutto, ha iniziato la sua campagna elettorale. In compagnia di grossi pezzi e monsignori.

Caro Direttore,
lo so, i potenti riflettori accesi sui decessi a Napoli per l”influenza A (quasi a voler fare apparire il capoluogo campano come una sorta di deposito di responsabilità di tutti i mali e, quindi, anche del virus H1N1), annebbiano lo sguardo su altri avvenimenti molto importanti per la vita dei cittadini e del Paese.

Non credo, però, pur in questo momento di preoccupazione, sia un argomento da prendere sottogamba la proposta avanzata da Claudio Fava, nel recente convegno napoletano sulla Legalità, tesa ad indicare Roberto Saviano (l”autore di “Gomorra”) quale candidato governatore per il centro sinistra (scrivo così, perchè ancora non riesco a capire se è un “centrosinistra” o un “centro-sinistra”) alle prossime regionali in Campania. Il nome di Saviano, certo, è suggestivo ed inattaccabile. Specie se gli si riconosce una funzione simbolica, di alto impatto morale, nella contrapposizione al possibile candidato del PDL, Nicola Cosentino, sottosegretario di Stato e, secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, già acquisite dalla Procura di Napoli, “uomo a disposizione dei Casalesi”.

Caro Direttore, immagino che Saviano sia del tutto estraneo a questa proposta e che, a breve, magari ringrazierà Fava e quelli dell”Idv, ma dichiarerà di non essere minimamente interessato. Credo anche che la Campania, almeno in questo momento, non possa affidarsi ad un simbolo per governare. Perchè un simbolo non governa mai da solo, ha bisogno di tante persone, veramente perbene e motivate al buon governo, che gli siano intorno. E la politica, per cambiare, non solo nelle terre del sud, ha bisogno della trasformazione del modo di pensare, della testa, del cuore, delle passioni, dei valori degli elettori. Altrimenti, come si riesce a spiegare che i personaggi più chiacchierati sono anche i più votati?

Caro Direttore, -ripeto un concetto espresso già in precedenti epistole- le vere battaglie si possono vincere solo in nome di idealità radicate. Ti ricorderai che una decina di anni fa, il simbolo del centro sinistra (per me, insisto, è importante capire se è “centrosinistra” o “centro-sinistra”), l”uomo politico da contrapporre a Berlusconi, era Francesco Rutelli. Nel garage di casa mia sono ancora conservati parte dei manifesti, gadget e schede facsimile per l”elezione dell”ex sindaco di Roma alla guida del Paese. Personalmente, poi, ti dirò che ho preso anche parte ad una di quelle cene per finanziare la campagna elettorale di quel candidato premier, che, in cambio della magnanimità dei suoi sostenitori, si sarebbe loro concesso per qualche minuto, avrebbe imbastito un discorsetto ed avrebbe stretto qualche mano.

Per la cronaca, la cena si tenne in una delle ville del Miglio d”oro di Ercolano, ogni commensale sborsò un biglietto da centomila (ancora non circolava l”euro), Rutelli si guardò bene dal farsi vedere. Poi, come ben sai, le cose andarono in un certo modo, per scelta degli elettori; ma il fatto inquietante è un”altro: che quel candidato simbolo non sia riuscito, poi, a conservarsi simbolo politico della parte che lo aveva individuato tale.

Oggi, purtroppo, le “discese in campo” (così si annunciò Berlusconi) sono concesse solo a chi tiene soldi, a chi è ricco e lo vuole diventare ancora di più, non solo in conquista del potere. Almeno dalle nostre parti, il consenso ha un prezzo. E se c”è qualcuno disposto a comprarselo quel consenso, ci sono tantissimi –purtroppo- disposti a vendersi la propria dignità, la coerenza delle proprie scelte, la forza delle proprie idee. E in cambio di cosa? Di favori personali (il permesso di edificare in zone inedificabili, per esempio), della promessa di un posto di lavoro (in campagna elettorale si sprecano le occasioni di futuri inserimenti in gangli produttivi della società), della riuscita (immeritata e a danno dei meritevoli?) ad un concorso, di una cena o di un centinaio di euro. O, comunque, della certezza di avere, per la vita, un nume tutelare, un protettore.


Intanto, è partita la corsa alle candidature. Tu sai, molto meglio di me, che un candidato è così chiamato, perchè anticamente vestito di una toga candida, immacolata (simbolo di purezza per chi aspirava ad una carica). Io non so se il sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, aspirante candidato alla guida della Regione Campania (anche ora che è ufficialmente inquisito dalla magistratura per fatti di camorra), abbia davvero qualcosa a che vedere col clan dei Casalesi. Non so nemmeno se possa mai indossare, simbolicamente, una toga bianca. So per certo, però, che la corsa alla candidatura di Cosentino è partita. E che, comunque finirà -con uomini-simboli o uomini-teste d”uovo o uomini-specchietto per le allodole-, saranno gli elettori (quelli che materialmente segnano la scheda con il simbolo ed il nome del candidato) a decretarne il successo o la sconfitta.

Così, l”altro giorno (è riportata dalla cronaca dei quotidiani di domenica 8 novembre “09), lo stesso sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, ha partecipato ad un convegno-inaugurazione dell”anno scolastico all”istituto parificato più grande d”Europa, quello di Poggiomarino, quello fondato da Rosario Boccia (dice niente tutto questo?). I giornali, poi, hanno registrato che a seguire l”applaudito intervento di Cosentino c”era un parterre de roi: Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, Alberto Bottino, Direttore dell”Ufficio Scolastico Regionale della Campania, Carlo Taormina, fondatore del partito Lega Italia, Giuseppe Gargani, ex Sottosegretario in quota Forza Italia, alcune autorità di seconda fila insieme a qualche monsignore (dice niente tutto questo?).

“Ma il fatto è, mio caro amico, che l”Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua:Ho visto qualcosa di simile quarant”anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”, (Leonardo Sciascia, “A ciascuno il suo”, Einaudi, 1966).

Caro Direttore, ho sempre sostenuto, per esperienza lavorativa, che, paradossalmente, un buon dirigente scolastico ed un pessimo collegio dei docenti non possono fare una buona scuola; un pessimo dirigente ed un buon collegio dei docenti possono, invece, fare una buona scuola. Tale e quale all”arte del governo: servono, al di là di simboli e di punte di diamanti, uomini perbene dappertutto, dall”elettore all”eletto, dal presidente al consigliere, dal segretario al fattorino. Altrimenti è la fine di ogni sogno di buon governo ed allora, per tentare di uscirne in modo sensazionale, si avanzano ipotesi da fantapolitica.

Direttore, sai che sto pensando? Adesso provo a lanciare la tua candidatura alla guida di un ente quale che sia. Tanto, sai scrivere (e credo anche leggere), sei onesto (non mi pare tu abbia capi di imputazione), rendi un buon servizio alla collettività (il tuo giornale on line ha oltre 7.000 contatti quotidiani):l”unico difetto è che smadonni ogni qualvolta cerco di coinvolgerti in qualche percorso che non ti è consono. Tu dici per serietà, per etica; io sostengo, invece, solo per quieto vivere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE TRAGEDIE ANNUNCIATE DEI TERRITORI DIVORATI

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Non è normale che eventi naturali normali, come le piogge d”inverno, diventino occasioni di tragedie. I veri colpevoli sono gli abusi edilizi e gli appetiti dei divoratori dei territori.
Di Amato Lamberti

La frana che a Casamicciola ha ucciso una ragazza, ferito più di trenta persone, trascinato a mare decine di auto, costretto trecento famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni, ripropone ancora una volta la fragilità di un territorio devastato dal consumo scriteriato del suolo. Quarantotto ore di pioggia battente non possono in alcun modo essere una spiegazione o una giustificazione dell”evento disastroso.

È normale, soprattutto in autunno e in inverno, che piova anche in modo abbondante e persistente per più giorni consecutivi. Se le canalizzazioni stradali per l”acqua piovana sono fatte bene e non sono intasate da terra e detriti, l”acqua piovana non allagherà le strade e defluirà senza provocare danno. Se gli alvei naturali che raccolgono naturalmente l”acqua piovana sono intasati da costruzioni abusive, che impediscono il naturale defluire del corso d”acqua, anche impetuoso, che le piogge abbondanti possono alimentare, si formano generalmente masse enormi d”acqua che possono provocare smottamenti e frane anche di grandi dimensioni.

Se un alveo naturale di raccolta delle acque viene trasformato in una strada asfaltata è normale che, in caso di pioggia abbondante, si trasformi in un torrente impetuoso capace di trascinare a valle uomini e automobili. Se un costone anche ripido viene disboscato per procedere a costruzioni di case e di strade, non ci si deve meravigliare che il terreno imbevuto di pioggia, non trattenuto da radici solidamente ancorate, possa improvvisamente smottare trascinando e travolgendo tutto, case, muri, strade. Il suolo non è mai come qualcuno si ostina a credere una piattaforma inerte sulla quale si possa costruire a piacimento. Bisogna prendere in considerazione una molteplicità di fattori di rischio, a cominciare da quello idrogeologico.

Può sembrare paradossale ma nei paesi vesuviani si continua a costruire abusivamente e senza criterio pur sapendo che il territorio è soggetto ad elevatissimi rischi di carattere vulcanico, sismico, idrogeologico. In tutto il mondo, situazioni come quelle vesuviane hanno visto la popolazione allontanarsi a distanza di sicurezza e adottare tecniche costruttive che rendessero il meno tragici possibili gli eventuali eventi sismici. La penisola sorrentina, le isole di Ischia, Capri e Procida, l”intera area flegrea sono zone ad elevato rischio idrogeologico eppure si continua a costruire e a sperare di costruire mettendo a rischio il già precario equilibrio di territori di tale valore paesaggistico, storico e archeologico da meritare misure di salvaguardia totale.

Il ripetersi delle tragedie meriterebbe forse interventi drastici per frenare ogni forma di illegalità e di abusivismo. In un recente dibattito sulla tragedia di Messina, ho reagito con forza alla considerazione, di uno dei partecipanti al dibattito, che non fosse giustificata alcuna misura risarcitoria per i danni subiti da uomini e cose in una situazione di costruzioni in zone classificate come ad altissimo rischio idrogeologico. “Vivendo in quei posti – asseriva il mio interlocutore – sapevano benissimo a cosa andavano incontro. Continuassero ad affidarsi ai santi che evidentemente non sono bastati a proteggerli.”

Una posizione che aveva trovato in sala anche qualche sostenitore ma che mi era sembrata priva di ogni sentimento di civile solidarietà. Il ripetersi di eventi luttuosi impone però interventi più decisi per frenare i divoratori di territorio che, come termiti giganti, sembrano crescere in maniera del tutto incontrollata.
(Fonte foto: Ansa)

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BERLUSCONCITY OVVERO LA TRISTE CITTÁ DI BERLUSCONI

Se volessimo approfondire il tema della città invisibile, a cui abbiamo fatto riferimento quindici giorni fa, dovremmo parlare della città di Berlusconi.
Di Michele Montella

Anche Berlusconi come Minosse ha una civiltà a cui può intitolare il suo nome e come quella minoica la sua è una città inestricabile, in cui presto o tardi ci si trova di fronte ad un inestricabile labirinto. La città di Berlusconi viene considerata l’evoluzione naturale del dedalo labirintico: egli tiene prigionieri eppure, in qualche modo, ci dà l’impressione di essere liberi e di poterci muovere come vogliamo. Il vero mostro non è lui, siamo noi che non riusciamo a raccapezzarci e troviamo inutile ormai anche riflettere su ciò che avviene.

Questa città non è, come qualcuno può incautamente immaginare, la città del “grande fratello” di George Orwell, in cui il capo ti vede, ma al contrario è la città dello specchio, in cui ciascuno, passeggiando per le vie, affacciandosi ai palazzi, stando comodamente al bar, vendendo e comprando mercanzie, non vede altri che se stesso. Il cittadino della città di Berlusconi non si duole di questa condizione, anzi le attribuisce un indice di gradimento altissimo, perchè così non corre il rischio di trovarsi di fronte a qualcosa o a qualcuno di sconosciuto, ritenuto il nemico capitale proprio perchè ignoto, distante, altro da sè.

Il labirinto è costituito da specchi misteriosi che riflettono alla perfezione la realtà, sebbene nessuno dei cittadini riesca a capire (e nemmeno gliene importa di capire) quale sia la realtà riflessa.
Il labirinto dei berlusconiani mescola realtà e verità: “È vero ciò che vedo e siccome vedo solo me stesso è vera solo la mia immagine”.
Tutti gioiscono di questa felice condizione, tutti ne partecipano e nessuno più, ormai da vent’anni, aspetta un Dedalo intelligente che provi a costruire un paio di ali per scappare via.
(Fonte foto: Rete Internet)

PADRI COSTRUTTORI D’ALI

UN PROGETTO CONTRO LA DISPERSIONE SCOLASTICA A NAPOLI

“Chance” nasce per integrare quei ragazzi che erano fuori da tutti i percorsi di formazione e per evitare che, da esclusi sociali, contribuissero al degrado della vita della comunità.

Dobbiamo, forse, partire dalla motivazione che spinse, oltre un decennio fa, gli ideatori del Progetto a dare corpo alla constatazione che, nonostante i notevoli cambiamenti del modo di essere e di lavorare di larga parte della scuola, il fenomeno della dispersione scolastica era e continuava ad essere una realtà drammatica. Inoltre la riflessione proseguiva sull”analisi che tutti i drop aut della scuola presto o tardi diventassero esclusi sociali e che, infine, contribuissero al degrado della vita della comunità.
Non si è quindi posto come un”alternativa alla scuola , bensì come un dispositivo integrativo pensato per quanti già erano “fuori” da qualsivoglia percorso di formazione.

Si è quindi, sempre più chiaramente definito nel corso degli anni, come una “scuola della seconda occasione”, in linea con quanto espresso dall”Unione Europea e la Convenzione di New York sui diritti dell”Infanzia.
Così, in collaborazione con i servizi sociali, gli operatori del Progetto hanno incontrato centinaia e centinaia di ragazzi inadempienti dimenticati dalle scuole della prima occasione che si sono mostrati disponibili a un nuovo patto, insieme ai loro genitori,che si sono sentiti accolti senza pregiudizio e senza condanna.

Il percorso Chance, infatti, ha uno dei suoi principali fondamenti nella relazione educativa interpersonale che gioca una decisiva partita per la sua buona riuscita del percorso stesso.
Per lunghi anni a fatica il piccolo esercito di quanti ha gravitato intorno al progetto per la sua realizzazione e manutenzione si sono dovuti scontrare con i ritardi con cui sono stati distaccati ed utilizzati i docenti: ciò ha comportato di anno in anno sempre maggiori difficoltà e spesso un “interruzione del contatto educativo con i ragazzi “ri_agganciati” dal Progetto.
Ciò aveva trovato una sorta di stabilità offerta dal Comune di Napoli nell” attribuire una sede stabile al Progetto presso l”IPIA di Ponticelli con le risorse necessarie per la sua attuazione. Il MIUR , a sua volta aveva garantito le risorse necessarie, 30 docenti, nella forma stabile di posti in organico della “sezione staccata” denominata “Chance – scuola della seconda occasione”.

Tra modifiche di organico, difficoltà apporti di nuovi docenti, il Progetto è cresciuto e si è evoluto in vario modo cercando sempre di mantenere vivo il suo spirito che lo aveva visto nascere, ma i gli eventi più recenti gli hanno inferto significativi sconvolgimenti su cui in questi giorni, con non poca preoccupazione si è discusso.
Il Progetto ha mantenuto la costante di essere formato da un gruppo di professionisti che, progettando percorsi di cittadinanza attiva, attuano processi di crescita e di sviluppo per giovani in possesso di significative competenze informali, che, se ben orientate, possono far sì che si realizzi il passaggio dall”informalità alla formalità.
Ora, il Progetto Chance si appresta a estendersi a ben 13 scuole di Napoli e Provincia, ciascuna delle quali formulerà uno specifico progetto e lo gestirà in completa autonomia. Per il buon prosieguo del lavoro fin qui svolto, e soprattutto per conservare il patrimonio metodologico acquisito, è necessario che i nuovi docenti e operatori che entrano in gioco possano condividere con quanti l”hanno svolto in precedenza un percorso comune e condiviso, anche al fine di fronteggiare stati emozionali destabilizzati e le carenze strutturali ed organizzative che inevitabilmente si incontrano in realtà sociali emarginate.
(Fonte foto: maestridistrada.blogspot.com)

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