É QUESTIONE MERIDIONALE PIÙ CHE MAI

Gli ultimi dati Svimez sull”economia del Sud Italia ci dicono che la crisi meridionale è talmente grave che perfino gli stranieri preferiscono tenersi alla larga.
Di don Aniello Tortora

Crisi dell”industria, disoccupazione in crescita, calo dei consumi, pochi investimenti.
La recessione economica sta investendo il Mezzogiorno italiano che ormai da sette anni consecutivi cresce meno del Nord, un fatto mai avvenuto dal dopoguerra a oggi.

Questi i principali dati che emergono dal rapporto sull”economia del Sud italiano della Svimez (associazione per lo sviluppo dell”industria nel mezzogiorno), che parla di “un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un centro Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni”.

Gli effetti della crisi sono stati particolarmente pesanti al sud nel settore industriale, che ha visto un calo del pil del 3,8 %, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il sei per cento.
Il meridione è un”area da cui si continua ad emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti che però non si trasformano in sistema nè si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri.

Complessivamente, nel 2008 il prodotto interno lordo (pil) del sud ha registrato un calo dell”1,1, con una minima percentuale di differenza rispetto al centro Nord.
Sempre secondo i dati della Svimez, in poco più di dieci anni, tra il 1977 e il 2008, circa 700.000 persone hanno abbandonato il mezzogiorno.
“L”attuale mix di crisi economica e delegittimazione politica che il sud sta attraversando – si legge nel rapporto – pone ad alto rischio la possibilità di completare la transizione verso un”economia più competitiva e allo stesso tempo indebolisce qualsiasi prospettiva di ripresa nel sistema nazionale”.

Al contrario “occorre essere consapevoli che un progetto nazionale per la crescita del mezzogiorno e per la valorizzazione delle sue potenzialità dipenderà in larga parte dal sostegno che una rinnovata azione pubblica (europea, nazionale e delle Regioni) saprà fornire al sistema delle imprese e alle famiglie attraverso le politiche anticongiunturali sia attraverso politiche strutturali di crescita e coesione nel campo delle infrastrutture, dell”innovazione e ricerca e per lo sviluppo dell”industria”.
Ma la crisi del Mezzogiorno è anche una crisi di fiducia, soprattutto sul fronte bancario.

Dal 2004 al 2006 il 9,3 % delle imprese meridionali ha lamentato difficoltà nell”accesso al credito contro il 3,8 % del nord. Dal 2007 al 2008, inoltre, il tasso di crescita annua dei prestiti alle imprese è crollato al sud dal 14,9 al 7,9 %. Tra il 1990 e il 2001 il numero di banche presenti nell”area si è ridotto del 46 % contro il 20 % del centro Nord.
Il numero di banche meridionali indipendenti è crollato da cento del 1990 a sedici del 2004 e negli stessi anni le banche di credito cooperativo si sono più che dimezzate passando da 213 a 111.
Resta forte la dipendenza del sistema bancario meridionale dal Nord.

Un altro problema aperto è quello della pubblica amministrazione: lo Stato nel Mezzogiorno italiano resta ancora debole. A tal proposito, una riforma efficiente “permetterebbe, come accaduto nelle esperienze straniere di maggior successo, di rimettere in circolo riserve di produttività comprese da dispositivi normativi e dal conformismo dei comportamenti burocratici”.

Come si può ben vedere il divario Nord-Sud si allarga sempre di più. Ormai ci sono due Italie, che viaggiano su binari paralleli, che sembrano non potersi incontrare mai.

Questi dati devono farci riflettere, tutti.
I cittadini del sud, devono essere protagonisti del proprio sviluppo, superando la semplice lamentazione e la rassegnazione, vero cancro, insieme alla criminalità organizzata, della società meridionale.
I politici tutti, ma particolarmente quelli del sud, devono proporre con forza la “questione meridionale” alla nazione tutta. Non cresceremo se non insieme!
La Chiesa
, deve continuare a fare, ma con più forza, la sua parte di ANNUNCIO-DENUNCIA-RINUNCIA.
Solo così, ma dobbiamo crederci tutti, organizzeremo la Speranza per il nostro Meridione e, particolarmente, per i nostri giovani.

LA CAMORRA NON É SOLO VIOLENZA

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La camorra non è solo violenza. In realtà, essa ha diversi livelli e quello meno in luce e più inquietante riguarda le imprese che lavorano grazie ad appalti e fondi pubblici.
Di Amato Lamberti

Nelle due ultime settimane, giugno-luglio 2009, sono stati arrestati un centinaio di “camorristi” appartenenti al clan dei “casalesi” ma anche ad altri clan operanti nella città di Napoli, come il clan Sarno. Quello che sicuramente avrà colpito di più i lettori dei giornali è l”entità dei sequestri di beni immobili ed imprese effettuati che ammontano a centinaia di milioni di euro. L”impressione è che, nella più totale disattenzione, si sia imposto in Campania un nuovo ceto di imprenditori proveniente direttamente dalle fila del crimine organizzato.

Una evidenza che sorprende l”opinione pubblica ma che resta senza spiegazioni a livello di organi di informazione che si limitano a parlare di operazioni di investimento dei capitali illecitamente accumulati. Le cose però non sono così semplici.

Della “camorra”, scrivevo già nel 1983, bisognerebbe cominciare a parlare liberandosi degli stereotipi della pubblicistica, soprattutto giornalistica e letteraria, che riducono il fenomeno ad una sola delle sue dimensioni, quella criminale, del “controllo” violento del territorio e dei mercati illegali, ignorando, praticamente del tutto, l”aspirazione costante al “governo” del territorio e della sua economia e, in particolare, al controllo dei flussi della spesa pubblica, realizzato attraverso il condizionamento e la corruzione delle pubbliche amministrazioni.

Sarebbe, cioè, necessario, a mio avviso, distinguere due diverse forme di criminalità che spesso sono genericamente accomunate sotto l”etichetta della criminalità organizzata di tipo mafioso: la criminalità che nasce dall”ampia area dell”economia dell”illegalità e da quella più ristretta dell”economia della violenza; e, la criminalità che si caratterizza per il controllo sulla spesa pubblica e per un potere economico fortemente intrecciato col potere politico e che usa la presenza della criminalità organizzata di tipo predatorio, in determinati territori, per ottenere credibilità e legittimazione, senza tuttavia identificarsi con essa.

Non si tratta, quindi, soltanto, di assumere che il crimine organizzato sia contemporaneamente impegnato in attività sia illegali che legali, quanto, piuttosto, di prendere atto che si tratta di livelli criminali da tenere distinti, anche quando si intrecciano in nodi apparentemente inestricabili, e, soprattutto, che il controllo delle pubbliche amministrazioni è essenziale per le organizzazioni criminali:

a) per realizzare quella che si potrebbe definire una signoria politica sulla comunità;
b) per appropriarsi del governo dell”amministrazione, della gestione dei fondi pubblici che transitano attraverso l”Ente, e di tutte le opportunità in termini di autorizzazioni, benefici, assunzioni, opportunità di vita e di impresa, che dipendono direttamente dall”amministrazione stessa;
c) per realizzare quella accumulazione di denaro, di credibilità, di “capitale sociale”, che permette alle “imprese- criminali” di installarsi a pieno titolo, e di operare, con tutte le credenziali necessarie, nel mercato legale.

In altre parole, la mia tesi è che l”accumulazione originaria, per le organizzazioni criminali che puntano all”ingresso nell”economia legale e alla legittimazione sociale, non avviene attraverso il controllo di traffici criminali e l”investimento dei ricavi in imprese “legali”, ma, invece, attraverso il controllo “politico” delle pubbliche amministrazioni e la gestione dei fondi pubblici a favore di imprese, sia direttamente collegate all”organizzazione, che partecipate da membri autorevoli dell”organizzazione.

Tanto è vero che le organizzazioni attive solo a livello criminale, in particolare quelle che controllano il mercato della droga, pur realizzando accumulazione di denaro di una qualche consistenza (ma infinitamente inferiore alla cifre accreditate da polizia, carabinieri e magistratura, oltre che dalla stampa) non sono mai presenti sul mercato imprenditoriale, pubblico e privato, e, al massimo, realizzano investimenti nel settore immobiliare e in quello della distribuzione commerciale.

Sono questi gli investimenti più facili da individuare e colpire, ma l”azione di contrasto alla criminalità camorrista potrà dirsi efficace solo quando riuscirà a portare alla luce le imprese e gli investimenti “a partecipazione mafiosa”, vale a dire quelle imprese che vivono della capacità di accesso costante ai fondi pubblici e agli appalti delle pubbliche amministrazioni con la partecipazione diretta, anche a volte nella struttura societaria, di quei soggetti che dovrebbero garantire regole e trasparenza: vale a dire politici e amministratori locali.

LABORATORIO IN VACANZA: FORZATA

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La composizione e la scomposizione delle parole: ovvero l”anagramma.

La crisi economica di questo anno corrente 2009, che per le sue dimensioni, pressochè planetarie, e per la sua gravità è destinata ad affiancare, se non a soppiantare, sul piano antonomastico, quella del 1929, approda come un malefico vascello fantasma ovunque e ora anche al nostro Laboratorio.

Il buon Luigi, il custode, andrà in ferie lunedì, 28 luglio, e la Direzione ha deciso di non sostituirlo con un supplente, come ha fatto negli ultimi due anni, allo scopo di tenere aperto il Laboratorio e soprattutto l”annessa Biblioteca e permettere a coloro che volontariamente o forzatamente sono costretti a rimanere in città di poterne usufruire. Purtroppo i fondi non bastano, dopo la deplorevole decurtazione del finanziamento che è stata decretata dagli Enti preposti, a livello regionale e nazionale.

Perciò il Laboratorio chiuderà venerdì, 24 p.v. e riaprirà il primo settembre. Qualcuno paventa una chiusura ancora più lunga, se Luigi, notoriamente epatopatico, chiederà di prolungare, come ogni anno, le sue ferie per un necessario e salutare soggiorno a Chianciano.
Anche il dottorino è in partenza, è arrivato di buonora per un saluto. Con un gruppo di amici ha scelto la Grecia, quindici giorni ad Atene e solo ad Atene, per vedere con la dovuta calma tutto quello che c”è da vedere di artistico, antico e moderno, e anche per conoscere (e vivere) la città di oggi. Lo muove pure il desiderio di fare esperienza del greco moderno e avviare così uno studio comparativo tra lingua antica e lingua parlata.

“A proposito di quanto dicevamo l”altro giorno, – chiede al prof. Carlo A. che ha appena finito di dare uno sguardo al giornale ed ha segnato su un foglietto i due o tre articoli che ha intenzione di leggere per intero – ossia dell”anagramma, si può considerare tale anche quello sillabico?”
“Certo, perchè no? Si tratta sempre di una operazione di scomposizione e ricomposizione di una parola, invece che in lettere in sillabe. Intanto debbo fare una rettifica di un errore che commisi proprio l”altro giorno. Il nome della Zamponi (l”autrice de “I Draghi locopei”, anagramma di “I giochi di parole, Ed. Einaudi, 1986) non è Elisa, bensì Ersilia. Si è trattato di un “lapsus linguae” oltre che “memoriae”, causato dalla omofonia allitterativa delle due parole (la presenza in esse degli stessi fonemi all”inizio e all”interno).
Da notare anche che proprio queste offrono un esempio di anagramma sillabico (lo scambio di posto delle sillabe –li- e –sa- con –si- e –l(i)a-) imperfetto (le lettere del nome Ersilia sono di più rispetto a quelle di Elisa), che può chiamarsi anche metatesi naturale:”

“Naturale in che senso?”
“Nel senso di involontario:.a volte capita che nel parlare si tende a modificare le parole per facilitarne o rendere più eufonica la pronuncia: considera i fenomeni di elisione, troncamento, protesi e simili :.pensa anche ad alcune modifiche nel nostro dialetto:il fenomeno di rotacizzazione (la “d” che diventa “r”: da “dummenica” a “rummenica”), di palatalizzazione (la labiodentale “f” che diventa “sci”: da “fianco” a “scianco”; da “fiore” a “sciore”; o anche la doppia sibilante “ss” che diventa “sci”: da “cassa” a “cascia”). Invece altre modifiche sono volontarie ed arbitrarie. Sono quelle che si attivano con i giochi linguistici:”

Il prof. si interrompe. Ha notato che il dottorino ha guardato l”orologio e si è alzato. Capisce che ha premura di andar via.
“Ma di questo parleremo la prossima volta:” – soggiunge.
“Debbo proprio andare – si scusa il dottorino – Vorrei prendere in prestito un libro dalla biblioteca da portare in viaggio:mi può consigliare?”
” Due libri di piccolo formato, proprio:da viaggio, da ficcare, sarebbe il caso di dire da inzeppare in un angolino del tuo zaino che, immagino, già pieno zeppo (=zeppato)”.

Uno, quasi “palmare”, di Alberto Arbasino, “La vita bassa”, edito l”anno scorso nella “Biblioteca minima di Adelphi, l”altro di Stefano Bartezzaghi, “L”elmo di Don Chisciotte/ Contro la mitologia della creatività”, uscito fresco fresco da qualche mese nella collana “Saggi tascabili” di Laterza. Credo possano accompagnarti in modo discreto, piacevole e: intelligente”.
“Grazie, professore, arrivederci e buone vacanze!”
“Buone vacanze anche a te!”.

L’ENCICLICA DEL PAPA

Nell”enciclica il Papa insiste per dare un”anima ed un”etica all”economia, indicando i valori eterni e intramontabili della dignità della persona, della solidarietà e della sussidiarietà.
Di don Aniello Tortora

Finalmente è stata pubblicata (19 giugno 2009) la nuova enciclica sociale di Benedetto XVI.
È da leggere con calma, da approfondire con intelligenza, da “digerire” con fede.
Potremmo dire che il Papa ha in mente alcuni pensieri-chiave: re-inventare il mercato, ri-progettare il capitalismo, perseguire il bene comune, richiamare tutti ad un”etica della responsabilità e della giustizia sociale, la dignità dei lavoratori, il vero sviluppo economico.
Sul tema del capitalismo il Papa afferma che “la crisi finanziaria è una grande opportunità per rivedere le regole del capitalismo, migliorandone finalità e strutture”.

Sullo sviluppo il Papa dice che “lo sviluppo è impossibile senza giustizia sociale e uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano pienamente nelle loro coscienze l”appello al bene comune, rifuggendo corruzione, illegalità e sete di potere”.
Sulla bioetica Benedetto XVI puntualizza il fatto che “la procreazione e la sessualità, l”aborto e l”eutanasia, le manipolazioni dell”identità umana e la selezione eugenetica sono problemi sociali di primaria importanza che, se seguiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia ed i deboli”.

Il Papa nell”Enciclica affronta con forza anche il tema dell”ambiente. “L”ecologia ambientale – dice- deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona e nel considerare la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o dalla necessità. Tentazioni ideologiche oggi presenti in molte versioni dell”ecologismo. I Paesi ricchi e i gruppi di potere pongano fine all”accaparramento delle risorse a danno dello sviluppo dei paesi poveri. La comunità internazionale deve perciò trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili. Le società tecnologicamente avanzate devono diminuire il proprio fabbisogno energetico e far avanzare la ricerca di energie alternative”.

Per quanto riguarda l”ONU e le ONG Benedetto XVI afferma che “gli organismi internazionali, come l”ONU, e le sue agenzie e molte ONG, dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi e poco trasparenti. Chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta ed i poveri non servano più a tenere in vita determinate organizzazioni”.
Affronta, poi, -il pontefice- il tema del profitto, sottolineando che esso “è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L”esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia, invece di distruggere ricchezza e creare povertà”.

Un ultimo pensiero, ma non certamente in ordine di importanza, il papa lo rivolge al mondo delle imprese e ai lavoratori. “Assicurare –dice– il lavoro a tutti gli uomini, specialmente a chi vive nel bisogno, perchè cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità, nascono nuove povertà. La corruzione è presente nei paesi ricchi e poveri. A volte, le grandi imprese transnazionali non rispettano i diritti dei lavoratori e gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità dei donatori e dei fruitori. Ma ci sono anche eccessive forme di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario”.

Sono, questi, solo alcuni tra gli argomenti del documento.
A me pare, ad una prima superficiale lettura dell”enciclica, che il Papa insista per dare un”anima ed un”etica all”economia, indicando i valori eterni e intramontabili della dignità della persona, della solidarietà e della sussidiarietà, per costruire, insieme, una società più “equa e solidale”.

PILLOLE DI STORIA. ADOLF HITLER: UNA TRAGEDIA PER L’UMANITÁ

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Hitler, imbianchino, ex caporale austriaco, a capo del partito nazista si accredita come paladino della Germania dell”epoca, “disarmata, indifesa, disonorata”. L”umanità si avvia verso una delle più grandi tragedie mai vissute.
Di Ciro Raia

Un”immane tragedia si profila per l”intera umanità, quando un imbianchino, un ex caporale austriaco, Adolf Hitler, cerca di governare la crisi politica ed economica in cui si dibatte la Germania. Considerata la principale responsabile della I guerra mondiale, infatti, la Germania (definita da un popolare slogan dell”epoca: “disarmata, indifesa, disonorata”), è stata costretta a pagare esosi indennizzi bellici, che – accoppiati ad un difficile momento di indirizzo politico ed alla paura di una prossima rivoluzione- generano attentati ai politici, inflazioni, malcontento e tensioni sociali.

Hitler è un fanatico reduce della guerra, ammaliato dal successo di Mussolini e dalla marcia su Roma delle sue camicie nere. E, perciò, tenta di fare la stessa operazione a Monaco di Baviera (il cosiddetto putsch della birreria), quando, nel novembre del 1923, alla testa di circa 3.000 uomini, mette in atto una manovra di colpo di Stato. Il tentativo fallisce ma origina le simpatie di ambienti della magistratura e del governo nei confronti dell”ex imbianchino, che è inizialmente arrestato (la prigione è l”occasione per scrivere “Mein Kampf” [La mia battaglia], in cui è racchiuso tutto il suo credo politico) e, poi, scarcerato, si dedica al controllo del Partito Nazista.

Così, Hitler, riesce ad accreditarsi come il paladino della nazione, prende in mano le sorti della Germania ed avvia l”umanità ad una delle più grandi tragedie mai vissute. Egli, nel tentativo di sottrarre i Tedeschi dall”isolamento politico conseguente alla guerra, firma un accordo con l”Italia –il cosiddetto Asse Roma-Berlino– nell”ottobre del 1936. Il patto sancisce l”intesa tra i due governi per una reciproca consultazione su ogni questione internazionale. Ma il patto ratifica anche la rottura del fronte alleato costituitosi con la I guerra mondiale, insieme alla costituzione di due blocchi, contrastanti per idee ed interessi.

Così, sulla scia di una politica espansionistica e di una strategia omicida, Hitler occupa l”Austria (1938) e la regione dei Sudeti in Cecoslovacchia; poi, visto che la politica dei “colpi di forza” è vincente, avanza ad occupare anche la Boemia e la Moravia (1939). Quindi, punta le sue mire sulla Polonia e sul cosiddetto corridoio di Danzica, la striscia di terra che divide la Prussia orientale dal territorio tedesco.
Quando la Francia e l”Inghilterra capiscono che l”azzardata politica tedesca deve essere fermata, è già troppo tardi. Il 1° settembre 1939 Hitler attacca la Polonia e firma, ufficialmente, l”inizio della II guerra mondiale.

Intanto, Mussolini, cercando di emulare il dittatore tedesco, il 6 aprile 1939, senza alcuna giustificazione, ha dato il via ad una veloce ed apparentemente felice occupazione dell”Albania, che gli consente di poter dichiarare al ministro Bottai: “Non c”è più nulla da fare. Si persuadano che possiamo passeggiare come vogliamo nei Balcani”. Precedentemente, nel 1937, il Duce ha sottoscritto il Patto Anticomintern, un patto antisovietico, con la Germania ed il Giappone. Ancora nel 1939, poi, stipula con la Germania il Patto d”Acciaio, un impegno reciproco ad aiutarsi in caso di guerra; nel 1940, invece, con l”Europa già in guerra, sottoscriverà, con le stesse nazioni, il Patto Tripartito, un”alleanza che mira alla conquista ed alla spartizione del mondo.

LA CAMORRA COME METODO

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I fatti di cronaca di Napoli e Provincia denunciano che si è indebolita la distinzione tra comportamenti civici responsabili e pratiche illegali di sopravvivenza. È il trionfo della camorra “liquida”.
Di Amato Lamberti

Un ragazzo ammazzato a freddo a Poggiomarino mentre su una panchina nel centro della città parlava con la sua ragazza, rimasta anch”essa ferita. Tanta gente era in piazza: nessuno ha visto niente. Una banda di usurai, quattordici persone, in prevalenza donne, veri e propri “vampiri” che succhiavano il sangue delle loro vittime ricorrendo a violenze e torture anche in presenza dei familiari atterriti, è stata arrestata ad Ercolano (nella foto un arresto compiuto in quell”operazione). Molti sapevano ma nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare.

In un ospedale napoletano il racket del caro estinto imponeva ditte amiche ai familiari delle persone appena decedute, con la complicità di infermieri, barellieri, autisti di ambulanze, anche con minacce e violenze sulle salme prelevate a forza anche dalle bare in cui erano state sistemate. Sono state necessarie delle intercettazioni telefoniche per incastrare i responsabili.

Uno “zingaro” rumeno, Petru Birladeanu, che con la sua fisarmonica si esibiva all”ingresso della stazione della Cumana a Montesanto, ammazzato per la bravata di un gruppo di manovali della camorra che scorazzavano in motocicletta nel quartiere sparando all”impazzata per dimostrare che erano loro a comandare la piazza.
Molti potevano soccorrerlo e trasportarlo al vicinissimo ospedale dei Pellegrini, come dimostrano i filmati, ma tutti hanno preferito fuggire, per paura e per non farsi coinvolgere. Tutti episodi registrati nella stessa settimana.

Si potrebbero aggiungere tanti altri fatti di violenza, usura, estorsioni, minacce, ferimenti, che scandiscono con una frequenza e una regolarità insopportabile la cronaca quotidiana della città e della provincia, e che si svolgono nella più assoluta indifferenza di casuali spettatori la cui unica preoccupazione sembra essere quella di far sparire le tracce di una presenza che potrebbe diventare compromettente, nel senso di farli entrare, come testimoni, nel processo di ricostruzione dei fatti e riconoscimento dei protagonisti.

Nessuno, però, nè a livello politico, nè a livello di organi di informazione, si chiede che cosa mai stia succedendo. Come se tutto questo fosse normale; come se estorsioni, usura, violenze, ferimenti, uccisioni, fossero diventati fatti che possono produrre sì indignazione nell”opinione pubblica ma non impongono reazioni attive, partecipazione dei cittadini all”individuazione dei colpevoli, mobilitazione, senso civico. E, questi fatti, non meritano neppure uno straccio di analisi e di riflessione sulle possibili responsabilità.

Non mi voglio addentrare in analisi sociologiche sulla condizione di anomia nella quale l”intera società sembra precipitata, ma non si può non prendere atto delle conseguenze dell”affievolirsi dei criteri di distinzione tra comportamenti civicamente responsabili e pratiche illegali di sopravvivenza. Certamente, l”insicurezza è diventata l”orizzonte insuperabile della condizione dell”uomo contemporaneo. L”incertezza del futuro come del presente e la consapevolezza del rischio incombente che sembrano caratterizzare la vita quotidiana di ogni individuo può servire a spiegare tanto la forzatura delle regole per il raggiungimento di obiettivi di quotidiana sopravvivenza, quanto il disinteresse per tutto ciò che non ci riguarda direttamente e nel quale non vogliamo comunque essere implicati per timore di conseguenze indesiderate.

Ma non bastano a spiegare la tolleranza, se non l”acquiescenza, per comportamenti che minano le stesse basi della coesistenza sociale. La mia convinzione, come ho scritto in altra sede, è che anche la camorra, insieme alla società, sia diventata “liquida”, e abbia finito per penetrare, fin negli interstizi delle mentalità e dei comportamenti individuali, la società nella quale viviamo.

Una società nella quale, per fare un esempio più generale, la corruzione pubblica costa alla collettività 100 miliardi di euro l”anno, come dimostra la Corte dei Conti, tocca quindi pesantemente le tasche di ciascuno, ma non solleva non dico un moto di rabbia ma nemmeno una reazione di giustificata preoccupazione.

PILLOLE DI “900. IL FASCISMO SI APPROPRIA DEI SUCCESSI DELL’ITALIA

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Tra il 1933 ed il 1939, l”Italia sportiva, quella delle lettere, delle scienze, si afferma riportando successi e meritando riconoscimenti internazionali. In nuovo Papa è Pio XII.
Di Ciro Raia

Il regime fascista sfrutta essenzialmente lo sport come camera di risonanza e strumento di pubblicità. Mussolini, rivolgendosi ad un gruppo di sportivi, afferma: “Ricordatevi che quando vi misurate in terra straniera, è ai vostri muscoli e soprattutto alle vostre virtù morali che sono affidati l”onore e il prestigio sportivi della nazione”.

Due nomi di atleti si affermano su tutti: Primo Carnera e Tazio Nuvolari. Il primo –vincitore di un titolo mondiale dei pesi massimi, nel 1933, è un pugile senza tecnica ma di grande potenza; il secondo, il leggendario “Nivola”, è un pilota d”automobili, trionfatore della Mille Miglia e di un centinaio di gare su circuito.
Nel ciclismo, particolarmente prestigiosi sono i titoli di campione del mondo, conquistati da Learco Guerra nel 1931 e la vittoria, nel 1938, di Gino Bartali al Tour de France, che si merita un”intera pagina de La Gazzetta dello sport: “Un comandamento dell”Italia del Duce: VINCERE. Bartali , campione della Legnano, ha obbedito!”.

Nel campionato di calcio la Juventus inaugura un quinquennio di vittorie (1931-1935), poi, interrotto dai primati del Bologna, lo squadrone, che tremare il mondo fa”. Ma, nel calcio, di grande rilievo sono soprattutto le vittorie della nazionale italiana, che si laurea campione del mondo, nel 1934 e nel 1938 (foto). La finale del 1934 si gioca a Roma, contro la Cecoslovacchia e finisce 2 a 1 per gli azzurri. È un tripudio sportivo e di propaganda fascista. La formazione italiana, allenata da Vittorio Pozzo, solito galvanizzare i suoi giocatori, facendo suonare negli spogliatoi “La canzone del Piave”, schiera: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La finale del 1938 si gioca, invece, a Parigi: la squadra avversaria è quella dell”Ungheria, che è sconfitta per 4 a 2. L”allenatore italiano è sempre Vittorio Pozzo.

Ai giochi olimpici di Los Angeles, nel 1932, l”Italia vince 12 medaglie d”oro, 12 d”argento e 11 di bronzo: risulta, per numero di medaglie, la seconda squadra del mondo, con un trionfo per i ginnasti, per Luigi Beccali –vincitore dei 1.500 metri- e per i ciclisti Olmo e Pavesi. Agli XI giochi olimpici di Berlino, invece, nel 1936, l”Italia si aggiudica 8 medaglie d”oro, 9 d”argento e 5 di bronzo. Ondina Valla, medaglia d”oro sugli 80 metri a ostacoli, batte anche il primato mondiale.
Nel mondo delle arti sorgono molte stelle. Sui palcoscenici dei teatri di varietà si impone la bravura di un giovane attore, Vittorio De Sica, mentre, eseguendo una musica che poco piace al fascismo, emerge l”orchestra di Gorni Kramer, che suona brani al ritmo di jazz, swing, be pop.

Il Nobel premia, a distanza di pochi anni l”uno dall”altro, due italiani: Luigi Pirandello, nel 1934, per i suoi meriti letterari ed Enrico Fermi, nel 1938, per i suoi studi sulla Fisica. Dopo aver ritirato il premio a Stoccolma, lo scienziato prosegue per gli USA. Fermi, infatti, è costretto a lasciare l”Italia, perchè la moglie ebrea è colpita dalle leggi razziali.

Nelle lettere si affermano i nome di Corrado Alvaro (Gente in Aspromonte), Ignazio Silone (Fontamara), Elio Vittorini (Il garofano rosso), Cesare Zavattini (Parliamo tanto di me), Alfonso Gatto (Isola), Aldo Palazzeschi (Le sorelle Materassi), Mario Soldati (America primo amore), Riccardo Bacchelli (Il Mulino del Po). Ferdinando Loffredo pubblica un libro –”La politica della famiglia”- in cui è racchiuso il punto di vista fascista rispetto al ruolo della donna, che è considerata “un essere inferiore, meno intelligente dell”uomo, per niente adatta allo studio o al lavoro che la mascolinizza, la rende sterile, danneggiando la stirpe”.

Tra i giornalini, al “Corriere dei piccoli”, si aggiungono Rin Tin Tin e l”Intrepido. Nascono due nuove riviste: Tempo Illustrato e Oggi.
Ma qualcosa comincia a cambiare. Mussolini decide di appoggiare la guerra, che il generale ribelle spagnolo, Francisco Franco, combatte contro il governo repubblicano del suo paese, inviando sul suolo iberico circa 50.000 soldati “volontari” E sullo stesso suolo combattono anche 5.000 italiani, antifascisti, arruolati nelle brigate internazionali. Successivamente, poi, il duce, nel 1939, dà ordine di invadere l”Albania. È a questo punto che la Chiesa dà segni di insofferenza nei confronti del regime fascista.

Nello stesso 1939, infatti, nel discorso del decennale dell”approvazione del Concordato, Pio XI è deciso a criticare duramente il fascismo; la sua intenzione, però, non ha seguito, perchè, improvvisamente, muore. A succedergli è eletto il cardinale Eugenio Pacelli, che prende il nome di Pio XII. Pacelli è stato, per anni, nunzio apostolico a Berlino ed ha maturato una grande avversione alla politica dittatoriale di Hitler.


DEDICATO A TAZIO NUVOLARI

CAMORRA E POLITICA. STESSE FACCE E STESSI INTERESSI

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“La Campania è in mano alla camorra. La politica deve farsene carico”. Questo allarme di inaudita gravità è lanciato dal giudice Morello. Ma tutto tace…tutti nicchiano.
Di Amato Lamberti

“Mai come in questo periodo di crisi la Campania è in mano alla camorra e l”economia lo è ancora di più. Gli arresti si fanno, le carceri sono piene, ma il problema non è risolto: la politica deve farsene carico”. L”allarme è del giudice Tullio Morello, presidente della giunta distrettuale dell”Anm, nel corso della “Giornata per la giustizia” che è stata celebrata il 30 giugno in Tribunale a Napoli. Un allarme che da tempo lanciamo dalle colonne di questo giornale ma che non sembra sollevare l”attenzione delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche se non a livello di manifestazioni simboliche.

Ma proviamo a capire cosa intende il giudice Morello quando afferma che “la criminalità organizzata controlla l”economia campana”. L”emergenza rifiuti ha dimostrato che la camorra controlla completamente il trasporto e lo smaltimento illegali dei rifiuti industriali tossici e nocivi. Questo significa che possiede e controlla società di trasporti con centinaia di camion, ma anche società per la movimentazione di terreno dotate di ruspe, escavatrici, caterpillar, oltre a possedere cave e impianti per frantumare e triturare la roccia, discariche autorizzate, impianti per il compostaggio e il trattamento di rifiuti liquidi e solidi.

Queste attrezzature e questi impianti vengono utilizzati anche per altre attività: raccolta differenziata di rifiuti solidi urbani in molti Comuni della Campania con regolare gara e regolare affidamento; trattamento di frazioni differenziate di rifiuti provenienti da regolare raccolta comunale; appalti pubblici di lavori di manutenzione stradale; appalti pubblici per lavori di risistemazione rete fognaria e di tutti i lavori dove sono necessari scavi e movimento terra; manutenzione straordinaria di edifici pubblici, ospedali, scuole, caserme, grandi assi viarii. Le imprese della camorra non lavorano solo su appalti pubblici ma operano anche a livello privato nel settore delle costruzioni e delle forniture di beni e servizi. Sono inoltre presenti nel settore del commercio e della grande distribuzione.

Basta leggere i provvedimenti di sequestro e confisca dei beni a personaggi e organizzazioni camorriste eseguiti dalla Magistratura per rendersi conto di quanto estesa e radicata sia la presenza della camorra nell”economia campana. Il giudice Melillo, nella relazione 2008 della Procura Nazionale Antimafia, parla di “una gigantesca offerta di servizi criminali che corrisponde e si nutre di una proporzionale domanda di abbattimento dei costi (e dunque di moltiplicazione delle opportunità di profitto) dell”impresa legale (e di una platea ancora più vasta di soggetti più occasionalmente interessati a sfruttare le opportunità del ricorso a pratiche delittuose: dalla partecipazione a truffe in danno di compagnie assicurative alla realizzazione di opere edilizie abusive, dal procacciamento di merci di provenienza delittuosa alla “mediazione” dei conflitti.).

In pratica, la camorra sta dentro l”economia sia con attività proprie e sia con l”erogazione di servizi legali, ma richiesti a condizioni illegali. “E qui -dice sempre Melillo- il campo di osservazione si allarga a dismisura, in corrispondenza a qualsivoglia esigenza dei mercati legali che si voglia soddisfatta con metodologie illecite in grado di ridurne i costi: dal trasporto e smaltimento dei rifiuti alla fornitura di inerti, dalla distribuzione di idrocarburi da autotrazione alla fornitura di prodotti industriali contraffatti, dalla fatturazione di operazioni inesistenti alla “semplificazione” delle procedure amministrative.”

Una presenza costante, quella della camorra, che grazie all”intreccio con l”economia legale e con la pubblica amministrazione è diventata praticamente invisibile e, quindi, “normale”. Se ne dovrebbe occupare la politica di questa situazione, dice il giudice Morello, ma come può farlo se vincono, governano, decidono e comandano, a tutti i livelli istituzionali, i politici che sfruttano e alimentano, anche quando a chiacchiere affermano il contrario, questa situazione nella quale il confine tra legale e illegale si è completamente dissolto e camorra e politica sono rappresentate dalle stesse facce?

LA RUBRICA

IL RAZZISMO ORAMAI É LEGGE!

Solidarietà allo “straniero”, che “siamo noi”.
Di don Aniello Tortora

“Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal “Levitico” 19,33-34 –”Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l”amerai come te stesso”, al “Deutoronomio” 10,19 – “Amate lo straniero perchè anche voi foste stranieri nel paese d”Egitto”, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l”ospitalità,perchè alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli“.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l”unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l”idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria, un popolo di “non persone”, di esseri umani, uomini e donne invisibili. È una perdita totale di senso morale e di sentimento dell”umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.

Il dolore nasce dall”orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall”idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l”essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una “condizione anagrafica”.

Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della “tratta”, ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici.

Siamo il paese di Caino? Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l”unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, nè le costringevano all”aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perchè accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l”insicurezza di tutti.

Non c”è futuro senza solidarietà. La legge, tra l”altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. È una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell”esistenza.
“Non c”è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c”è sicurezza senza l”aiuto reciproco, senza l”esercizio dei diritti e dei doveri dentro un”azione comune per il bene comune.

Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l”intera famiglia umana”. Per il Papa ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione [:]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008).
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.

La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perchè la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poichè tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poichè sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell”uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. È stata oscurata la gloria di Dio.

Con Pax Christi denuncio con forza “l”illegalità” di questa legge, insieme ad altre “voci” che si sono levate nella Chiesa, gridando allo scandalo.
Con la speranza che noi italiani “rinsaviamo” e “recuperiamo” un valore che ci ha reso famosi nel mondo: l”accoglienza unita alla solidarietà.

“UN GIOCO SERIO”

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La sciarada…in estate.

No, non è una bella estate, almeno a considerare questi primi giorni. Si preannunciava, a maggio, caldissima, e aveva subito solleticato non poco l”istinto vacanziero ancora quiescente con il relativo desiderio di mare e di sole, specie in coloro che le vacanze se le fanno quando vogliono, tanto da assistere ad una prima invasione di lidi e di spiagge anche se non ancora pronte, ripulite e igienizzate. Fenomeno subito sgonfiato, appena entrato giugno, quando la bella stagione incipiente apparve presto abbuiata e sfilacciata da piogge ora lagnose ora così violente da causare allagamenti e vittime qua e là per la penisola.

Ora, in luglio, a pochi giorni dal solstizio, ancora nuvolaglie vaganti e qualche rovescio quasi ogni giorno.
Nonostante ciò, il prof. Eligio Ligio è partito lo stesso per la sua amatissima Roccaraso dove possiede un bilocale comprato a buon mercato nei lontani anni sessanta del secolo scorso.
Il prof. Carlo A. partirà invece, come suo solito, ad agosto, rigorosamente nella seconda metà, quando, come dice lui, tutti o quasi tutti tornano a casa e c”è meno confusione. Ancora più rigorosamente in una località marina, a scelta tra Nerano, Formia o Sapri.
Come ogni giorno in questo periodo, è giunto nella sede del Laboratorio alle sette e trenta, ha chiesto a Luigi, il custode, di spalancare le finestre e di non accendere il condizionatore.

Si gode respirando a pieni polmoni l”aria fresca del mattino e si ascolta in silenzio per un po” il cicaleccio dei passeri e dei merli, su cui spicca il verso del fringuello che ha fatto il nido sulla magnolia nel giardino retrostante l”edificio. Tutti i frequentatori del laboratorio lo hanno almeno una volta udito tradurre in parole i trilli del “frungillo”, il fringuello appunto, che, secondo quel che raccontava suo nonno, si lamenta con presunti intrusi e invasori del suo spazio scelto per nidificare: “Pecchè vuo” fa” “o nido “”ncopp” “o cieuzo mio?” .”O cieuzo” era il gelso dove l”uccello in questione amava costruire il nido un tempo, quando quest” albero da frutto era molto diffuso nella nostra campagna per il fatto che le sue foglie venivano utilizzate per nutrire i bachi da seta il cui allevamento era praticato da molti contadini nella prima metà del secolo scorso.

Stamane, quando lo raggiunge il dottorino, il prof. Carlo è ancora assorto, seduto immobile al suo posto abituale con le mani appoggiate sul giornale che non ha ancora aperto e, come confessa poco dopo, non ha il coraggio nè voglia di leggere, avendo già appreso per radio la luttuosa notizia dell”ennesima tragedia che ha funestato il nostro paese, stavolta a Viareggio. “Il terremoto, è vero, – mormora quasi tra sè e sè – non si poteva evitare:.ma quest”altra sciagura forse si poteva scongiurare o almeno contenere con una maggiore attenzione, un maggiore controllo:”. Si ferma subito, è abituato ad attendere l”accertamento delle cause del disastro.

” Il mondo è cambiato in peggio – commenta il dottorino sfoderando il suo abituale pessimismo – da una parte la natura che diventa sempre più ostile, dall”altra gli uomini che sono sempre più malvagi, egoisti e stupidi:.”.

“Non è del tutto vero: la natura è quella che è sempre stata, in perenne trasformazione, ora amica ora nemica, ora prodiga ora avara, ora benefica ora distruttrice:se ti riferisci al maltempo in estate :.ricordo un intero mese di luglio piovoso negli anni settanta e più indietro, negli anni cinquanta piovve per due mesi, giugno e luglio,:i contadini avevano mietuto, i covoni di grano (- “e gregne-, come le chiamavano in dialetto) erano fradici di pioggia, in piedi, addossati l”uno all”altro, i campi sembravano villaggi indiani (pellirosse):e non riuscivano ad asciugarsi tanto da poter essere trebbiati:andò perduto metà del raccolto:

Quanto agli uomini, hai ragione, sono peggiorati, sono presi come in un vortice che li sta portando alla rovina e che essi non riescono a dominare:.eppure al più presto dovranno decidersi a cambiare radicalmente, se vogliono sopravvivere, devono pensare ad una riscrittura di regole valide a livello planetario, capaci di salvare l”ecosistema e con esso la stessa umanità:. ci vuole più conoscenza e meno egoismo:e un nuovo “verbo”:.Chi avrà il coraggio delle nuove parole? Ma fermiamoci qui:.Quello che ragionevolmente possiamo fare noi nel nostro piccolo è stare al nostro posto e compiere onestamente il nostro lavoro, augurandoci che gli altri facciano altrettanto.

Mi hai scritto una e-mail in cui mi chiedevi se la sciarada, di cui parlavamo l”ultima volta che ci siamo incontrati, pur essendo solo un gioco, può considerarsi una vera e propria attività logica:.”
” Sì, proprio così – conferma il dottorino – Ho trovato due definizioni di “sciarada”. Il De Mauro la considera un “gioco che consiste nell”indovinare una parola o una frase risultante dall”unione di vari elementi semantici, ciascuno con un proprio significato”.Invece Elisa Zamponi scrive nel suo “I draghi locopei”: “consiste nel tagliare le parole a fette:ottenendo altre parole di significato del tutto diverso”.

“Nel primo caso si ha un”operazione logica di tipo induttivo, si va dal particolare al generale, si parte da due o tre parole che si uniscono insieme a formare una terza/quarta parola che le comprende. Nel secondo caso si parte da una parola diciamo generale e la si scompone negli elementi semantici che contiene, ossia si compie un”operazione prettamente deduttiva. Capisco la tua preoccupazione, ossia che la sciarada come gli altri giochi linguistici, essendo appunto un”attività essenzialmente ludica, non possa essere annoverata tra le operazioni mentali nobili e, di conseguenza, da relegare al ruolo di passatempo, di divertimento da tempo libero.”

“Proprio così, credo che la linguistica debba occuparsi di argomenti più importanti e più seri:”
“Non sono affatto d”accordo, il gioco linguistico è un “gioco, serio al pari d”un lavoro” per dirla con il Pascoli (“I due fanciulli”), legato e talvolta frutto di una attività di riflessione molto intensa sulle parole. Per rimanere in tema, consideriamo altri giochi linguistici. Sai bene che esistono i “palindromi” (ossia parole che si possono leggere indifferentemente da sinistra a destra e da destra a sinistra) come: “non”, “otto”, “aveva”, “onorarono”.

Ebbene sulla base di questa constatazione si è inventato il gioco dell” “antipodo palindromo”( si sposta la lettera iniziale di una parola alla fine della stessa e si ottiene una parola di significato diverso) : “dirotto/dottori”. Un altro gioco è quello dell”anagramma che nasce dalla constatazione che vi sono parole che sono formate dalle stesse lettere disposte però in modo diverso.

Qualche esempio. Partiamo dalla parola “lascia” e seguiamola nelle sue trasformazioni:
“Lascia su la tristezza
Sciala con quel che hai
Scalai monti nella mia vita
Rallegrati con motti salaci
Giungerai in tutti i casali.”

È un gioco ma nel gioco quanto lavorio mentale, quanto studio, quanta ricerca e:quanta creatività!
Chissà che non possa preludere all”invenzione di qualche parola nuova, geniale, valida ad iniziare il cambiamento!”