PILLOLE DI “900. IL VOLTO RAZZISTA DEL REGIME FASCISTA

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Il regime di Mussolini continua la costruzione del suo apparato. Tutto è autarchia: dal lessico alla produzione industriale. Intanto, inizia l”accanimento fascista contro gli ebrei.

La GIL (Gioventù Italiana del Littorio), l”organizzazione giovanile fascista, fondata il 29 ottobre 1937, nasce con l”intento di curare la preparazione spirituale, militare e sportiva di tutti i giovani tra i 6 e i 27 anni. L”iscrizione alla scuola elementare comporta la contemporanea adesione alla GIL. Una preghiera, che si recita a scuola, dice: “Nel nome di Dio e dell”Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se necessario col mio sangue la causa della rivoluzione fascista”.

Il regime, intanto, continua nella costruzione del suo apparato. Nei rapporti interpersonali sono aboliti l”uso del “lei”, la stretta di mano (dichiarata “antigienica”) e le parole straniere. Usare il lei è un modo aristocratico ed effeminato, non da vero fascista; il voi risponde meglio al criterio della virilitĂ . La stretta di mano, invece, denota un comportamento democratico e borghese, in contrasto con l”immagine maschia del fascismo: meglio, quindi, un più marziale “saluto romano”. Per quanto riguarda il lessico, poi, si è in piena autarchia: meglio dire calcio piuttosto che football, tromba e non clacson, insalata tricolore e non insalata russa.

L”autarchia porta anche alla produzione della benzina sintetica e del “lanital” per l”abbigliamento.
Il Minculpop (Ministero della cultura), da parte sua, detta le indicazioni perchè sia difesa l”immagine del fascismo. I giornali devono convincere gli Italiani che nel Paese va tutto bene. Non bisogna assolutamente occuparsi di crimini, dei ragazzi che scappano di casa, delle vicende a sfondo sessuale. Un”altra regola per i giornali è: “Non fare mai titoli col punto interrogativo”, generano solo perplessitĂ  tra i lettori.

Nel 1937 è promulgata la prima legge razziale: riguarda i rapporti tra i coloni italiani e le donne etiopiche: “è vietato stabilire una relazione d”indole coniugale con persona suddita dell”Africa Orientale Italiana”. Nel settembre del 1938, invece, il Gran Consiglio vara le leggi razziali. Molti intellettuali, scienziati, dirigenti d”azienda, semplici cittadini, solo perchè di origine ebrea, sono costretti a prender la via dell”esilio. Durante la celebrazione dei matrimoni è vietato suonare la “Marcia nuziale” dell”ebreo Mendelssohn. Ed in ossequio alla bonifica culturale vengono ritirati dal commercio anche tutti i libri di autori ebrei.

In un niente si accredita il volto razzista del regime: il ministro dell”Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, scrive che “le leggi antisemite costituivano la naturale espressione di tremila anni di storia, di pensiero, di arte italiana”; Giorgio Almirante, sulla rivista “La Difesa della Razza”, sottolinea che “la campagna contro gli ebrei costituiva il più vasto e coraggioso riconoscimento di sè che l”Italia abbia mai tentato”. Eppure, solo pochi anni prima, il regime fascista aveva tollerato l”origine ebrea del sottosegretario all”Interno Aldo Finzi, insieme a quella del ministro delle Finanze Guido Jung e di una delle amanti del duce, Margherita Sarfatti!

Sembra un tempo lontanissimo. Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, nel novembre del 1938, appunta nel suo diario: “Trovo il duce sempre più montato contro gli ebrei. Approva incondizionatamente le misure di reazione adottate dai tedeschi. Dice che in situazione analoga farebbe ancora di più”.

LA DIFFICILE CONDIZIONE DEGLI EBREI

PILLOLE DI “900

LETTERA DELLE CONFERENZE EPISCOPALI CATTOLICHE AI LEADER DEL G8

Nella rubrica di Don Aniello Tortora cӏ spazio per una missiva che la Chiesa invia ai Grandi della Terra esortandoli ad impegnarsi per i Paesi in via di sviluppo.

On. Stephen Joseph Harper On. Taro Aso
Primo Ministro, Canada Primo Ministro, Giappone
On. Nicolas Sarkozy On. Dmitry Anatolyevich Medvedev
Presidente, Repubblica Francese Presidente, Federazione Russa
On. Angela Merkel On. Gordon Brown
Cancelliere, Repubblica Federale di Germania Primo Ministro, Regno Unito
On. Silvio Berlusconi On Barack Obama
Presidente del Consiglio dei Ministri, Italia Presidente, Stati Uniti d”America
Ai Capi di Stato e di Governo dei Paesi del G8

Gentili Presidenti,
In questo tempo di crisi finanziaria ed economica globale, vi scriviamo a nome delle Conferenze Episcopali Cattoliche dei Paesi Membri del G8 per esortarvi a prendere provvedimenti condivisi, nel prossimo Vertice del G8 in Italia, finalizzati a proteggere i più poveri e assistere i Paesi in via di sviluppo. Come il nostro Santo Padre Benedetto XVI ha scritto nella lettera al Primo Ministro Gordon Brown alla vigilia del Vertice del G20 che lo stesso Primo Ministro ha ospitato:

La crisi attuale ha sollevato lo spettro della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente per l”Africa e per gli altri Paesi meno sviluppati. L”aiuto allo sviluppo, comprese le condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia fondamentale, non deve esserne la vittima. La nostra tradizione morale impegna la Chiesa a proteggere la vita umana e la sua dignitĂ , specialmente dei membri più poveri e vulnerabili della famiglia umana. Nei volti dei poveri la Chiesa Cattolica vede il volto di Cristo che siamo chiamati a servire in tutti i Paesi del mondo. Paradossalmente i poveri che hanno contribuito di meno alla crisi economica con cui il mondo oggi si confronta, saranno quelli che con ogni probabilitĂ  soffriranno di più la devastazione, perchè relegati ai margini in una schiacciante povertĂ .

Alla luce di questi fatti, i Paesi Membri del G8 dovrebbero far fronte alle loro responsabilitĂ  nella promozione del dialogo con le altre maggiori potenze economiche per aiutare a prevenire ulteriori crisi finanziarie. Inoltre dovrebbero onorare i loro impegni nell”aumento degli Aiuti allo Sviluppo per ridurre la povertĂ  globale e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, specialmente nei Paesi Africani. Questo richiede un approfondimento della partnership con i Paesi in via di sviluppo in modo che queste popolazioni possano diventare agenti attivi della loro crescita, partecipando alle riforme politiche, governative, economiche e sociali al servizio del bene comune. In modo particolare è importante rafforzare i processi di peacekeeping in modo che i conflitti armati non continuino a privare i Paesi delle risorse necessarie allo sviluppo.

In modo analogo, gli Stati poveri e i loro popoli che meno hanno contribuito come agenti responsabili del cambiamento climatico globale sono quelli a maggior a rischio per le gravi conseguenze di questo fenomeno. Come pastori e guide della Chiesa, abbiamo particolarmente a cuore l”impatto che il cambiamento climatico produrrĂ  sulla vita degli ultimi. Per questo dovrebbero essere fissati impegni concreti e creati dei meccanismi per mitigare ulteriori cambiamenti climatici, aiutando i poveri e i Paesi in via di sviluppo ad adeguarsi a questi effetti e ad adottare tecnologie appropriate per uno sviluppo sostenibile. Proteggere i diseredati e il pianeta non sono ideali tra loro contrastanti ma prioritĂ  morali per tutte le persone di questo mondo.

Il Vertice del G8 ha luogo all”ombra di una crisi economica globale ma le sue azioni sono in grado di portare una luce di speranza al mondo in cui viviamo. Chiedendovi innanzitutto in che modo una determinata politica influisca sui poveri e sugli indifesi, potete far sì che sia assicurato il bene comune di ciascuno. Come famiglia umana siamo chiamati ad assicurare i nostri stessi benefici anche ai nostri membri più deboli.
Preghiamo Dio che il vostro incontro sia benedetto da uno spirito di collaborazione che vi permetta di fare dei passi concreti per ridurre la povertĂ  e per affrontare il cambiamento climatico in questo tempo di crisi.

Distinti saluti
Rev.mo Vernon James Weisgerber
Arcivescovo di Winnipeg
Presidente della Conferenza Episcopale Canadese
Sua Eminenza Andrè Card. Vingt-Trois
Arcivescovo di Paris
Presidente della Conferenza Episcopale Francese
Rev.mo Robert Zollitsch
Arcivescovo di Freiburg
Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca
Sua Eminenza Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Rev.mo Peter Takeo Okada
Arcivescovo di Tokyo
Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Giapponese
Rev.mo Joseph Werth
Vescovo della Diocesi della Trasfigurazione in Novosibirsk
Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Russa
Sua Eminenza Keith Patrick Card. O”Brien
Arcivescovo di Edinburgh e St Andrews
Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Scozzese
Rev.mo Vincent Nichols
Arcivescovo di Westminster
Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica di Inghilterra e Galles
Sua Eminenza Francis Cardinal George
Arcivescovo di Chicago Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti

“DA DOVE NASCONO I RAPPORTI TRA POLITICA E CRIMINALITÁ ORGANIZZATA?”

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Per avviare un ragionamento bisogna partire dallo Stato, la cui presenza nella societĂ  meridionale si è configurata come debole fin dall”unificazione.
Di Amato Lamberti

Dopo 25 interventi sulla fenomenologia dei rapporti tra politica e camorra si pone l”esigenza di capire il perchè delle situazioni evidenziate. Un ragionamento più teorico mi sembra necessario, anche perchè un po” di teoria serve anche per inquadrare i problemi sollevati dalla cronaca quotidiana.
Dobbiamo partire non dalla camorra ma dallo Stato, perchè, per molte ragioni la presenza dello Stato nella societĂ  meridionale si è fin dalla unificazione configurata come debole.

Tanto è vero che le modalitĂ  del rapporto tra Stato e Mezzogiorno sembrano definite da tre ordini di difficoltĂ  o di debolezze: carenza di legittimazione, basso livello di penetrazione, assenza vistosa di integrazione. Sono proprio queste debolezze a determinare, e via via allargare, una vera e propria discrasia tra le proteste di regolamentazione e di intervento da parte dello Stato e la sua concreta incapacitĂ  di rendere credibili ed operanti queste pretese attraverso una amministrazione efficace e una capacitĂ  di progettazione e direzione dello sviluppo. In una situazione di questo tipo è normale che, qui come altrove, si creino spazi consistenti per la sostituzione dei poteri privati al potere dello Stato.

Le funzioni pubbliche sono assunte, a più livelli, da gruppi privati che, ad esempio attraverso lo scambio clientelare, attraverso il monopolio delle funzioni di mediazione sociale, si assumono il compito di garanti della fiducia nei rapporti fra privati e fra pubblico e privati. Ma si può arrivare anche all”appropriazione della funzione di esercizio della violenza, attraverso l”organizzazione di forme di controllo, monopolistico o quasi, della violenza privata, come accade con le organizzazioni mafiose e camorristiche. Il sistema politico meridionale, nella sua concreta configurazione, è la realizzazione esemplare del modello esposto, con tutte le sue conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra interessi organizzati, sistema dei partiti e pubblica amministrazione.

Nel Mezzogiorno l”organizzazione degli interessi è relativamente debole per la scarsa presenza e il basso peso delle associazioni secondarie di organizzazione degli interessi e per la costante e diffusa utilizzazione, come risorsa da spendere sul piano politico, dei reticoli di azioni clientelari, parentali e familiari. Proprio il sistema clientelare –che comporta la frantumazione degli interessi in una miriade di domande individuali e/o microcollettive- determina, nei centri pubblici di decisione e di spesa, una forte concorrenza tra soggetti con funzione politica e soggetti con funzione amministrativa, perchè entrambi aspirano al massimo del potere discrezionale e perchè, inoltre, molto spesso, sono o tendono ad entrare in rapporto d”affari o di scambio con interessi organizzati.

Bisogna anche tenere presente la collocazione che partiti politici e apparati statali hanno nel Mezzogiorno all”interno della dinamica sociale. I partiti politici non possono, nel contesto meridionale, essere descritti come strumenti della rappresentanza e del potere politico in contrapposizione a poteri e istituzioni proprie della societĂ  civile, perchè si registra, tra partiti politici e societĂ  civile, una quasi totale coincidenza. Le macchine politica e amministrativa diventano così predominanti rispetto alle classi, ai sindacati, ai ceti professionali, ai gruppi economici e possono tranquillamente lavorare per la realizzazione di una societĂ  dove il compromesso e la mediazione sono la regola e dove l”esercizio della politica o dell”amministrazione si traduce immediatamente in rendita di potere, di prestigio sociale, di posizione economica.

Il controllo delle posizioni-chiave delle istituzioni si è tradotto nel controllo dell”economia, impedendo anche ogni tentativo di diversificazione socio-economica che avrebbe introdotto fattori di cambiamento e modifica della situazione con conseguente perdita di centralitĂ  e potere. Il monopolio dei tre mercati fondamentali –del credito, dell”edilizia pubblica e privata, del lavoro- ha non solo consentito di solidificare il potere dei partiti, ma li ha sganciati dallo stesso bisogno del consenso degli elettori, perchè esso stesso è finito, per così dire, monetizzato: è diventato una merce di scambio.

Una pratica politica e amministrativa fondata largamente sull”illegalitĂ  non poteva che favorire il consolidamento e l”allargamento di comportamenti e pratiche illegali nella societĂ  e nell”economia, soprattutto in situazioni in cui alcune funzioni peculiari dello Stato, come quelle della legittimazione dell”ordine esistente, della mediazione sociale, del controllo della violenza privata erano delegate a gruppi privati e gestite in forme clientelari e/o criminali.

In Campania, l”esistenza “storica” di organizzazioni criminali, sostenuta da una diffusa cultura della violenza e dell”illegalitĂ , ha costretto fin dall”inizio i poteri politici e amministrativi a fare i conti e a venire a patti con esse, stante la comunicazione di interessi e l”incapacitĂ  di fronteggiarne le pressioni e ridurne la presenza e il peso in determinati territori e contesti sociali. Anche in questo caso ha funzionato il meccanismo dello scambio politico: in cambio del controllo di alcune zone di conflittualitĂ  sociale e della raccolta di consenso, si sono concessi privilegi e qualche libertĂ  di movimento.

Finchè le organizzazioni, o meglio i gruppi criminali, erano scarsamente numerosi, avevano basse pretese, agivano su territori limitati ed operavano prevalentemente sulle intermediazioni tra cittĂ  e campagna, il potere politico e amministrativo non ha avuto grossi problemi ma ha, anzi, lucrato, intermini di consenso sociale ed elettorale, più di quanto non sia stato costretto a cedere o a pagare. Quando le organizzazioni criminali sono diventate delle vere e proprie holding economico-criminali con pretese di egemonia economica e di governo delle decisioni e degli investimenti, le “macchine” politico-amministrative sono state costrette a prendere atto di una trasformazione che investiva la loro stessa sopravvivenza oltre che la loro egemonia.

La risposta “forte” dello Stato, così come si è scritto su tutti i giornali, con i maxi-processi di Napoli e con le decine di analoghe, sia pure ridotte, iniziative della magistratura e delle forze dell”ordine, trova una spiegazione di ordine più generale proprio nella necessitĂ  di ristabilire un rapporto di supremazia delle “macchine politiche” rispetto alle lobby mafiose e camorristiche. Un obiettivo che in Campania sembra realizzarsi più facilmente e più rapidamente di quanto non avvenga in Sicilia, dove probabilmente il radicamento consolidato delle organizzazioni mafiose fin dentro la “macchina politica” pone anche il problema di una riconquista delle posizioni di potere politico e amministrativo cedute o sottratte.

In Campania il rapporto tra mercato politico e holding criminali si configura diversamente proprio perchè le organizzazioni criminali, mentre si sono evolute fino a diventare delle vere e proprie holding economico-criminali, ancora non sono riuscite –se non in qualche situazione dell”area nolana- a costituire delle lobby economico-politico-criminali.

LA RUBRICA

SCUOLA. LA RITUALITÁ DEI QUADRI: LEGGERE LA PROPRIA SORTE

Il momento degli scrutini finali a scuola, dei “quadri”, accende un faro su ciascun alunno, che diventa protagonista in ogni caso. Per altri, invece, è giĂ  tempo di esami di maturitĂ .
Di Annamaria Franzoni

Da sempre per un”innumerevole schiera di studenti il giorno dell”affissione degli scrutini finali costituisce una linea di demarcazione tra uno stato d”animo e un”inattesa condizione del nostro essere: per quanto ogni allievo sia stato presente alla propria storia giorno dopo giorno, durante l”intero anno scolastico, quest “ultimo troppo spesso tende a sfuggire rapidamente, senza dare il tempo all”allievo di realizzare quel recupero che per tanti fatidici lunedì si era riproposto di realizzare .

All”improvviso, infatti, l”anno è terminato e bisogna fare i conti non solo con i risultati, ma con un intera societĂ , che ad un certo punto sembra mettere in ombra i tanti problemi della pace nel mondo, delle guerre o dei problemi di stabilitĂ  del governo, per concentrarsi solo su di te e di quale sia stato l”esito scolastico raggiunto da te, meravigliandosi del perchè e del come tu non ce l”abbia fatta ad essere ammesso alla classe successiva o abbia conseguito la sospensione del giudizio che ti lascia sul filo fino a settembre.

Non solo i genitori, il che naturalmente è lecito, ma nonni, zii, vicini di casa e persino la signora del sesto piano di cui ignori anche il nome, ti chiedono come sia andata.
Lo scorso anno tutto era andato bene e nessuno ti aveva chiesto niente. Ma è una congiura?
Assolutamente no. È pur vero che intanto stai male e nessuno è in grado di aiutarti in questo tremendo momento di disagio!

Ciò avviene a quanti hanno giĂ  conosciuto il verdetto finale, mentre in questo istante sono numerosissimi quelli che stanno vivendo quel passaggio epocale della propria esistenza che è “l”esame di maturitĂ ”, che lascia un segno nella nostra vita e che con il passare del tempo perde tutte le connotazioni negative dell”ansia, della paura, della tensione e lascia la tenerezza di momenti splendidi che appartengono alla nostra memoria storica , alla nostra crescita , al nostro essere adulti.
In bocca al lupo a quanti vivono in questi giorni la fatidica “notte prima degli esami”.

LA FRONTIERA DELLA FAME

La pace tra i popoli si costruisce con cooperazione e solidarietĂ , ma se un sesto del pianeta soffre la fame ogni parola è superflua.
Di don Aniello Tortora

Secondo la stima della Fao (l”Agenzia dell”Onu per l”agricoltura e l”alimentazione) per la prima volta nella storia umana soffre la fame più di un miliardo di persone, un sesto della popolazione del pianeta. È questa una delle conseguenze della crisi globale economica che tutti stiamo vivendo.
Oggi ci sono cento milioni di affamati in più rispetto al 2008. La “frontiera della fame” viene situata dagli esperti della Fao a 1800 calorie al giorno. Al di sotto di questo livello di nutrimento i danni per la salute sarebbero irreversibili. La Banca mondiale stima che entro il 2015 moriranno da 200.000 a 400.000 bambini in più all”anno.

Il 40% delle donne incinte nei Paesi poveri soffre di anemia, quindi dĂ  alla luce neonati più vulnerabili alle malattie. Il numero dei bambini sottopeso aumenterĂ  di 125 milioni l”anno prossimo. Nella geografia della malnutrizione al primo posto viene l”Asia-Oceania, con 642 milioni di persone sotto la soglia della fame su una popolazione di quattro miliardi. Il primato rispetto alla dimensione demografica spetta all”Africa subshariana: 265 milioni di affamati, un terzo degli abitanti. Seguono l”America latina con 53 milioni, Nordafrica e Medio Oriente con 42 milioni.
Nei Paesi ricchi abita la quota più piccola, ma pur sempre impressionante di affamati: 15 milioni di europei e nordamericani sopravvivono a stento, vittime di una invisibile carestia in mezzo al benessere.

È questa una grande contraddizione: gran parte del mondo gode di una ricchezza senza precedenti, anche in mezzo a questa recessione, eppure le vittime della fame raggiungono un record storico. Forse non siamo tutti abbastanza consapevoli che questa crisi è una minaccia seria per la pace a livello mondiale. È nella povertĂ  che si annidano i focolai di tensione più esplosivi. Con il pretesto della recessione il Nord aiuta sempre meno il Sud, e questo certamente non va bene. Come uomini che “abitano” questo mondo non possiamo assolutamente rassegnarci alla povertĂ . Purtroppo la cultura della solidarietĂ  e della condivisione comincia a scarseggiare anche nelle nostre societĂ  storicamente a forte presenza cristiana.

Basti pensare che nell”ultimo decennio c”è stato l”aumento del 45 % delle spese militari in tutto il mondo. Un incremento che ha fatto toccare la cifra record di 1330 miliardi di dollari: ben dieci volte di più degli aiuti allo sviluppo dei Paesi poveri. Questa è vera “schizofrenia globale”. Nel Messaggio a Jacques Diouf, direttore generale dell”Organizzazione Onu per l”alimentazione e l”agricoltura, in occasione della Giornata mondiale dell”alimentazione, Benedetto XVI denunciava che “oggi non viene prestata sufficiente attenzione ai bisogni dell”agricoltura, e questo sovverte il naturale ordine della creazione e compromette il rispetto della dignitĂ  umana”.

Ancora, Benedetto XVI ricorda “chi ha dovuto abbandonare i propri poderi a causa di conflitti, disastri naturali o disinteresse delle politiche per il settore agricolo”, e ha invitato la Fao a promuovere “la collaborazione tra agenzie nazionali e internazionali impegnate nello sviluppo agricolo. Le iniziative individuali – ha avvertito il Papa – dovrebbero inserirsi all”interno di più ampie strategie volte a combattere fame e povertĂ ”. “Cooperazione e solidarietĂ ”: solo questo connubio “costruisce la giustizia, l”armonia e la pace tra i popoli”.

Tocca particolarmente alla Chiesa denunciare continuamente queste grandi ingiustizie e invitare tutti alla conversione per la solidarietĂ , la sobrietĂ , la giustizia. I beni della terra sono di tutti e per tutti e dobbiamo riconoscerci tutti veramente e concretamente fratelli.

L’ITALIA FASCISTA: IL FALLIMENTO DELLA POLITICA COLONIALE

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L”Etiopia prima e la Libia poi rappresentarono la nuova America per l”Italia di Mussolini. Si trasformarono ben presto in una triste e fallimentare vicenda.
Di Ciro Raia

Dopo un anno e dopo alterne vicende, si conclude la guerra in Etiopia. Nel 1936, infatti, le truppe del generale Pietro Badoglio –chiamato a sostituire il generale De Bono- entrano trionfalmente in Addis Abeba. Il re Vittorio Emanuele III piange di gioia alla notizia della vittoria e non esita a concedere al duce la più alta onorificenza militare italiana: “Ministro delle forze armate preparò, condusse e vinse la più grande guerra coloniale che la storia ricordi, guerra che egli, capo del governo del re, intuì e volle per il prestigio, la vita, la grandezza della patria fascista”.

Nell”immaginario collettivo degli Italiani l”Etiopia, terra precedentemente del tutto sconosciuta, diventa una sorta di nuova America, ricca di risorse e di opportunitĂ  di lavoro. Così, a conclusione di una conquista velocissima, la vittoria appare essere –più che del fascismo- dell”intero popolo italiano, che si inebria per l”annuncio di Mussolini: “l”impero è tornato sui colli fatali di Roma”.

L”Italia, purtroppo, tarda a rendersi conto di aver conquistata una terra irta di montagne, brulla e riarsa! Così l”entusiasmo si rivela pari alla delusione. L”Etiopia non è in grado di risolvere la domanda di disoccupazione di decine di migliaia di Italiani. La richiesta di manodopera è occasionale ed è legata alla costruzione di edifici e di strade: l”Etiopia, alla fine, più che una fonte di ricchezza è un pozzo di assorbimento delle giĂ  scarne energie italiane.

Non va meglio nemmeno l”avventura della colonizzazione della Libia (con le regioni della Cirenaica e della Tripolitania), terra che, secondo il governo italiano, deve diventare la “quarta sponda”. Per quel lembo di terra africana è prevista la partenza di circa due milioni di persone, per cui sono costruiti villaggi e case coloniche. Tutti quelli che ricevono un podere ed una casa devono essere bravi nei lavori agricoli, avere una famiglia numerosa e, soprattutto, essere iscritti al PNF. Nonostante gli sforzi ed i progetti, però, di integrare la popolazione libica con quella italiana, resta una diffidenza di fondo, in quanto gli agricoltori fascisti hanno sottratto innumerevoli possedimenti agli indigeni.

Così, l”ossessione della costruzione di un impero si trasforma, tutto al più, in una specie di spirito missionario di derivazione cattolica. E dell”enfasi delle partenze, nel 1938, dei piroscafi italiani per la Libia resta solo una descrizione roboante e folcloristica: “Le famiglie rurali, ordinatissime, hanno salutato alla voce il Re Imperatore e il Duce. Sui moli, sulle calate del porto e lungo le vie prospicienti, le organizzazioni del regime e la popolazione hanno assistito alla partenza di questo convoglio veramente eccezionale con visibile commozione e hanno salutato i partenti con altissime, entusiastiche acclamazioni al Duce”. Il seguito è solo una vicenda fallimentare.

CAMORRA E POLITICA. DIFFIDATO IL NOSTRO GIORNALE

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La ricostruzione giornalistica dei fatti che hanno portato allo scioglimento del Comune di Arzano ci è costata una diffida. Ritorniamo sull”argomento con ulteriori approfondimenti.
Di Amato Lamberti

Il nostro giornale, insieme al prof. Amato Lamberti, torna ad occuparsi del Comune di Arzano per rimarcare le fonti da cui sono state tratte le notizie riportate in un precedente articolo, nel quale abbiamo trattato dello scioglimento di quell”Amministrazione perchè fortemente condizionata dalla camorra (VEDI).

Per alcuni passaggi di quell”articolo abbiamo ricevuto una diffida dall”Avvocato difensore dei sig. Luigi e Ciro De Rosa, gestori dell”Azienda Sanitaria Privata “Panda” (il documento è consultabile a fine articolo).
I De Rosa sono stati citati nell”ambito della ricostruzione giornalistica del contesto territoriale del Comune di Arzano, nella quale è stato sottolineato in che modo i magistrati hanno indicato le “famiglie” –i clan- che “a parte i traffici criminali, sembrano aver preso –da tempo- il comando sia delle attivitĂ  economiche della cittĂ , che di quelle amministrative del Comune”.

L”approfondimento che segue, sviluppa in modo più dettagliato le ragioni per le quali i sig. De Rosa sono stati chiamati in causa e specifica i documenti pubblici dai quali sono state riprese le notizie.
È doveroso ricordare che l”argomento camorra, essendo serio e delicato, viene trattato utilizzando come fonti gli atti ufficiali della magistratura, delle Commissioni di accesso, le interrogazioni parlamentari, i Decreti di scioglimento del Presidente della Repubblica.
L.P.



Arzano è il Comune della provincia di Napoli nel quale, gli intrecci tra camorra e pubblica amministrazione, sono stati meglio evidenziati grazie al costante e coraggioso lavoro del giornalista e consigliere comunale Mimmo Rubio. Per la sua attivitĂ  di puntuale denuncia è stato più volte minacciato da politici e malavitosi, tanto da rendere necessaria la protezione per lui e per la sua famiglia.

Quanto sia pesante l”aria che si respira da anni ad Arzano, lo dimostra la lettera di minaccia all”on. Pezzella, nel 2005; come anche l”attentato al presidente del Consiglio comunale, Elpidio Capasso, oggetto, nel gennaio 2006, di un attentato dinamitardo con pacco bomba che ferì gravemente la moglie e lo costrinse all”abbandono dell”attivitĂ  politica. Anche l”aggressione, a martellate in testa, del sindaco Nicola De Mare, il 12 maggio 2005, da parte di un disoccupato al quale erano state fatte promesse di assunzione, testimonia la durezza della situazione, tanto da indurre il prefetto, dopo una articolata interrogazione parlamentare del sen. Florino, nel 2005, all”invio della commissione di accesso agli atti, nel 2006.

Una commissione che lavora con tale lentezza da sollevare molti dubbi sulla volontĂ  di voler procedere allo scioglimento di un comune i cui amministratori, a cominciare dal Sindaco, hanno fortissimi rapporti con i livelli regionali dei loro partiti, i DS e la Margherita, e godono di coperture nel governo e nel Consiglio regionale. Si comincia a parlare di Arzano come l”ultimo avamposto da difendere per evitare l”entrata in crisi di tutti i Comuni amministrati dal centro-sinistra con gli stessi metodi, con la possibilitĂ  di coinvolgere la stessa Regione.

Ma qual era questo metodo? Dal lavoro della commissione d”accesso sembra emergere “il totale asservimento del sindaco di Arzano all”ex direttore del consorzio cimiteriale-indicato come vicino a referenti di uno dei clan locali- e a un soggetto esterno al consiglio comunale, giĂ  condannato per patteggiamento per reati gravi, tra i quali il voto di scambio, che secondo le forze dell”ordine era in grado di influenzare anche le nomine di alcuni assessori, proponendone personalmente i nomi”. In pratica, la vita democratica ad Arzano era condizionata, secondo il decreto di scioglimento, da un intreccio affaristico criminale, con tanto di voto di scambio, caratterizzato da varianti che si intersecano e che vede politici sponsorizzati ed appoggiati direttamente dalla camorra, ed altri asserviti e convergenti agli scopi delle stesse organizzazioni criminali.

Ma quella di Arzano non era una situazione particolare. Prima che il ciclone degli scioglimenti si abbattesse su altri comuni della stessa area, anche più importanti, che presentavano la stessa situazione di intreccio affaristico tra amministratori e camorra, salta il prefetto accusato di proporre con eccessivo zelo lo scioglimento dei Comuni infiltrati dalla camorra. Una ricostruzione molto accurata della situazione di Arzano è stata prodotta dall”on. Storace in una lunga e documentata interrogazione, dalla quale ho ripreso le notizie sulla famiglia De Rosa, riportate nel precedente articolo, che integralmente recita:

“Così come non si può trascurare l”arresto di Luigi De Rosa, fratello del consigliere di opposizione Lucia De Rosa (Sdi), finito in manette per falsificazione di marchi d”autore (Armani, Dolce e Gabbana) insieme ai magliari dei Quartieri Spagnoli di Napoli. La famiglia del consigliere De Rosa è diventata con attivitĂ  del genere una delle più potenti economicamente sul territorio. Oggi gestiscono due dei più grandi centri sanitari privati finanziati dalla Regione Campania. Il padre, tale Pasquale De Rosa, soprannominato “pascariello” è stato considerato per decenni il vero “capo” della cupola d”affari in cittĂ  e plenipotenziario della politica locale, potendo contare su amicizie e frequentazioni influenti tra cui quella del boss deceduto Michele Zaza e di altri esponenti di primo piano dei casalesi.”

Nell”allegato n.2 della stessa interrogazione, presentata al Senato della Repubblica il 26/III/2007, si aggiunge: “Il braccio economico dell”Alleanza di Secondigliano, invece, è rappresentato dai cosiddetti “magliari”. Si va dalla storica famiglia dei De Rosa, soprannominati “i pascariello”, il cui figlio Luca De Rosa, fratello della consigliera di opposizione Lucia De Rosa (Sdi), è finito alcuni mesi fa in manette per falsificazione di marchi d”autore (Armani, Dolce e Gabbana) insieme ad altri “magliari” dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Il resto della famiglia De Rosa ha costruito invece un impero economico con aziende sanitarie, tra cui il “Panda”, convenzionate con le Asl e la Regione Campania.”

La frequenza con la quale, nei decreti di scioglimento, si fa riferimento a investimenti nel settore delle cliniche private, da parte di soggetti e famiglie malavitose, impegnate anche in politica a livello locale, ma anche provinciale, regionale e nazionale, fa ritenere necessario un approfondimento mirato ad un settore, trascurato a livello di indagini, ma importante , per la quantitĂ  di denaro movimentato, come per la creazione di “macchine” elettorali capaci di orientare pacchetti consistenti di voti e di preferenze. Questo potrebbe anche chiarire le ragioni della lotta feroce che, a livello di governo regionale, caratterizza il controllo del settore della sanitĂ .

LA DIFFIDA

“LINGUA IN LABORATORIO”. RISPOSTE AI LETTORI

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Partendo da una domanda di un lettore, il prof. Ariola ci fa percorrere un tragitto a ritroso per condurci nell”antico mondo contadino dove:le sorprese non mancano.

Il sig. Bruno V. di Cardito ci scrive: “Nel suo articolo ‘La realtĂ  enigmatica’ del 18 maggio scorso, riferendosi all”indovinello del secchio che ‘scenne ridenno e saglie chiagnenno’, ha affermato che esso è ‘interessante perchè costituisce un flash sulla nostra civiltĂ  contadina:di qualche anno fa’. Poichè a me risulta che il secchio con cui si attingeva acqua o la si trasportava, era ed è usato da tutti, in che senso specifico questo oggetto si riferisce al mondo contadino?”

È vero, il secchio era presente in tutte le case, non solo dei contadini, e lo è tuttora, credo. Per i contadini tuttavia esso era uno strumento indispensabile per procurarsi l”acqua di cui aveva bisogno, attingendola dal pozzo o dalla cisterna di raccolta dell”acqua piovana, talvolta persino da bere, dato che la conduttura idrica non raggiungeva le case di campagna e non sempre le poche fontane pubbliche in paese erogavano il prezioso elemento, giĂ  normalmente avaro e quindi insufficiente per tutti. Oggi, si sa, è cambiato il tipo di secchio e l”uso che se ne fa quotidianamente.

Certamente non si utilizza ormai più per attingere acqua, nè si vedono più in giro secchi di metallo o addirittura di legno (-“o cato- come lo chiamavano in dialetto), essendo stati sostituiti da moderni esemplari di plastica di diverse fogge, dimensioni e colori. Altra cosa che è scomparsa è proprio il pozzo come fonte di approvvigionamento; ormai il sistema di conduttura idrica ha raggiunto tutte le case e anche i casolari di campagna più sperduti.

Ecco a questo ci si intendeva riferire, al tempo in cui, prima e anche per qualche decennio dopo la seconda guerra mondiale, qui in Campania in modo particolare, nei paesi di campagna esistevano solo fontane pubbliche e non sempre attive; ad esse si andava per l”acqua da bere, mentre per le restanti necessitĂ  si attingeva dal pozzo in comune che era collocato al centro del più o meno ampio cortile sul quale affacciavano varie abitazioni, o da quello privato nel cortile interno, dietro casa. Il pozzo serviva anche da frigorifero, vi si calava un paniere con cibi e bevande da tenere in fresco.

Nel pozzo appunto, si faceva scendere con una carrucola di ferro o di legno il secchio, di metallo o di legno, legato ad una fune di solito, e talvolta ad una catena di ferro, con il quale si tirava su acqua in gran quantitĂ  per riempire il lavatoio attiguo o per i vari usi domestici; si riempiva anche -“o cupellone- , ossia il grosso mastello nel quale la massaia preparava il bucato con acqua bollente e cenere (-“a culata- ), e si metteva, nei mesi estivi, al sole per far riscaldare l”acqua e offrire ai bambini un”ottima vasca da bagno.

Di tanto in tanto capitava che la fune consunta in qualche punto si spezzava e il secchio ripiombava giù e andava a fondo. Non ci si poteva permettere di perderlo, non c”erano soldi per ricomprarlo e quindi si doveva recuperarlo ad ogni costo. Si ricorreva alla “vurpara” o “vorpara” che era un attrezzo formato da due piastre di ferro incrociate alla estremitĂ  delle quali pendevano degli uncini;

con una fune si calava nel pozzo o nella cisterna e con una santa pazienza si tentava di ripescare il prezioso oggetto, che a volte si faceva prendere subito e risaliva docile fino alle mani soddisfatte del suo padrone, spesso però faceva il dispettoso e impegnava il pescatore per ore, mettendo a dura prova il sistema nervoso dello stesso e arrendendosi solo quando le imprecazioni e le bestemmie dell”infelice gli giungevano fin nel silenzio della profonditĂ  in cui era immerso.

GiĂ  il Galiani nomina questo attrezzo e ne inserisce il lemma tra le “parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano” del suo vocabolario omonimo: “rampino di ferro per lo più a quattro aste, ma picciolo, simile ad un”ancora di nave, per uso di pescar cati, o secchi, che cascano nelle cisterne:,Cort. Ros. att.I,
“Tu pische da lo puzzo de sto pietto
co la vorpara de sta chiacchiarella”

Antonio Santella dĂ  notizia di una vurpara di forma diversa: “attrezzo di ferro fatto con diversi uncini, legati ad un cerchio con catenelle, per ripescare secchie cadute in pozzi o cisterne”.
Il nostro esimio e sempre compianto Francesco D”Ascoli fa derivare il nome dal fatto che l”attrezzo somiglia alla “polpara”= “attrezzo per pescare i polipi”.
Quanto alla trasformazione della labiale ( -p- ma più spesso -b-) nella labiodentale -v-, essa è molto frequente nel nostro dialetto.(Es., “vocca” dal lat. “bucca, ae”).

La “vurpara” o “vorpara” si è prestata a utilizzazioni metaforiche. Oltre al Cortese citato sopra, famosa è la quarta egloga, intitolata appunto “La vorpara, che chiude la quarta giornata del “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille” di Gianbattista Basile. Ecco alcuni versi tra i più significativi:

“Non sai ca non c”è ommo/ che non tenga a la mano na vorpara?/ co chesta campa e sguazza,/ co chesta sforgia e “ngrassa,/ chesta le mette bona paglia sotta,/ pe chesta vene a “nchiudere li puorce,/ co chesta luce e se fa chino “n funno,/ co chesta “nsomma domena lo munno!/::.vasta, ca non è ommo/ che non la porta sempe a la centura,/ chi d”oro, chi d”argiento e chi de ramma,/ chi de fierro o de ligno,/secunno qualitĂ  de le perzone./:.vasta c”ognuno pesca,/ e perzò a sto pescare/ è posto vario nomme:/ arrocchiate (= rubare), affuffare (=portar via), arravogliare (fregare),/ alleggerire, auzare (=raccogliere) e sgraffignare,/:..”.

Oggi la “vurpara” è scomparsa o si può ammirare in qualche museo della civiltĂ  contadina ma …la pesca, purtroppo, continua!

IL VOTO EUROPEO, QUELLO ITALIANO E :SANT”AGOSTINO

Oggetto della riflessione di questa settimana i risultati del 6 e 7 giugno scorsi e le incertezze che ne scaturiscono.
Di don Aniello Tortora

Tenterò questa settimana di fare qualche riflessione sui risultati del 6/7 giugno. Per quanto riguarda l”Europa il risultato è di una chiarezza estrema: la vecchia Europa va a destra. Questo non solo perchè mantengono le loro posizioni i moderati e i conservatori che giĂ  avevano la maggioranza in Parlamento, ma anche perchè emergono e si accrescono gruppi e movimenti estremisti, euroscettici, nazionalisti e xenofobi, se non apertamente razzisti. C”è stata la sconfitta delle tradizionali componenti socialiste (Germania, Francia e Spagna) e laburiste (Inghilterra) e perciò la tendenza appare ancora più marcata.

Il Partito popolare europeo avrĂ  la maggioranza, ma non è un”entitĂ  omogenea. Tutto questo certamente avrĂ  influenza sul nuovo equilibrio del Parlamento. Non sappiamo se il suo ruolo si rafforzerĂ  o se le spinte frenanti condizioneranno l”intero sviluppo dell”Unione. Per quanto riguarda il “risultato” italiano possiamo dire che sono emersi “segnali di malcontento” a cominciare dall”affluenza alle urne, alta se paragonata ad altri paesi, ma bassa, rispetto alle nostre abitudini partecipative. È un indice di disaffezione diffusa, per cui, prima di indagare su chi ne abbia beneficiato, varrebbe la pena di rendersi conto delle ragioni per cui milioni di elettori non raccolgono l”invito.

Certamente non c”è più fiducia nella politica, per lo scarso esempio di impegno, di onestĂ  e di interesse per il bene comune che il mondo della politica sta dando, soprattutto in Italia e in questo periodo della nostra storia repubblicana. La prova italiana era venuta a configurarsi come un grande sondaggio d”opinione ed è inevitabile che così venga letto il suo esito. È ciò che avviene, purtroppo, quando si confrontano i dati solidi rivelati dalle urne con quelli “liquidi” espressi dai sondaggi.

Con riferimento alle due forze principali il Pdl ha preso il 35 % (si aspettava che superasse il 40), mentre il Pd, uscito malconcio dalle sconfitte e dai travagli interni, ha preso il 26% (molti pensavano che non superasse il 22). Oltre ai “due partiti” maggiori c”è stato un altro risultato su cui sarebbe interessante riflettesse la politica italiana: hanno superato il quorum del 4% anche la Lega, l”Udc e l”Italia dei valori. Questi partiti hanno titoli per stare in campo e per giocare ruoli decisivi e incisivi nelle prossime fasi della storia politica.

Una riflessione a parte è necessario fare sul partito di Bossi. GiĂ  condiziona enormemente la coalizione di governo (che si è “padanizzato”) ed è da prevedere che ne condizionerĂ  ulteriormente i movimenti e le scelte, specie sui temi caldi del federalismo fiscale, della sicurezza e dell”immigrazione. Un discorso a parte bisogna farlo sul partito di Casini. Uscito solidificato dalla recente tornata elettorale, prima o poi dovrĂ  scegliere con chi stare. Quanto all”Idv, il successo delle sue liste porterĂ  il partito di Di Pietro inevitabilmente a proseguire nel cammino di “attacco frontale” fin qui intrapreso, contro il premier, nei suoi punti più deboli: vicende giudiziarie e leggi “ad personam” in primo luogo.

Tutto sta a vedere come intenda, dopo aver rotto con il Pd, amministrare il patrimonio dei consensi (indubbiamente tanti). Intanto, ci si avvia verso il voto per il ballottaggio. Ma giĂ  adesso possiamo fare una riflessione sull”esito elettorale delle comunali e provinciali: il centrosinistra ha perduto molte province e comuni ed è costretto al ballottaggio anche dove non lo avrebbe mai immaginato. Si pongono qui problemi interni e seri al centrosinistra, circa la sua presenza sul territorio e di aderenza ai problemi veri delle comunitĂ .

La mia modesta impressione è che qualcosa di imponderabile stia avvenendo nell”attuale contesto politico. Sono saltati certi schemi e il futuro è sempre più incerto e flessibile. Anche nel nostro territorio (vedi provinciali e caso-Pomigliano) stanno accadendo cose inimmaginabili e che vanno oltre la nostra razionalitĂ . Mi domando se c”è libertĂ  di voto in Italia e soprattutto al Sud.

Mi auguro che il mondo della politica, che sta toccando veramente il fondo in questi giorni, si converta a “volare alto” e a risolvere i veri e reali problemi della gente. Diceva S. Agostino che “uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri”.

PILLOLE DI “900. “ITALIA, IN PIEDI!”

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L”Italia fascista si lancia nelle conquiste coloniali e va all”attacco dell”Etiopia. La SocietĂ  delle Nazioni, distratta da Hitler, lascia correre, mentre la Chiesa appoggia l”atto di guerra.
Di Ciro Raia

Il 1935 è segnato dalle operazioni che portano alla conquista dell”Etiopia. Le truppe italiane in Eritrea, al comando del generale Emilio De Bono, sferrano l”attacco al negus Hailè Selassiè. Dopo mesi di preparazione, il regime fascista trova l”occasione per la sua avventura internazionale. Nonostante l”Italia abbia firmato, infatti, nel 1928, un trattato d”amicizia e di non aggressione con l”imperatore Selassiè, il capo dell”esecutivo italiano, prendendo a pretesto un futile motivo, ordina l”occupazione della terra etiope: “Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta l”Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate!.. Abbiamo pazientato 40 anni! Ora basta!..Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi!”.

Le potenze europee, in veritĂ , sono più preoccupate, però, dalla politica di Hitler che da quella di Mussolini e non tengono conto della richiesta di tutela, che l”Etiopia ha inoltrato alla SocietĂ  delle Nazioni. A nulla vale, quindi, l”accertamento che a provocare gli scontri di Ual Ual -localitĂ  in cui 1500 soldati abissini assaltarono 200 soldati italiani- siano state bande di irregolari. L”Italia battezza così, ufficialmente, la sua spedizione militare contro l”Etiopia.

Anche la Chiesa appoggia la conquista coloniale. L”arcivescovo di Genova, il cardinale Mario Giardina, firma un manifesto in cui invita la popolazione ed i cattolici a sostenere i valorosi soldati italiani, chiamati a compiere il loro dovere sul suolo africano. Il cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, benedice i soldati italiani in Africa ed invia un pensiero grato all”esercito fascista, che si sta battendo per portare la luce della civiltĂ  in Etiopia.
La guerra coloniale provoca il blocco delle esportazioni nel nostro paese, le cosiddette sanzioni economiche, da parte della SocietĂ  delle Nazioni. La decisione, però, invece di danneggiare il regime fascista, lo rende più forte ed unito.

Nomi illustri della politica e della cultura (Luigi Albertini, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Arturo Labriola), prima critici nei confronti del fascismo, dichiarano ora il loro appoggio al governo. E Mussolini sfrutta l”embargo, per richiamare il popolo a reagire alla decisione della SocietĂ  delle Nazioni. “Date oro alla patria”, chiede il Duce. Le fede nuziali, i gioielli, le auree capsule dentarie sono fusi per aiutare la patria. L”Italia deve bastare a se stessa: è autarchia!

Si rilancia l”industria, migliora l”economia. La crisi sembra esser lontana. Un manifesto pubblicizza un soldato, che scrive sul muro: “Fate fondere le nostre brande. Il soldato italiano sa dormire per terra!”.
Per le strade, intanto, non si ascolta che il ritornello di una canzone: “Faccetta nera,/ bella Abissina,/ aspetta e spera che giĂ  l”ora si avvicina!/ quando saremo insieme a te,/ noi ti daremo un”altra legge e un altro re”.

RICORDO DI GUERRA COLONIALE

CRONACA DI UN CINEGIORNALE