Elezioni a Somma Vesuviana, La Città Cambia: “Nessuno candidato ci rappresenta”

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Il movimento politico La Citta Cambia invia un messaggio alla città chiarendo la propria posizione sulle elezioni.  Di seguito il testo. Non partecipiamo alle elezioni amministrative. Non ci saremo perché per noi la politica non è solo contesa elettorale ma è soprattutto partecipazione e proposta. Non ci saremo perché non siamo politici di professione. Non ci saremo perché in questi ultimi anni non abbiamo avuto la forza e, a volte la motivazione, nel parlare ai cittadini così come abbiamo sempre fatto. Non appoggiamo nessun candidato alla carica di Sindaco perché nessuno di loro ci rappresenta e perché non ci siamo mai sentiti proprietari dei consensi di chi in questi anni liberamente ci ha seguito e sostenuto. Abbiamo sempre creduto in una politica che parlasse delle persone e dei problemi reali; di legalità e di comunità. Ed è per questa idea che abbiamo profuso, con sacrificio, i nostri sforzi. Abbiamo coltivato nel tempo le nostre idee per un progetto che avesse l’intento di cambiare radicalmente le cose. Ci siamo messi in gioco, abbiamo sognato, lottato, pianto, e malgrado le sconfitte, crediamo ancora che gli sforzi e l’impegno non siano stati vani. La Città Cambia non è finita. È nelle persone che hanno animato il nostro movimento. È nel rifiuto dei compromessi con chi, per anni, ha ammazzato questo territorio per i propri interessi. La Città Cambia è in chi non perde la speranza; è nei no ripetuti nei giorni di chiusura delle liste; è in chi crede che quello al quale stiamo assistendo è uno spettacolo indecoroso per la democrazia; è in chi non ha smesso di credere in una città migliore; è nelle mani pulite di chi non ha mai utilizzato scorciatoie nella propria vita; è negli occhi di chi ha dovuto, suo malgrado, lasciare questa terra. La Città Cambia ha la speranza nel nome e non smetterà di esistere fin quando un solo cittadino penserà che un’altra Somma è possibile. Non staremo zitti, non ci faremo da parte, né tantomeno smetteremo di fare politica. Continueremo a partecipare alla vita democratica della città, a dire la nostra e continueremo a pensare che Somma Vesuviana merita una classe politica migliore.

Somma Vesuviana, arrivano i «big» democrat per sancire la «rinascita». E intanto i Verdi segnalano compravendite di voti

Massimiliano Manfredi
Andrea Cozzolino
Assunta Tartaglione
Il Pd c’è e dirà la sua, pur senza lista, senza candidato sindaco, senza una rappresentanza. Si parlerà di «democrazia ferita e rinascita della politica», questa sera alle 19 nella sala Santa Caterina di piazza Vittorio Emanuele III, nel convegno «Giustizia, etica e politica nella città» che vedrà gli interventi del segretario di circolo, Giuseppe Auriemma, della segretaria regionale democrat Assunta Tartaglione, dell’onorevole Massimiliano Manfredi e dell’eurodeputato Andrea Cozzolino.
Peppe Auriemma
Così il Pd torna alla discussione politica, pochi giorni prima del voto che deciderà il prossimo sindaco di Somma Vesuviana tra i cinque candidati in corsa. Ne manca uno, ed è proprio quello che il Pd aveva scelto insieme ad altre due civiche, il medico Giuseppe Bianco. Parla di «democrazia ferita» il manifesto Pd che annuncia il convegno, la «ferita» è però soprattutto quella palese nell’orgoglio democrat, oltre naturalmente a quella del suo popolo, privato della possibilità di essere rappresentato. Tutto è iniziato già prima della presentazione delle liste, quando Giuseppe Bianco, fiaccato da lettere ed esposti anonimi, decise di ritirarsi. Tutto il clamore provocato dal risalto mediatico della vicenda ha spinto i democrat locali ad una scelta singolare: quella di non presentare la lista e dunque nemmeno un candidato sindaco, lasciando «orfani» di colpo elettori e militanti. Salvo poi mettere in campo ogni tentativo possibile per tentare di rinviare il voto, ipotesi scartata dal prefetto dopo un incontro con la delegazione dem. Nelle ultime due settimane dal Pd solo silenzio, rotto con fragore dalla visita in città dell’ex governatore Antonio Bassolino qualche giorno fa.
Francesco Emilio Borrelli
E intanto i Verdi (lista schierata in sostegno del candidato sindaco Salvatore Di Sarno) denunciano presunte compravendite di voti. «Ci sono state segnalate alcune vicende inquietanti – spiega il consigliere regionale del Sole che Ride, Francesco Borrelli – come la compravendita del voto a 50 euro a persona e anche la spesa e il pagamento delle bollette in cambio del consenso. Per le famiglie di almeno 4 persone ci hanno segnalato in cambio del voto l’acquisizione di ferri da stiro, forni a micro onde e addirittura lavatrici e lavastoviglie. Temiamo anche che questi elettrodomestici siano di dubbia provenienza. Casomai rubati o estorti tramite sistemi usurai o di racket dalla criminalità. Per questo chiederemo al Prefetto di Napoli e alla Magistratura di porre la massima attenzione in questo comune negli ultimi giorni di campagna elettorale per fermare questa deriva ed eventuali gravissimi reati».            

Gen Verde: crediamo nell’amore e nel noi insieme

Il successo del concerto acustico del Gen Verde, tenutosi recentemente al Metropolitan di Sant’Anastasia, è stato suggellato dagli applausi, dal pubblico in piedi per ballare e lasciarsi coinvolgere, ma ancor più dalla comprensione del loro messaggio: la fraternità è vita, è ricominciare ad amare, è il “noi” realizzato. Abbiamo intervistato una componente della band, Alessandra, per raccontarsi e raccontare più in profondità quello che le unisce, le sostiene, le affascina, le motiva. Solitamente si promuove un artista, un gruppo musicale. Si evolvono nel tempo, ma son sempre loro. Nel vostro caso il nome non cambia, le componenti del Gen Verde invece dal ’66 ad oggi sono state tante. E il messaggio è sempre l’amore e l’unità, la vera umanità. Come si spiega? Cos’è il Gen Verde? “Questa è una bellissima domanda; quando rispondo a queste domande prima di tutto indago sulla mia vita. È il motivo per cui ho detto il mio sì quando mi è stato chiesto di venire al Gen Verde ed è il motivo per cui siamo animate dal voler testimoniare con tutte noi stesse che la fraternità possibile. I gruppi, nel panorama mondiale, sono tanti e tanti che fanno bellissima musica. Il Gen Verde è un gruppo multi-artistico internazionale composto da sole donne, in questo momento provenienti da almeno di 11 paesi del mondo e, appunto, il nome è sempre quello; soltanto che dal 1966, negli anni, nel Gen Verde sono passate più di 140 ragazze, che hanno aderito ad un progetto, cioè hanno detto “sì, ok, sono pronta a donarmi per un obiettivo” e questo sì al donarsi è rimasto sempre lo stesso. Se ci penso bene cambia il look, cambiano i generi musicali, perché devono cambiare in quanto abbiamo davanti giovani di varie epoche, persone di tante parti del mondo. Diciamocelo pure: una vita dedicata a far vivere il Vangelo tra di noi e comunicarLo ha bisogno di cambiamento, perché l’amore cambia sempre, secondo me; a noi interessa che attraverso il nostro lavoro arrivi questa idea: la fraternità è possibile, la pace è possibile e comincia prima di tutto da me”. Per poter diffondere un messaggio di fratellanza occorre poterlo testimoniare. Qual’è il rapporto tra voi? “La nostra vita è molto stretta, nel senso che lavoriamo e viviamo insieme, quindi lavorare e vivere non è solo paradisiaco, ci sono dei momenti in cui abbiamo a che fare con scelte pratiche, scelte anche artistiche da fare; ognuno mette a disposizione la propria idea, dopo di che è pronta anche a che quella idea non venga realizzata perché in quel momento non serve”. Una canzone tocca cuore e anima quando entra e “spacca”. Da cosa o come nascono le vostre? Parto da un esempio reale: è stata creata una canzone dal titolo “Encuentro” da tutte le componenti del Sud America, Panama, Messico Equador e, ovviamente, ognuna portava il suo genere musicale, il suo modo di pensare quella canzone…; c’è stato un momento in cui si son dovute guardare in faccia e dirsi che, nonostante la diversità, quello che ne sarebbe venuto fuori è un testo e musica ancora diverso da quello che la propria cultura può dare. Fatto questo passo, che è stato bellissimo, è nata la canzone, in cui ciascuna si è ritrovata pienamente. Una canzone colpisce molto per il ritmo, le parole, perché è gioiosa, ma anche perché sotto c’è una esperienza di dialogo profondo tra chi l’ha composta. E, come poi costatiamo, è la canzone ideale, che risponde al nostro progetto di fraternità, la canzone che “spacca”. Che i valori siano in crisi è un dato di fatto. Che siano impressi in ciascuno anche. Se vi sembra di vedere che tutto crolla, come fate a credere? Ancora indago su me stessa. Al Gen Verde ci lavoro e faccio di tutto, come le altre. Ognuno di noi è pronta nelle cose pratiche da fare: scene, microfoni, luci, palco, abiti; ci cerchiamo il lavoro, creiamo tutti i contatti; lavoriamo sul linguaggio mediatico, siamo sempre in continuo aggiornamento. A volte capita di non essere d’accordo, ma ogni volta, prima di iniziare il lavoro ci diciamo: guarda, io sono qui perché il mondo creda che la fraternità è possibile. Quindi…ci si chiede scusa. Siete state a Sant’Anastasia, paese mariano per la presenza del Santuario di Madonna dell’Arco, noto nel mondo. Qual’è il vostro approccio con territori simili? Ogni territorio ha la sua tradizione e anche le sue devozioni. Abbiamo la possibilità di girare il mondo e vediamo tanti modi diversi di essere devoti o legati alla figura di Maria e quindi mi sento fortunata per questo; non vedevo l’ora di venire a Sant’Anastasia, in questa parte della provincia di Napoli, perché non la conoscevo. Per me ogni territorio è sacro, ma non parlerei tanto di approccio al territorio, nel senso che al di là di quello che si crede o non si crede – ad esempio anche in Cina sentivo la stessa cosa – l’approccio è con le persone; ed abbiamo dialogato e lavorato con ragazzi buddisti o ebrei, mussulmani o con ragazzi che non credono proprio niente; l’approccio è con loro, abbiamo lavorato sempre allo stesso modo, cioè credendo alla sacralità di quello che ognuno nella sua cultura e la sua religione vive e vede e crede. La terra è piena di luoghi dove Maria si fa “rivedere”. Oltre a cantarLa, che rapporto avete con Lei? Prima di tutto vorremmo noi essere Maria, cioè riviverla in qualche modo affinché gli spettatori la possano vedere sul palco; ovviamente Maria era una donna straordinaria, era una mamma di famiglia …… Noi andiamo sul palco con i tacchi, come donne che fanno spettacolo, con lievi trucchi, quindi la cosa è questa: noi abbiamo da raccontare la vita di Maria nel modo più bello che conosciamo oggi, nel modo fruibile per tutti, perchè tutti possano riconoscersi in qualche modo in quello che facciamo, cantiamo, raccontiamo; questa è la cosa più importante. Prima di salire sul palco, se ho avuto una difficoltà, dico Ave; non dico tutta l’Ave Maria, mi impegno a dire la mia Ave Maria attraverso i miei movimenti, il mio modo di donare quello che canto, sorridere o piangere o quello che serve per restituire il Vangelo al pubblico nel modo in cui noi facciamo, cioè con la musica. Quando cantiamo il Magnificat – per me è molto… politico – quello, per me, è la rivoluzione vera. Per me Maria è: essere una donna forte, una donna che vuole portare un segno nella società, per cambiarla dal di sotto, anche con il proprio amore, con le cose che fa, portarlo nel luogo di lavoro, valorizzare l’altro lì dove è. Le idee hanno una forza potente. Qual’è la vostra risposta di fronte alle idee forti delle nuove generazioni? Spesso, dopo i concerti, ci fermiamo in quel luogo per fare workshop con i giovani; arriviamo e abbiamo davanti ragazzi con lo sguardo vuoto, ragazzi sdraiati sulle sedie, tante volte lavoriamo con adolescenti che danno l’impressione di non avere nulla da dire, perché non hanno il coraggio nemmeno di guardarci negli occhi, perché non sono abituati a mettersi in gioco. Incominciamo a incontrarli e la cosa che accade è che, al di là di quello che noi pensiamo, vengono colpiti dal vederci insieme di tutte le nazioni e vedere che noi andiamo da loro al di là del loro apparente scoraggiamento; apparente perché nel momento in cui noi andiamo a conoscere loro, andando noi da loro per fare noi il primo passo verso l’altro, questi giovani trovano nei workshop uno spazio dove potersi esprimere, proprio perché hanno ideali grandi. E la risposta alla bellezza, che mette in rapporto col trascendente? Per me la bellezza è quando, anche dopo tanti anni, davanti a un ricordo, ritrovo le stesse emozioni. Noi mettiamo cura alla scenografia, alle canzoni, alla musica, non perché vogliamo essere impeccabili, ma perché la gente ha diritto di mettersi in contatto con qualcosa che parla più di noi attraverso di noi; e che dice qualcosa di più di quello che noi diciamo: il mistero, il trascendente appunto. Ed io ci tengo così tanto a questa parola! Vorresti dire qualcos’altro? Sono molto contenta di essere stata fra voi. Il mondo ci sfida tanto anche con problematiche varie e noi vogliamo arrivare a tutti, a tutte quelle periferie per portare la speranza, un po’ di conforto, una carezza, ma nello stesso tempo sfidarle a lavorare e a credere che, impegnandosi personalmente, possiamo cambiare le cose insieme agli altri. Se riusciamo a dare un po’ di questa forza, penso che Dio sarà felice.

Boscoreale: preso dopo il furto di due auto restituite ai proprietari, Carabinieri sulle tracce del complice

  • I carabinieri dell’aliquota radiomobile di Torre Annunziata hanno arrestato in flagranza di furto aggravato, resistenza a un pubblico uffuciale e lesioni personali il 35enne Maurizio Arciano, di Chiaiano. Avendo notato una “Toyota Yaris” e una “Giulietta” i cui conducenti percorrevano via Cangiani a breve distanza l’uno dall’altro ed erano visibilmente tesi e guardinghi, i militari hanno bloccato le auto per identificare i guidatori. I due hanno ingaggiato breve colluttazione con i carabinieri, al termine della quale Maurizio Arcione – è stato comunque bloccato. E’ stato quindi appurato che le auto erano state rubate poco prima a ottaviano e sono state restituite ai proprietari. Durante  la perquisizione delle 2 vetture, inoltre, i militari hanno rinvenuto e sequestrato una centralina, arnesi da scasso e un cellulare, strumenti inequivocabili di un furto. Dopo le formalità di rito l’arrestato è stato tradotto ai domiciliari ed è in attesa del rito direttissimo.

Sant’Anastasia, scontro tra sindaco e parroco sulla caserma dell’Arma, parla Abete: «Intromissioni intollerabili, don Ciccio si occupi di quel che gli compete».

Il Parroco Don Ciccio D’Ascoli
Il sindaco Lello Abete
Le dichiarazioni rilasciate dal parroco di Santa Maria La Nova (leggi qui) don Ciccio d’Ascoli hanno fatto piuttosto «rumore» e ieri sera, alla celebrazione religiosa delle 19 nella collegiata anastasiana, il sacerdote si è scagliato ancora una volta dal pulpito contro il sindaco e la sua maggioranza, sostenendo che se i carabinieri dovranno andare via da Sant’Anastasia, il giorno dopo anche il sindaco dovrà dimettersi. Poco dopo l’omelia, il sindaco Abete ha replicato rilasciando un’intervista al mediano.it
La caserma dei carabinieri di Sant’Anastasia
Troppo facile riandare con la mente ai racconti di Guareschi ambientati in un piccolo centro della bassa padana in provincia di Reggio Emilia, sullo sfondo dell’Italia del dopoguerra. Quegli stessi racconti che avevano come protagonisti il parroco don Camillo e il sindaco comunista Peppone, trasposti poi pari pari nei film di successo con Fernandel e Gino Cervi. Gli scontri tra sindaci e parroci, più frequenti di quanto si vorrebbe in ogni luogo, evocano da allora alla mente sempre don Camillo e l’amico-nemico Peppone. E la recente replica di una saga dalla sceneggiatura sempreverde si sta consumando appunto a Sant’Anastasia, in provincia di Napoli. Oggetto del contendere tra il parroco, don Ciccio D’Ascoli, e il sindaco Lello Abete – che «comunista» come Peppone proprio non si può dire – è la spada di Damocle che da qualche anno incombe sul destino della locale caserma dell’Arma dei carabinieri.  Circa tre anni or sono o poco più, il proprietario dell’appartamento in cui ha sede la stazione dei militari, che oggi vedono al comando il maresciallo Francesco Russo, fece notificare un avviso di sfratto per morosità. Da quel momento il problema di trovare casa all’Arma, per scongiurare la peggiore delle ipotesi – cioè che Sant’Anastasia non abbia più un presidio dei carabinieri – è entrato a far parte dell’agenda politica locale tra alti e bassi. Si cominciò a pensare alla costruzione ex novo di una caserma dell’Arma in via Libero Grassi (ed esiste una delibera di indirizzo in questo senso passata in giunta comunale), si parlò – ed erano i primi mesi di governo Abete – di allocare i militari nel centro sociale «Giuseppe Liguori» (ipotesi accantonata tra mille polemiche), tornò in auge l’idea di destinare allo scopo lo stabile di via Primicerio dove oggi ci sono vigili urbani ed ufficio tecnico. È stato è preso insomma in esame quasi tutto il patrimonio immobiliare del Comune. Ma nel frattempo i mesi sono passati, lo sfratto è divenuto esecutivo e se la questione non si risolverà nelle prossime settimane la fine è scontata: gli anastasiani che avranno necessità di rivolgersi all’Arma dovranno recarsi nei paesi limitrofi, con le relative conseguenze e ricadute anche in termini di sicurezza e controllo del territorio. L’ipotesi più recente, approdata con una proposta anche in consiglio comunale, riguardava il plesso scolastico di via Sodani ma la delibera, votata dal sindaco Abete e da pochi altri esponenti di maggioranza, è stata ritirata in assise dopo la richiesta di alcuni consiglieri, preoccupati dal parere contrario di revisori e Corte dei Conti: a fronte di una donazione dello stabile sarebbe scattato il danno erariale del quale avrebbero dovuto rispondere, singolarmente e in prima persona, sindaco e consiglieri. Al momento tutto è ancora in forse, però nel frattempo ha detto la propria anche il «don Camillo» anastasiano: don Ciccio d’Ascoli, dopo aver rilasciato una intervista dai toni pesanti in cui si scagliava contro il sindaco Abete e la sua amministrazione, ha testualmente dichiarato ieri sera, dal pulpito di Santa Maria La Nova, che «se i carabinieri andranno via, il giorno dopo dovranno farlo anche il sindaco e i suoi amici». «Ho aspettato due anni in silenzio – ha detto don Ciccio – ma ora la misura è colma ed ho voluto esternare il mio pensiero perché un parroco non è certo tenuto ad occuparsi di politica, ma del benessere della comunità tutta sì, e se il presidio dell’Arma dovesse andar via è proprio questo che c’è in gioco».  Il «je accuse» del parroco (presente in chiesa la vicesindaco Carmen Aprea, capitano in seconda di quell’amministrazione che il sacerdote ha definito «approssimativa») ha ricevuto applausi scroscianti.
Il sindaco Lello Abete
Poco dopo, il sindaco Abete ha rilasciato l’intervista che segue. Sindaco, i carabinieri andranno via? «Stiamo facendo tutto il possibile perché ciò non accada, senza soffermarci a considerare che non sarebbe nemmeno nostra responsabilità. La sentiamo come tale e agiamo di conseguenza». Magari un po’ tardi? «Guardi, il problema della caserma non nasce certo oggi. Negli anni si sono succedute amministrazioni di vario colore e nessuno ha mai risolto il problema, diciamo che il “cerino” acceso è capitato a me. La situazione è difficile e complicata, è dall’insediamento che mettiamo proposte sul tavolo, se nessuna è andata a buon fine la responsabilità non può essere imputata a noi come se non ce ne fossimo mai occupati». La sua amministrazione ha proposto prima il Centro Liguori, ipotesi affossata in una selva di polemiche. Poi è stato il turno del plesso Sodani che avreste voluto donare all’Arma e la sua proposta è stata ritirata in un difficile consiglio comunale su proposta di suoi stessi consiglieri di maggioranza. Lo sapeva da prima che sarebbe andata così? E, nel caso, perché l’ha portata comunque in assise per vedersela bocciare? «Io mi ero impegnato con l’Arma e con la Prefettura a portare la proposta in Consiglio e non avrei mancato alla parola, ma il rischio paventatoci da funzionari, revisori e Corte dei Conti mi imponeva un’altra responsabilità: quella di affidare alla libertà di coscienza dei singoli consiglieri la decisione. Perché se quella delibera fosse passata, e io ero pronto a farla passare, il giorno dopo i revisori avrebbero inviato tutti gli atti alla Corte dei Conti. Ciò vuol dire che quasi certamente si sarebbe configurato un danno erariale di cui avremmo tutti dovuto rispondere, in prima persona e singolarmente». Quindi era tutto preparato? «No, c’erano esempi di cessioni di beni in altri Comuni, casi simili. Io avrei rischiato. Però funzionari e revisori hanno approntato pareri duri, pesanti, ed è questa la verità che ho dovuto dire ai consiglieri nella riunione di maggioranza che si è tenuta prima del consiglio. Eppure una parte ha comunque votato a favore». Perché non si è presa in considerazione l’ipotesi di un comodato d’uso gratuito per il plesso Sodani, ma solo una donazione? «Non sarebbe cambiato nulla, i lavori di adeguamento necessari avrebbero comunque configurato un danno per l’Ente, quasi duecentomila euro». Dunque anche il plesso Sodani è scartato. E adesso? «Adesso ho portato in Prefettura due proposte. Una è lo stabile di via Primicerio, costruito originariamente proprio per ospitare una caserma dell’Arma. Ha tutti i requisiti. Io ho dato piena disponibilità a farmi carico del trasloco degli uffici e ad affrontare il sacrificio di riattare altri locali per il personale comunale. Quell’edificio lo concederemmo in comodato d’uso gratuito. Ma c’è un’altra soluzione: il vicesindaco Aprea ha interloquito con un responsabile di RFI: ebbene le Ferrovie ci hanno dato il loro assenso affinché portassimo al tavolo della Prefettura la possibilità di concedere in comodato d’uso l’ex scuola di via Rosanea, da anni in disuso. Ho chiesto una risposta entro martedì prossimo». È vero che all’ultima riunione in Prefettura i responsabili dell’Arma non si sono presentati? «È vero, ma lo sapevamo. Ci hanno chiesto di avanzare proposte che poi sarebbero state valutate. Intanto siamo in contatto con il Ministero della Difesa e stiamo smuovendo ogni singolo contatto che possa esserci d’aiuto, perché quel che vogliamo è che il presidio rimanga sul territorio». Però qualcuno dice che non è abbastanza. Cosa pensa delle dichiarazioni e della omelia del parroco di Santa Maria La Nova, don Ciccio d’Ascoli che ha pronunciato, in una affollata chiesa, parole poco incoraggianti rispetto alla vostra azione in merito alla questione «caserma»? «Penso che ci sono intromissioni che sconfinano abbondantemente dai ruoli. Io ringrazio il parroco per l’interessamento, ma non posso consentirgli di incitarmi alle dimissioni. Tant’è che non mi dimetto, perché sto lavorando seriamente ad un problema che non ho creato io e nemmeno mi compete, eppure lo sto facendo per la mia comunità, per il popolo che mi ha eletto. Non accetto consigli – o peggio tiratine d’orecchio – dal parroco, saranno gli elettori a decidere come ho lavorato. Il parroco viene, al contrario dei sindaci investiti dal mandato popolare, indicato e nominato: se non sta bene qui può anche cambiare parrocchia, ma non gli consentirò più di entrare a gamba tesa nelle questioni amministrative. Ha parlato di “approssimazione”? Lui dice di essere stanco? Bene, io sono più stanco, ma di sentire queste sciocchezze». Però i fedeli in chiesa, che sono anche suoi cittadini ed elettori, hanno applaudito. «Se ci fossi stato io e avessi detto del mio impegno per l’Arma, avrebbero applaudito comunque. È facile strappare applausi con i proclami dal pulpito. Mi desse piuttosto la “sua” soluzione. Ma non ce l’ha di certo. Svolga piuttosto il suo ruolo con il rispetto che dovrebbe essergli consono, non venga meno ai canoni della religione e della fede. Ricordi il mio, di rispetto, quando ho taciuto appunto per rispetto nei suoi confronti quando ha deciso dopo secoli di consuetudine, di non far uscire la processione per il Santo Patrono. Io chiedo, pretendo, da lui, lo stesso rispetto dei ruoli». In questi giorni ci sono state altre proposte. L’ex sindaco Esposito, per esempio, ha suggerito che l’ex mattatoio comunale, almeno in parte, potrebbe servire ad alloggiarvi la sede dell’Arma. Ventilando poi anche l’ipotesi di sopperire alla mancanza di fondi per la costruzione di una caserma con una tassa di scopo. Lei che dice? «Quella del mattatoio non è ipotesi percorribile. Il finanziamento ottenuto per quella struttura sarebbe di sicuro revocato perché il progetto riguardava tutto lo stabile. E poi, lo sappiamo bene, i carabinieri non vogliono la “convivenza” con altri enti o associazioni. Quanto alla tassa di scopo, è una follia che non prendo in nessuna considerazione. Ma si immagini se ciascuno dei miei concittadini dovesse versare, in questo momento storico già così difficile, almeno 60 euro a persona, bambini e anziani compresi. Ma poi, guardi, quel che tiene di più al presidio dei carabinieri sono proprio io perché – e lo ricordo nel caso qualcuno avesse finito per dimenticarlo – il sindaco di Sant’Anastasia sono io. Se altri hanno soluzioni fattibili le dicessero, perché quelle virtuali le conosciamo tutti. Domattina potrei tranquillamente far passare una delibera di indirizzo per costruire il Colosseo in via Romani, ma poi i soldi chi me li dà?». Se martedì le dicessero di no ad entrambe le proposte avanzate? «Andrei a bussare nuovamente al Ministero della Difesa. Di certo non mi arrendo». Ancora una cosa: nelle ultime ore la questione è stata molto dibattuta sui social network. Non le sembra che consiglieri di maggioranza, assessori e staffisti meglio farebbero ad utilizzare canali più ufficiali invece di litigare, replicare e ironizzare su Facebook? «Certo che mi sembra, è un punto critico che discuterò anche nella prossima riunione di maggioranza. La questione la sto gestendo io con il vicesindaco e alcuni assessori e di certo non su Facebook. Vanno utilizzati canali ufficiali, senza replicare a quelle che evidentemente sono solo provocazioni, è questo il mio parere che rappresenterò a tutti con decisione».    

Trump ignora il clima: in Italia contiamo le vittime  

  Legambiente ha censito il territorio italiano, segnando gli eventi  tragici degli ultimi sette anni. Pochi giorni prima che il Presidente Usa Donald Trump rinnegasse gli accordi sul clima di Parigi, Legambiente ha passato al setaccio la situazione del nostro Paese. Un rapporto vero e duro. Dal 2010 ad oggi, 126 città sono state martoriate da alluvioni, trombe d’aria, ondate di calore, piogge devastanti. Ogni Regione ha avuto i suoi eventi, i suoi lutti e conseguenze pesanti sull’economia e sugli stili di vita. La paura di non farcela davanti ad eventi inattesi è entrata nella vita di molte persone. I cambiamenti climatici in Italia ci sono  – eccome ! –  e si fanno sentire. Siamo contro la decisione del Presidente Usa non per partito preso, ma perché le bizzarrie del clima ci sono tristemente note. Alla firma degli accordi di Parigi del 2015 l’Italia arrivò forte di un interesse dei cittadini ai temi della qualità della vita, dell’ambiente e della tutela della salute. Le 145 vittime accertate dal CNR e le 40 mila persone costrette a lasciare le case per effetti di mutamenti ambientali degli ultimi anni, chiamano in causa diverse responsabilità. La più pesante è certamente l’inerzia, il non fare nulla o molto poco, quando si sa come cambia il mondo in cui viviamo. Queste considerazioni, anche autocritiche, portarono comunque l’Italia tra gli Stati promotori di Cop 21, come si chiamò la conferenza di Parigi. Il tema è rimasto all’attenzione del mondo e Papa Francesco lo ha ricordato al medesimo Trump nella recente visita in Vaticano. Ma il Presidente non ne ha tenuto in minimo conto. Ha fatto ciò che aveva promesso nella  sua campagna elettorale ritenendo l’emergenza clima più o meno una fake. Peggio ancora: ha ignorato gli appelli di mezzo mondo e i dati di molte agenzie. Le industrie che inquinano, gli enti che non sanzionano, le complicità nel rilascio di autorizzazioni, altrimenti negate, le lobbyes miopi, hanno dato corpo ad una micidiale arma innaturale sotto e sopra la testa di milioni di cittadini. Una realtà ineluttabile per l’Italia, per citare Legambiente, dove le città non si sono sviluppate con l’assillo dei cambiamenti climatici. Possono, però, porre rimedio ora sulla base di elementi scientifici e necessità non più rinviabili. E l’assillo di oggi, in pratica, quando di mezzo ci sono vite umane. Il picco di caldo del 2015 in Italia ha causato oltre 2 mila morti, tra le persone oltre i 65 anni. Chi negli ultimi anni si è battuto per far approvare il piano nazionale di adattamento al clima, è frustrato:  non ha avuto la soddisfazione di vederne nemmeno uno straccio. E’ lo strumento statale che, invece, renderebbe tutto meno complicato, prevedendo per tempo dove, quando pioverà, quando arriverà l’afa, di quanti gradi crescerà la temperatura  e cosi via. Gli ambientalisti combattono l’inerzia dei poteri pubblici come possono promuovendo la mappa del rischio climatico sul sito www.clima.it. Legambiente se ne fa parte attiva per abbassare paure collettive e mettere in sicurezza persone e cose. Lo Stato, a tutti livelli, si affretti se vuole dare senso alle critiche alla battaglia anti- clima di Donald Trump. Il volontariato non può fare tutto.

Somma Vesuviana: interrogazione del Senatore Puglia per scongiurare la chiusura della Dema

“Il Governo intervenga per impedire la chiusura di Dema, gioiello dell’aerospazio campano” “Azienda per anni leader del distretto aerospaziale campano, con un organico di oltre 500 tute blu specializzate in un settore che rappresenta la punta di diamante del nostro sistema produttivo, la Dema di Somma Vesuviana rischia oggi di scomparire nell’indifferenza generale, dando vita ad un drammatico effetto domino per il suo indotto. Il Governo non può rimanere impassibile dopo aver annunciato, nei mesi scorsi, investimenti che avrebbero fatto decollare il settore dell’aerospazio, con particolare riferimento al Sud e alla Campania”. E’ quanto sostiene il senatore del Movimento 5 Stelle, Sergio Puglia, primo firmatario di una interrogazione sul caso Dema ai ministri allo Sviluppo economico, al Lavoro e alle Politiche sociali. “L’azienda – sottolinea Puglia – è a pochi passi dalla felice conclusione di un percorso di ristrutturazione cominciato nel 2013 con una procedura di concordato preventivo per ridistribuire negli anni un debito di circa 100 milioni. Sono state avviate transazioni fiscali con l’Inps e con l’Agenzia delle Entrate. In queste settimane l’azienda sta formalizzando accordi con gli ultimi creditori. E’ necessario che si concluda questa fase al più presto, per dare la possibilità a Dema di presentare istanza al Tribunale di Nola per la sua omologazione, prevista per il 10 giugno prossimo, che le consentirà di poter ottenere un versamento di 40 milioni attraverso un finanziamento ponte. Solo così riuscirà a onorare importanti impegni assunti con le commesse esistenti con Leonardo, Bombardier, Pratt@Whitney Canada e altri prestigiosi clienti. Pochi mesi fa – inoltre – il fondo monetario inglese Bybrook Capital Llc e la banca d’affari internazionale Morgan Stanley hanno manifestato il loro interesse per un possibile ingresso in Dema”. “Un territorio economicamente depresso come il nostro non può permettersi la chiusura della maggiore impresa della città”, commenta il candidato sindaco M5S di Somma Vesuviana, Ciro Sannino. “Dopo il licenziamento dei 47 impiegati Mibex – dichiara Sannino – il fallimento Dema sarebbe un colpo mortale per l’occupazione del territorio”. Ai ministri interrogati, Puglia e Sannino chiedono di “avviare un percorso di accompagnamento per evitare la chiusura di un’ulteriore impresa in un territorio con un già elevato livello di disoccupazione; di promuovere un piano di rilancio compressivo dell’area industriale del Vesuviano; di avviare trattative con le parti sociali per individuare ammortizzatori sociali per i dipendenti fino alla completa ripresa del ciclo industriale di Dema; e di attivarsi per dilazionare i debiti con Inps e Agenzia delle Entrate”.

Fondazione Evangelica Betania: si rafforza l’offerta di servizi ai migranti e agli emarginati

L’Ospedale di Ponticelli impegnato nel soccorso e nelle cure agli immigrati sbarcati a Napoli Porte aperte all’Ospedale Evangelico Betania agli immigrati sbarcati a Napoli nei giorni scorsi, soprattutto donne, indirizzati dall’Asl Na1 verso la struttura di Ponticelli, dove hanno trovato ad accoglierli medici, infermieri e mediatori culturali. La struttura gestita dalla Fondazione Evangelica Betania, infatti, ha nel Dna, per volontà delle Chiese Evangeliche napoletane che ne rappresentano la proprietà, l’attenzione ai più poveri e ai migranti. “La solidarietà è il nostro carattere distintivo – afferma il Presidente della Fondazione Luciano Cirica – Solidarietà nell’assistenza e nelle cure delle persone che non possono permettersele e a tutti quei soggetti che sono emarginati dalla società. Questi sono i nuovi poveri e Teofilo Santi, nel secondo dopoguerra, costruì l’ospedale per loro, per chi non poteva permettersi le cure, assistendo i diseredati nelle caverne di Napoli e nei quartieri periferici, come Ponticelli, dove oggi sorge la nostra struttura”. La Fondazione Evangelica Betania, proprio di recente, ha rafforzato la propria offerta di servizi aderendo al progetto “Città rifugio” promosso dal Comune di Napoli. Fa parte della rete di assistenza agli immigrati e opera verso i più disagiati attraverso diversi progetti come “Prendiamoci cura di Lei” sulla prevenzione e diagnosi dei tumori femminili, a favore delle donne straniere senza permesso di soggiorno che vivono sul territorio in uno stato di disagio linguistico e di difficoltà socio-economica e che per questo risultano meno raggiungibili e più a rischio e il progetto “Rose rosa”, volto a promuovere e diffondere la cultura della prevenzione attraverso l’educazione sanitaria e sessuale, nonché offrendo assistenza socio-sanitaria, in gravidanza alle donne ,italiane e straniere, appartenenti alle fasce sociali deboli. “Ma c’è tanto da fare, ci sono migliaia di persone, non solo immigrati, che vivono in condizioni di povertà e rinunciano alle cure, ai farmaci finanche alle visite – continua Cirica – a queste persone che non vengono da noi o non si recano in strutture sanitarie, andremo incontro nello spirito evangelico recandoci nelle periferie della Città”. La Fondazione, infatti, sta allestendo un Camper che sarà impegnato in attività d’informazione e prevenzione sanitaria. L’iniziativa rientra tra quelle organizzate in occasione del 50° anniversario della fondazione dell’ospedale, che cadrà nel 2018. L’Ospedale Evangelico Betania, storicamente, ha sempre rappresentato un punto di riferimento per gli immigrati e gli emarginati sul territorio. Dallo scorso anno collabora, per gli aspetti medici, con il programma dei corridoi umanitari “Mediterranean Hope”, l’iniziativa internazionale frutto di una collaborazione ecumenica fra Federazione Chiese Evangeliche Italiane e la Comunità di Sant’Egidio. Proprio in quest’ottica nei prossimi mesi sarà inaugurata una Foresteria a Ponticelli per ospitare i familiari dei degenti indigenti, volontari e extracomunitari, sostenuta, anche economicamente, dalle Chiese Evangeliche.

Somma Vesuviana, Amministrative 2017, Luigi Coppola ( Onda Bianca): “Noi interpreti di un autentico progetto di cambiamento”.

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Il candidato sindaco Pasquale Piccolo ha incontrato al Ghibli i cittadini di Santa Maria a Castello. Un dibattito politico serio e reale che ha visto il coinvolgimento di tantissimi giovani.
A rimettersi in gioco in questa tornata elettorale, insieme al sindaco uscente Piccolo, c’è anche Luigi Coppola,  ex assessore allo sport nella passata Amministrazione e personalità di spicco del movimento politico “Onda Bianca”.
“La presenza  di una nuova generazione intellettuale riunita questa sera -afferma Coppola- è una dato che dà speranza e che incoraggia. Tutti i  candidati presenti nelle nostre liste appartengono a categorie sociali e professionali diverse, oltre alla presenza di una consistente fetta di under 40. Questo  rappresenta una risposta all’esigenza di cambiamento, necessaria al nostro territorio. Abbiamo un progetto politico che può vantare dell’esperienza dei meno giovani e della creatività dei giovani: insieme possiamo dare vita ad un indispensabile processo di rinnovamento, già avviato nella precedente nostra esperienza politica, ma poi ostacolato. Siamo pronti a dar voce ai bisogni di tutti, nessuno escluso”.

Agguato ad Afragola, ucciso 52enne. Nell’auto anche il figlio di soli 11 anni

La vittima dell’ agguato e’ Remingo Sciarra, 52 anni. Un uomo non ancora identificato è stato ucciso a colpi di arma da fuoco in un agguato poco prima delle 14 ad Afragola, centro alle porte di Napoli. L’ agguato è avvenuto sulla Statale Sannitica, all’ altezza del Vico Montegallo. Sul posto sono giunti i Carabinieri, che indagano. La vittima dell’agguato, avvenuto sulla Statale Sannitica, all’altezza del Vico Montegallo. è Remigio Sciarra, 52 anni. L’uomo era bordo di un’auto con la moglie, una donna di 50 anni, colpita da un proiettile alla mano, il figlio di 11 anni ed un suo coetaneo, che sono rimasti illesi.