I raffinati cartoncini a stampa dei menu. Il vino Nipozzano di “Frescobaldi” nei pranzi del Presidente Leone, l’origine del tortellino bolognese, il tacchino ripieno nei pranzi offerti da Pertini, la lunga visita che Elisabetta e Filippo fecero nel 1980, i rigatoni e la cassata che i Reali inglesi mangiarono a Palermo, nel Palazzo del “Gattopardo”.
Nel 2011 Maurizio Campiverdi e Francesco Ricciardi pubblicarono, per l’Accademia Italiana della Cucina, un elegantissimo volume sui “menu del Quirinale”. Vi si racconta, tra l’altro, che donna Vittoria, la moglie del Presidente Leone, modificò sostanzialmente i menu dei pranzi ufficiali del Quirinale: per esempio, dispose che sui cartoncini a stampa non venissero più indicati i contorni e non inserì nei menu i piatti tipici napoletani. Nell’ ottobre del 1973, nel pranzo in onore del Presidente del Parlamento Europeo, vennero serviti brodo in tazza, risotto alla certosina, coscio di agnello allo spiedo, macedonia melba, pinot d’Attimis e nipozzano “Frescobaldi”. Visitai il castello di Nipozzano, nel cuore del Chianti, molti anni fa, e lì, e poi in Provenza, incominciai a capire che “conservare” l’ambiente e custodire i monumenti della storia, fossero pure ruderi e resti di palazzi e frammenti di masserie, era un atto non solo di sensibilità culturale, ma anche di astuzia economica. Il ristoratore, che ci consigliò di gustare il nipozzano sull’arrosto di agnello, parlava, come se fossero presenti, dei nobili toscani che nel ‘600 coltivavano la vite nel territorio, e raccontò, come se fosse un fatto noto a tutti, di Donatello, lo scultore, che beveva solo nipozzano. Chi sa cosa bevevano Francesco Solimena, Jacques Volaire e Filippo Palizzi quando erano ospiti dei Medici nel Palazzo di Ottajano….
Anche Isabelita Peron, che i Leone ebbero ospite a pranzo nel giugno del ’74, bevve nipozzano sulla lombata di vitello cucinata alla piemontese, e dunque con il tartufo nero, mentre a far compagnia alla spigola dell’Adriatico venne scelto il “Gavi dei Gavi”. Nell’aprile del ’73 il Presidente e la sua signora si recarono a Pontecchio Marconi per festeggiare i 500 anni della Fondazione della Banca del Monte. Sulla copertina del menu (v,foto in appendice) l’artista bolognese Alessandro Cervellati raffigurò l’ origine leggendaria del tortellino che un oste di Bologna avrebbe creato mentre ammirava attraverso il buco della serratura, in una locanda di Castelfranco, l’ombelico della dea Venere.
Al Premio Nobel Carlo Rubbia il Presidente Pertini offrì ristretto in tazza, crespelle alla sorrentina, filetti di pesce sampietro, tacchino novello farcito: accompagnavano il tutto il bianco “Villa Simone” e il refosco “Villa Bernarda”, mentre al semifreddo alla nocciola venne abbinato lo spumante Ca’ del Bosco.E’ probabile che il refosco ricordasse al grande Presidente i suoi amici scrittori, Pasolini e Volponi. Il 18 ottobre del 1980 Pertini ricevette a Villa Rosebery, a Napoli, i reali del Belgio, Baldovino e Fabiola: il menu si aprì con il brodo in tazza, si sviluppò dai tagliolini al prosciutto al girello di vitello al forno attraverso una leggera spigola bollita e si concluse con il babà allo zabaione. I vini furono il bianco della cooperativa “La Caprense” e il “per’ ‘e palummo” della Casa D’Ambra.
Le cronache dell’epoca raccontano che quattro giorni prima Pertini aveva ospitato al Quirinale Elisabetta d’Inghilterra e il marito. I Reali inglesi erano arrivati a Firenze in aereo, e dopo la visita ufficiale nei Palazzi romani si recarono a Napoli, dove li aspettava lo yacht “Britannia”, e da Napoli, via mare, puntarono sulla Sicilia. Le autorità partenopee esaudirono un desiderio della regina: contemplare, dal suo panfilo, il notturno del golfo illuminato dai fuochi artificiali, mentre sul ponte del “Britannia” una “paranza” in costume ballava la tarantella. Il pranzo al Quirinale fu fastoso, soprattutto nell’apparato: i tavoli vennero disposti a “ferro di cavallo”, perché nessuno dei convitati volgesse le spalle all’ospite regale: erano presenti anche Riccardo Muti, che allora dirigeva l’Orchestra Filarmonica di Londra, e Pietro Annigoni, a cui la regina aveva concesso il titolo di “pittore di corte”. I 50 camerieri servirono un pranzo sobrio – Elisabetta aveva chiesto ufficialmente porzioni ridotte-, un pranzo imperniato su “vol au vent all’ammiraglia” e sul solito tacchino novello ripieno.Il rigoroso cerimoniale prevedeva che chi si rivolgeva alla regina la chiamasse, la prima volta, “Vostra Maestà” e, successivamente, solo “Madame”; le signore non erano obbligate a portare cappelli e guanti, mentre gli uomini dovevano indossare lo smoking: alcuni politici non parteciparono al convito, perché non avevano l’abito richiesto. Per il saluto a Elisabetta il cerimoniale prevedeva un inchino appena abbozzato e proibiva rigorosamente anche il solo accenno di un baciamano. Il 20 ottobre, a Palermo, il cardinale Pappalardo violò la regola e strinse la mano alla regina, che non la ritirò, addolcita forse dalle migliaia di Palermitani che l’avevano accolta, al porto, tra scrosci di applausi, gridando “Elisa, Elisa”. I Reali inglesi furono ospiti al Palazzo Gangi, quello del “Gattopardo” di Visconti: il padrone di casa, il principe Vanni Calvello di San Vincenzo, fece preparare un menu sicilianissimo: rigatoni in pasta sfoglia, pesce spada al forno, cassata siciliana. La regina gradì anche il conclusivo bicchierino di marsala: sapeva che quel vino l’avevano inventato due inglesi, Ingham e Woodhouse. (Continua).
Cartoncino menu stile liberty
«Sono stato con piacere a Somma Vesuviana, su invito del circolo Pd – scrive sui social l’ex governatore dopo la sua visita ai compagni della sezione intitolata a Rosanna Cimmino – per me sono tanti i legami. È la città di Francesco De Martino e di Gaetano Arfè. Da Somma facemmo partire, anni fa, la marcia dei lavoratori e degli studenti fino ad Ottaviano contro la camorra: in testa al corteo eravamo don Riboldi, Luciano Lama ed io. A Somma si respira oggi, e da tempo, un clima molto pesante e il Pd non ha presentato il suo candidato sindaco e la sua lista per il comune. Anche altre formazioni hanno rinunciato. È una pagina triste, dovuta anche ad un clima di intimidazione. Si doveva intervenire da Napoli, che è stata informata, e da Roma, se è stata informata: mettere un parlamentare come candidato sindaco e altre persone di fuori nella lista. Si doveva combattere ed aiutare il circolo di Somma a stare in campo. Ora si deve reagire, vedere cosa succede, denunciare e farsi sentire nelle prossime settimane. Poi anche dopo le elezioni si deve fare la propria parte, contrastando le minacce, la presenza camorrista e la prepotenza politica. Per quel che mi riguarda, i compagni e gli amici di Somma possono contare su di me».
Della visita, ha informato anche il segretario di circolo, Peppe Auriemma, con una nota diffusa alla stampa:
«Antonio Bassolino, su invito della sezione, giovedì 1 giugno, ha incontrato gli iscritti e amici del partito per una riflessione e discussione, dopo gli eventi che hanno portato al ritiro della lista del Pd alle amministrative prossime. Egli ha voluto testimoniare tutta la sua solidarietà e la sua vicinanza al nostro partito e al popolo dem di Somma, per gli accadimenti che hanno visto il proprio candidato alla carica di Sindaco (ndr, Giuseppe Bianco) ritirarsi dalla competizione elettorale. Giovedì abbiamo voluto ribadire il nostro pensiero e i motivi della nostra sofferenza e di una scelta travagliata ma indispensabile per accendere un faro sulla nostra realtà e nel rimarcare lo stato in cui versa la vita politica e democratica della città. Nei prossimi giorni (ndr, lunedì 5 giugno, ma ancora non si conosce ora, luogo e programma dell’evento) si darà vita a una grande manifestazione pubblica con la partecipazione dei vertici ed esponenti del partito. Siamo decisi ad aprire e a rilanciare un’ azione politica che rappresenti una nuova stagione di legalità sul territorio nel rispetto delle regole dentro e fuori al partito. Sicuri che tale impostazione dia linfa nuova per meglio garantire la praticabilità e l’agibilità democratica che è caposaldo della nostra Repubblica».
Intanto il sindaco annuncia una raffica di multe.
Stavolta alcune bestie del sacchetto selvaggio sono state immortalate dalle “fototrappole”, speciali macchinette fotografiche nascoste in alcuni angoli del territorio dai vigili urbani proprio allo scopo di stanare gli incivili. Lo ha annunciato ieri il sindaco di Acerra, Raffaele Lettieri, che dal suo studio ha anche mostrato le fotografie appena sviluppate che incastrano i soliti incivili mentre depositano dove e quando gli pare la busta d’immondizia indifferenziata. Piccoli scarichi abusivi che sommati tutti danno come risultato una vera e propria emergenza ambientale nell’intero territorio napoletano. « Intanto – fa sapere Lettieri – abbiamo individuato queste prime persone mentre scaricano illegalmente ed alle quali invieremo la multa di duecento euro. Ma l’operazione non è finita: stiamo facendo girare le fototrappole in tutto il territorio comunale ». Purtroppo la piaga del sacchetto selvaggio, che coinvolge una minoranza dannosamente consistente del popolo partenopeo, ha bisogno di contromisure drastiche. Non c’è ancora una legge nazionale che regolamenti questo terribile fenomeno di malcostume in chiave sufficientemente punitiva per cui i comuni si arrangiano come possono rincorrendo l’emergenza. Ma qualcosa si deve pur fare nei territori. L’anno scorso sempre ad Acerra il Comune ha dato il via al repulisti straordinario di tutti gli svincoli stradali e superstradali in cui gli “animali”, perché solo così si possono definire, gettano i loro scarti dalle auto. Puntualmente però la piaga si rinnova e allora si è costretti a dover prendere continuamente provvedimenti d’urgenza. Ora si pensa alle fototrappole. Speriamo sia la volta buona.
Si è spento nel pomeriggio di ieri il prof. Rianna, padre di Salvatore, dottore commercialista, candidato sindaco a Somma Vesuviana e assessore nella giunta di Ottaviano. La cerimonia funebre sarà celebrata alle 15 di oggi – sabato 3 giugno – nella chiesa di San Michele Arcangelo.
A Salvatore Rianna e alla sua famiglia, le condoglianze del direttore Carmela D’Avino e di tutta la redazione di Il Mediano.it. Ci ha addolorato apprendere del gravissimo lutto che ha colpito la famiglia Rianna, annunciato ieri pomeriggio mentre attendevamo il candidato sindaco di «Rianna Sindaco» e «Summa Felix» ieri, nella nostra redazione, per un’intervista concordata in precedenza con tutti gli altri competitor. Ed è in accordo con loro che abbiamo deciso di rinviare la diffusione del «girato» per consentire – se vorrà – a Salvatore Rianna, di onorarci con la sua presenza.
Al mattino di mercoledì, 31 maggio scorso, a Sant’Anastasia, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, nei castagneti della zona di Sant’Angelo (700 metri d’altezza) è stato effettuato un lancio di “Torymus Sinensis”, l’insetto antagonista naturale del “Cinipide Galligeno”, la cosiddetta vespa del castagno.
Questa operazione è stata realizzata alla presenza del consigliere comunale del Partito Democratico Raffaele Coccia e dell’agronomo Salvatore Barra, con il supporto tecnico del Parco Nazionale del Vesuvio ed in collaborazione con l’Associazione Castanicoltori Campani.
Il Cinipide Galligeno è considerato uno dei parassiti più pericolosi per il castagno e sta procurando moltissimi danni anche sul nostro territorio. Questo tipo di intervento è completamente biologico, quindi senza l’utilizzo di antiparassitari o altri prodotti chimici, e tutti gli studi hanno dimostrato che può dare ottimi risultati.
Interventi di questo tipo possono coprire territori di circa di 3-4 km, e l’intenzione è di intervenire su tutto il territorio del Parco Nazionale, visto che già si è provveduto a interventi di questo tipo nei castagneti di Somma Vesuviana, di Ottaviano e di San Giuseppe, oltre che di Sant’Anastasia.
“Sono molto felice e grato all’Ente Parco e all’Associazione Castanicoltori Campani per aver potuto osservare da vicino quest’operazione” – dichiara il consigliere Raffaele Coccia – “Interventi come questo, del tutto naturali, possono essere fondamentali per riprendere la coltivazione delle castagne sul nostro territorio e in generale per preservare la biodiversità di tutte le specie del Parco Nazionale del Vesuvio. Inoltre apprezzo molto l’intenzione dell’Ente Parco che sta già programmando atri interventi per sostenere in modo concreto i produttori agricoli del territorio del Parco e per questo ci ha chiesto di fungere da collegamento sia con altre amministrazioni comunali che con altre associazioni, come le pro loco dei vari paesi. Questo è un intervento sistemico e necessario per tutto il Parco”- conclude il consigliere- “Che darà i suoi frutti nel giro di 3- 4 anni”.
Si chiama Vincenzo Malinconico ed è un avvocato napoletano che, per riempire le sue giornate, finge di lavorare: il personaggio protagonista di quest’opera che porta la firma di Diego De Silva, scrittore, regista, sceneggiatore, ex avvocato e autore di numerosi romanzi, attraversa indenne, e simpatico, un’intera trilogia di successo.
Un filosofo «al naturale».
Piccola premessa. Questo libro mi è stato consigliato e se chi lo ha fatto non vi avesse messo una certa dose di entusiasmo, la verità? Non se lo avrei letto. Perché sono innamorata di un avvocato nato dalla penna di un altro autore e, un po’ come accade in amore, io proprio non me la sentivo di iniziare “una nuova storia”. E invece poi l’ho fatto…fortunatamente. Ecco appunto, ancora una volta, come spesso accade.
Vincenzo Malinconico, 42enne avvocato napoletano, del suo popolo porta dentro quella punta di umorismo, di sarcasmo, quella “ironia malinconica” con cui condisce ogni cosa nella sua vita, quella meravigliosa capacità di “ridere nei guai”, tanto per citare un cantante che mi piace tanto.
È molto probabile che in lui non troverete nessuno di così diverso da un vostro amico o addirittura da voi stessi. Scommettiamo che alla fine vi sarete rivisti molto più di quanto immaginavate? Vincenzo Malinconico, con la sua inettitudine a prendere decisioni nella vita, è l’ex marito di una donna che ancora ama, la sua esistenza è divisa tra una casa e uno studio arredati con mobili Ikea a cui, simpaticamente, continua a riferirsi col nome di serie, padre biologico di uno solo dei suoi due figli, tenta di non perdere il legame che li unisce e, nel frattempo, tenta anche di accettare il nuovo compagno della moglie.
Soffre da morire per la solitudine di certe sere, quando uno torna a casa e c’è solo il rumore del frigorifero (mezzo vuoto) ad accoglierlo. Semi impegnato in un lavoro che non lo gratifica, passa la maggior parte del tempo che dovrebbe dedicare al lavoro a
inventarsi occupazioni che gli somiglino perché, come lui stesso si definisce, è «uno dei tanti nuovi poveri occulti. Quelli che non lo diranno mai. Quelli annichiliti dalla dignità e che in nome di questa si rovinano la vita». Quelli che a volte sono costretti a scendere a compromessi con realtà dalle quali al contrario scapperebbero e che, paradosso dei paradossi, sembrano proprio queste offrir loro l’opportunità per dimostrare quanto valgono, dimostrarlo soprattutto a loro stessi. Quelli che sembrano accettare tutto di questa società che spesso proprio non va e invece poi hanno moti di rabbia, di stanchezza. Se vi dicessi che nonostante tutto, riderete tanto, ci credereste?
È proprio sul confine tra il drammatico e il «ridiamoci su» che è stato pensato questo personaggio.
Agli uomini: alla fine vi sembrerà di aver trovato un amico con cui facilmente vi verrà da parlare di tutto: lavoro, donne, musica o camorra ad esempio.
Alle donne: alla fine avrete la sensazione che qualcuno vi abbia regalato un biglietto per fare un giro nella testa di uomo, un uomo reale, niente supereroi (quelli li inventiamo noi!), un uomo con una valanga di insicurezze e di dubbi ma capace di farvi sorridere, un
uomo perdente forse a volte, ma alla fine neanche tanto.
Diego De Silva, scrittore, ex avvocato napoletano, ha dato vita a una sorta di trilogia, seguono infatti «Sono contrario alla emozioni» e «Mia suocera beve». Io non vedo l’ora di leggerli.
«Ma voi donne, possibile che siete sempre attratte dalle menomazioni? Insomma, uno si fa un mazzo tanto così per sembrare promettente, affidabile, convinto delle cose che dice; studia, lavora, fa carriera, va in palestra, si veste alla moda, si rovina la vita insomma, e poi che cosa gli confidate quando decidete di dargliela? «Non mi piacciono gli uomini belli»; «La tua pancia mi dà sicurezza»; «Le tue gaffes sono adorabili…E che palle. Almeno ditelo prima».
Tre giorni (29,30 e 31 maggio) in cui le quinte classi del III circolo didattico di Somma Vesuviana si sono cimentate nella drammatizzazione finale del progetto curriculare ed extracurriculare dal titolo «C’era una volta…il Regno delle Due Sicilie».
Conoscere le fondamentali tappe storiche del Regno delle due Sicilie fino al 1860 con l’avvenuta Unità d’Italia; saper confrontare ed elaborare criticamente le due verità storiche sulla caduta del Regno delle due Sicilie e sulla formazione dell’Unità d’Italia, ovvero la verità “canonica”, descritta e raccontata nei libri di storia tuttora vigenti nelle istituzioni scolastiche e la verità “emergente”, descritta e raccontata da autori contemporanei quali per esempio Pino Aprile e Gigi Di Fiore: ecco gli obiettivi del progetto nel quale sono stati sviscerati argomenti quali primati, patrimonio culturale, artistico e amministrativo della Dinastia Borbone, la storia dell’Unità d’Italia e del Brigantaggio, evidenziando le biografie dei più audaci briganti come Carmine Crocco e Ninco Nanco.
Le scolaresche sono state entusiaste nella scoperta di un “loro” passato storico regale e splendente quale quello borbonico e di un altro, audace e temerario, quale quello dei briganti che rivendicarono “la terra del Sud”. Ascoltato, compreso, analizzato e confrontato tutto l’aspetto contenutistico dell’attività progettuale è stato, poi, redatto un testo teatrale, arricchito da brani musicali e da movenze coreografiche, il cui assemblaggio, ha realizzato la drammatizzazione finale.
La platea scolastica degli alunni coinvolti (circa 90) ha decantato i fasti di Napoli capitale del Regno delle due Sicilie e la distruzione del ricordo dell’amata vecchia terra, resa misera colonia; ha decantato “Canto la terra mia, ‘na terra senza valore ca nun se sape comme tene sempe ‘n’invasore!”
Ha poi concluso: «Finisce così questa nostra passeggiata storica e tutti noi abbiamo imparato che conoscere le nostre radici storiche rafforza la nostra identità personale, ci rende autentici e ci trasmette tanta autostima per meglio confrontarci con altre realtà a noi circostanti. Abbiamo capito che avere coscienza della nostra individualità ci permette di essere aperti e di accettare, costruttivamente, le diversità, di tollerarle, di integrarle, di includerle e di gettare tanti ponti relazionali in tutte le direzioni dei meridiani e dei paralleli terrestri!».
Il messaggio formativo mediato è stato: «Consapevolezza, tolleranza, inclusione, autostima e rispetto della diversità universale si acquisiscono con la conoscenza di me stesso e delle mie radici storiche, geografiche e antropologiche!».
1946: la lentezza della Consulta nel discutere la legge elettorale, le oltraggiose parole di uno dei capi del movimento l’”Uomo qualunque” contro gli esuli antifascisti, le manovre del “luogotenente” Umberto di Savoia, il processo contro “la saponificatrice” di Correggio e il delitto di Rina Fort. La nuova “Vespa” e il ritorno di Toscanini alla “Scala”.
Il 2 giugno 1946 gli Italiani preferirono la Repubblica alla Monarchia e elessero i membri dell’Assemblea Costituente. Scrisse Ignazio Silone che la vittoria della Repubblica “era innegabilmente un atto di vita, e, soprattutto un atto di modernità”: “per merito prevalente delle classi lavoratrici” l’Italia si era liberata “da una parassitaria struttura di origine feudale”. Nel maggio, approfittando dell’equivoca definizione di “luogotenente” e della confusione giuridica che aveva segnato il procedimento di abdicazione del padre, Umberto di Savoia si era proclamato re, re “Umberto II”. In quanto re, e nel segno della tradizione legittimista, egli avrebbe potuto non riconoscere la Costituente, e anche rinviare le elezioni. Ma non osò. Piero Calamandrei ricordò a lui e ai suoi che il popolo italiano non riconosceva più i “finti re”: “né quello vecchio, che naviga fuggiasco verso la terra delle mummie, lasciando dietro di sé, come le seppie una scia di torbido inchiostro, né quello nuovo che gioca alla monarchia.”.Gli equivoci, si sa, possono ispirare, anche in politica, tragedie e commedie: è strano il virus che li produce, e i Padri Costituenti avrebbero fatto bene a vaccinare la neonata Repubblica…
Dal dicembre del 1945 al 2 giugno del 1946, e all’elezione dell’Assemblea Costituente, i poteri del Parlamento vennero esercitati da un organo di nominati, la Consulta, in cui erano rappresentati tutti i partiti e tutti i movimenti, anche l’”Uomo Qualunque”. Uno dei capi dei “qualunquisti”, il sig. Patrissi, durante la prima seduta del Congresso del Movimento, si scaglia contro gli italiani che il fascismo ha costretto all’esilio, e che ora sono tornati, “come branchi di iene e di sciacalli”, “come dei rinnegati – salvo rare e nobili eccezioni- che per venti anni congiurarono alla perdita della Patria”. E Giovanni Mosca nota, nel suo articolo, che dopo queste parole, vi furono “applausi scroscianti e grida di “duce, duce”. Il discorso e gli applausi suscitarono l’ira di tutti, perfino dei monarchici, e segnarono l’inizio della crisi dell’”Uomo qualunque”: “Il “qualunquismo”, scrisse Mosca, che da parassita cerca di sfruttare gli errori degli altri, ha commesso questa volta un grave errore”.
L’articolo è del 19 febbraio 1946, e l’aria di Roma, resa “molle e dannosa alla salute dall’improvviso scirocco”, “rallenta i lavori della Consulta”: che sta discutendo di legge elettorale: gli articoli sono circa cento, e i consultori stanno fermi “al terzo comma del terzo articolo”: i “pessimisti” calcolano che, “andando di questo passo, l’intera legge sarà varata tra quattro mesi”. Si rischia di rinviare il voto di giugno: si spera, perciò, che lo scirocco venga sostituito, al più presto, da “una frizzante e energetica tramontana”. Nella Consulta ci sono molti “vegliardi”, che spesso ricevono la visita di Francesco Saverio Nitti, che ha 76 anni: “questo veterano – scrive, velenoso, il giornalista – viene alla Consulta con la degnazione di uno Zacconi” – Ermete Zacconi, attore grandissimo, un mattatore – che acconsenta a farsi vedere in un congresso di Rossano Brazzi”. Il quale Brazzi, ricorda Mosca, il giorno prima aveva giocato nella partita di calcio tra attori e giornalisti, suscitando “grande scalpore a Roma “ e “togliendo molto pubblico alla Consulta”.
Nell’aprile del ’46 la Piaggio lancia sul mercato italiano, al prezzo di 55000 lire, la nuova “Vespa”, “il primo serio tentativo – scrive Giovanni Canestrini – di risolvere praticamente e tecnicamente il problema del mezzo di trasporto popolare.”. Ottomila lire spendono a maggio le signore che vanno alla prima della “Scala”:il teatro è stato ricostruito dopo che i bombardamenti del ’43 avevano ridotto la sala e la galleria “ a una specie di Colosseo”. Ottomila lire, per vedere Toscanini che dirige l’orchestra, e molto di più per gli abiti, per le pellicce e per i cappelli “di tutte le forme e le dimensioni – scrive Raul Radice -, nastri, turbanti, fiori secchi e fiori freschi”: più che cappelli, sono “giardinetti completi”. A giugno inizia a Reggio Emilia il processo contro Leonarda Cianciulli, nata a Montella e trasferita a Correggio, accusata di aver ucciso tre donne, di averne smembrato i corpi e di averne bollito e saponificato i pezzi. E’ coinvolto nella vicenda anche un sacerdote, che, come racconta Tommaso Besozzi, ha incastrato la scatola di latta con i gioielli strappati alle vittime in un blocco di cemento, “grande come un mezzo mattone” e ha nascosto il blocco “nella cassetta delle elemosine della Chiesa di Vezzano sul Crostolo”. La Cianciulli aveva dato alla luce 17 creature, 13 delle quali erano morte nei primi mesi di vita. “E’ la maledizione di mia madre – raccontò la “saponificatrice”-:: mia madre non tollerò che io sposassi l’uomo che amavo, e non quello a cui lei mi aveva destinata e perciò lanciò le sue bestemmie contro i miei figli”. “Per vincere il maleficio la Cianciulli aveva tentato ogni sorta di esorcismo”, ma infine si era persuasa che per salvare i figli superstiti dovesse”offrire alla morte” delle vite umane. Perciò aveva ucciso.
A dimostrare che anche l’Italia “nera” era una sola, dalle Alpi alla Sicilia, il 29 novembre 1946 in un appartamento di via San Gregorio a Milano Rina Fort uccise la moglie e i tre figli del suo amante, il catanese Giuseppe Ricciardi, che a Milano gestiva un negozio di stoffe. Pochi giorni dopo un giornalista di eccezione, Dino Buzzati, entrò nell’appartamento, in cui le macchie di sangue erano ormai croste di pallido rosso e fece parlare gli oggetti, la banalità dei mobili, “una banalità peggiore della miseria”, le cornici sbrecciate dei quadretti a olio comprati all’emporio di Porta Venezia, e, a vegliare sul letto, l’oleografia della Madonna azzurra che sorride al figlio, e poi gli abiti del marito, quelli della moglie, e lo scrittoio rococò sotto al quale la polizia aveva trovato la lettera che Giovannino, di 7 anni, stava scrivendo ai nonni di Catania quando la sua vita fu spenta dalla follia della Fort: “ Vi faccio sapere che a Milano sto bene, solo c’è freddo, papà ci ha comprato i calzettoni pesanti”.
Il campionato di calcio 1945-46 si svolse in due gironi, l’Alta Italia con 14 squadre, e il Centro-Sud con 11. Al girone finale vennero ammesse le prime quattro squadre dei due raggruppamenti. Il titolo lo vinse il “Grande” Torino: e dietro si piazzarono la Juve, il Milan, l’Inter, il Napoli, la Roma, la Pro Livorno, il Bari.
Esercito dei disoccupati. Una riffa a Casalnuovo.
Un sorteggio per selezionare 13 netturbini a tempo determinato dall’esercito dei disoccupati che anche a Casalnuovo, come nel resto in tutto il Napoletano, preme per sopravvivere. L’assessore al ramo Biagio Caliendo ha spiegato che la riffa è stata decisa da queste parti per il secondo anno consecutivo allo scopo di garantire trasparenza al reclutamento temporaneo della manodopera che per tre mesi, da luglio a settembre, sostituirà gli operatori ecologici con contratto a tempo indeterminato che andranno in ferie durante il periodo estivo. L’anno scorso sempre da queste parti è stata presa la stessa iniziativa. In quell’occasione le domande di assunzione temporanea sono state 197 a fronte dei 13 posti offerti. Le domande di questa seconda tornata dovranno essere presentate entro il 16 giugno presso gli uffici della Ecologia Falzarano, in via nazionale delle Puglie, la ditta che si occupa della nettezza urbana a Casalnuovo. Il sorteggio pubblico sarà effettuato nel centro comunale polivalente Pier Paolo Pasolini, il 22 giugno, alle 9 e 30. Sorteggio “universale” che come tale non potrà quindi seguire nessun criterio selettivo, come per esempio quello di dare la precedenza ai disoccupati con famiglia a carico.
Il “libro d’arte” e i disegni e gli acquerelli originali sono stati presentati al pubblico in uno spazio costruito come un antico cortile, dove si è dispiegato l’entusiasmo, che ha coinvolto alunni, docenti e ospiti, della danza e del canto. Le riflessioni degli alunni che “scoprono”, grazie al progetto, la bellezza del territorio e i valori delle tradizioni.
Lunedì 29 maggio i ragazzi e i docenti dell’Istituto Alberghiero “L. de’ Medici”, di cui è Dirigente il prof. Gennaro Pascale, hanno completato splendidamente il percorso. Il “libro d’arte” che essi hanno “costruito” raccontando e disegnando la storia e i luoghi di Ottaviano, di Somma e di Terzigno è stato presentato al pubblico in una colorata e gioiosa cornice, costruita, all’interno dell’auditorium dell’Istituto, come un cortile. Qui ,insieme con i panni, erano stesi i disegni e gli acquerelli originali, ispirati ai ragazzi dal contatto diretto con il territorio e dalle indicazioni tecniche dei docenti, in particolare, della prof.ssa Claudia Milone, che con il sostegno dei colleghi ha programmato e ha realizzato questo felice “matrimonio” tra l’arte e il tradizionale repertorio delle discipline dell’Istituto Alberghiero.
Il “libro d’arte” è stato il degno protagonista della manifestazione: per l’originalità dell’idea che esalta il lavoro manuale a tutti i livelli, dalla cucitura delle copertine in cartone al taglio dei fogli, alla stampa tipografica, alla precisa riproduzione dei disegni e degli acquerelli originali; per il ricco corredo di notizie sul patrimonio agroalimentare e gastronomico dei tre Comuni; per la sensibilità con cui sono stati interpretati e riprodotti i colori, i toni e le forme del paesaggio e dell’ambiente Vesuviano; per la preziosa consistenza del lavoro di gruppo che è l’obiettivo del progetto: lavoro di gruppo degli alunni e lavoro di gruppo dei docenti. Non a caso, insieme con le opere dei ragazzi, sono stati esposti al pubblico anche i quadri della prof.ssa Milone e del prof. Luigi Carillo: forse per comunicarci che l’anno prossimo il programma comprenderà anche una mostra riservata ad artisti”professionisti” che dal Vesuvio traggono la propria ispirazione.
E che tutti gli obiettivi fossero pienamente conseguiti è stato dimostrato dall’entusiasmo con cui hanno animato l’elegante “cortile” gli alunni e i docenti: l’animazione del ballo, dei colori dei costumi, dell’angolo della gola, della musica e del canto: la sorpresa nello scoprire che, contagiati dall’entusiasmo, donne e uomini di scuola cantavano da professionisti anche una canzone difficile come “Tammurriata nera” e dimostravano di “sentire” pienamente l’antica sacralità di alcuni ritmi napoletani e vesuviani; la gioiosa percezione di una verità importante, e cioè che la scuola aveva svolto fino in fondo il suo compito, consentendo agli alunni e ai docenti di misurarsi con un’attività nuova e di scambiarsi idee e modi di vedere e di “sentire” le cose. Sono testimonianza sincera di questa percezione le riflessioni di alcuni ragazzi, raccolte dalla prof.ssa Milone. E infatti Marica (V I) ha capito, dalla manifestazione di lunedì, che “le tradizioni ci appartengono e ci accomunano cancellando ruoli e gerarchie”; Concetta (IV H) è stata colpita soprattutto dall’atmosfera e dalla scoperta che i ragazzi di oggi non conoscono bene “i valori di ieri”; Ilaria (V I) ha riscoperto “gli odori del pane fatto in casa”; Giuseppe e Federica (V H) e Federica (IV H) hanno scoperto aspetti del territorio che non conoscevano, mentre Francesca (V I) ha sentito “riaffiorare”, grazie al progetto, “la passione sopita per il teatro” e Mario (VI), dopo aver riconosciuto che “è stato bello lavorare in gruppo, anche con le altre classi”, ha confessato di aver tratto dal progetto “uno stimolo per la tesina” che presenterà all’esame di Stato.
L’idea dello “scoprire” ricorre spesso anche nelle osservazioni che docenti, alunni e ospiti hanno affidato a un book. L.C. ha scritto che “la riscoperta delle tradizioni locali rafforza il senso di appartenenza” e che “imparare è dare significato alle cose”. D.G. ha scoperto che non potrebbe mai più “innamorarsi di una persona che in un tramonto ci vede solo un tramonto” e, infine, C.M. riconosce che “il libro d’arte ha permesso ai nostri alunni di dare un senso a molte delle loro armonie quotidiane e di godere della bellezza del loro territorio”.
Mi piace concludere con l’esortazione di L.S.: “Esperienza da ripetere e da divulgare ancora di più”. E’ consolante, per tutti noi, scoprire che i ragazzi sono ancora sensibili alla Bellezza a tal punto da saper produrre cose belle.
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