L’IMPORTANZA DI RICONOSCERE I PREGIUDIZI

Gli studenti che hanno partecipato al progetto “Abitare la Legalità Interculturale”, adotteranno un film e un personaggio.
Di Annamaria Franzoni

La rassegna cinematografica dedicata ai giovani utenti del territorio del Liceo Mercalli di Napoli, intitolata “Abitare la Legalità Interculturale”, ha proposto finora sei film nei quali sono stati rappresentate eterogenee difficoltà, divergenze ed incompatibilità culturali, sociali, religiose che hanno caratterizzato il “900, secolo per certi versi “breve” per altri “lungo”, come molti storici l”hanno definito.

Mi sembra utile ripercorrere rapidamente i prodotti cinematografici selezionati per comprendere come essi abbiano costituito per i giovani spettatori un valido strumento di interpretazione della realtà:

“Il sapore della vittoria”, (Remember the Titans ) Boaz Yakin .USA 2001
“Il bambino con il pigiama a righe” (titolo originale The Boy in the Striped Pajamas) Mark Herman USA-Gran Bretagna 2008
“Freedom writers”, Richard LaGravenese, Gran Bretagna, USA 2008
“Il giardino dei limoni” (Lemon Tree) Eran Riklis, TEODORA FILM 2008
“Parada” lungometraggio di Marco Pontecorvo, Italia 2008
“La masseria delle allodole”, Italia, Bulgaria, Francia, regno Unito, Spagna, Paolo e Vittorio Taviani, 2007.

La macchina da presa ritrae in modo magistrale e secondo il crescendo emozionale che caratterizza i grandi prodotti del cinema nazionale ed internazionale, conflitti interculturali a tutto tondo: lotte razziali tra bianchi e neri, la shoah, le lotte tra gang di giovani emarginati, il conflitto arabo-palestinese, il dramma dei rom e la loro triste realtà, il genocidio armeno.
Tempi e spazi lontani, confini che si perdono in realtà che convergono in una dimensione che ci fornisce ritratti indimenticabili di diritti violati e negati.

I titoli inseriti nella rassegna sono stati il frutto di una attenta programmazione orientata al raggiungimento di competenze volte a sviluppare disponibilità verso l”impegno interculturale, rifiutando ogni forma di discriminazione: negli incontri del Mercoledì pomeriggio, mi sono impegnata, infatti, ad assumere il ruolo di facilitatore ed animatore delle loro emozioni e sentimenti per favorire in loro la capacità di imparare a valutare le gravi conseguenze dei comportamenti incoerenti a questi principi.

I ragazzi sono stati, così, portati a identificare, in modo autonomo, gli stereotipi e i dannosi pregiudizi etnici, religiosi, culturali che di volta in volta emergevano.
La conclusione di questo percorso li vedrà quindi ancora di più consapevolmente operativi, ma soprattutto cooperativi: infatti, nel corso dell”ultimo incontro, Mercoledì 13 Gennaio, le modalità di lavoro che vedranno impegnati i nostri ragazzi avranno come oggetto la capacità di porre l”alterità nella propria realtà quotidiana. Essi, infatti,dopo aver ripercorso l”esperienza vissuta, saranno invitati a formare dei gruppi di lavoro e ad adottare un film nonchè un personaggio.

Elaboreranno, quindi, una presentazione in power-point sugli argomenti ritenuti maggiormente significativi sul piano storico, sociale, culturale ed emozionale.
Il lavoro prodotto da ciascun gruppo nel laboratorio informatico in cooperative learning, sarà esposto, in plenaria, agli altri gruppi per condividerne i risultati. Verrà così fuori il mondo delle emozioni, dei sentimenti di giovani adolescenti nel riconoscimento etico e civile delle leggi violate dalle tragedie storiche del 900, per un trionfo vero della legalità interculturale.

LA RUBRICA

BENI SEQUESTRATI ALLA CAMORRA. PARLANO I MAGISTRATI

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Un emendamento approvato al Senato prevede che i beni confiscati possano essere messi all”asta; iniziativa che sembra favorire la criminalità, col rischio di vanificare il lavoro di forze dell”ordine e magistrati.

Il 1996 segna l”inizio di un”epoca per il nostro paese: viene approvata difatti la legge 109/96, cd. legge antimafia, che riesce a regolare per la prima volta e concretamente la destinazione ai fini socialmente utili dei patrimoni confiscati alla criminalità organizzata. La norma fa seguito al disegno di legge Rognoni-La Torre del 1982 in materia di confisca dei beni ai mafiosi, che il promotore Pio La Torre pagò con il sacrificio della propria vita.

Grazie alla legge un albergo confiscato ai Casalesi è diventato una scuola per sub, una piscina sottratta ad un clan è utilizzata per riabilitare portatori di handicap, un bene confiscato in Cancello ed Arnone è divenuto un caseificio, gestito dalla cooperativa “Le terre di don Diana”: si tratta solo di alcuni esempi di come patrimoni, un tempo appartenenti alla criminalità organizzata, possano essere trasformati in beni della comunità, e servire scopi istituzionali, aggregativi, sociali.

Si consideri che, alla data del 30 giugno 2009, si contano in Italia ben 8933 beni confiscati, collocati per l”83% nelle regioni meridionali, con prevalenza in Sicilia (46%) e Campania (15%): tra essi palazzi, dimore d”epoca, terreni, interi fabbricati e persino aziende agrituristiche.
Di recente il tema dei beni confiscati è tornato alle luci della ribalta: un emendamento alla finanziaria, già approvato dal Senato, prevede che tali beni, se non formalmente assegnati entro tempi brevissimi, vengano di nuovo posti in vendita attraverso aste giudiziarie, facendo sì che possa rientrare dalla porta ciò che si è cercato di cacciare dalla finestra.

“A causa dei tempi di gestione lunghissimi lo Stato, per fare cassa, consente che gli immobili non ancora assegnati vengano riacquistati attraverso prestanome”- afferma Francesco Menditto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli. ” Del resto chi, se non una testa di legno- prosegue il magistrato- potrebbe essere in grado di acquistare appartamenti e terreni dal valore economico così ingente? Eppure, per rimanere nel campo delle ipotesi, proprio i numerosi beni già confiscati a Secondigliano, territorio di elezione della sanguinosa faida, potrebbero essere utilizzati per farne una Caserma dei Carabinieri o un Commissariato”.

Dello stesso avviso è il dott. Carlo Alessandro Modestino, giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Napoli: “La destinazione dei beni confiscati è il più importante esempio di come l”intervento sociale, in un campo minato come quello criminale, possa procedere di pari passo con quello giudiziario. Non si può non considerare -prosegue il magistrato- che la confisca, e la successiva destinazione dei beni, abbiano un indubbio significato simbolico. Entrambi coinvolgono la parte buona della società civile, quella che ha bisogno di punti di aggregazione, di valori in cui credere, di sapere che lo Stato può fare, e molto, nell”eterna lotta alla criminalità”.

I numeri tuttavia parlano chiaro: degli 8631 immobili confiscati dal 1982, solo i due terzi risultano essere stati destinati a finalità pubbliche, con tempi di gran lunga superiori all”anno e costi di amministrazione e gestione che, sovente, lo Stato non può permettersi.

“Basterebbe stabilire delle priorità”, è l”opinione del dott. Modestino. “L”esigenza statale di far cassa, del resto, potrebbe considerarsi prioritaria rispetto al raggiungimento dello scopo sociale? Non è la vendita dei beni, da operare peraltro in tempi brevissimi ed impossibili da rispettare, che può risolvere il problema. Occorrerebbe agire con delle logiche politico-legislative di carattere diverso, che non si limitino a dare rilievo al solo valore economico del bene, privilegiandone altri aspetti”.

Il nodo irrisolto del problema sta, ancora una volta, nella gestione economica dei patrimoni: all”esigenza statale di “far cassa” si contrappone la difficoltà nella gestione del bene confiscato, spesso in condizioni non ottimali e necessitante di ingenti, e costose, opere di ristrutturazione. “Eppure –conclude il giudice Menditto- l”emendamento rischia di vanificare il lavoro, peraltro complicatissimo, di forze dell”ordine e magistrati, quotidianamente impegnati nella lotta alla criminalità, portata avanti ogni giorno con strutture e mezzi spesso inadeguati, se non addirittura insufficienti”.
(Fonte foto: Rete Internet)

VIOLENZA E ABUSO SESSUALE SULLE DONNE. PER CAPIRE BISOGNA METTERSI IN QUEI PANNI

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Non si saprà mai dare nessuna valida soluzione a chi ha subito la traumatica esperienza della violenza, se non ci si sforza di sentire, con empatia, il dolore in cui versa la persona ferita.
Di Silvano Forcillo

Nel mio precedente articolo: “L”uomo violento. Padre e marito da rinnegare”, (VEDI), ho già avuto modo di prendere in esame le principali cause che portano al perpetrare, da parte di alcuni uomini, episodi di violenza e abuso nei confronti delle donne. Voglio ricordare solo alcuni importanti punti della precedente trattazione, prima di considerare un altro aspetto, non meno importante, di questo deprecabile fenomeno.

Non bisogna credere, come ci condiziona e ci influenza a fare l”informazione giornalistica, che il fenomeno della violenza fisica e sessuale sulle donne sia in netto e preoccupante aumento, come non bisogna dare serio credito a chi sostiene che l”escalation della violenza sia attribuibile alla massiccia e incontrollata presenza degli extracomunitari nel nostro Paese.

Una recente indagine statistica effettuata dall”ISTAT sul fenomeno, ha messo, invece, in evidenza che la violenza fisica e gli abusi sessuali sulle donne sono compiuti, soprattutto, all”interno delle proprie famiglie e che gli stupri sono maggiormente attuati da italiani: ben otto italiani su dieci. Inoltre, occorre tenere presente, come il “maschio” abbia del tutto perso, al giorno d”oggi, il suo indiscusso potere sulla donna, legittimato per secoli, da una morale comune, che considerava la donna, unicamente come una preda e una schiava, sottomessa ai desideri e ai voleri dell”uomo.

Oggi, non vi è dubbio che l”uomo, per reggere il ruolo di “maschio” e di “padrone di casa”, impostogli dalla società, ha a disposizione ben poche armi, poichè le donne sono riuscite ad emanciparsi dal solo ruolo di casalinga, madre e amante remissiva e di fronte a donne così tanto più forti, all”uomo non è rimasta altra arma che la forza bruta, la violenza, l”aggressione e la rabbia per reagire e sopraffare la donna. Ecco, perchè, si assiste ad una aumentata violenza sulle donne, perchè l”uomo, soprattutto, quello senza cultura, non acculturatosi ed evolutosi, non sa accettare di aver perso il suo predominio e la sua superiorità sulla donna.

Il marcio della nostra società, la precarietà lavorativa, l”insicurezza del vivere, il delinquere come sistema di vita, attuato, soprattutto, da chi detiene il potere e responsabilità politiche e sociali e che, invece, dovrebbe garantire benessere, giustizia e sicurezza lavorativa e sociale, è, ogni giorno, davanti ai nostri occhi, anche se non sempre, e non ancora del tutto, è denunciato, riconoscibile e condannato. Tuttavia, l”assuefazione e la passiva accettazione, con la quale ascoltiamo e reagiamo a tutto questo ci fa rifugiare nella semplice e pura condanna dei fenomeni e cadere nei più banali biases (errori di ragionamento) attribuendo colpe, responsabilità critiche e giudizi, non avvalorati da valide teorie e inconfutabili e reali conoscenze dei fenomeni.

Pertanto, più che analizzare le cause, i motivi e le teorie, che spieghino il perchè di questo abietto comportamento a danno della donna, desidero soffermarmi sul come la donna possa imparare ad affrontare, superare e continuare a vivere al meglio del proprio potenziale umano, l”orrenda esperienza di violenza e abuso sessuale subita.

L”esperienza della violenza fisica, sessuale e delle molestie, obbliga la donna a vivere in un doloroso e inaccettabile stato di prostrazione, umiliazione e perdita della propria “dignità umana“, peraltro, il bene più prezioso e irrinunciabile dell”Essere Umano. La dignità umana è, infatti, strettamente connessa alla “libertà personale, con la quale ognuno di noi nasce, e al diritto inviolabile e inattaccabile di ogni Persona di vivere la propria vita, senza paura, angoscia, o il timore di perdere la sanità psicologica, mentale, esistenziale e fisica, per responsabilità e colpevolezze altrui“.

La perdita della “dignità umana e della libertà personale” è l”immediata e dolorosa conseguenza della violenza subita. Alla perdita della propria dignità umana, seguirà un irragionevole, e angosciante “sentimento d”irrealtà e di colpevolezza” per la violenza subita.

La “Persona” violentata, infatti, si sentirà ineluttabilmente responsabile di quanto le è accaduto, addirittura, sarà portata a pensare che in lei ci sia qualcosa di sbagliato o di provocante che abbia giustamente indotto l”altro ad abusare di lei. Infine, seguirà un altrettanto doloroso e invincibile senso di disgusto per se stessa e per il proprio corpo, ormai, ritenuto violato e contaminato e, quindi, non più capace di suscitare sensazioni positive, desiderabili e piacevoli, tanto da non accettare più nessun contatto fisico, anche carezze e semplici attenzioni donate da chi si ama.

Perchè, la maggior parte delle donne reagisce in questo modo così dannoso e invalidante per la propria vita e la propria salute psicofisica, perchè è così difficile riprendere, al meglio, la propria vita e la propria esistenza dopo siffatti deprecabili e orribili esperienze? Che cosa si può suggerire alle donne che hanno subito violenza, perchè superino il trauma e ritornino a vivere, con piacere, amore e fiducia la propria sfera sentimentale, sessuale e fisica?

Il principale motivo per il quale la Persona violentata tende a punirsi e a perdere il positivo, piacevole e sereno contatto con il proprio corpo, con la propria femminilità e la propria sessualità, è determinato dal fatto che la persona che ha subito violenza s”identifica con l”accaduto perdendo completamente il rapporto con il proprio modo di essere, di sentire e di vivere, per diventare un tutt”uno con l”onta subita, la dignità umana persa e l”ineluttabile colpa con la quale vivere il resto della vita.

In altre parole, non si riesce a dividere ciò che si è, e si sente, con ciò che si fa, si pensa, e accade. È così ci si rinnega, ci si tradisce e si pensa di trovare scampo unicamente nella razionalizzazione dei fatti che, ancora di più e contrariamente ai risultati desiderati, allontana ulteriormente da se stessi, dalla sfera emotiva e sensibile che è, e resta l”unica dimensione che ci può garantire la migliore continuazione della vita e la chiusura effettiva e positiva dei dolorosi e inaccettabili fatti che ci destina la vita.

Come si può superare la traumatica e dolorosa esperienza della violenza fisica e sessuale subita, come si deve reagire contro questi deprecabili atti di disumana cattiveria, in che modo si possa continuare a vivere la propria esistenza con fiducia, sicurezza e serenità? È molto facile offrire soluzioni, suggerire comportamenti e, soprattutto, sentirsi sicuri e decisi nel dare risposte efficaci e risolutive. Credo, che non si saprà mai dare, nè trovare, nessuna valida e buona soluzione, per la persona offesa e violata, se non ci si mette, anzitutto, nei panni dell”altra, se non ci si sforza di sentire, con onesta e seria empatia, il profondo e insostenibile dolore in cui versa la persona ferita.

La comprensione empatica e la presenza silenziosa e rispettosa sono, infatti, gli atteggiamenti idonei, necessari e imprescindibili, se si vuole portare aiuto, sostegno e incoraggiamento ai sofferenti. La donna violata e ferita non ha assolutamente bisogno della compassione e della considerazione pietosa dell”altro, nè deve essere messa in condizione di raccontare e spiegare i fatti, come, invece succede, rendendo ancora più difficile il miglioramento e il superamento della dolorosa esperienza. Al contrario questa donna ha bisogno di sentirsi stimata, accettata, rispettata nel suo giusto e sacrosanto dolore e non considerata diversa, nè considerata fragile e, ormai, compromessa.

Uno dei modi efficaci per superare la dolorosa esperienza della violenza sessuale subita, è quello di accettare e restare, per il tempo possibile, nel dolore dell”esperienza vissuta; piuttosto che sforzarsi di dimenticarla, o rimuoverla, o ancora peggio, continuando a vivere, come se non fosse accaduto nulla, così come ancora oggi è proposto e consigliato dalle sorpassate teorie psicologiche.

Accettare non significa perdonare, nè essere “tanto Buoni”, o passivi e refrattari, accettare significa: “io sono”; “io sono e resto ciò che sono”. Accettare significa essere veramente consapevoli e determinati nel sentire e credere che, niente mi è stato tolto di ciò che è veramente mio, come lo sono la dignità umana, il rispetto per se stessi, l”autostima e la fiducia. Infatti, gli altri possono solo darci o farci qualcosa, possono ferirci, piegarci, sottometterci, o schiavizzare, ma non potranno mai, e poi mai, se non sono io a permetterlo, portarmi via ciò che sono, ciò che sento e ciò che penso.

Questo vale anche e, soprattutto, per uno stupro, o una violenza subita, con la quale è stata, sicuramente, inferta una ignobile e ingiusta ferita ed è stato causato un atroce e insostenibile dolore, ma niente è stato portato via all”essere umano, nè è stata tolta, o portata via la personale libertà e la bellezza interiore della Persona.

Su questa fiduciosa e innegabile considerazione positiva di sè dovrà assestarsi la mente, il pensiero e il sentire della donna violata e ferita. I fatti, per quanto testardi, dolorosi e invincibili siano e, proprio per questo immutabili, non saranno mai in grado di dare benessere, gioia e serenità. Solamente l”accettazione incondizionata di sè, della vita, e di ciò che essa ci destina ci permetterà di “osare di vivere” e di sviluppare e realizzare il proprio potenziale umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

L’ITALIA NAVIGA VERSO GLI ANNI “80

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Il periodo che va dal 1970 al 1979 è segnato da alcune novità, come la nascita di Canale 5, e da importanti successi italiani nel campo dello sport, medicina e letteratura. Ucciso Pier Paolo Pasolini.
Di Ciro Raia

Un grave lutto colpisce il mondo della cultura: muore Pier Paolo Pasolini (foto). Il poeta friulano, voce e coscienza critica della vita politica e culturale degli ultimi vent”anni (sia negli “Scritti Corsari che nelle Lettere Luterane Pasolini aveva già invitato ad una lettura comune sulla degenerazione dei Palazzi del potere e sulla mutazione antropologica subita dal paese), viene assassinato la notte di domenica 2 novembre 1975. il suo corpo straziato è ritrovato sulla spiaggia di Ostia, luogo in cui si è consumato il crimine.

Il movente del delitto è individuato in una lite scoppiata fra le sue frequentazioni omosessuali; il suo accompagnatore di quell”ultima notte, Pino Pelosi, confessa il crimine. Qualcuno, però, non esclude un movente politico. Ninetto Davoli, attore ed amico intimo di Pasolini, così racconta l”ultimo incontro del poeta con la sua famiglia: “Ci parlò della grande violenza che ci circonda:diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta. Questi giovani si sono trasformati, non sono più genuini. Sono stati afferrati e corrotti dal turbine del capitalismo, dalla società dei consumi”.

Intanto, gli italiani –davanti alla televisione- non si accontentano più dei programmi della Rai; sempre più spesso guardano emittenti locali e straniere. Nel corso del 1979 il presentatore Mike Bongiorno avvia una collaborazione con Telemilano, una televisione privata dell”imprenditore Silvio Berlusconi. Dopo qualche mese Telemilano si trasforma in Canale 5, la cui formula pubblicitaria è: “Corri a casa in tutta fretta, c”è un biscione che ti aspetta”.

Ad Eugenio Montale, per la letteratura, ed a Renato Dulbecco, per la medicina, nel 1975, sono assegnati i premi Nobel. Al regista Elio Petri è assegnato l”Oscar (1971) per il film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Grande successo arride, nel mondo della letteratura, ad autori quali Manlio Cancogni (Perfidi inganni), Giorgio Saviane (Eutanasia di un amore), Luigi Compagnone (Le notti di Glasgow), Nanni Balestrini (Vogliamo tutto), Stefano Benni (Bar sport), Oriana Fallaci (Un uomo), Gavino Ledda (Padre padrone), Andrea Camilleri (Il corso delle cose).

Altri grandi successi baciano i colori azzurri nel mondo dello sport. Alle XX Olimpiadi (1972) di Monaco di Baviera, l”Italia vince 5 medaglie d”oro, 3 d”argento e dieci di bronzo; alle XXI Olimpiadi di Montreal (1976), invece, gli atleti italiani portano a casa 2 medaglie d”oro, 7 d”argento e 4 di bronzo. Ma si registrano buone annate per molte discipline sportive. Nel tennis, per la prima volta nella storia di questo sport, la squadra italiana (capitanata dall”epico Nicola Pietrangeli e con i giocatori Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli) conquista la coppa Davis (1976). La finale del torneo si gioca nel Cile del dittatore Pinochet, ed i nostri alfieri, agli occhi di tutto il mondo, mostrano di prenderne le distanze, scendendo in campo con una maglietta rossa!

Marino Basso (1972), Felice Gimondi (1973) e Francesco Moser (1977) vincono i campionati del mondo di ciclismo su strada. Nel 1973, il tuffatore Klaus Di Biasi vince l”oro nella prova dalla piattaforma, Marcello Fiasconaro conquista il primato mondiale degli 800 metri di corsa, Novella Calligaris, ai mondiali di nuoto, vince –prima donna italiana- il titolo e stabilisce anche il primato mondiale. Sara Simeoni (1978) eguaglia, con m.1,95, il record mondiale di salto in alto. Pietro Mennea (1979) stabilisce il record mondiale sui 200 metri con 19″”72.

(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900

UN AUGURIO A TUTTI PER IL NUOVO ANNO: OGNUNO FACCIA QUELLO CHE SA FARE!

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Se le cose non vanno bene la colpa non è del destino infame, ma di chi ha il comando per indirizzare gli eventi. È tempo che torni il principio di responsabilità.

Caro Direttore,
con l”archiviazione del periodo festivo si ritorna alle normali attività di ogni giorno, quelle, per intenderci, di routine. La scadenza elettorale del prossimo mese di marzo riaccende il parossismo solito delle formazioni politiche e di quanti intendono candidarsi per uno scranno al consiglio regionale. Alcuni peones aspiranti candidati, in occasione del Natale e del Capodanno, sono apparsi con pubblici manifesti, per fare gli auguri agli elettori.

Addirittura faccioni sorridenti si sono fatti incollare sugli spazi per le affissioni, per augurare sì buone feste, ma soprattutto per trasmettere la personale preoccupazione per come stanno andando le cose in questo paese. E come stanno andando? Male, molto male. Pensa, Direttore, che anche l”inveterata e deprecabile abitudine di ogni San Silvestro, quella dello sparo dei fuochi, nella nostra Regione, causa la concomitante crisi economica, ha subito una limitazione naturale ed improvvisa, che mille appelli, negli anni passati, non erano riusciti nemmeno a sfiorare.

La maggioranza delle famiglie vive male. Probabilmente le fatidiche tre settimane di sopravvivenza al mese si sono accorciate ancora di qualche giorno. Capi di famiglie che perdono il posto di lavoro; giovani che non riescono ad immettersi nel circuito lavorativo; uomini e donne, che, in età già avanzata ma non ancora pensionabile, sono costretti a riciclarsi, a reinventarsi una capacità produttiva in ambiti mai prima conosciuti. E gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- ripetono che la crisi sta per concludersi, che si aprono nuove prospettive per tutti, che bisogna, però, abbandonare il mito del posto fisso.

E, intanto, gli immarcescibili governanti –di destra e di sinistra- non rinunciano al loro sabba, propongono primarie, ipotizzano alleanze inimmaginabili per ideologie e valori, si assumono la responsabilità di essere unici decisori dei destini di sfigati cittadini-elettori. Però, tutti, ma proprio tutti, sostengono che i fatti non vanno bene e che bisogna fare qualcosa per questo paese. Cosa? Trovarsi una buona raccomandazione, per esempio. Anche, magari, per iscrivere i propri figli a scuola.

“Devo iscrivere mio figlio alla scuola media, pubblica, si intende. Solita storia. Mia moglie va a prendere informazioni e torna cupissima. Solita storia, dice: quelli raccomandati andranno nelle sezioni migliori, troveranno bravi professori, attenti. Quelli raccomandati avranno maggiori possibilità rispetto agli altri. Noi che vogliamo fare? Dice lei. E che vogliamo fare. Dico. Ipotesi di mia moglie: informati un po”, vedi se conosci qualcuno che ci può risolvere questo problema.” (Antonio Pascale, “Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?”, Laterza, 2009).

È vero, la storia non si scrive e non si fa con i “se” e con i “ma”. Però, giocando con i “se” e con i “ma” si riesce a capire meglio quali possano essere state le responsabilità degli uomini. Se certe coalizioni politiche non fossero state mai battezzate, se alcuni personaggi non fossero stati mai candidati, se alcune cambiali elettorali non fossero state firmate:Certo, sono “se” con i quali non si può scrivere la storia, ma sono i “se” che, magari, ci aiutano a identificare le responsabilità degli uomini di governo, delle classi dominanti, dei governatori, dei sindaci, delle segreterie dei partiti, degli uomini che, con troppa disinvoltura, passano da uno schieramento all”altro in nome di una presunta governabilità.

E già, perchè non bisogna assolutamente tacere della funzione delle “personalità”–macro e micro- nella storia. La funzione, cioè, di coloro che hanno avuto ed hanno il compito (intenzionalmente chiesto ed ottenuto per voto popolare) di indirizzare il corso degli eventi. È la funzione della responsabilità delle persone! Alcuni amministratori, per fare un esempio, hanno avuto una funzione determinante nello snaturare il patto esistente tra elettore ed eletto, ricorrendo ad una politica basata solo sul voto di scambio. Alcuni amministratori, per continuare con un esempio, hanno avuto, per mantenere il consenso, l”ennesima funzione determinante nell”imbarbarimento e nella decadenza dei servizi ai cittadini.

Quanti primari ospedalieri non sarebbero stati degni di essere tali, quanti dirigenti scolastici avrebbero meritato di essere retrocessi, quanti vincitori di concorso avrebbero vinto “quel” concorso? Sin”anche ricorrere all”eufemismo delle “pari opportunità” appare come una presa per i fondelli. Le liste elettorali con candidati divisi, in numero pari, tra uomini e donne; il voto espresso per un uomo e per una donna, per legge. Una messinscena, una farsa, quasi un”atellana!

Quando Aimone Chevalley di Monterzuolo, segretario della prefettura, propone a don Fabrizio, il Principe di Salina, di far parte dell”elenco di nomina dei Senatori del Regno, si sente, tra l”altro, rispondere: “Non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, ed a questo legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell”affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare sè stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri?”, (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”, Feltrinelli, 1963).

Caro Direttore, concludendo questo mio ragionamento di inizio anno, penso che chi si candida alla guida delle istituzioni (con qualsiasi ruolo) debba possedere –oltre ad esperienze stratificate- idealità e valori che non possono essere semplici astrazioni. I simboli devono continuare a fare i simboli, i calciatori devono continuare a correre dietro a un pallone (un idolo della mia infanzia il lunedì mattina teneva banco, diceva anche che il mister lo apprezzava molto, tanto che lo chiamava ebete), le soubrette a battere le tavole dei palcoscenici, i mezzibusti televisivi a leggere le loro cartelle informative.

Altrimenti, perchè Incitatus, il cavallo di Caligola, non potrebbe continuare a fare il senatore (anche se, per correttezza storica, Svetonio e Cassio Dione parlano solo di volontà dell”imperatore di nominare console il suo amato quadrupede)? Perchè, forse, “i fuoriclasse oggi non sono più tali,/ di moda vanno solo i normali”, (Fernando Acitelli, “La solitudine dell”ala destra”, Einaudi, 1998).

Non è vero che le cose non possono cambiare. Con determinazione, con perseveranza, sicuramente con tempi lunghi, è fatto obbligo a noi tutti di tentare correzioni, alimentare la speranza, scrivere il futuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

PER IL 2010 SPERIAMO DI ESSERE UTILI AL PROSSIMO

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Scrivendo, in particolare, di Scuola e Politica, non ci sarebbe da stare allegri per l”anno nuovo. Ma auguriamoci lo stesso qualcosa di diverso.

Caro Direttore,
si chiude un altro anno. Questa sera, col cenone ed i fuochi d”artificio, si brinderà al 2010. A me fa una certa impressione scrivere 2010; pensa che, abituato a scrivere il 9 come ultima cifra del 2009, mi viene consequenziale scrivere 20010: un salto di diciottomila anni! Chissà, allora, come saranno il mondo, l”Italia, il nostro territorio? E se cambierà qualcosa nella costruzione del futuro!

“Arrivava sempre nel cuore dell”inverno, all”incirca durante le prime due settimane di gennaio, nel periodo in cui le segretarie spesso si sbagliano nello scrivere l”anno in fondo alle lettere e i calendari vecchi vengono gettati via, e il futuro è una pagina di trentun righe bianche tutte da riempire.”, (Tullio Avoledo, “L”anno dei dodici inverni”, Einaudi, 2009).

Ogni fine anno è tempo di bilanci. Ho cominciato a collaborare al giornale on line, da te diretto, il 5 marzo scorso, a cadenza settimanale; con quello di oggi è il mio 34° appuntamento. La settimana scorsa sono stato impedito dal poter partecipare all”incontro redazionale per lo scambio degli auguri. Me ne dolgo. So che hai dato dei numeri. Mi riferisco a dati, stai tranquillo, non a tue solite elucubrazioni! So che i visitatori de “Il Mediano”, nel raffronto con i dati del 2008, sono raddoppiati, hanno varcato la soglia del milione. Bella soddisfazione!

Sono andato a rileggere i miei contributi; sono dominanti i temi riguardanti la politica e la scuola. E, poi, quelle citazioni tratte da opere letterarie, che per vezzo amo introdurre, so che hanno ingenerato una certa curiosità nella lettura. Qualche visitatore del tuo giornale on line mi ha fatto sapere di aver cominciato a comporre una sorte di inventario, di catalogo: citazioni tratte da libri esplorati (noti, letti) e citazioni tratte da libri ancora da esplorare (non conosciuti o non letti).

I libri sono stati e continuano ad essere i miei compagni più cari. Ne ho letti tantissimi e ne dispongo anche di un discreto numero. Non sono, però, un bibliofilo. Sono solo uno che legge, che ama i libri, che vive dell”odore della carta stampata. A volte, ti confesso, è come se ci facessi l”amore, toccandoli, annusandoli, stringendoli. Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere, personalmente, anche molti autori di libri, che mi hanno onorato con una loro dedica. Pensi stia bluffando? Te ne enumero qualcuno. Ho libri con dediche autografe, per citarne qualcuno, di Giorgio Saviane (Eutanasìa di un amore), Lidia Ravera (Porci con le ali, edizione 1976), Maria Orsini Natale (La bambina dietro la porta), Dacia Maraini (Bagheria), Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran), Fabrizia Ramondino (Star di casa), Giovanna Mozzillo (La signorina e l”amore), Ernesto Ferrero (Lezioni napoleoniche).

Anche tantissimi anni fa, quando sono stato bambino, ho passato il mio lungo tempo ad ascoltare i racconti dai miei zii o a leggere Salgari, Alcott, Defoe, Cooper:Certo, non c”era la televisione e, se c”era, non troneggiava in tutte le case.
Direttore, non so perchè ti sto raccontando queste cose! Consideralo uno sfogo di fine anno. La lettura, come ben sai, è un”estensione della mente. Spesso, ti trovi invischiato nelle storie che leggi ed hai la certezza di esserci finito dentro, perchè già lo conoscevi quel personaggio, quello scorcio, quell”episodio tanto simile all”altro capitato anche a te.

E, dunque, se uno scrive non lo fa solo per il gusto di esibirsi, per la soddisfazione di leggere e far leggere la propria firma. Vorrà pur dire qualcosa, comunicare una sensazione, un malessere, una gioia, una riflessione. Io chiudo l”ennesimo anno (ne sono troppi, ormai!) con un”angoscia dentro. La politica non è più politica e la scuola neanche. Come farà questo paese a sopravvivere?
Caro Direttore, la democrazia sta vivendo il suo momento peggiore ma nessuno se ne importa. La politica sta dando il suo peggior spettacolo; è inutile sperare in un progetto, nella costruzione del futuro, in un”idea di domani. Interessa solo il particolare, il personale, il vantaggio immediato.
Basta guardare un poco oltre il nostro naso. Paesaggi deturpati, ambienti inquinati, confronto inesistente:siamo quasi, di nuovo, alla legge del Taglione: occhio per occhio, dente per dente! E, poi, diciamo la verità, chi fa più politica per il trionfo di una nobile idea? Guardati, intorno, Direttore, solo interessi, interessi, interessi.

E la scuola? Forse, è l”anno zero. Mai visto tanto sfascio, tanta disinteresse, tanta superficialità. Tra pochi giorni, alla ripresa dopo le vacanze, molte scuole non avranno nemmeno i soldi per comprare la carta igienica. Sono stati tagliati i precari, sono stati promossi i deficienti ai posti di comando, sono state vanificate le sperimentazioni, sono stati buttati anni di innovazioni. Ma a che serve lamentarsi?
“Sai, figliolo, continuò, hai voglia di raccontare i tuoi ricordi agli altri, quelli stanno a sentire il tuo racconto e magari capiscono tutto anche nelle minime sfumature, ma quel ricordo resta tuo e solo tuo, non diventa un ricordo altrui perchè lo hai raccontato agli altri, i ricordi si raccontano non si trasmettono”, (Antonio Tabucchi, Bucarest non è cambiata per niente, in Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, 2009).

Direttore, mi auguro e ti auguro che col nuovo anno tutti si possa riavere la capacità e la voglia di rinascere, di essere utili al prossimo, al paese, al territorio di appartenenza. E tutti, ma proprio tutti, ci si possa fermare per un momento a riconsiderare il proprio modo di vivere, la propria vita, il proprio impegno nella società, atei e cattolici, marxisti e buddisti, giovani e adulti, reazionari e rivoluzionari.

“Farla non puoi, la vita, / come vorresti? Almeno questa tenta/ quanto più puoi: non la svilire troppo/ nell”assiduo contatto della gente/ nell”assiduo gestire e nelle ciance./ Non la svilire a furia di recarla/ così sovente in giro, e con l”esporla/ alla dissennatezza quotidiana/ di commerci e di rapporti,/ sin che divenga una straniera uggiosa.”, (Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, 1972).

Forse, sarebbe bello che ciascuno di noi lo dicesse nello scambio degli auguri, domani. Altrimenti, a che servirebbe augurare qualcosa di diverso?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

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Le BR rapiscono Aldo Moro e lo uccidono dopo 55 giorni di prigionia, durante i quali la democrazia italiana viene pesantemente condizionata. Negli stessi anni scoppia lo scandalo P2.
Di Ciro Raia

Il 16 marzo 1978 le B.R. alzano il tiro e, a Roma, sequestrano l”onorevole Moro, dopo aver falcidiato la sua scorta. Il parlamentare si sta recando a Montecitorio, dove sta per essere presentato il programma del (quarto) governo presieduto da Giulio Andreotti. Il nuovo governo è un monocolore democristiano con l”appoggio esterno dei comunisti, voluto proprio da Moro e Berlinguer, entrambi alla ricerca di una unità di indirizzo, per cercare di sconfiggere il terrorismo.

Moro resta nelle mani dei terroristi per 55 giorni, durante i quali le forze politiche e l”opinione pubblica si dividono tra “linea della trattativa” e “linea della fermezza” con le BR. Il 21 aprile anche il papa Paolo VI rivolge ai terroristi un appello per la liberazione di Moro: “Vi prego in ginocchio, liberate l”onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, (:) in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità”. Ma è tutto inutile; il 9 maggio, il cadavere dell”esponente democristiano viene trovato nel bagagliaio di una Renault rossa, in via Caetani, a Roma.

L”8 luglio dello stesso anno, al sedicesimo scrutinio, al posto del dimissionario Leone, è eletto, con una maggioranza altissima di voti (ben 832), il nuovo Presidente della Repubblica. È il socialista Sandro Pertini, ex partigiano, antifascista, definito da Craxi “simbolo ed espressione di tutto l”arco costituzionale, che rappresenta l”unità nazionale”. Nel suo messaggio inaugurale Pertini ripropone i valori dell”antifascismo e della Resistenza, non trascurando un forte richiamo all”unità nazionale da realizzarsi con tutte le forze democratiche.

Anche la Chiesa, in seguito alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), elegge un nuovo papa: è il cardinale Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I. Ma il nuovo pontefice, dopo solo 33 giorni di papato, muore. L”improvvisa scomparsa di Giovanni Paolo I accende una ridda incontrollata di voci: morte naturale, avvelenamento, suicidio? Il 16 ottobre, quindi, i cardinali riuniti in conclave eleggono papa il polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, che prende il nome di Giovanni Paolo II. Il discorso programmatico del nuovo papa è una dichiarazione di fedeltà alle decisioni del Concilio Vaticano: libertà religiosa, collegialità dei vescovi e disciplina nella Chiesa.

Intanto, con le elezioni del 1979, gli Italiani bocciano i cosiddetti governi di solidarietà, sostenuti all”esterno dai comunisti. Dopo il nuovo scioglimento anticipato delle Camere, infatti, le urne ripropongono un recupero della DC e del PSI ed un arretramento del PCI. Il nuovo governo –sostenuto da DC, PSDI e PLI- è presieduto dal democristiano Francesco Cossiga. Alla Presidenza della Camera, per la prima volta nella storia d”Italia, è eletta una donna: la parlamentare comunista Nilde Jotti.

La situazione del paese è sempre più preoccupante, per vari fatti che ne minano la credibilità politica. Il finanziere Michele Sindona, accusato di avere stretto legami con personalità della DC, a cui ha versato ingenti somme di denaro in cambio di favori ed agevolazioni, lascia l”Italia e si rifugia negli Stati Uniti. Lo scandalo ENI-Petronim coinvolge esponenti della P2 (la loggia massonica di Licio Gelli) ed alcuni politici, colpevoli di avere intascato una tangente pagata dall”Arabia Saudita.

Le B.R., da parte loro, continuano a seminare morte. Cadono sotto il fuoco dei terroristi il sindacalista Guido Rossa, i magistrati Fedele Calvosa, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, il colonnello Antonio Varisco, il maresciallo Vittorio Battaglieri, il carabiniere Mario Tosa, il giornalista Walter Tobagi, il dirigente Fiat Carlo Ghiglieno.
E la mafia non è da meno! Sotto i colpi dei mafiosi siciliani restano vittime Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, ed il giudice Cesare Terranova, per due legislature già deputato del PCI.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA DEL “900

LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA. FILMS PER CONOSCERE LA STORIA

Il film “La masseria delle allodole” ha stupito gli alunni-spettatori, perchè la tragedia degli armeni massacrati dai turchi è stata completamente rimossa dal dibattito storico-politico.
Di Annamaria Franzoni

Nel corso degli incontri del Progetto “Abitare la Legalità Interculturale”, svolto presso il liceo Mercalli nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, gli allievi delle istituzioni scolastiche e i giovani del territorio hanno affrontato tematiche legate all”integrazione interculturale attraverso un ciclo di film che hanno reso possibile una attenta riflessione su culture diverse a confronto.

Le storie proposte hanno evidenziato, nei modi più svariati, quanto sia complesso il tema dell”integrazione soprattutto quando entrano in ballo gli interessi economico-politico-sociali che hanno caratterizzato la storia del “900, sfruttando la paura dell”altro, dello straniero, del diverso per colore della pelle, per religione o cultura a scopi di prevaricazione sul debole se non di sterminio e genocidio.

È il caso del film “La masseria delle allodole”, tratto dal romanzo del 2004 di Antonia Arslan e ambientato sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915 vengono trucidati dai turchi i maschi armeni , adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia, all”interno dei quali subiscono ogni sorta di violenza e sopruso.

Un genocidio dimenticato, ignorato dalla storia e poco affrontato nella letteratura e nella cinematografia mondiale per tutto il secolo intercorso da quei tragici giorni: la responsabilità dei turchi nella Prima Guerra Mondiale non è da considerarsi inferiore a quella tedesca durante la Seconda, ma, mentre i tedeschi hanno riconosciuto i reati perpetrati dinanzi alla storia e all”umanità, i turchi negano le proprie colpe secolari e chiedono di entrare a far parte dell”Unione Europea senza aver chiesto ufficialmente scusa per aver massacrato decine di migliaia di armeni cristiani, contando probabilmente sul fatto che tali eventi atroci siano caduti nel dimenticatoio.

L”emozionalità forte, esternata nel “dopo film” dai ragazzi che hanno assistito col fiato sospeso alla proiezione, è stata certamente provocata dalle scene fin troppo sconvolgenti che i Fratelli Taviani hanno offerto con grande maestria, ma si è concentrata, in modo evidente, sullo stupore dei ragazzi di ignorare completamente questi eventi storici: è emersa così un” intensa tristezza per i principi violati, una palese frustrazione derivante dalla consapevolezza che questi fatti sono accaduti davvero e che nessuno ne parli, nè ne abbia parlato per circa 100 anni.

Gli armeni nel mondo sono più di sei milioni ed è necessario che il governo turco ammetta le proprie colpe dello sterminio: è un omaggio dovuto ai numerosissimi defunti armeni e un riconoscimento ai sopravvissuti.
Il sentimento unanime emerso in questo focus che ha raccolto in effetti le emozioni dell”intero ciclo di film sull”interculturalità è riassumibile nel desiderio forte di ribaltare i termini di una storia che i ragazzi rifiutano: hanno infatti espresso a gran voce che è inaccettabile, nel terzo millennio, che l”uomo non abbia ancora superato l”incapacità di accettare l”altro indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dalla cultura, dalla provenienza.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CAMORRA É LA FORMA DELLA POLITICA

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In Campania la politica si configura come un”industria della “protezione”, esattamente speculare a quella delle organizzazioni criminali.
Di Amato Lamberti

Il rinnovo dell”amministrazione regionale e di molte amministrazioni locali, in Campania, avrebbe dovuto sollevare almeno qualche dibattito sugli errori commessi in questi ultimi dieci anni, per capirne le ragioni ed evitare almeno di ripeterli. Non mi riferisco tanto agli errori politici, come quello di voler tenere dentro la coalizione di governo tutto e il contrario di tutto pur di assicurarsi non il governo ma la gestione degli affari della Regione.

Anche se, già l”occuparsi solo di gestione delle risorse e di distribuzione dei fondi e delle opportunità nell”ambito di clientele, gruppi di pressione, comitati, associazioni, dominate dalla sola logica dell”appartenenza e dello scambio, la dice lunga sul prevalere degli interessi particolari rispetto a quelli generali della collettività. Lo scambio clientelare è una gabbia, o se volete un meccanismo, che immobilizza tutta la società, tanto a livello di struttura che di funzionamento.

Se la logica, tanto per fare un esempio, di una azienda ospedaliera è quella che si tratta di una macchina per raccogliere consenso elettorale e per distribuire risorse finanziarie e occupazionali che servono a farla funzionare in maniera ottimale, è inutile porsi problemi come quelli della qualità del servizio e dell”assistenza sanitaria, della manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura edilizia, dell”aggiornamento del personale medico e paramedico, della pletora inutile e costosa del personale amministrativo, delle modalità di assegnazione degli appalti di opere e, soprattutto, di forniture: devono funzionare in quel modo, anche per assicurare un certo livello di assistenza agli utenti dei servizi, perchè bisogna ottimizzare il controllo di quella posizione in vista del raggiungimento del risultato “politico”.

Il fatto che queste gabbie siano permeabili alla imprenditoria criminale e alla criminalità organizzata, anzi, che siano perfettamente funzionali alle modalità di infiltrazione e controllo delle amministrazioni locali da parte del crimine organizzato, non preoccupa nessuno perchè, a ben guardare, è evidente a tutti, anche se nessuno osa dichiararlo pubblicamente, che “la camorra è la forma della politica in Campania”.

Anche se la formula può sembrare un po” forte basta riflettere sul fatto che la politica in Campania si configura come una vera e propria industria della “protezione”, esattamente speculare a quella messa in campo dalle organizzazioni criminali: hai bisogno di una autorizzazione per iniziare una attività imprenditoriale, di una licenza per costruire, vuoi aggiudicarti un appalto, una fornitura, una consulenza, un incarico professionale, una nomina in un Consiglio d”amministrazione, ecc.,ecc., hai bisogno di una referenza politica, o meglio della protezione attiva di un politico. Una protezione permanente che si paga con la fedeltà alle esigenze e agli obiettivi del politico di riferimento che così può disporre di una pedina da utilizzare per eventuali necessità.

Una fedeltà che può anche essere rinforzata attraverso l”attribuzione al “grande elettore” di un ruolo amministrativo che consente di controllare e dirigere l”attività di una pubblica amministrazione. Si crea così quella ragnatela di interessi, fedeltà e appartenenze che bloccano innanzitutto il ricambio politico perchè ricreano logiche di clan fortemente personalizzate attorno alla figura del leader titolare di tutte le opportunità, di tutti i rapporti e le conoscenze necessari per raggiungerle e distribuirle.

Anche in questo caso la sovrapponibilità tra politica e camorra è evidente, con tutte le conseguenze che questo fatto comporta, a cominciare dalla definizione come “capi bastone” dei politici con un bacino consolidato di consensi e con notevoli capacità di controllo e distribuzione delle opportunità istituzionali. Capacità che vengono spesso utilizzate anche in prima persona da politici a amministratori, come avviene nei settori della sanità, dei trasporti, della formazione professionale, dell”ambiente, dell”agricoltura.

Nessuno sembra meravigliarsi del fatto che politici, consiglieri regionali, provinciali e comunali, sindaci e assessori, dirigenti regionali, sono spesso titolari, direttamente, come attraverso “prestanome”, di strutture sanitarie private, di centri assistenza disabili, di laboratori di analisi cliniche, ma anche chimiche, fisiche, merceologiche, di centri di formazione professionale, di aziende private di trasporti, di strutture ricettive, centri congressi. A parte situazioni dove il controllato è anche controllore, c”è un palese conflitto di interessi che produce quelle distorsioni della spesa pubblica che ben conosciamo e che configura sempre l”interesse privato in atto d”ufficio.

Un capitolo su cui, stranamente, nemmeno la magistratura cosi attenta agli abusi di potere e alle pratiche corruttive nella pubblica amministrazione, ha mai posto l”occhio, come se si trattasse di modalità di comportamento quasi legittimate dal fatto che sono molti a praticarle senza neppure sollevare più scandalo. Questo intendo dire con “la camorra è la forma della politica”, in Campania, ma non solo.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

SE LA VITTIMA É UN MINORE TUTTO É PIÚ DIFFICILE

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I processi in cui sono coinvolti come vittime i minorenni, sono difficili, e non è facile rimanerne distaccati. La testimonianza del minore avviene attraverso il cosiddetto ascolto protetto.
Di Simona Carandente

Nell”ambito del diritto penale, sia sostanziale che processuale, coesistono forme di tutela differenziate, modulate sulla scorta dell”interesse primario da salvaguardare e sulla stessa persona offesa dal reato.
Quando la vittima del reato è un soggetto minore l”interesse alla corretta applicazione della giustizia è, verosimilmente, ancor più pregnante, posto che il delicatissimo equilibrio psicofisico del l”infradiciottenne è, senza dubbio, il bene maggiormente degno di tutela.

Quelli in cui sono coinvolti, in qualità di vittime, soggetti minorenni sono processi particolarmente difficili, nei quali è difficile rimanere distaccati e far sì che il rapporto avvocato-cliente, specie se persona offesa, rimanga asettico e su di un piano di professionale distacco.
Sia quando occorre procedere nelle forme dell”incidente probatorio, che nel corso del dibattimento, è frequente la necessità di dover acquisire, quale elemento di prova, la testimonianza del minore, che segue pertanto delle regole proprie e differenti rispetto ad una normale escussione testimoniale.

Innanzitutto, l”audizione avviene in apposite aule del tribunale, alla presenza dei giudici e dei difensori delle parti, mentre il minore viene collocato in una stanza attigua, collegata alla prima mediante dispositivi audiovisivi, alla sola presenza di una psicologa nominata dal giudice.
Il minore, ovviamente, non può nè vedere nè sentire quello che avviene nella stanza principale: tutte le domande gli vengono poste attraverso il filtro del giudice, che interloquisce con la psicologa, unico soggetto ammesso a parlare con il minore ed a porgergli domande dirette.

Non è facile mantenere distacco rispetto alle dichiarazioni del minore: spesso si tratta di soggetti vittime di violenze sessuali, spesso da parte di uno o di entrambi genitori, più raramente da persone estranee alla famiglia, ma sempre e comunque di soggetti deboli, anzi indeboliti dalla mole di violenze che sono stati costretti a subire, in episodi isolati o nel corso di mesi, talvolta anni.

In uno degli ultimi incidenti probatori cui ho assistito, proprio a fianco di un minore vittima di violenza sessuale, ho capito che il processo mentale, e spesso anche quello fisico, che porta un ragazzo a denunciare fatti così gravi è particolarmente irto di difficoltà: occorre innanzitutto vincere il proprio, naturale senso del pudore e parlarne con la propria famiglia, con il rischio di gettare anche questa in un baratro; esporre i fatti innanzi all”autorità giudiziaria, e pertanto prima alle Forze dell”Ordine in sede di denuncia, poi al Pubblico Ministero, infine innanzi ad un giudice seppur in forma protetta; infine, cercare di lenire la propria, indelebile sofferenza, senza cadere nella “tentazione”di darsi la colpa di quanto accaduto, cercando inoltre di non proiettarla sui propri genitori, qualora incolpevoli.

Ancora una volta, in casi come questi, il processo penale dimostra tutte le sue debolezze: anche se l”orco verrà rinchiuso in carcere, evitando per un po” che faccia male ad altri, anche se subirà una condanna penale, chi rimarginerà le ferite dell”animo, se non addirittura quelle fisiche?
La soluzione non è contenuta in una formula matematica: è opportuno che il minore sia fortemente supportato, dal contesto familiare e da uno specialista, nel difficile percorso verso il ritorno ad una vita normale.

L”interazione tra i due fattori, difatti, appare l”unica via concretamente percorribile, e senz”altro auspicabile, anche se il raggiungimento di un risultato concreto appare legato, a filo doppio, all”entità e alla durata delle violenza subite, nonchè ovviamente alla stessa personalità del soggetto vittima di abusi. (mail: simonacara@libero.it)

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