Di don Aniello Tortora
Riprendo con gioia il mio contributo settimanale su “ilmediano.it”, dopo la pausa estiva.
L”estate che abbiamo vissuto è stata, forse, il periodo di ferie più burrascoso e, direi, squallido che l”Italia abbia mai consumato.
Tutti contro tutti, tirando in ballo anche la chiesa (che farebbe bene a stare alla larga dai partiti!).
Una politica che, invece di pensare ai veri e reali problemi quotidiani della gente, fa solo gossip ( di bassa lega) scadendo a turpe pettegolezzo.
Narcisismo, autostima elevata al massimo grado, demonizzazione dell”avversario, bugie sociali, escort: questi sembrano gli ingredienti squallidi di pietanze che ci vengono propinate ogni giorno in tutte le salse.
La chiusura verso gli emigranti, i venti (ritornati) della secessione, la mancanza di attenzione alla “questione meridionale” sono argomenti sui quali riflettere seriamente.
Non è più possibile che l”agenda del governo continui a dettarla la Lega e che tutti assistiamo inermi e inerti a tale degenerazione politica e sociale.
A leggere ogni giorno i giornali spesso mi metto nei panni di quanti (tantissimi) inorridiscono davanti a quanto accade, ma non riescono a sbarcare il lunario, non hanno la forza di fare la spesa quotidiana, non dispongono di mezzi per accedere alle cure “normali” (cui hanno diritto), e di quanti stanno perdendo il lavoro o non riescono ad averlo.
È questo il vero problema (e non solo al Sud): il lavoro.
Nel nostro territorio continuano a vivere momenti drammatici i lavoratori della Fiat, dell”Atitech, della Fincantieri, i precari della scuola, i lavoratori in crisi a Battipaglia. Per non parlare dei giovani che non entrano nel mercato del lavoro o sono costretti ad emigrare.
Per la Chiesa e i cristiani la disoccupazione non è mai un fatto fisiologico ma una sfida che ci interpella e ci chiama a ricordare sempre il primato del lavoro sul capitale e al tempo stesso (proprio perchè il lavoro non lo porta la cicogna) a costruire una società in cui cresca lo spirito di impresa e questo spirito abbia sempre una saldo ancoraggio etico.
La svalutazione del lavoro nel nostro Paese (che pure lo cita nella Costituzione come fondamento della Repubblica) si evidenzia anche nella sua eccessiva tassazione.
Ripensare le politiche del lavoro vuol dire renderle coerenti con gli obiettivi del rispetto della dignità dell”uomo che lavora, della competitività delle imprese e della inclusione sociale.
Proprio per questo c”è bisogno di nuove idee. Occorre, oggi, ri-pensare un nuovo welfare delle opportunità che ha come obiettivo la dignità e le esigenze delle persone.
I tre diritti fondamentali del lavoro (equa remunerazione, salute e sicurezza, apprendimento continuo) possono e devono essere esaltati e meglio perseguiti nell”ottica nuova dello Statuto dei lavori ipotizzato da Marco Biagi, facilitando la ricomposizione delle carriere e dei diversi percorsi lavorativi.
Occorre, in altri termini, abituarsi a considerare il lavoro nella sua dimensione plurale: il lavoro che manca al Sud, i lavoratori che mancano al Nord (anche se la crisi economica ha aggredito territori dove il lavoro abbondava), il lavoro in famiglia, il lavoro senza luogo (il telelavoro), il lavoro domestico (che ancora ci si ostina a non riconoscere), il lavoro nero (che cresce), il lavoro non assicurato, il lavoro artistico e artigianale, il lavoro dell”imprenditore, il lavoro nelle cooperative, il lavoro indipendente del popolo delle partite IVA.
Questi “lavori” hanno archiviato lo stereotipo del lavoro svolto da adulti maschi, in posizione di dipendenza, per tutta la vita, tendenzialmente nello stesso posto.
È con questa “rivoluzione” sociale che la nostra società deve confrontarsi e fare i conti. Su questo devono scervellarsi i nostri politici e spendere tutte le loro energie per ri-pensare il mondo del lavoro e assicurarlo a tutti. Così si costruisce il bene comune e, concretamente, la solidarietà, la giustizia e la pace nel nostro Paese.
(Foto: fonte internet)

