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Le Città Invisibili: Benedizioni
“Quindi si avvicinò alla finestra e
guardò fuori in cortile,
dove suo padre aveva iniziato
a coltivare un orto”
[Kent Haruf, 2013, p.234]
Il mondo è lacerato dalle maledizioni e nessuna benedizione sembra riuscire a sanare almeno alcune ferite.
Quando si parla di benedizione la mente va al sacro, ad un gesto apofantico, alla religione. Eppure, c’è altro: benedire e maledire si contendono il senso che noi diamo alle cose. Ogni giorno, forse ogni momento dobbiamo decidere da che parte stare.
Da quando gli dèi benedissero il mondo, che sorgeva nell’alba del tempo, le donne e gli uomini hanno corso il rischio di perdere di vista la ragione che li tiene insieme.
Benedire è, dunque, una forma di memoria; ci ricorda che “dire bene” di chi ci passa accanto, nella breve esistenza dataci in sorte, rappresenta una forma di compassione.
In questa maniera appare al nostro sguardo un paesaggio lontano di uomini e donne che si ricercano l’uno con l’altro e sono toccati dalla benignità dell’incontro. Si attinge forza da una presenza e sentiamo che essa ci accompagna, anche se non sarà in grado di sostituirsi a noi.
Con la maledizione si è inermi di fronte all’odio, ma, in fondo, anche la benedizione sembra conservare una forma di inutilità.
Tuttavia, al contrario della prima, la seconda apre un sentiero di intesa, che ci immette in un orizzonte di bellezza e di gioia, fa di noi “dei disciplinati postini che consegnano a domicilio anche nelle ore notturne auguri di bene”[C. Candiani, 2021, p.71]
Per questo il padre si fa campo arato del figlio e il figlio lo consola con la semina, e sempre per questo i poveri della terra fanno argine, per quel poco che possono, alla disperazione. Alimentano il saluto del domani.
Per questo la prossimità dei nonviolenti non smette di chinarsi sulle rovine e di interpretarle.
C’è un margine sul quale scommettere, pur nella consapevolezza della sua estrema labilità. Della debolezza del suo respiro.
Fare tavola, procurare sedie, piantare frutteti. Insomma, organizzare la comunità.
E, infine, più importante di tutto: raccontare storie. Sfogliare insieme il testo infinito dello stare accanto.
Michele Montella
[L’immagine è tratta dall’albo: B. Waber, Chiedimi cosa mi piace, ed. Terre di mezzo, con le illustrazioni di Suzy Lee]
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Brutto e vincente?
Siamo arrivati all’ultima dell’anno, quasi a metà della stagione della rivincita, la stagione del nuovo corso, la stagione durante la quale Conte ci riporta dove eravamo stati solo 2 anni fa, la stagione delle ritrovate soddisfazioni.
E con il Venezia, penultima in classifica, dovrebbe essere una passeggiata, ma il Napoli tarda a passare in vantaggio (grazie al subentrante Raspadori), dopo un rigore sbagliato di Lukaku. Pur avendo dominato nel possesso e nella pressione, non punge, è il problema azzurro, non ha nelle sue corde tutti i gol che servono, ma è squadra robusta, convinta, cazzuta. Durante questa stagione il Napoli di Conte ha dimostrato di essere ancora un cantiere in costruzione, ma uno di quelli nel quale fondamenta e muri maestri fanno la loro bella figura. Nelle ultime settimane gli azzurri hanno fatto dei passi falsi, fermando la lunga serie di risultati positivi, ma si sono rialzati e sono riusciti ad aggrapparsi alle prime della classe, Atalanta e Inter, squadre di indubbia qualità superiore. Restano dei dubbi, su quel Lukaku che ha dato meno di quanto ci aspattassimo e su Kvara a corrente alterna. Ma le note positive arrivano da più fronti: una difesa arcigna guidata da Buongiorno, un centrocampo di qualità e quantità, e l’attacco può pungere con la qualità degli esterni.
Il Napoli è brutto, sì, forse non è scoppiettante come molti vorrebbero, ma è vincente. Qualcuno dice che Conte è fortunato. In passato l’ho pensato anche io. Ma seguendo quanto ha fatto questo Napoli devo dirvi che quella non può essere fortuna. Vincere con tante squadre, portare il Napoli ancora in alto, farlo in maniera continua, tutto ciò non è un caso. Dietro tutto ciò non può esserci la fortuna, ma le qualità tattiche e motivazionali di un allenatore che, pur avendo un gioco considerato “brutto”, riesce a entrare nella testa dei giocatori e a guidarli nel superare i propri limiti.
Buon inizio di un nuovo anno azzurro!


