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Madonna dell’Arco, benedizione degli animali e accensione del fuoco: la festa di Sant’Antuono
Alle 18, 30 di domani, giovedì 17 gennaio, nell’aula polifunzionale «San Giovanni Leonardi» del convento domenicano, il rettore padre Alessio Romano celebrerà la Santa Messa per la festa di Sant’Antonio Abate.
Il rito religioso e poi la benedizione degli animali che – precisa il rettore padre Alessio Romano – saranno i benvenuti nell’aula intitolata a Leonardi. La festa di Sant’Antonio Abate, noto in tutto il Meridione come «Sant’Antuono», proseguirà nel piazzale dinanzi alla struttura, con il tradizionale «fucarazzo» (ore 20) simbolo di rinascita e purificazione.
«Nel disegno di Dio – ricorda padre Alessio – anche gli animali che popolano il cielo, la terra e il mare partecipano alla vicenda umana. La Provvidenza abbraccia tutti gli esseri viventi e si avvale dei preziosi e fedeli amici dell’uomo per significare i doni della salvezza».
Ma chi era Sant’Antonio Abate? «Uno dei più noti e illustri eremiti della Chiesa – racconta il priore dei domenicani – nacque in Egitto e poi, aveva vent’anni, abbandonò tutto e tutti per vivere da eremita sulle rive del Mar Rosso. Morì ultracentenario».
La storia di Sant’Antuono si trova nelle narrazioni di un discepolo, Sant’Atanasio, che contribuì a farne conoscere l’esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i perseguitati cristiani di Alessandria. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea. Nell’iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore. Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore. In questa chiesa a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane. Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come «ignis sacer» per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli Antoniani. Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la ‘tau’ ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino. Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato; è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche in base alla leggenda popolare che narra che Sant’ Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo e mentre il suo maialino sgattaiolava dentro e creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a ‘tau’ e lo portò fuori insieme al maialino recuperato e lo donò all’umanità, accendendo una catasta di legna. Ed è questo il motivo per cui ancora oggi si usa, il 17 gennaio, accendere i «focarazzi», detti anche ceppi o falò di Sant’Antonio.
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Somma Vesuviana, Telemoney: al Comune si sta ancora decidendo, annullate le variazioni previste per domani
I genitori devono prenotare i pasti ogni mattina…anzi no. Domani, 16 gennaio, la data prevista per le variazioni da apportare al servizio mensa automatizzato (leggi qui), sono annullate. Questa mattina intorno alle 12, una seconda comunicazione avente ad oggetto il «servizio Telemoney», a firma della responsabile di posizione organizzativa n.5, Monica D’Amore, è stata recapitata ai circoli didattici del territorio e al sindaco.
Un documento che annulla le precedenti disposizioni (dunque i genitori non dovranno preoccuparsi di prenotare i pasti ogni mattina ma soltanto, come in precedenza, di disdire in caso di assenze). Sembra però che la cosa non finisca qui perché nella seconda comunicazione che reca la data di oggi, la responsabile ribadisce la necessità di correttivi. Per la precisione, annunciando il passo indietro e prendendo atto che quanto stabilito con la prima disposizione non era certo una semplificazione così come negli obiettivi del Telemoney, l’architetto D’Amore sottolinea che si è ancora alla ricerca di una soluzione ottimale per la quale ci si sta interfacciando con le dirigenze degli istituti per «contemperare le esigenze delle utenze, del personale scolastico e della corretta azione amministrativa». Cose che, evidentemente, non si ricercavano con la precedente decisione.
La necessità di ulteriori modifiche del servizio, salta agli occhi dal documento, vorrebbe evitare «qualsiasi irrazionale dispendio delle risorse pubbliche».
Al momento, genitori e docenti che non avevano fatto salti di gioia all’annuncio di nuove modalità non più disposte per domani, sono pronti a scommettere che tutto rimarrà invariato.

