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IL NATALE DI UNA VOLTA:

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Tra angosce, frenesie e rimpianti si consuma il rito dell”attesa. In un periodo magico dell”anno cambiano i comportamenti delle diverse generazioni. Di Luigi Jovino

“Il futuro non è più quello di una volta” ha scritto la mano di un poeta di strada su un muro di Milano. La frase di una semplicità disarmante ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è diventata la metafora di una gioventù inquieta che non trova nel domani certezze, speranze e considerazioni. Il difetto di futuro accusato dai giovani nella società odierna, descritta con realismo impressionante dall’ultimo rapporto del Censis, sembra sommarsi al difetto di passato, mai rimosso dalle generazioni dei non più giovani.

Se i quarantenni o i cinquantenni di oggi avessero la stessa sfrontatezza e la stessa voglia di libertà dei giovani writers sono sicuro che sui muri di tutta Italia comparirebbero centinaia di scritte “Natale non è quello di una volta”. Mi chiedo perché tante persone della mia generazione siano convinte di questa accezione. In fondo le atmosfere sono migliorate. Il Natale moderno è il Natale degli architetti. Sono state costruite ambientazioni suggestive nelle strade e nei vicoli di tante città. I villaggi di Babbo Natale spuntano in ogni dove. Le renne sono di casa. Le luci accecano, sfavillando in mille bagliori. Neanche a parlare del cibo! Confezioni della tradizione, presidi isolati del gusto, riscoperta della semplicità e dei sapori forti.

E ancora: inni alla gioia, Te Deum e ogni anno una nuova canzone. Di regali, poi, ce ne è a iosa. Anche la tredicesima più asfittica può servire a comperare un peluche e a fare, nel contempo, adozioni a distanza. La solidarietà di Natale è a basso prezzo: un euro dal telefonino. Gli ingredienti, insomma, ci sono tutti. Mancano un po’ le famiglie matriarcali o forse manchiamo noi. Il Natale non è più quello di una volta perché siamo cambiati noi. È un’equazione banale, ma l’unica che serve a giustificare. Non siamo più quelli che rimpiangiamo di essere stati, ma neanche per un momento, credo, penseremmo di tornare indietro. Certo l’affetto delle persone che non ci sono più è un vuoto incolmabile che si ripresenta, tal quale, nell’occasione del Natale.

Oltre a questo non c’è più niente! Forse la gioventù che tra l’altro possiamo vivere di riflesso nei nostri figli. Nei nostri nipoti. Molti pensano che il consumismo abbia confuso i significati più profondi della Festa. L’attesa è diventata frenesia. Il desiderio di offrire all’altro una sindrome convulsiva. Ma non si può imputare al ritmo incalzante la trasfigurazione di un evento che ha così profondamente segnato le nostre impressioni giovanili. Per non vivere il consumismo della Festa basterebbe fermarsi. In giro ci sono anche Natali proletari, vissuti accanto ad una tenda di operai in cassa integrazione. Il modernismo non basta a giustificare la malinconia per il tempo andato che si ricopre di angoscia. Monumenti di nostalgia.

Quello che dovremmo rimpiangere, invece, sono le compagnie. Un mio amico barista mi faceva notare che sono sparite le comitive. Al giorno d’oggi la convivenza, anche quella semplice nelle occasioni di una festa, è diventata difficile. Materiale da museo sociologico. Ci provano i cenoni a raggruppare. O le mille feste di piazza in attesa dell’anno nuovo. Anche il Capodanno, però, non è più quello di una volta. Si sta in migliaia. A contatto di gomito tra sconosciuti in attesa del primo rintocco, ma a giudicare dai fatti non sembra ci sia tanta socialità. E dopo mezzanotte attenti alle bottiglie che volano. Pochissimi sono i cinquantenni che festeggiano in piazza. Meglio le crociere, i cenoni presso amici o in famiglia; chi non può permettersi altro.

Accanto ad un camino elettrico con il caldo soffuso da climatizzatori split, i non più giovani preferiscono narrare agli amici e parenti com’era diverso il Natale di tanto tempo fa. In pratica si diffonde la patologia delle cose sparite. Di quelle irrimediabilmente perse. E i moderni psicologi già stanno pensando di aggiungere sui biglietti da visita e sulle targhette degli studi la scritta: “Progettista del passato”.

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