I DELITTI DI SANGUE: IL COSIDDETTO “DOLO D”IMPETO”

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Assistere una persona accusata di gravissimi fatti di sangue è un”esperienza forte e sorprendente. Di fronte hai una persona “normale”, che d”impeto distrugge sè stessa e la vita degli altri. Di Simona Carandente

Non accade tutti i giorni che un giovane, giovanissimo professionista si trovi a stretto contatto, faccia a faccia, con un assistito che abbia commesso il più efferato dei crimini, ovvero l’aver posto fine alla vita di uomo, spesso con modalità violente se non addirittura brutali.
Il confine tra vita e morte è labilissimo, come dimostrano sia i numerosi casi di cronaca che l’esperienza quotidiana, nelle aule di giustizia: può bastare un diverbio, una lite banale, ed anche il più mite e pacifico degli esseri umani può trasformarsi in un freddo assassino.

Recentemente, ho avuto la fortuna di assistere una persona accusata di un gravissimo delitto di sangue, commesso proprio durante le ultime festività natalizie, che è riuscito a distruggere in pochi istanti tante giovani vite: quella del deceduto e della sua famiglia, ma anche la propria e quella dei suoi cari, con la coscienza gravata da un macigno enorme, che gli costerà sofferenze e tanti lunghi anni di carcere.

È sorprendente trovarsi di fronte a casi del genere, perché chi hai di fronte è tremendamente "normale": un uomo comune, con un lavoro come tanti, una fidanzata ed una famiglia, che in pochi attimi perde la testa e muta per sempre il corso della sua esistenza, a volte anche senza una seppur apparente motivazione.
Proprio questa forma di dolo, cosiddetto d’impeto, dove il proposito criminoso sorge all’improvviso, per effetto di un vero e proprio raptus di follia, trova maggiore riscontro nei delitti di sangue, ove la persona reagisce ad improvvisi stimoli esterni (aggressioni fisiche e verbali) perdendo il controllo e non rispondendo più di sé.

Pur senza scendere in particolari complessi, da trattatistica di diritto penale sostanziale, occorre evidenziare come vi sia una sostanziale differenza tra tale forma di dolo e quella, cd. di proposito, dove la maturazione del proposito criminoso avviene nel tempo, lentamente, fino a sfociare nella effettiva messa in opera del reato. Nel dolo di proposito, difatti, intercorre un lasso di tempo, a volte anche rilevante, tra la maturazione della volontà criminale ed il momento della sua concreta attuazione, con il persistere di tale volontà nel corso dell’intero lasso di tempo, senza che intervenga alcuna forma di resipiscenza o dissuasione dal proposito criminoso originario.

La persistenza di tale volontà criminale incide, ovviamente, sotto il profilo della colpevolezza e della sanzione penale, facendo sì che a carico del presunto colpevole possa integrarsi l’aggravante della premeditazione, con evidenti conseguenze sull’irrogazione della pena finale.

A seconda dell’intensità del momento volitivo, ovvero dell’elemento del dolo, congiuntamente ad altri fattori quali modalità del fatto, personalità del reo, danno effettivamente cagionato, la pena finale potrà anche variare sensibilmente, posto che per il nostro ordinamento l’aver meditato e rimeditato un delitto, magari predisponendo i mezzi per la sua realizzazione, è indice di maggior spessore criminale e meritevole di una ben più aspra sanzione penale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DELL’AVV. CARANDENTE

CROLLA LA FIDUCIA NELLA POLITICA E NELLE ISTITUZIONI

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La crisi della politica è aggravata dalla continua emergenza rifiuti. La gente ormai, ha percepito che i politici hanno perso ogni capacità di affrontare i problemi del territorio. Crolla anche la figura del Sindaco. Di Amato Lamberti

Anche il 2010 si chiude tra cumuli di rifiuti, a Napoli come in provincia. Sembra una maledizione, ma non ce la manda il cielo e la cattiva sorte. La colpa è tutta della politica, da quella nazionale a quelle regionali, provinciali e comunali, che invece di risolvere definitivamente il problema pensano solo a farsi la guerra per evitare che qualcuno possa mettersi la medaglietta della soluzione del problema. E allora tutti a mettere bastoni tra le ruote degli altri per mandare a monte ogni tentativo, sia pure velleitario, di smaltimento dei rifiuti che intanto continuano ad accumularsi dovunque, per le strade, nelle piazze, davanti alle chiese e alle scuole, attorno agli ospedali e alle fabbriche, e persino di fronte ai monumenti meta una volta di turisti oggi sempre meno numerosi e sempre più incerti e spauriti.

Così sono andati a farsi benedire il turismo, le attività commerciali e artigianali, la gioia di farsi una passeggiata. Qualcuno continua a credere che si tratta solo di una brutta notte che dovrà pure passare. Ma una notte che dura anni e anni forse indica che qualcosa da qualche parte è definitivamente cambiata. Sicuramente indica che la politica ha perso ogni capacità di affrontare i problemi della società e del territorio, anche quelli più urgenti.
Per questo, giustamente, la gente non ha più fiducia nella politica e nelle istituzioni che essa governa. In questo anno l’ho messo in evidenza molte volte.

Anche l’ultimo baluardo della credibilità della politica, il sindaco, è crollato, sotto i colpi dei disastri che si succedono a ripetizione: la crisi dei rifiuti diventata endemica; l’inquinamento atmosferico per il traffico impazzito; gli allagamenti e le frane ogni volta che piove; il degrado ambientale che si allarga per l’abusivismo incontrollato; l’insicurezza dei cittadini che dilaga per una criminalità sempre più arrogante.

Il fatto che la gente giudichi inutile la stessa figura del Sindaco, e succede a Napoli come in tutti i Comuni della provincia, dimostra che per la gente è diventata inutile la stessa politica, e con essa le istituzioni, a cominciare dalle pubbliche amministrazioni. Si potrebbe dire che sta entrando in crisi anche la democrazia, come dimostrano fenomeni di anarchismo ma anche di fai da te per non farsi sommergere dai problemi. I giornali sono pieni di esempi: dai comitati antidiscariche che dettano ormai le ordinanze ai sindaci; alle mamme vulcaniche che difendono la salute dei figli; ai gruppi di cittadini esasperati che bloccano le strade di accesso alla discarica agli autocompattatori, quando non provvedono a dargli fuoco.

Le Forze dell’ordine non bastano più a frenare il malcontento, anche nelle forme più estreme di manifestazione della rabbia.
Una volta bastava la presenza delle divise per controllare le manifestazioni, oggi è la loro presenza, evidentemente segno di uno Stato percepito come nemico, che accende la rabbia e fa incanaglire le proteste. Forse, ci potrà anche essere qualcuno che soffia sul fuoco per accendere gli animi e trasformare la protesta in guerriglia contro le Forze dell’ordine e ciò che esse rappresentano, vale a dire lo Stato, ma ipotizzare ogni volta la presenza della camorra o di organizzazioni eversive, serve solo a nascondersi il problema di fondo che è la perdita di ogni credibilità delle istituzioni.

Certo la camorra va a nozze nel disordine, ma i cittadini hanno ormai imparato che tra camorra e istituzioni ci sono rapporti inestricabili e inconfessabili, che, come ho scritto, fanno della camorra la forma stessa della politica sui nostri territori. Se così non fosse non si spiegherebbe il fatto che non si riesca a dare soluzione a nessun problema sociale e territoriale se non nella forma che più avvantaggia le organizzazioni affaristico-criminali, nelle quali politica, affari e camorra vanno a braccetto. Una situazione desolante di cui i rifiuti che si accumulano e che non si riescono a smaltire, se non inventandosi la moltiplicazione di appalti, trasporti, trasferimenti il più lontano possibile, sono l’emblema e la cifra di lettura e di comprensione.

La gente capisce bene che in questa situazione molti soffrono, ma molti ci guadagnano e molti fanno affari che mai avrebbero pensato di poter fare così impunemente. Il paradosso, su cui nessun giornale si esercita, è che per sostenere questo giro perverso di affari alimentato da una emergenza rifiuti creata ad arte, la politica taglia la sanità, i servizi sociali, il Terzo settore, la scuola, i servizi pubblici, l’assistenza ai disabili. Tutti protestano ma nessuno coglie il rapporto tra il festino pantagruelico e camorristico organizzato per pochi e i tagli delle risorse destinate ai più bisognosi.

Anzi, la politica non litiga mai sui tagli ai poveri, mentre è pronta anche a crisi di governo, regionale e nazionale, se qualcuno si sente minacciato di esclusione dal banchetto che si consuma attorno ai rifiuti. Finirà mai questa storia? All’orizzonte non si vedono segnali di cambiamento. Anche sul rinnovo dell’amministrazione comunale di Napoli si assiste al solito rituale dei “capibastone” che organizzano la raccolta del consenso per il proprio candidato a Sindaco, senza lo straccio non dico di un programma ma della consapevolezza dei problemi da affrontare e delle risposte da dare ai cittadini.

I “poteri forti” non si espongono, stanno a guardare, sceglieranno il loro candidato e lo porteranno alla vittoria, ma solo per continuare a fare i loro affari, con buona pace dei cittadini che ancora una volta porteranno in trionfo un vincitore che dei loro problemi, anche volendo, non potrà occuparsene.
(Fonte foto: Rete Internet)
 

Alcuni argomenti già trattati da Amato Lamberti:

SOLDI, AFFARI E POTERE
 

LA CRISI E LE TROPPE TASSE DA PAGARE
 

VITE PRECARIE
 

I COMUNI SANNO COME SI FA LA SICUREZZA URBANA?
 

ALLA POLITICA MANCA LA TRASPARENZA
 

I COMUNI CORROTTI
 

ABUSI EDILIZI E TRAGEDIE ANNUNCIATE

La mitologia del Natale e la mancata consolazione dei napoletani

Il Natale è una pausa nella linea della vita di ogni giorno. A Napoli, invece, le vicende quotidiane sono state addirittura più forti del mito di Natale. 

 

In questo mondo colpevole che solo compra e disprezza,
il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza.
Pier Paolo Pasolini

 

La mitologia cristiana del Natale, comprendendo anche quella, laica, del capodanno, è stata edificata sulla base di un principio primo, quello della sospensione della normalità quotidiana. Come la Nascita di Cristo iniziò la storia nuova e diede senso alla storia precedente, così il Natale è una pausa nella linea della vita di ogni giorno, è un tempo cavo, una grotta, appunto, in cui ognuno di noi si ritira per ricapitolare il proprio passato, prendere coscienza delle colpe, proporsi di rinascere: ma c’è anche chi si assolve e si augura fermamente che a diventare migliori siano gli altri. Lui già lo è.

Nella pausa si costruiscono modelli di luoghi fantastici: il presepe, l’albero, i giocattoli che possono animarsi da un momento all’altro come nel mondo di Hoffmann, la tavola imbandita. Gli altoparlanti delle chiese e quelli dei grandi magazzini versano nell’aria la melassa delle musiche natalizie. Nessun assessore alla cultura fa mancare ai suoi concittadini un concerto di spirituals e qualche gioco di luci. La neve dovrebbe essere sempre presente. Non c’è in natura un elemento che sia più estraniante: per il colore, per la morbidezza che spegne il rumore, per i silenzi reali e per quelli evocati. In questo tempo cavo si spera, si progetta, ci si organizza. È un rito necessario, come il taglio dei capelli.

Sappiamo che il pomeriggio del 1° gennaio il filo interrotto della nostra storia riprenderà a dipanarsi lungo la solita traiettoria, ma abbiamo il dovere di sperare, per un lungo attimo – sperare, anche se non con il cuore, almeno con la mente: solo la mente è capace di illudersi e di ingannarsi – che lo stato delle cose possa cambiare.
In una operetta morale di Giacomo Leopardi il viandante dice ironicamente al venditore di almanacchi: “Quella vita che è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce: non la vita passata, ma la futura. Con l’anno nuovo il caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”. Il venditore risponde con un laconico speriamo.

Luca Cupiello attraverso il rito dell’allestimento del presepe si estrania dalle vicende in cui è impigliato il resto della famiglia: il presepe è tutta la sua vita, è tutto il suo tempo, in cui egli si immerge per scampare dal tempo altro che scorre intorno a lui. L’ Adorazione dei pastori, che Georges de La Tour dipinse alla metà del sec. XVII, è costruita su due cerchi che hanno come centro il Bambino addormentato in piena luce: circolare è la forma dell’intreccio di vimini su cui Egli giace, in circolo sono disposti gli altri cinque personaggi. Anche la meravigliosa brocca di terracotta tra le mani della domestica ha forma circolare. Tutti i personaggi stanno, nella realtà e nella metafora, tra l’ombra e la luce che si irradia dal Bambino: vedono, ma non capiscono.

La Madonna, luminosa di intima gioia, si affida tutta a suo Figlio: Lei sola intreccia le mani: e il brano di queste mani che proiettano l’ombra sul fantastico rosso vermiglio dell’abito è di rara bellezza. La mano in controluce di Giuseppe sottolinea lo stupore smarrito del Suo volto; il pastore che si tocca il cappello formula un sorriso di circostanza; vagamente materno è lo sguardo della domestica, mentre il pastore che sta accanto alla Madonna pare che abbia concentrato ogni sua energia nella mano stretta intorno al bastone.

Il suo volto, sbozzato con larghe pennellate di colori terrosi, è refrattario alla luce: egli è destinato a rappresentare per sempre quegli uomini che, al di là del credo religioso, non sanno e non vogliono ascoltare la voce che li invita a fermarsi, a riflettere, a entrare in quel cerchio, in quella grotta, in quel tempo cavo in cui è possibile trovare la misura di sé e il senso della propria esistenza.

L’edizione napoletana di La Repubblica apre il numero di ieri, 27 dicembre, col titolo “Risveglio amaro in città. Assediati da povertà e da rifiuti. In arrivo la stangata federalista”. L’autore dell’articolo di fondo scrive: “Dopo il pranzo consolatorio della festività, dunque il risveglio è avvenuto all’insegna del pessimismo più cupo”. Credo che molti napoletani non abbiano avuto nemmeno la consolazione del pranzo consolatorio. Napoli non ha avuto il ristoro della pausa: le vicende quotidiane sono state più forti del mito di Natale. La nostra terra non conosce altro tempo che il suo, e il suo è un tempo incommensurabile.

Mentre il cardinale Crescenzio Sepe invocava per i napoletani una vita nuova e autenticamente bella, a Materdei un disabile di 73 anni, dimesso qualche giorno fa dall’ospedale in quanto malato terminale, un uomo solo, come può essere solo un uomo che il caso ha abbandonato sul ciglio dell’abisso, è morto nell’incendio della sua casa, tra le fiamme e il fumo sprigionati da un corto circuito: è morto a letto: non ha potuto fuggire, forse non ha chiamato aiuto.

Su quest’uomo avrei voluto scrivere l’articolo: avrei incominciato da un pensiero di Graham Greene: siamo tutti rassegnati alla morte; è alla vita che non arriviamo a rassegnarci, o da un aforisma di Vincenzo Cardarelli: La vita io l’ho castigata vivendola. Ho desistito, per il timore che una morte così tragica da risultare, di per sé, un simbolo potesse essere contaminata e banalizzata dalla volgarità della retorica. Certe morti, come certe vite, meritano una meditazione che sia silenziosa.
(Foto: Quadro di G. de La Tour: “Adorazione dei pastori” da Wikipedia)

LA STORIA MAGRA

L’INFORTUNIO DURANTE<br> LA PARTITELLA

Può capitare che un alunno si faccia male durante un”attività organizzata dal Circolo didattico. In questo caso, non c”è responsabilità della scuola se tutto è stato predisposto a dovere.

Il caso.
Il minore L., in occasione di una partita di calcetto svoltasi presso il campo della parrocchia e organizzata dal Circolo didattico cui era iscritto, era stato colpito al naso ed alla bocca involontariamente da un coetaneo, riportando la rottura delle ossa nasali con rottura e lesione dei denti incisivi superiori.

Non ha diritto al risarcimento del danno il minore che si infortuna giocando a calcetto all’oratorio. Affinchè sussista la responsabilità degli organizzatori di una partita di calcio, ex art. 2048 c.c., è necessario che il danno sia conseguenza di un comportamento colposo integrante un fatto illecito, posto in essere da altro studente, impegnato nella partita ed inoltre che i responsabili dell’oratorio, in relazione alla gravità del caso concreto, non abbiano predisposto tutte le misure atte ad evitare i danni.

CASSAZIONE. Sent.28 settembre 2009, n. 20743: culpa in vigilando

Motivi della decisione
Deve, infatti, affermarsi, sulla base di quanto già statuito dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 15321/2003), che, in materia di risarcimento danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo subito da uno studente all’interno di una struttura scolastica, organizzatrice di una partita di calcio, ai fini della configurabilità di responsabilità a carico della scuola stessa ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola circostanza di aver fatto svolgere tra gli allievi una gara sportiva, in quanto è necessario che il danno sia conseguenza di un comportamento colposo integrante un fatto illecito, posto in essere da altro studente, impegnato nella partita ed inoltre che la scuola, in relazione alla gravità del caso concreto, risulti non aver predisposto tutte le misure atte ad evitare i danni.

Nella vicenda in esame è pacifico, per quanto risulta dall’impugnata decisione e per quanto asserito dagli stessi ricorrenti, che l’infortunio in questione avvenne durante “una normale azione di gioco”, per “caso fortuito” e del tutto prescindendo da un comportamento colposo di altro allievo partecipante alla gara sportiva.

Inoltre, sulla base di circostanze di fatto, “nessun appunto può essere mosso agli organizzatori della partita e nessuna specifica violazione può essere contestata al sorvegliante, essendosi il sinistro verificato per un normale fallo di gioco, evento prevedibile in una partita di calcio ma certo non prevenibile in alcun modo da parte dell’organizzatore”.

LA RUBRICA

CUCINA CASARECCIA NEI MENU TRADIZIONALI DEL NATALE NAPOLETANO

I broccoli scostumati d”uoglio. Ippolito Cavalcanti e i menù tradizionali del Natale napoletano. Di Carmine CimminoIppolito Cavalcanti duca di Buonvicino nel suo libro sulla cucina casereccia, pubblicato tra il 1840 e il 1847, illustrò i menù e le ricette della nostra bella Napoli. Alla vigilia di Natale i napoletani mangiavano broccoli soffritti con le alici salate, vermicelli con la mollica di pane o anche essi soffritti con le alici salate, anguille fritte, aragoste bollite con salsa di succo di limone e olio, cassuola di seppie e calamari di piccolo taglio, di calamarielli e seccetelle, pasticcio di pesce, capitone arrostito.

Chiudevano con gli struffoli. L’uso del dialetto e la scaltra penna del duca rendono le ricette stesse un piatto di sapori forti: i broccoli vanno preparati con cinco spicoli d’aglio – leggi e senti in bocca l’amaro esplosivo dell’aglio- e no poco de pepe soverchio. L’anonimo autore di una ricetta dell’ Almanacco contadino del 1854 scrive che ‘e vruoccoli so’ scostumati d’uoglio: i broccoli sono scostumati d’olio: si abbeverano, si ubriacano d’olio senza ritegno. Credo che solo un popolo geniale possa inventare un piatto con i vermicelli e la mollica di pane suduticcio, e cioè sereticcio, raffermo. Solo un popolo che ha piena coscienza di vivere in un mondo che è reale ed è, nello stesso tempo, metafora assoluta, può mettere insieme in un piatto semplice e povero il rigore essenziale delle cose e i simboli del pane, della pasta e dell’olio.

Non meravigliamoci della presenza di aragoste in un menù casereccio: al largo di Capri e di Procida si pescavano in grande quantità ragostine che non pesavano più di 300 grammi: si bollivano, venivano spaccate a luongo a luongo, si acconciavano nel piatto sotto un denso velo di prezzemolo tritato fino fino, e in una salsa veramente salsa: olio, succo di limone, sale e pepe. Il menù della vigilia di Natale era un’ allegoria istintiva della violenza con cui l’uomo aggredisce le cose: spaccare la corazza dell’aragosta, fare a pezzi le anguille – ricordo i duelli tra mia madre e le anguille che sgusciavano via da tutte le parti, per evitare l’inevitabile sanguinoso supplizio -, infilzare i rocchi di capitone nello spiedo, dilacerare calamarielli e seccetelle, dopo aver tirato fuori dal loro intimo le impalcature ossee delle spatelle e delle stecchetelle.

La dolciastra consistenza delle fibre di seppie e calamari e delle necessarie cipolle veniva corretta da una salsa di sapori netti e penetranti: prezzemolo, pignoli, ulive nere e capperi. Il furore dello smembramento trovava la sua antitesi dialettica nel pasticcio di pesce che era in realtà la scarola ripiena con polpa di pesce scaldato e spinato: dentice, orata, o, per chi non aveva soldi, pesce bandiera. Gli struffoli con la loro rigida dolcezza concludevano degnamente la cena della vigilia, che non appesantiva né la testa né le gambe, e dunque permetteva di andare in chiesa per la messa di mezzanotte, non ingolfava lo stomaco, stimolava gli umori e li disponeva a un confronto serrato con il mondo.

Anche la vigilia di Natale i napoletani restavano sobri bevitori di vino: del resto, l’asprinio e il gragnano che si vendevano in città non erano né fumosi né possenti.
Il giorno di Natale trionfava la carne. Il bollito di vaccina, salame, pollo e altre cose era una bomba: “metti in una marmitta di rame carne di vacca, due capponi, prosciutto salato e tre, quattro code di porco: il tutto, opportunamente lavato e pulito; farai bollire a fuoco lento, e sarai attento a portarne via la schiuma, perché il brodo non diventi nero; quando tutto sarà cotto a puntino, metterai le carni in un’altra pentola, filtrerai il brodo e vi aggiungerai lardo pestato, farai bollire di nuovo, e a quel punto immergerai nel brodo le cicorie. Poi mi dirai che minestra e che bollito ne sono venuti fuori”.

Se è vero che il mangiar carne attenua l’aggressività, dopo questo piatto i napoletani diventavano gli uomini più teneri e delicati della terra; e se per caso restava, nei più feroci, un residuo di asprezza, lo spegnevano gli altri piatti, e cioè il cinghiale, ‘o porco sarvateco, in umido, i bucchinotti, gli involtini, di interiora di pollo, le costolette de porco ngrattinate, che erano un piatto difficile, per la delicatezza dell’impanatura che il fuoco lento sotto la graticola doveva rosolare a poco a poco, senza staccarne le molliche. La cotoletta veniva guarnita, nel piatto, con una porpettella, poiché li primmi a magnà songo ll’uocchi: i primi a mangiare sono gli occhi. Poi arrivava l’insalata di cavolfiori e broccoli, digestiva e diuretica. Infine, il dolce: crostate di mandorle e pastiere. E dopo, un lungo dormiveglia.

Nel 1847, quando fu pubblicata la quarta sezione del libro del Cavalcanti, Giulio Genoino non si lasciò sfuggire l’occasione per celebrare l’evento con le sue ottave. Riconobbe che la cucina era diventata un argomento di moda, e che i ricchi, per il cibo raffinato, spennono na mola. Ma poiché, anche allora, c’erano gli incompetenti, e parlar di cibo senza averne le competenze è cosa pericolosa, il marchese Cavalcanti aveva deciso di imbrigliare quest’arte, di darle una regola: ha messo la capezza alla cucina. Grazie a lui,

principi e signori/ ngorfano comm’a llupe, benedica ! / e sanno deggerì senza fatica: credo che non ci sia bisogno di traduzione. Genoino esortava coloro che sapevano leggere, a leggere l’opera del duca, e a preparare i piatti da lui consigliati, per una tavola di amici:
si nce capo, mpizzateme a no luoco.. e magnanno magnanno vedarrimmo / che sempe chillo che bbà nnanze è primmo. Chi va avanti è sempre primo: che pare un’ovvietà inodore e insapore, e invece è una verità che sa di forte amaro. Buon Natale.
(Foto: Quadro di G. Arcimboldo: Autunno)

L’OFFICINA DEI SENSI

NATALE. TEMPO DI IMPEGNO PER TUTTI

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Il Natale non è una festa sentimentale. E per evitare di ridurlo a paganesimo e che Gesù nasca invano, occorre impegnarsi e rischiare nelle nostre comunità. Di Don Aniello Tortora

La data reale della nascita di Gesù ci è del tutto sconosciuta, e il fatto che questa si celebri il 25 Dicembre non vuol dire affermare che Egli sia nato in quel giorno. Gesù non è nato il 25 Dicembre. La motivazione per cui si è soliti fissare tale data per il Natale va vista attraverso un certo ragionamento. È noto come verso il 25 dicembre (oggi con più esattezza il 21 dicembre) il sole riprende la sua ascesa dopo il solstizio invernale raggiungendo il perigeo nei cieli boreali; in tale circostanza in tempo pagano si celebrava la festa del Dio Mitra, il grande Dio Sole invitto che costituiva una delle più grandi divinità oggetto di culto presso la cultura romana prima di Cristo.

Sotto l’imperatore Costantino, che favorì la stabilità del cristianesimo a Roma e la libertà di azione dei suoi membri, si cominciò ad operare da parte cristiana un accostamento fra il Dio sole invitto e Cristo, considerato sole di Giustizia, con la conseguenza che, se pure non si conosceva la data esatta della Sua nascita essa veniva commemorata nello stesso giorno del Dio sole, appunto il 25 Dicembre. Fino allora, infatti, il Natale lo si celebrava in differenti giorni dell’anno secondo il punto di vista delle diverse chiese locali. (25 Aprile, 24 Giugno, 6 Gennaio).

Che il cristianesimo si sia adeguato a questa data non vuol dire tuttavia che abbia voluto far proprie usanze e costumi propri della paganità, né tantomeno che avesse voluto includere nel proprio calendario una festa pagana. Il 25 Dicembre non si celebra infatti alcun dio e non si fa riferimento alcuno al paganesimo o ad altre culture, ma si esalta il Verbo Incarnato.
Se veramente non vogliamo “ridurre a paganesimo” ancora una volta il Natale anche quest’anno, è necessario “capire” cosa è il Natale.

Dio si è fatto uomo, anzi bambino, che non sa parlare: l’Eterno è un neonato. E per capire di più dobbiamo pensare al bambino che cerca il latte della madre: e allora Dio si è fatto fame. E poi bisogna pensare agli abbracci che Gesù ha riservato ai più piccoli: e allora Dio si è fatto carezza. E quando Gesù ha pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, Dio si è fatto lacrime. E quando Gesù è salito sulla croce, Dio si è fatto agnello, carne in cui grida il dolore. A Natale Dio viene come un bambino: un neonato non può far paura, si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di lui. Come ogni neonato. Dio viene come mendicante d’amore.

E questo, mi sembra essere il prodigio del Natale: Dio di carne, è questa la parola rivoluzionaria, la parola appassionata del Natale. Natale è l’inizio di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Non è una festa sentimentale, ma la conversione della storia. E il Natale cambia il movimento della storia: il forte si fa servo del debole, l’eterno cammina fra le età dell’uomo, l’infinito è contenuto nel frammento. A Natale si conclude l’eterno viaggio di Dio in cerca dell’uomo, e per l’uomo ha inizio la più grande avventura: diventare figlio di Dio. Gesù può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce in me, allora è nato invano.

Dobbiamo, quindi, tutti quelli che crediamo nel Natale di Gesù, diventare carne intrisa di cielo: Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio. E come uomini non potevamo desiderare avventura più meravigliosa di questa, per cui se Natale non è, io non sono.

Ed è questo l’augurio, bello e rischioso, che ci facciamo anche quest’anno. Nelle nostre comunità e nelle nostre città vogliamo che ci sia il Natale, per esserci noi. E allora sarà Natale quando lotteremo insieme perché il lavoro (e un lavoro dignitoso, non precario, rispettoso dei diritti dei lavoratori) ritorni ad avere la sua centralità, soprattutto a Pomigliano. Sarà Natale quando, con l’impegno di tutti, sarà finalmente debellato il sistema perverso che ha prodotto l’“emergenza-rifiuti” e torneremo a vivere una “vita normale”.

Sarà Natale quando smetteremo di pensare di essere felici da soli. Sarà Natale quando “i poveri saranno i nostri padroni”. Sarà Natale quando la politica cesserà di essere litigiosa, narcisista, interessata, per mirare solo al “bene comune”. Sarà Natale, infine, se sogneremo insieme questi sogni e ci impegneremo concretamente a realizzarli. Solo così il sogno di Dio per l’uomo diventerà carne e noi cominceremo ad essere un po’… più Dio.

LA RUBRICA

CAMPANIA. TERRA BELLA MA AVVELENATA

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Nella nostra regione si sono contati oltre 5mila siti abusivi di rifiuti tossici. Forse davvero Napoli è un “bellissimo cadavere barocco”. Di Amato Lamberti

"Mentre i medici discutono, il malato muore". Mi sembra questa l’espressione che meglio fotografa, oggi, la situazione dell’emergenza rifiuti in Campania. I Comuni si muovono in ordine sparso, senza raccordo tra di loro anche quando insistono sullo stesso territorio e risentono ciascuno delle situazioni problematiche degli altri con i quali confinano e condividono strade e terreni. Nessuno si è attrezzato in proprio rispetto allo smaltimento dell’umido e dell’indifferenziato, quando pure sarebbe stato semplice realizzare impianti di compostaggio di piccole dimensioni e di nessun impatto ambientale.

Anche quando hanno attivato la raccolta differenziata porta a porta si sono completamente affidati ai Consorzi nazionali delle frazioni differenziate che tendono ad alimentare pochi impianti dislocati fuori regione, spesso molto distanti, facendo lievitare i costi e diminuire le quote di ristoro previste per il conferimento di frazioni differenziate. Il comune di Napoli è stato addirittura commissariato dal Governo, con grande gioia degli amministratori che così possono scaricare su Governo e Presidente del Consiglio tutte le difficoltà che continuano a registrarsi sul territorio comunale.

Anche gli accordi con le altre Regioni italiane per verificare la messa a disposizione di impianti e discariche per lo smaltimento dei rifiuti prodotti ogni giorno e di quelli accumulati per mesi sulle strade sono demandati al Ministero dell’Ambiente e alla Conferenza Stato-Regioni. Nessuno si scandalizza per questo totale esautoramento di compiti e funzioni del Comune, pure previste dalle leggi, e, anzi, molti lo giudicano come l’unica strada percorribile vista la totale incapacità dell’amministrazione a far fronte anche alla sola raccolta dei rifiuti urbani. Naturalmente nessun amministratore prende in considerazione l’ipotesi che, vista la conclamata incapacità, per questo problema,come per altri, come il traffico o la manutenzione stradale, forse sarebbe meglio passare la mano ad una struttura commissariale che affronti ed avvii a soluzione almeno le emergenze che si sono trasformate in condizioni strutturali e patologiche.

Non parliamo dello smaltimento dei rifiuti. Le leggi, ma anche il buon senso, prevedono che ogni Comune sia responsabile della fine che fanno i rifiuti prodotti dai cittadini e raccolti in modi e forme decisi dalla stessa amministrazione comunale. Non può smaltirli come e dove gli pare ma sarebbe tenuto a fare proposte all’amministrazione provinciale e regionale per indicare disponibilità ad accogliere impianti di smaltimento e di trattamento sul proprio territorio, da mettere eventualmente a disposizione di altri Comuni. Saranno poi la Provincia o la Regione, sentiti tutti i Comuni, a redigere il piano provinciale e regionale di smaltimento dei rifiuti.

Quindici anni di Commissariamento dell’emergenza rifiuti, tra gli altri danni dolosamente prodotti, su cui forse la magistratura avrebbe fatto bene a fare chiarezza, hanno lasciato in eredità un atteggiamento di totale deresponsabilizzazione delle amministrazioni locali, provinciali e regionali, rispetto al problema dello smaltimento dei rifiuti urbani, tanto che per la Campania, contrariamente a quanto avviene per le altre regioni, si rendono necessari decreti a livello di Consiglio dei Ministri.

Non parliamo poi dei rifiuti industriali, di cui non si occupa nessuno, anche se la quantità dei rifiuti industriali da smaltire è almeno quattro volte quella dei rifiuti urbani. Si tratta, inoltre, di rifiuti classificati generalmente come tossici e nocivi ma non attivano l’attenzione né degli amministratori né degli organi di stampa, anche se vengono smaltiti spesso in maniera impropria, o, abusivamente, insieme ai rifiuti urbani, rendendo le discariche delle vere e proprie bombe ecologiche capaci di inquinare definitivamente il territorio, l’atmosfera, le falde acquifere e di produrre danni significativi alla salute dei cittadini.

La maggioranza dei rifiuti industriali, come ci documentano decine di indagini di carabinieri e magistratura, viene però smaltita in discariche abusive appositamente preparate ad opera di vere e proprie organizzazioni criminali, le ecomafie, formate da clan criminali, imprenditori, amministratori locali, tecnici, professionisti e apparati dello Stato. In Campania si sono contati più di 5000 siti di smaltimento abusivo di rifiuti industriali anche pericolosamente tossici. In particolare, nelle province di Napoli e Caserta, sono stati sversati rifiuti industriali provenienti da fabbriche chimiche del Nord Italia, ubicate soprattutto nella cosiddetta Padania. Anche terreni inquinati, come quelli di Seveso e dell’Acna di Cengio, hanno avuto come destinazione finale le campagne del casertano e del napoletano.

Una situazione terribile che ha trasformato la Campania in una enorme discarica di rifiuti speciali, tossici, nocivi, radioattivi, come documentano i rapporti di Legambiente sulle Ecomafie e sulla Rifiuti Spa, di cui non si discute neppure a livello istituzionale.

Come se tutto fosse normale, come se questo fosse il destino ineluttabile di una Regione, la Campania, che, però, bisogna tenere nascosto, per continuare, paradossalmente, a cullarsi in un passato fatto di storia, di civiltà, di archeologia, di monumenti, di arte, di cultura, di bellezze paesaggistiche, di gente ospitale, di qualità del vivere. Oggi, la realtà è ben altra: la Campania è una terra avvelenata da milioni di tonnellate di rifiuti, non quelli urbani che al massimo puzzano quando fermentano, ma quelli che provocano allergie, tumori, malformazioni, avvelenamento del sangue.

Come ha scritto un autore catalano, Napoli è “un bellissimo cadavere barocco”. Forse è proprio la sua bellezza che ci impedisce di accorgerci del suo stato cadaverico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ALLA POLITICA NAZIONALE É PREFERIBILE “A RRETENATA. DÁ PIÙ CALORE

La corsa a briglie sciolte, questo è “a rretenata. Si svolgeva durante il ritorno dei pellegrini dal Santuario di Montevergine, dopo il saluto a Mamma Schiavona. Di Carmine Cimmino

Avevo scritto una lettera a quel giovane che si è beccato, in presa diretta, un sonoro Vigliacco dall’ on. La Russa Ignazio; ma poi ho dovuto modificare il tutto alla luce delle successive riflessioni dell’ on. Cota, per il quale i dimostranti di Roma sono, senza se e senza ma, delinquenti, e di quelle dell’on. Lupi, il quale ha dichiarato in una trasmissione televisiva che quei dimostranti avevano intenzione di offendere la dignità e l’autonomia del Parlamento. Di quale Parlamento ? Ma del nostro, ovviamente. Poi l’on. Gasparri ha proposto di arrestare preventivamente non so chi, non so come, non so quando.

Poi ci sono state le reazioni composte e scomposte a tale proposta, e l’on. D’Alema ha dichiarato, da Fazio, che lui per abitudine antica non commenta le dichiarazioni dell’on. Gasparri, e io ho pensato alla malizia di Wittgenstein che chiuse la sua ricerca filosofica con la scoperta che il silenzio è la più alta forma di comunicazione. Poi ha parlato l’on. Bersani, poi ha parlato l’on. Vendola. Infine l’on. Calderoli mi ha dato il colpo di grazia con la sua Italia capovolta. Mi arrendo. Per ora. Scriverò della retenata.

A Pentecoste, i napoletani andavano in pellegrinaggio al santuario di Montevergine, a venerare la Mamma Schiavona. Era un viaggio della devozione, e una scampagnata. Quella antica, fantastica strada portava dagli dei del mare a quelli dei monti, dall’acqua salsa alle limpide sorgenti del Partenio, dal ventre della corruzione alla verginità della natura. Scrisse Emanuele Bidera, nel 1845, che nessun napoletano avrebbe mai rinunciato al pellegrinaggio, e che perfino in qualche contratto matrimoniale era previsto, come clausola, il viaggio annuale al santuario di Montevergine.

“Gli accattoni e gli storpi sono i primi a partire: li seguono i mercantuzzi detti cassettieri, che recano ad ogni festa il torrone e i tarallini inzuccherati, gli acquavitari e i venditori di tamburelli, di chitarre battenti, di crotali, sistri e tricche ballacche, e tutti vanno a formare le loro piccole baracche a Mercogliano e a Monteforte. I festeggianti intanto adornano i loro carri coperti di lenzuola con mirti e con rose“.

Il mirto é simbolo dell’ amore sensuale, e la rosa lo è dell’amore ideale, più forte del tempo che finisce e della bellezza terrena che purtroppo sfiorisce. I benestanti e i camorristi ingaggiavano i cantafigliole, “giovani lazzaroni di voce gagliarda“, che per quattro carlini al giorno e “a tutto pranzo“ intonavano dalle carrozzelle le canzoni composte per l’occasione, e costruite intorno alla cadenza: figliole, figliole. Decine di carrozzelle partivano da Napoli, la notte del venerdì che precedeva la Pentecoste.
Era, al lume delle torce, dei lampioni e dei fuochi di artificio, una lussuria di cavalli bardati con preziosi finimenti di cuoio, ‘e guarnimienti, di testiere, di pennacchi e di sonagli e di gualdrappe ricamate; sfavillavano i bracciali e le grosse catene d’oro degli uomini e i monili delle donne:

“primma d’’e quatto partono. ‘A Maesta / quant’ oggette teneva s’ha mettuto:/ sulo ‘a partenza, n’abito ‘e velluto / e quatto veste ‘e seta dint’ a cesta./ Se fa a chi metta a coppo…” Così scrisse Raffaele Viviani. L’esibizione del tesoro di famiglia era dettata da un bisogno di legittimazione sociale e da un impulso apotropaico, dall’istintiva reazione al malocchio: non mancava mai tra i monili il piccolo corno di corallo incastonato nell’oro. Nel 1867 Il corteo dei camorristi napoletani fece la prima tappa a Pomigliano, alla cantina di Gennaro Paparo, dove i compari del posto e quelli che erano venuti dal Vesuviano offrirono agli amici di città una lauta refezione: così scrive l’ispettore di polizia che aveva il compito di seguire il pellegrinaggio.

A Nola arrivò una processione di quasi trecento carrozzelle: la maggior parte dei camorristi provinciali si era accodata al tiro di Salvatore Lubrano, noto caposocietà, forse parente di quell’ Antonio Lubrano che fu avversario di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘e Crescienzo. Il prestigio dei capi della camorra si misurava dal numero di carrozzelle che li seguivano, e dal valore dei doni che facevano al Santuario. I camorristi dei quartieri Porto, Vicaria, Mercato e Pendino attaccavano alla capote delle loro vetture drappi su cui era ricamata una bilancia, mentre l’immagine di un fiore distingueva i tiri dei guappi di Chiaia e di Montecalvario. Le carrozzelle che scendevano dai paesi vesuviani spesso portavano, annodate intorno alla serpa e alle redini, fasce bianche e azzurre con il volto della Madonna dell’ Arco.

Anche il ritorno durava due giorni. A Nola, davanti al duomo, si svolgeva un’accesa gara di canti a figliola tra i cantanti venuti da Napoli e quelli del posto, che la festa di San Paolino aveva reso famosi in tutta la provincia. Lungo la strada, dopo cerimoniosi saluti, si staccavano le carrozzelle vesuviane, che rientravano nei paesi di provenienza risalendo da Marigliano a Somma e da Pomigliano a Sant’ Anastasia. Poco fuori del centro abitato i cocchieri, sollecitati a voce alta dai passeggeri riscaldati dal vino, lanciavano al galoppo i cavalli in una corsa che poteva diventare pericolosa. Era ‘a rretenata, la corsa a briglia sciolta.

Ovviamente, ‘a rretenata più importante si svolgeva a Napoli, lungo la strada di Poggioreale, tra due fitte file di curiosi che aspettavano, quasi fosse un rito, il ritorno dei pellegrini e si ammassavano a ridosso delle carrozzelle, per valutare e giudicare ‘ a ‘ncignata d’’e maeste, gli abiti nuovi che le donne dei camorristi indossavano per l’entrata trionfale in Napoli: come le mogli dei galantuomini per una prima al San Carlo. Si tornava da Montevergine con abiti nuovi e sentimenti purificati: l’abbigliamento era anche allora uno strumento di comunicazione. Il pellegrinaggio non era un viaggio tranquillo: le circostanze, l’antagonismo, la presenza delle donne e i molti bicchieri di vino accendevano risse anche sanguinose.

Nel 1891 Camillo La Monica, mercante di cavalli di Marigliano, e Francesco Limmatola, cavallaro napoletano legato probabilmente al gruppo di Francesco Cappuccio, si spararono addosso, ferendosi entrambi, nel foro boario di Nola, tra grida, invocazioni alla Madonna e svenimenti: i due avevano un conto in sospeso per una coppia di cavalli ballerini che il Limmatola aveva promesso al La Monica e poi aveva ceduto a un concorrente. I cavalli ballerini sono, suppongo, quelli che, attaccati in testa ai tiri dei carri da morto, avevano il compito di fare scena, impennandosi e battendo con gli zoccoli il selciato. Ma le risse si potevano ingaggiare al di qua di Monteforte: dalle fosse della neve incominciava il territorio sacro, che nessuno avrebbe osato profanare con la violenza.
(Foto: Quadro di L. Robert: ragazze napoletane pronte per la festa).

LA STORIA MAGRA

ITALIA-MACEDONIA. PROVE TECNICHE DI EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA

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“Cittadini di Macedonia” è un progetto che intende rafforzare i legami tra scuola, giovani e società. Sono invitati a partecipare tutti i docenti delle scuole secondarie superiori di II grado. Di Annamaria Franzoni

Si parla molto spesso di Intercultura nel processo di crescita dei nostri adolescenti: ecco un segnale concreto pluridimensionale, rivolto ai docenti e ai giovani: “Cittadini di Macedonia”, un progetto della ong CISS il cui obiettivo è quello di contribuire a migliorare il sistema d’istruzione secondaria superiore della Repubblica di Macedonia, rafforzando le pratiche di Educazione alla Cittadinanza nei giovani delle diverse provenienze linguistiche e culturali dei municipi di Tetovo, Struga, Gevgeljie, Negotino, Bogdanci, Valandovo.

Tale progetto intende creare una rete tra i diversi attori del sistema sociale macedone, rafforzando i legami tra scuola, giovani e società attraverso la partecipazione attiva dei beneficiari all’intervento, della società civile e delle istituzioni pubbliche tenendo conto della complessità etnica della Macedonia e creando spazi e momenti che definiscano la diversità come ricchezza.

Il progetto ha molteplici dimensioni: una dimensione locale (intervento diretto nelle scuole e nelle municipalità), una dimensione nazionale (condivisione di esperienze tra scuole e municipalità di zone diverse del Paese), una dimensione internazionale (condivisione del percorso con scuole di diverse città italiane).

Sul territorio nazionale, Il CISS, in collaborazione con un gruppo di esperti di settore del territorio, sta organizzando un percorso di approfondimento sui temi legati all’Educazione alla Cittadinanza. Obiettivo del percorso è promuovere la condivisione, il confronto e lo scambio tra docenti italiani e macedoni che partecipano al progetto “Cittadini in Macedonia”, attraverso la messa a disposizione della propria esperienza.

Il percorso di approfondimento si muoverà sulla base della partecipazione attiva di tutti i partecipanti, attraverso la realizzazione di quattro moduli (Educazione alla Cittadinanza, Educazione alla Cittadinanza e Intercultura, Patrimonio artistico e culturale, Sviluppo Sostenibile).

Ogni modulo sarà costituito da due incontri ciascuno: uno teorico e uno pratico per un totale di 5 h per modulo. L’educazione alla cittadinanza sarà da sfondo a tutto il percorso andando via via a trattare temi più specifici, quali: diritti umani e doveri, cittadinanza attiva, valorizzazione del patrimonio territoriale, dialogo interculturale, etc. Ogni modulo sarà condotto da operatori CISS e da esperti esterni, con la distribuzione di materiali di approfondimento da utilizzare nella didattica in aula. Tutti i moduli seguiranno il percorso in fase di realizzazione in Macedonia, per creare uno scambio comune sulle differenze territoriali tra la Macedonia e l’Italia, realizzandosi in contemporanea in Sicilia, Campania e Puglia, promuovendo ulteriori momenti di scambio anche a livello nazionale.

Sono invitati a partecipare tutti i docenti delle scuole secondarie di II grado che hanno voglia di partecipare attivamente ad a un percorso di condivisione, riflessione e scambio sulle tematiche proposte dal progetto al fine di rafforzare le pratiche di Educazione alla Cittadinanza tra i giovani studenti.
Per prendere parte al percorso basta partecipare agli incontri! Il primo incontro si terrà il 24 gennaio 2011 presso la sede del CISS (c/o Piazza Bellini 75) alle ore 15.30. Io ci sarò.

LA RUBRICA

STOICISMO E PAROLEFUMO

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Il dialogo di quest”oggi vede impegnati i nostri professori a parlare del gesto estremo di Mario Monicelli, ma anche di quanti “se la tirano”, credendosi fini letterati o abili scrittori. Di Giovanni Ariola

– Che avrà voluto dire Mario Monicelli con le parole “Comunque, io non credo che morirò. Certo è una possibilità, ma potrebbe non accadere”? – si chiede e chiede ai colleghi il prof. Geremia – Escluderei naturalmente una lettura e una interpretazione religiosa nel senso di un’ipotesi metafisica di sopravvivenza dopo la morte…

– Certo – concorda il prof. Eligio…Credo che si riferisca ad una sua sopravvivenza artistica…Ripete il motivo oraziano: “Exegi monumentum aere perennius/…Non omnis moriar multaque pars mei/ vitabit Libitinam…” (Odi, III, 30, 1-6) (“Ho creato un’opera più duratura del bronzo/…Non morirò del tutto e una gran parte di me/ sfuggirà alla morte…”)

– Infatti – interviene il prof. Piermario – nell’epitaffio dettato dallo stesso regista prima di morire leggiamo che “muoiono soltanto gli stronzi!”… Sono dell’avviso del giornalista che sull’Unità (Mercoledì, 1 dicembre 2010) dà una sua originale interpretazione dell’affermazione del regista. “…Monicelli asserì: io non credo che morirò. E aveva ragione. Non solo perché rimarrà nella storia e nel cuore di molti in tutto il mondo ma anche per un altro motivo. Perché ha scelto di morire da vivo e non da morto. Con un gesto tremendo come saltare giù dal quinto piano dell’ospedale, Avrebbe avuto un’alternativa? Se Mario Monicelli avesse chiesto a un medico di potersene andare ancora cosciente e in libertà, avrebbe trovato qualcuno che lo avesse aiutato?”

– Io sono cattolico – interviene il prof. Geremia – e sostengo che la nostra vita appartiene a Dio e dico con il poeta: “…Amo la terra, amo// Chi me l’ha data// Chi se la riprende” (E. Montale, “Il diario del ’71 e del ‘72”, Oscar Mondadori, 2010, p.201).
– Anch’io sono cattolico – ribatte il prof. Eligio – ma non mi sento di condannare dall’esterno il gesto di un uomo, sia Monicelli o chiunque altro, che prende una così estrema e dolorosa decisione…Lasciamo che sia Dio a giudicare…Ricordiamoci di Dante che ben considerò l’imperscrutabilità della mente divina e nello stesso tempo la sua infinita misericordia quando fece dire a Manfredi: “Orribil furon li peccati miei;/ ma la bontà infinita ha sì gran braccia/ che prende ciò che si rivolge a lei” (Purg., III, vv.121-123).

– E se – ribatte il prof. Piermario con una certa foga malcontenuta – la mettiamo sul piano di un principio da affermare che è quello del rispetto a cui hanno diritto coloro che cattolici non sono e che non credono in nessun Dio e che vogliono avere la libertà di poter decidere della propria vita?…

A interrompere il discorso del giovane prof., che si avviava a diventare un torrente in piena, è l’arrivo del prof. Carlo, stranamente in ritardo di ben trentacinque minuti sul suo orario abituale. Ancora più stranamente, il nuovo venuto ha appena finito di dire “Buongiorno!” che comincia, o per essere più precisi, continua una risata, spenta momentaneamente nell’entrare, riesplosa poco dopo incontenibile, così rumorosa così di gusto da far perdere al docente il suo aplomb naturale e da suscitare lo stupore dei colleghi.

– Scusate, amici – dice dopo un po’, ricomponendosi e detergendosi con il fazzoletto dagli occhi le lacrime provocate dal ridere prolungato. – Scusate, ma non ho saputo trattenermi. Ho incontrato una mia vecchia conoscenza, un mio compagno di liceo, Gioviano Caracolla…non lo vedevo da quasi un anno. Lavora al MIUR (Ministero,Istruzione, Università e Ricerca) ma non so cosa faccia di preciso…corre voce che è perennemente in giro per i corridoi a parlare delle sue opere pubblicate e da pubblicare. Sempre allampanato con lo sguardo fisso in alto “all’azzurro spazio” (da “Andrea Chenier” di Umberto Giordano), sciarpa di seta rigorosamente blu o celeste, un fazzoletto nel taschino, il borsalino a falde larghe in testa dal quale fuoriesce sul collo una zazzera, un tempo nera e riccioluta ora argentea e sfilacciata, aria da intellettuale…

Un giorno, eravamo in seconda liceo, si presentò a scuola con una bottiglia di spumante e ci invitò a brindare con lui perché aveva appena finito di comporre la sua terza sinfonia…E le altre due? Gli chiedemmo E lui candidamente rispose che era la prima che aveva composto ma la chiamava “terza” perché aveva lo stesso stile dell’Eroica di Beethoven…E ora mi ha annunciato che sta per pubblicare la sua dodicesima tragedia e un romanzo che sarà il best seller del prossimo anno e che è stato già contattato da case editrici francesi, tedesche, spagnole…

– So che si attornia – osserva il prof. Eligio – di giovani aspiranti scrittori che guardano a lui come a un vate e ai quali lui vende quintali di parolefumo e l’illusione di diventare qualcuno…ha messo su un cenacolo letterario come lo chiama lui, dirige una rivista e pubblica qualsiasi scritto, spesso autentica robaccia, di chiunque gli paghi un cospicuo abbonamento…

– … di che ti meravigli? – ride sempre sarcastico il prof. Piermario – È ormai un malcostume generalizzato vendere parolefumo. Ci sono personaggi che ci nascono imbonitori, vendichiacchiere, dulcamara (Personaggio da “L’elisir d’amore” di G. Donizetti, venditore di elisir fasulli). Mio nonno mi diceva di guardarmi da quelli che “cu ’e chiacchiere fanno arrejere l’acqua allerta” (“con le chiacchiere sono capaci di far sì che l’acqua si regga da sola in piedi, in aria”) e alludeva anche a certi onorevoli

– D’altronde – concorda il prof. Geremia – basta vedere quello che si pubblica e chi pubblica oggi: ormai chiunque può soddisfare la sua grafomania e la sua ambizione di vedere in vetrina o sul banco di una libreria un proprio testo senza dover passare prima per il vaglio critico di un comitato di persone competenti (spesso una vera e propria ghigliottina, non sempre giusta ma necessaria)… basta pagare adeguatamente un editore compiacente…e ce ne sono tantissimi… c’è solo l’imbarazzo della scelta…È proprio vero, il mondo è invaso dalla spazzatura!
– …ma – commenta il prof. Carlo – alla fine “habent sua fata libelli” (“i libri hanno il loro destino”)…Scusate, amici, se ho interrotto la vostra conversazione.

– Si discuteva del gesto tragico di Mario Monicelli… – lo informa il collega Eligio.
– Io mi son fatta in proposito la mia idea – dice allora l’altro, divenuto improvvisamente triste – … non credo che Monicelli avesse perso la speranza di poter cambiare la realtà, quanto per la consapevolezza che gli era venuta a mancare, per l’età e non per la volontà, l’energia necessaria per continuare a lottare…
– Povero grande vecchio! – concorda amaro il collega Piermario – come poteva continuare a voler vivere in una realtà politica, sociale e culturale così degradata?…Per citare ancora Dante, ricordiamoci di Catone: “Libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta.” (Purg, I, vv. 71-72)

“Niente, niente è certo, – cita a memoria il prof. Carlo – se non la nullità di tutto ciò che io posso capire e la grandezza di qualche cosa che non si può capire, ma che è di somma importanza…” Mi sono ricordato di questi pensieri e di queste parole, attribuiti da Tolstoj al principe Andrej in “Guerra e pace”, e mi piace immaginarli nella mente e sulle labbra di Mario Monicelli nel momento della sua estrema decisione.

LA RUBRICA

**NATALE 2010
“Questo Natale mi sembra molto promettente. Per quanto possano differire, opinioni e sforzi sono diventati più liberi, e se la stanchezza e l’incomprensione non fossero così spinte all’estremo, si esaudirebbe la volontà che alberga in milioni di cuori di andare insieme incontro ad una stagione migliore come quei cereali invernali sui quali cade la neve e che, dopo un periodo di temporanea miseria e freddezza, ritornano in primavera a crescere rigogliosi e a dare frutti abbondanti.” (Libera rielaborazione da Rainer Maria Rilke)
Il Laboratorio augura buone feste! Arrivederci al 2011!