CLAN RUSSO. ECCO CHI STA TREMANDO DOPO GLI ARRESTI

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I Russo avevano sotto schiaffo l”intera area nolana. Controllavano non solo le attività economiche ma soprattutto le amministrazioni comunali. Ora, sono molte le persone che staranno tremando.
Di Amato Lamberti

L”arresto di Salvatore e Pasquale Russo ha segnato una importante vittoria dello Stato contro il potere di una organizzazione criminale che era stata capace di mettere sotto controllo malavitoso un intero territorio. Ad essere controllate dal clan Russo non erano soltanto le attività economiche ma soprattutto le amministrazioni comunali dell”intera area nolana e con esse tutte le opportunità di vita e le speranze di futuro dei cittadini.

In pratica chi voleva fare impresa non solo doveva soggiacere alle richieste estorsive del clan ma si doveva in qualche modo associare per partecipare alla spartizione degli appalti pubblici egemonizzati dal clan attraverso il controllo di amministratori, dirigenti, funzionari di Comuni ed Enti pubblici. Una fittissima ragnatela di complicità e di collusioni da anni è stesa sul territorio nolano e comprende politici, amministratori, imprenditori, rappresentanti dello Stato, liberi professionisti, oltre a dirigenti e impiegati pubblici. In alcuni Comuni, come ho più volte scritto, non si muoveva foglia senza il benestare e la partecipazione del clan criminale dei Russo.

Anche quando il potere criminale sembrava tutto nelle mani di Carmine Alfieri, i Russo avevano una autonomia che permetteva enormi accumulazioni di denaro perchè si giocava sull”acquisto di terreni e su rapidissime varianti urbanistiche che trasformavano terreni agricoli in aree edificabili. Compravano a dieci terreni incolti e rivendevano a dieci milioni appartamenti e palazzi di cinque-sette piani, senza neppure farsi carico degli oneri di urbanizzazione, tanto a sanare le situazioni provvedevano politici e amministratori interessati e compiacenti. Oggi, dopo gli arresti di Salvatore e Pasquale Russo, sono molte le persone che staranno tremando avendo perso la copertura che garantiva incolumità alle loro malefatte amministrative e gestionali.

L”azione della magistratura non dovrebbe infatti fermarsi all”arresto dei capi di uno dei clan più pericolosi perchè profondamente innervato nell”economia e nella politica del circondario nolano. Dopo gli arresti si dovrebbe passare al recupero dei beni accumulati con l”attività criminale e al portare alla luce la ragnatela di collusioni e compartecipazioni che ha divorato gli appalti pubblici ma anche tutte le opportunità che passano attraverso le pubbliche amministrazioni, dai Comuni, alle ASL, agli ospedali, fino agli Enti, alle Agenzie territoriali e alle cliniche private.

Già beni per 300 milioni di euro sono stati confiscati ai Russo, ma il patrimonio accumulato, come ben sanno i cittadini del nolano, è molto più ingente perchè è fatto anche di imprese, società, cooperative, in compartecipazione con altri soggetti che hanno costruito le loro fortune grazie al sostegno politico e amministrativo del clan criminale. Ma i Russo non avrebbero mai potuto realizzare una tale signoria criminale sul territorio senza un adeguato sostegno politico a livello locale, provinciale, regionale e nazionale. Questi “perversi legami” vanno portati finalmente alla luce se si vogliono realmente sconfiggere i poteri criminali che strozzano il presente e il futuro delle comunità nolane.

Non lo si è fatto dopo l”arresto di Carmine Alfieri, consentendo ai gruppi criminali che agivano sotto il suo controllo di diventare clan autonomi con ancora maggiore potere di penetrazione e di condizionamento; non vorremmo cha anche questa volta ci si accontentasse della vittoria in una battaglia e si perdesse la guerra contro la camorra perchè non si è puntato sulla disarticolazione della rete di collegamenti che ne assicurava forza e potere.

Senza collegamenti con la politica, con le pubbliche amministrazioni, con il mondo imprenditoriale, con le istituzioni, con i poteri finanziari, la camorra non ha nessun potere: è ridotta ad una associazione di malfattori, come si diceva una volta, capace di commettere reati ma non di controllare e governare un territorio. La nostra speranza è che la politica non fermi ancora una volta l”avvio di quella guerra di liberazione del territorio dalla camorra che i cittadini “onesti” aspettano da sempre.
(Fonte foto: www.repubblica.it)

CITTÁ AL SETACCIO

ARTICOLO CORRELATO

L’IMPORTANZA DEGLI IMMIGRATI

L”immigrazione oggi: il punto di vista del mondo ecclesiale. Riflessioni a margine dopo la presentazione del Dossier “Migrazioni e Migrantes” da parte della Cei.
Di Don Aniello Tortora

È stato presentato a Roma dalla Commissione Episcopale Migrazioni e Migrantes della CEI (Chiesa italiana) il Dossier Statistico Immigrazione 2009. Mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione Episcopale Migrazioni e Migrantes ha svolto una bellissima riflessione cui mi riferisco per il contributo di questa settimana.
La presentazione del Dossier è stata l”occasione per fare il punto sulla posizione della Chiesa cattolica italiana sul fenomeno migratorio.

Il Concilio Vaticano II insegna che, specialmente sulle grandi questioni, la chiesa nel suo complesso deve restare in ascolto della società, delle sue preoccupazioni e delle sue aspettative, cercando di costruire insieme a tutte le persone di buona volontà una convivenza più solidale. È proprio in forza di questa capacità di ascolto che alla chiesa viene riservato un grande credito, anche sul tema dell”immigrazione.

Bisogna prendere atto dell”immigrazione come nuovo segno della società.
Il rapporto si presenta come un osservatorio che considera sua funzione essenziale quella di pubblicare e commentare le statistiche sull”immigrazione, mettendole a disposizione dell”intera società.
Sappiamo tutti che la conoscenza è un prerequisito essenziale dell”azione. A questa esigenza risponde l”impegno per la raccolta dei dati sull”immigrazione. È, infatti, convinzione della chiesa che gli interventi in materia migratoria vadano preparati con una serena riflessione sulle statistiche, confrontandosi cioè da vicino con la realtà e cercando di riflettere su di essa, mentre una diversa impostazione sarebbe di grave pregiudizio alla crescita dei cittadini, dei politici e dell”intera società.

Dai dati statistici risulta chiaro che l”immigrazione è una dimensione strutturale della società italiana. Nel recente passato le cose non stavano affatto così e l”Italia era un paese di emigrati all”estero. La presenza all”estero è rimasta, ma nel frattempo siamo diventati anche un grande paese di immigrazione e le due popolazioni pressochè si equivalgono: 4 milioni di cittadini italiani all”estero e 4 milioni di cittadini stranieri in Italia. Nel 1970 vi era un cittadino straniero ogni 400 residenti, nel 1990 uno ogni 100.
Oggi è di origine straniera 1 ogni 14 abitanti e nel 2050 secondo le previsioni dell”Istat lo sarà 1 ogni 6 abitanti. Questa forte progressione non può non colpire.

I flussi in entrata stanno diventando più consistenti di quelli in uscita dall”Italia dopo la seconda guerra mondiale, quando in centinaia di migliaia ogni anno ci trasferivamo all”estero. Attualmente non c”è altro paese al mondo, se non la Spagna, che stia sperimentando un ritmo di crescita così elevato della popolazione immigrata.
Tutti gli indicatori statistici sono concordi nel presentare il futuro dell”Italia come sempre più caratterizzato dall”immigrazione. Questo fenomeno sociale non è passeggero, come certe prese di posizione farebbero pensare, ma al contrario è contrassegnato da caratteri di stabilità sempre più marcati.

Il Dossier si sofferma ripetutamente su questi aspetti come, ad esempio, l”equilibrio tra i due sessi, la prevalenza del carattere familiare dell”insediamento, l”aumento dei figli degli immigrati e la loro rilevante presenza nelle scuole, la consistente crescita di quanti sono nati in Italia (le seconde generazioni superano già il mezzo milione di unità), l”incidenza crescente nel mondo del lavoro, la fortissima presenza delle collaboratrici familiari nelle nostre famiglie, il radicamento nella società attestato dall”acquisto delle case, e, per farla breve, dal desiderio di partecipazione a livello culturale e sociale.
Possiamo concludere questo primo punto, dicendo a ragione che l”immigrazione è un aspetto rilevante della società italiana di oggi.

Capire le ragioni della crescita dell”immigrazione.
Siamo, allora, tutti, chiamati a giudicare questa realtà di fatto, a pronunciarci sul suo aspetto qualitativo. Non sono pochi i cittadini, e anche i fedeli, che in buona fede inquadrano l”immigrazione come un fattore che ha contribuito a peggiorare l”andamento dell”Italia. Cito alcuni degli addebiti negativi più ricorrenti sollevati nei confronti degli stranieri: non condividono i valori del nostro passato storico-culturale-religioso, non mostrano interesse a integrarsi, pregiudicano la stabilità della nostra occupazione, con la loro delinquenza e il loro modo di comportarsi rendono le nostre città più insicure, pretendono solo la concessione di sempre nuovi diritti senza volersi fare carico dei doveri. La lista potrebbe continuare, ma tanto basta per fare qualche precisazione.

Se una realtà produce in prevalenza effetti negativi e si può evitare, penso che tutti possiamo concordare sul dovere di rimuoverla dalla società o, quanto meno, di ridimensionarne la portata. Le cose però non stanno così. Parlando di immigrazione prevalgono, infatti, di gran lunga i benefici che essa arreca sugli inconvenienti che comporta. Inoltre, non si tratta di un fenomeno eliminabile a piacere, anche perchè la presenza immigrata è funzionale allo sviluppo del Paese, essendo un puntello al nostro malandato andamento demografico e alle carenze del mercato occupazionale.
Dagli anni “90 l”Italia sta registrando un andamento demografico negativo, in quanto il numero dei decessi supera quelli dei nuovi nati. La popolazione italiana diminuirà con un ritmo accentuato, ma fortunatamente questo impatto negativo è temperato dalla popolazione immigrata, che è più giovane e ha un tasso di natalità più elevato.

Un ragionamento analogo va fatto per la necessità di forza lavoro aggiuntiva. Un”esigenza che spiega perchè i lavoratori immigrati abbiano raggiunto la quota di due milioni, concentrandosi specialmente in alcuni settori, come quello della collaborazione familiare, dell”edilizia o dell”agricoltura.
Queste stesse ragioni spiegano perchè gli immigrati, che attualmente sono 4 milioni, saranno 6 milioni nel 2017, pari al 10% della popolazione residente, e nel 2050 diventeranno 12,3 milioni, pari al 18% dei residenti secondo le previsioni dell”Istat.
In un contesto così caratterizzato bisogna fare di necessità virtù, non perchè lo dice la chiesa o si debba essere buonisti per forza, ma per essere realisti, capire il senso della storia e le esigenze del Paese.

In un mondo globalizzato, che avvicina tutte le aree del mondo, le migrazioni sono quei vasi comunicanti che permettono di effettuare uno scambio fruttuoso, a nostro beneficio sotto l”aspetto demografico e internazionale, a beneficio dei Paesi di origine per quanto riguarda le speranze di sviluppo. Rispetto ai grandi temi irrisolti dalla politica internazionale, quali sviluppo disuguale, la povertà, la divisione equa della ricchezza, gli immigrati sono un fattore equilibratore, una delle non molte ragioni di speranza.

Questo non vuol dire che il fenomeno migratorio non ponga anche dei problemi, cosa assolutamente impossibile anche in considerazione delle rilevanti dimensioni assunte dai flussi migratori; tra l”altro, i problemi dei quali spesso ci lamentiamo, sono in buona parte favoriti dalle nostre carenti politiche di integrazione. Se ci sforziamo con il Dossier di procedere a un calcolo del dare e dell”avere, il vantaggio per l”Italia è innegabile e rafforza la convinzione che, se gli attuali immigrati venissero a mancare e cessassero i flussi, si assisterebbe a un vero e proprio disastro.

Senza un “pacchetto integrazione” non c”è una vera politica migratoria.
Da più di un anno sentiamo parlare del “pacchetto sicurezza” che, con la sua insistenza, ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti. Poco, invece, si è sentito parlare del “pacchetto integrazione”, di un”impostazione più equilibrata che non trascura gli aspetti relativi alla sicurezza ma li contempera con la necessità di considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli a e essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti. La Chiesa, con toni meditati ma fermi e ripetuti, ha avuto modo di sottolineare che senza integrazione non c”è politica migratoria. La vera sicurezza nasce dall”integrazione.
Su questa impostazione ha influito l”esperienza maturata dalla Chiesa italiana in un secolo e mezzo di servizio agli emigrati italiani all”estero, quando essi rischiavano di essere considerati unicamente come braccia da lavoro.

Ancor più alla radice, su questa impostazione ha influito la concezione del migrante come persona portatrice di diritti fondamentali inalienabili, concezione collegata direttamente con la fede in Dio Padre di tutti. Le decisioni politiche trovano un limite nel rispetto della dignità delle persone.
È sulla base di queste motivazioni che l”eccessiva enfasi posta sul “pacchetto sicurezza” ha visto perplessa e contrariata la comunità ecclesiale. È eccessiva la sperequazione tra l”interesse a difenderci da eventuali problemi connessi con l”immigrazione e il dovere di accoglierla. Molto opportunamente il Dossier di quest”anno, ridimensionando l”allarme criminalità, sottolinea che il clichè dell”immigrato-delinquente non trova riscontro nei dati statistici e che inizia a vacillare anche il clichè “italiani brava gente” a seguito dei ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati.

Con serenità, possiamo affermare che bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati. A questo fine dobbiamo impegnarci per raggiungere una maggiore funzionalità della pubblica amministrazione negli adempimenti che regolano la vita degli immigrati. Dobbiamo favorire un loro inserimento nella società, che certamente comporta da parte degli immigrati l”osservanza dei doveri di cittadini ma anche, da parte nostra, una loro maggiore accettazione a tutti i livelli: di inserimento lavorativo (come si è fatto con l”ultima regolarizzazione), di cittadinanza (come è stato fatto con una recente proposta di legge), religioso (evitando che Dio venga invocato per contrapporci gli uni gli altri), politico (con maggiori aperture a livello di voto amministrativo).

Dobbiamo, allora, abituarci a inquadrare con maggiore equilibrio il fenomeno delle migrazioni, accettandone la necessità. Cerchiamo di essere vicini agli immigrati, aiutandoli concretamente a conciliare le loro differenze – religiose, socio-culturali, linguistiche – con il nostro sistema normativo. Preveniamo gli inconvenienti, che non mancano, ma apprezziamo anche il loro apporto per la crescita del Paese.

Raccogliamo la sollecitazione del Papa a impegnarci “in prima persona”, con la condivisione dei bisogni e delle sofferenze degli altri, e spingiamo anche i politici in questa direzione, perchè solo così la società italiana ne uscirà rafforzata. Lungo le vie del futuro, non servono tanto i divieti quanto la condivisone di obiettivi comuni.
Don Tonino Bello ha sempre sognato –e noi insieme con lui, oggi più che mai– che nel mondo si realizzasse la “convivialità delle differenze”.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’AGIO, IL DIS-AGIO E LA SCRITTURA

Abbiamo già scritto che l”adolescente che scrive (soprattutto di sè) opera delle scelte. Quest”oggi, facendo riferimento ad un film americano, possiamo aggiungere che l”uso della parola scritta aiuta a superare il disagio di vivere…

La scrittura, pur costituendo un prodotto a noi esterno, produce qualcosa che, prima di esistere, già ci appartiene. Essa, infatti, ferma pensieri che, se affidati alla sola oralità, andrebbero perduti, e costituisce, pertanto, la produzione di idee e di immagini recuperate dallo spazio della parola.
Attraverso una pagina di diario, un”autobiografia sviluppiamo l”arte del nostro pensiero, vivendo la scrittura stessa in una sorta di funzione maieutica che crea luoghi di risposta creativa al nostro mondo interiore.

Se tutto ciò è vero per il mondo degli adulti, tanto più è significativo per l”adolescente che ha la possibilità di sperimentare nell”esperienza dello “scrivere”, l”opportunità di uno scambio non conflittuale con il suo dis-agio.
Egli può, così, sperimentare una condizione favorevole, scrivendo, magari, in prima persona, implicandosi, esprimendosi al punto da realizzare una sintonia fra esperienza e rappresentazione scritta che produce “agio”.

Scrivere di sè diviene così scrivere per sè, per il proprio benessere e tale esercizio al contempo comporta nel nostro giovane, un” occasione di esperienza espressiva con conseguente arricchimento personale.
Numerose esperienze ci insegnano che la scrittura crea condizioni e opportunità di maturazione di abilità, competenze ed attitudini civili e cultural: impossibile non fare riferimento a “Freedom writers”, un film del 2007 diretto da Richard LaGravenese, tratto dal libro “The Freedom Writers Diary: How a Teacher and 150 Teens Used Writing to Change Themselves and the World Around Them”, che racconta la storia vera dell’insegnante , la signora Gruwell e della sua classe di studenti problematici di un liceo californiano (nella foto un fotogramma del film).

I protagonisti di questa storia si definirono così, ispirandosi ai “Freedom Riders”, gli attivisti per i diritti civili che nel 1961 percorsero il Sud degli Stati Uniti per protestare contro la segregazione razziale. I giovani californiani infatti, sotto la guida della loro insegnante, imparano ad usare la “parola” come strumento di “liberazione”: alcuni di loro riusciranno a diplomarsi e diversi di loro riusciranno anche ad andare al college e tutti in qualche modo riusciranno ad usare la parola scritta per operare il faticoso passaggio dal dis-agio all”agio del vivere e affrontare la propria esistenza in tutta la sua complessità.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LINGUAGGIO GLOBALE (O TORRE DI BABELE)

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La rubrica “Lingua in Laboratorio”, anche oggi è animata dal dialogo dei suoi soliti personaggi. Stavolta, sotto la lente troviamo l”invasione dei termini stranieri nella nostra lingua.
Di Giovanni Ariola

Sono appena usciti dal nostro Laboratorio, al quale giungono dai locali dell”attigua biblioteca persistenti i rumori del martello pneumatico e di altre attrezzature dei muratori che procedono alacremente (!?) alla ristrutturazione programmata, il prof. Geremia Fantasia e il giovane professore Piermario Z.

Intelligenza inquieta ed appassionata quest”ultimo, tanto quanto quieta, moderatamente riformatrice e vagamente sognatrice quella dell”altro, non sopporta l”immobilismo e s”accende di sdegno ogni qualvolta viene in contatto con persone che difendono situazioni mummificate o con eventi che impediscono un mutamento innovativo e, secondo lui, migliorativo.
Il prof. Fantasia ha da tempo esercitato con lui il suo talento inventivo nell”arte nomignolesca, soprannominandolo “il rivoluzionario”, ma ora, dopo l”ennesimo alterco, durante il quale il giovane prorompe in affermazioni di radicalità inaudita, lo ribattezza “l”incendiario”.

– Non si può – era stata l”ultima frase del prof. Fantasia – accettare una invasione così sfacciata e prepotente di parole straniere nella nostra lingua:
– Il vostro strepito di puristi parrucconi – aveva subito ribattuto il professorino, diventando rosso come un peperone e accennando un passo quasi di danza nervosa – non fermerà lo scorrere ineluttabile del presente nel futuro:.bisogna azzerare, azzerare quanto più è possibile, per lasciare che il nuovo trovi campo libero e si affermi:
Le loro voci avevano poi accompagnato i loro proprietari che erano usciti e si erano allontanati.
– Sono d”accordo con Geremia – disse amaro il prof. Eligio, quasi parlasse a se stesso – non posso non essere preoccupato:bisogna assolutamente opporre una qualche resistenza al processo di cambiamento selvaggio, sconsiderato che sta subendo la nostra lingua:

– E tuttavia si può fare ben poco contro questa corrente continua, inarrestabile:- ribatte pensoso il prof. Carlo – Si tratta di un fenomeno che interessa tutto il pianeta e che è legato alla globalizzazione. Vi sono stati più cambiamenti in questi ultimi cinquanta anni che nei secoli precedenti da Dante in poi:Dovresti ricordare, ancora negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, venivano considerati, e noi, molto disciplinatamente e alquanto pedissequamente, considerammo sconvenienti, inopportuni e comunque da evitare, i termini stranieri. Atteggiamento che era un retaggio del periodo fascista e conseguenza del divieto di usare soprattutto vocaboli della lingua dell”odiata e “perfida Albione”:

– Che però si collegava – aggiunge e precisa il prof. Eligio – ad un filone di pensiero che come sai arriva fino all”Accademia della Crusca:
– Certo – ammette il prof. Carlo – e che dura tuttora:Ricordo ancora il mio insegnante di italiano: “attenzione ai forestierismi o, per meglio dire barbarismi (gli piaceva pronunciare questa parola e lo faceva con un tono tra il sadico e il dispregiativo): non si dice e non si scrive garage ma autorimessa, non si dice e non si scrive pullman bensì corriera, a bar è da preferire caffè, anche la parola sport è bene sostituirla con attività fisica:
– E ora? – chiede e si chiede l”altro prof.
– Già:e ora:Voglio leggerti questa lettera di una mia allieva ad una sua amica, lettera che, non so come, mi è capitata tra le mani e che io, dopo averla letta, ho ritenuto di dover fotocopiare e di conservare come documento dello stato della nostra lingua come è diventata nell”uso corrente.

Inutile dire che ho cancellato i nomi delle persone, mittente e destinataria, per rispetto della privacy :ahimè! Mi rendo conto di aver usato la parola di moda:avrei potuto dire rispetto della vita privata. Ma ecco la lettera.
“Ti comunico che il prossimo week- end andrò con il mio boy friend (fidanzato) sul Cervino, dove abbiamo prenotata una camera per tre giorni in un Bed & Breakfast. Venerdì sera salteremo sul nostro suv (Sport Utility Vehicle, fuoristrada) e via. Ne abbiamo proprio bisogno. Siamo davvero stressati. In ufficio è diventato un inferno. Ti ho parlato del mobbing (comportamenti violenti di vario genere da parte di un superiore o di un collega) a cui sono sottoposta. Per giunta sono stata vittima di uno scippo da parte di una baby gang (banda di ragazzini) Lui poverino appresso al suo capo con il suo lavoro di ghostwriter (segretario personale con il compito tra l”altro di redigere lettere discorsi per il suo superiore), costretto a correre da una città ad un”altra in aereo o in auto: la settimana scorsa sono rimasti un”intera notte nella hall (grande sala d”ingresso), precisamente nel terminal (aeroporto) di Amsterdam, dove s”erano recati a visitare uno dei supermarket e alcuni dei negozi della catena franchising (affiliazione commerciale) di outlet (punto vendita che offre prodotti a prezzi scontati) di proprietà del suo boss (capo di un”organizzazione o di un”azienda).

Per tre giorni vogliamo stare lontani da tutto questo e dalla nostra vita di tutti giorni. Soprattutto niente movida (vita notturna molto vivace e movimentata, frequente nelle grandi città). Lontano da pub (locale pubblico, birreria), happy hour (ora dell”aperitivo) e simili. Solo footing (corsa praticata in scioltezza come attività fisica salutare) e trekking (escursioni in luoghi solitari di montagna). A contatto con la natura. Perciò abbiamo scelto una località poco conosciuta, non frequentata da vip (Very Important Person, persona molto importante) o esponenti della top class (la classe più alta della società). Solo gente semplice, acqua e sapone. Naturalmente gli ho vietato di portare con sè il computer e forse spegneremo i cellulari. Non vogliamo nè mandare nè ricevere telefonate, sms (da Short Message System: brevi messaggi), e-mail (messaggio inviato per posta elettronica)”.

– Per non parlare – aggiunge il prof. Eligio – di certa mania di festeggiare qualche –day (giorno) particolare sul modello del Columbus day:.tipo birthday (compleanno)..e non mancano espressioni esilaranti come vaffaday (giorno della manifestazione di protesta organizzata dal comico Beppe Grillo) o Jatevenne day:sì proprio così, hanno chiamato così il giorno di protesta contro l”occupazione di un ex convento nella zona di Materdei a Napoli da parte degli estremisti di destra “Casa Pound”.
– Non sai se devi ridere o piangere. Ci avviamo verso il linguaggio globale o verso una nuova torre di Babele?

LINGUA IN LABORATORIO

É L’ITALIA DEL BENESSERE…

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I meridionali abbandonano terre e case per il miraggio del posto certo e del salario garantito. L”Italia antifascista rifiuta l”appoggio della destra ai governi a guida DC. Moro e Nenni inaugurano gli esecutivi di centro-sinistra col PSI…
Nel 1960 il giornale francese “Combat” scrive che “l”Italia è la terza grande del Mercato Comune”, dopo la Francia e la Germania. Il giudizio è confortato anche dal Financial Times, che assegna l”Oscar della moneta alla nostra Lira. È segno che l”economia tira. I dati, infatti, parlano chiaro: nell”anno in corso si sono vendute circa 1 milione di autovetture, con un raddoppio, quasi, delle vendite rispetto all”anno precedente. E i dati del benessere si riscontrano anche nel passaggio delle auto che, ogni giorno, percorrono le corsie della nuovissima Autostrada del Sole: in meno di 6 mesi si sono contati oltre 1 milione di passaggi.
Le città del nord, con le loro fabbriche, richiedono una numerosamanodopera (a buon mercato), che si sposta dal sud. Si rinnovano i fenomeni d”emigrazione, per andare a lavorare in fabbriche che non garantiscono le norme sulla sicurezza, non versano i contributi previdenziale ed esigono turni di lavoro massacranti. Le campagne ed i paesi del sud sono abbandonati per il miraggio di un mensile certo. Intere famiglie dei paesi meridionali si stabiliscono nelle cinte periferiche delle capitali industriali del nord. Nei primi anni della seconda metà del secolo scorso ben 200.000 meridionali si trasferiscono nel triangolo industriale Genova-Milano-Torino.
In questa situazione di grande prosperità si inaugurano, a Roma, i giochi della XVII Olimpiade. La capitale accoglie 5.337 atleti, rappresentanti di 87 nazioni, oltre ai giornalisti di tutto il mondo. I giochi olimpici –come del resto ogni altra manifestazione sportiva- sono fruibili da tutti: c”è, infatti, la televisione, che porta nelle case l”immediatezza e la particolarità degli avvenimenti. Il popolo degli sportivi, ma non solo, gioisce e si commuove per le vittorie dell”etiope Abebe Bikila e della statunitense Wilma Rudolph. Ma il tripudio vero è riservato alle vittorie degli atleti di casa: Livio Berruti, Nino Benvenuti, Sante Gaiardoni, Giuseppe Beghetto, Sergio Bianchetto, Giuseppe Delfino, Francesco De Piccoli, Francesco Musso, Edoardo Mangiarotti, Raimondo d”Inzeo.
In politica la temperatura è molto “alta”. Il nuovo primo ministro, il democristiano Fernando Tambroni, che è stato eletto con i voti della DC, del MSI e di 4 monarchici, si regge su di una maggioranza molto risicata. Quando il Movimento Sociale decide di tenere il suo congresso a Genova, città medaglia d”oro della Resistenza, sorgono le opposizioni antifasciste che non gradiscono, innanzitutto, l”appoggio del MSI al governo. Scioperi e tumulti si hanno, così, oltre che a Genova, a Roma , a Palermo ed in altre città. A Reggio Emilia, nel corso di scontri tra dimostranti e forze dell”ordine, si contano 5 morti. In Sicilia, a Licata e Catania, ci sono 6 caduti. Di fronte ad avvenimenti così drammatici la DC induce Tambroni a dimettersi; il governo è affidato di nuovo alla guida di Amintore Fanfani.
Ma il fermento politico non si esaurisce. Nel corso del XXIV congresso del PSI (1961), Pietro Nenni esclude una ripresa di collaborazione con il PCI e dice di guardare con fiducia all”esperimento delle prime giunte di centrosinistra, “un”audace tentativo di abbattere gli steccati artificiali che da un secolo dividono lavoratori socialisti e masse cattoliche”. Intanto, però, per l”elezione (6 maggio 1962) del nuovo Presidente della Repubblica, Antonio Segni, necessitano nove scrutini e 443 voti di uno schieramento di centrodestra, con il suffragio determinante del MSI e dei monarchici.
Il governo, con Fanfani costretto a dimettersi, dopo una breve esperienza guidata da Giovanni Leone, è affidato al democristiano Aldo Moro, che inaugura gli esecutivi di centrosinistra con la partecipazione del PSI. Ma l”ala massimalista dei socialisti non condivide l”orientamento governativo della segreteria ed esce dal partito, fondando il PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria).
Da parte sua, invece, la Chiesa ha una nuova caratterizzazione. Il papa Giovanni XXIII ricorda ai vescovi che lo scopo della Chiesa è di mettere il Vangelo “al di sopra di tutte le opinioni e dei partiti che agitano e sconvolgono la società”. L”11 ottobre del 1962, poi, quando lo stesso papa apre il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella consapevolezza che la dottrina della Chiesa deve essere aggiornata, dice: “Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo a un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori inattesi”.
Con l”emanazione dell”enciclica “Pacem in terris”, (11 aprile 1963) poi, papa Giovanni XXIII stabilisce due principi fondamentali: non è possibile continuare a pensare alla guerra come ad uno strumento di giustizia; bisogna abbattere le barriere ideologiche e rispettare la cultura dell”avversario.
(Fonte foto: www.lelefante.it)

MEGLIO CONFORMISTA O MINORANZA RUMOROSA?

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Via via che gli anni passano la coerenza delle proprie idee diventa un problema. Per uno che ancora crede nell”eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, è rimasto lo spazio stretto della riserva indiana.

Caro Direttore,
ti devo confessare che non ricevo posta da alcuni anni. Nella mia cassetta per le lettere abbondano solo pubblicità commerciali (quand”è il tempo anche pubblicità elettorali, i noti santini), fatture, bollette di utenze da pagare e qualche cartolina di miei vecchi allievi. Anche sul mio indirizzo di posta elettronica arriva ben poco. Per non parlare, poi, degli sms: zero. Solo a Natale e Pasqua (di recente è di moda anche a ferragosto) degli auguri stereotipati (buone feste a te e famiglia), in quanto facente parte di qualche mailing list di amici e conoscenti generosi.

Eppure, nel fine settimana scorso ho ricevuto, tutti insieme e nello stesso giorno (sabato), ben tre sms. Il primo, a firma di un noto esponente politico della nostra zona, mi ricordava “domenica 25 ottobre partecipiamo alle primarie per un PD forte e unito. Votiamo Bersani”; il secondo, a firma di un altro noto esponente politico, mi ricordava, invece, di votare Franceschini. Il terzo sms mi è stato inviato, infine, da una mia collega di lavoro: “Bersani o Franceschini? Che dilemma!”. Erano le 18, 26 di sabato 24 ottobre. É stato, quest”ultimo, il messaggio a cui ho anche risposto, alienandomi sicuramente una vecchia amicizia: “É un dilemma da coglioni!”.

Domenica mattina, di proposito, ho fatto un giro in alcune realtà territoriali a noi (vesuviani) ben note. Caro direttore, ho assistito ad una grande lezione di partecipazione politica e civile. Molti esponenti di partito (alcuni erano stati storici esponenti di partiti opposti al PD), nei loro abiti buoni della domenica, presidiavano i seggi elettorali (un modo pomposo per indicare il luogo in cui si tenevano le primarie del PD), cercando di carpire, ai pochi elettori, ancora entusiasti e liberi, un suffragio per la lista di Bersani o di Franceschini (Marino era pressochè inesistente, un fantasma).

Molte auto, poi, circolavano, senza un posto libero a bordo, trasportando elettori che, prelevati a casa propria, vi erano di nuovo riaccompagnati, dopo aver adempiuto al loro dovere! Insomma, direttore, una grande lezione di “sovranità del popolo” o, a dirla tutta, una bella lezione di forza, messa in piedi dai soliti padroni delle tessere. Pensa che i referendum, massimi strumenti di democrazia diretta, non hanno sempre riscosso tanto successo! Ti è noto, infatti, direttore, la difficile vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale del 1946.

E ti sono altrettanto noti i risultati di alcuni referendum abrogativi, per i quali i partiti non si sono per niente impegnati, quando non si sono anche svenati, per scongiurare la partecipazione popolare e decretarne l”archiviazione con l”etichetta di “risultato non valido”. Te ne ricordo qualcuno? Disciplina della caccia, giugno 1990, un”affluenza alle urne solo del 43% degli aventi diritti. Abrogazione dell”uso dei pesticidi nell”agricoltura, giugno 1990: 43% degli aventi diritto. Abolizione dei limiti per essere ammessi al servizio civile in luogo del servizio militare, giugno 1997, 30% degli aventi diritto. Eliminazione del rimborso spese per consultazioni elettorali e referendarie, maggio 2000, 32% degli aventi diritti. Estensione del diritto al reintegro nel posto di lavoro, per i dipendenti licenziati senza giusta causa, giugno 2003, 25% degli aventi diritto. Abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione, giugno 2009, 23% degli aventi diritto.

Bastano? Ed in questa evidente dissipazione di risorse umane e finanziare, molte volte (purtroppo), molti esponenti di partito –anche di sinistra- hanno esortato gli elettori ad andare al mare piuttosto che alle urne!
A bocce ferme, Bersani l”ha spuntata. Ancora non è chiaro cosa potrà avvenire nel futuro dei democratici. Scissioni, separazioni, correnti, ripensamenti? È ancora presto per saperlo con certezza.
Caro direttore, dopo quanto ti ho scritto, sono certo che non riceverò mai più un sms. E non arriveranno neppure le cartoline, dai luoghi di villeggiatura, da parte dei miei vecchi allievi. Molti di essi, infatti, già non mi scrivevano da tempo, perchè avevano abbracciato l”ideologia della destra in doppiopetto, quella di potere e non potevano, di sicuro, intrattenere corrispondenza con un vecchio arteriosclerotico con idee di eguaglianza, solidarietà, giustizia sociale e così via.

Un numero altrettanto sostanzioso di vecchi allievi aveva deciso, poi, di non scrivermi più, perchè, volendo giustificare la propria scelta di galleggiare, nella vita come nella politica, aveva fatto la scelta del partito dalla fusione fredda. Cosa, quest”ultima, che mi aveva fatto ridere fragorosamente e mi aveva allontanato, perciò, gli ultimi sodali.

E dopo quanto ti ho scritto, non mi invierà alcun sms nemmeno la mia collega di lavoro, quella che veste solo con abiti firmati (è il diavolo che veste Prada?), frequenta costosi ristoranti e beve solo vino d”annata, fa più di un periodo di vacanza in luoghi rigorosamente esotici, prova fastidio per gli extracomunitari, crede in una scuola di base fortemente selettiva, non disdegna raccomandazioni pur di raggiungere i suoi traguardi, è sensibile al fascino del potere (dovunque vale la massima che “”o cummanà è meglio do” fottere!”). Però ha il dilemma di chi scegliere tra Bersani e Franceschini. E Marino? Ma, dai, quello aveva già perso in partenza!

“L”ultima era la lancia della posta. Il colonnello la guardò attraccare, con un”angosciosa inquietudine. Sul tetto, legato ai tubi del vapore e protetto da un”incerata, vide il sacco della posta. Quindici anni di attesa avevano acuito la sua percezione:Il dottore ricevette la corrispondenza col pacco dei giornali. Nel frattempo, l”impiegato distribuì la posta tra i destinatari presenti. Il colonnello osservò la casella che portava l”iniziale del suo cognome [:]. Il medico interruppe la lettura dei giornali. Guardò il colonnello. Poi guardò l”impiegato seduto davanti all”apparecchio del telegrafo e poi di nuovo il colonnello.
Andiamo-, disse. L”impiegato non alzò la testa. -Niente per il colonnello-, disse. Il colonnello provò vergogna. -Non aspettavo niente-, mentì. Rivolse al medico uno sguardo del tutto infantile. -A me non scrive nessuno.” (Gabriel Garcìa Màrquez, “Nessuno scrive al colonnello”, Mondadori, 1982).

Direttore, mai ti è mai capitato di vivere come se fossi fuori dal mondo? O come se abitassi nei fotogrammi di un film o nelle pagine di un racconto, di un romanzo? Per un momento ti senti quasi vivo, protagonista. Pensi: allora, certe situazioni non nascono solo nella mia fantasia, possono esistere davvero nella mente di un altro, nella realtà virtuale o letteraria che sia, diventare un film, una sceneggiatura? Poi, qualcuno interrompe la pellicola, chiude il libro e tu ritorni nei tuoi dubbi, nelle tue depressioni, nei tuoi pensieri brutti. A me sta capitando sempre più spesso. E a te?
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

I DIECI COMANDAMENTI PER CONVERTIRCI

Con i giovani ed i volontari per il Terzo Mondo, abbiamo partecipato all”esperienza di Acerra per denunciare le ingiustizie. Insieme, abbiamo tirato fuori delle regole per cambiare il nostro stile di vita.
Di don Aniello Tortora

Ho partecipato alla bellissima esperienza ad Acerra con i giovani della FOCSIV (volontari per il terzo mondo).
Più di 100 giovani, soprattutto del Nord Italia, sono venuti in Campania per una “full immersion” nella nostra realtà sociale.
Ad Acerra la sera di venerdì 16 ottobre io e il dott. Tommaso Esposito (Comitato per la difesa del territorio) abbiamo presentato ai ragazzi il film “Beautiful Cauntri”, che denuncia il degrado prima etico e poi ambientale del nostro territorio.

I giovani sono stati attentissimi e certamente hanno toccato con mano i problemi reali della nostra terra e hanno conosciuto da vicino le dinamiche dei nostri ripetuti interventi contro la localizzazione dell”Inceneritore in una zona altamente inquinata dai rifiuti tossici. É notizia di questi giorni la chiusura dell”impianto perchè deve essere adattato per bruciare il “talquale” con tutte le conseguenze inquinanti, ancora, per il nostro territorio!

Sabato 17 ottobre, poi, insieme alla comunità acerrana, alla presenza del vescovo Mons. Rinaldi e del Sindaco, abbiamo piantato un ulivo, davanti all”Inceneritore, segno del nostro impegno a lottare sempre per affermare la pace e la giustizia in questa nostra regione.
La diocesi di Acerra con i giovani della FOCSIV hanno preparato una veglia di preghiera stupenda che ci ha visti tutti i partecipanti coinvolti, anche emotivamente: i temi della terra, delle nostre radici, della custodia del creato, del futuro dei nostri figli sono “scottanti” e “appassionanti” e interpellano continuamente le nostre coscienze, il nostro senso critico, la nostra quotidianità e il nostro stile di vita, vero responsabile della sovrapproduzione di rifiuti.

L”incontro di Acerra è stato importante non solo per la denuncia delle ingiustizie cui siamo stati costretti, ma anche per guardare al futuro e sentirci tutti un po” più responsabili, rivedendo i nostri stili di vita.
Durante la veglia ci siamo chiesti: come possiamo, nel concreto, cambiare le nostre abitudini, per produrre meno rifiuti?
Ecco, di seguito, le dieci regole per convertirci:

1. Divertiti producendo meno rifiuti: ad esempio privilegia locali che non utilizzano piatti, bicchieri, posate, tovaglie, ecc. “usa e getta”.
2. Preferisci prodotti italiani di qualità: minore è stato l”impatto in fase di trasporto e i produttori sono soggetti a leggi molto restrittive per quanto riguarda l”attenzione all”ambiente.
3. Ci sono beni che anche di “seconda mano” funzionano benissimo e non hanno bisogno di essere nuovi, come ad es. un libro scolastico usato. Pensa quindi, prima di acquistare un bene, alla sua durata nel tempo. Anche il portafoglio ne riceverà beneficio
4. Prima di eliminare vestiti, libri, mobili, elettrodomestici, biciclette, ecc. pensa se possono servire a qualcun altro: gli oggetti invece che essere gettati possono essere ceduti in molti modi utili, sia per te che per gli altri.
5. I prodotti usa-e-getta ci hanno negli anni reso più liberi, sollevandoci dall”obbligo di lavare ad esempio fazzoletti, tovaglioli, pannolini, piatti, stracci, ecc. Quando però ti accorgi di quanto tempo è necessario per acquistarli, trasportarli e organizzarli in casa, per poi buttarli dopo l”uso:valuta se ti conviene!
6. Con una raccolta differenziata seria si può riciclare più dell”80% dei rifiuti domestici.
7. Produrre meno plastica è facile: basta chiedere al bar bevande alla spina o nel vetro, scegliendo al supermercato prodotti con pochi imballaggi.
8. Bevendo l”acqua del rubinetto, che è potabile, ciascuno di noi evita di produrre 12 Kg di plastica all”anno.
9. Non dobbiamo dimenticare il buon senso della “ricetta europea” basata sulle erre: riduzione dei materiali, riuso, raccolta differenziata, riciclo, recupero energetico.
10. Produciamo troppi rifiuti: ogni persona in Messico produce 350 Kg di spazzatura all”anno. In Italia 500 Kg e negli Stati Uniti 760 Kg.

Anche in questa occasione la Chiesa ha annunciato, denunciato e, soprattutto, invitato a Rinunciare.

LA RUBRICA

L’ÉLITE POLITICA CAMPANA HA MENTALITÁ CLIENTELARE

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La classe politica degli ultimi 20 anni si è posta solo il problema della sopravvivenza e in quell”ottica ha gestito i fondi pubblici. Naturale la saldatura con la camorra. Il nodo può scioglierlo solo la politica.
Di Amato Lamberti

La questione rifiuti può servire, almeno a mio avviso, ad aprire scenari nuovi rispetto ai ragionamenti, riguardo alla camorra, che da anni si portano avanti un po” a tutti i livelli, da quello della pubblicistica a quelli della politica e della magistratura, e che negli ultimi tempi hanno ripreso particolare vigore. Tutti, infatti, sembrano convinti che il problema “camorra” si riduca alla lotta contro i gruppi criminali che degli affari criminali, come estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga, fanno la loro principale attività e proprio per raggiungere i loro obiettivi hanno messo sotto controllo “militare” il territorio.

La politica, naturalmente, per allontanare da sè gli sguardi e le inchieste, sostenuta anche dagli apparati di controllo dello Stato, spinge nella direzione di bande criminali isolate ed estranee rispetto alle logiche economiche e politiche del territorio, “corpi estranei” da colpire e sradicare anche con l”aiuto dell”esercito. L”emergenza rifiuti, qualunque sia l”esito delle indagini giudiziarie, dimostra, invece, che, per comprendere la funzione della camorra, e, quindi, le stesse ragioni del suo diffuso radicamento, bisogna partire dai fondi pubblici e dalle manovre congiunte, a tenaglia, per gestirle a proprio vantaggio, messe in opera da parte della politica e dell”imprenditoria operanti sul territorio.

L”immagine della tenaglia vuol dire chiaramente che se politica e imprenditoria sono i bracci della leva, la camorra è il fulcro che li tiene insieme e permette, ad entrambi, di raggiungere i risultati: schiacciare i concorrenti e appropriarsi a proprio vantaggio della gestione dei fondi pubblici. Continuare a credere e a sostenere che la camorra sta solo nel braccio dell”impresa, fa comodo alla politica, che si erge a difesa della legalità mentre rivendica la più ampia e incontrollata discrezionalità nella scelta dei progetti, dei partner e delle procedure per affidare appalti e forniture.

Senza il braccio della politica, i fondi pubblici non sono nè raggiungibili nè utilizzabili: per questo, la camorra, come sta nell”impresa sta anche nella politica e nelle amministrazioni pubbliche. E fa da fulcro con la sua logica, fatta di un mix di violenza, intimidazione, corruzione, che riesce a tenere insieme imprenditori e politici che puntano comunque a ottimizzare a proprio vantaggio le rispettive rendite di posizione.

L”aspetto più preoccupante, quindi, quando si parla di camorra, è sicuramente quello della saldatura sempre più frequente e vistosa tra ceto politico/amministrativo e organizzazioni/consorzi criminali di imprese e d”affari. Il politico e l”amministratore non hanno, certo, nè interessi nè convenienza a stabilire rapporti con la manovalanza del crimine e nemmeno con le organizzazioni che si occupano della gestione del mercato criminale, ma si trovano sempre più spesso a dover fare i conti, avendone piena consapevolezza, con il livello legalizzato o semilegalizzato delle organizzazioni criminali: vale a dire col sistema delle imprese con personale e/o capitale camorristici che forniscono beni e servizi.

Al di là delle collusioni e delle connivenze personali, pure presenti e numerose, resta il fatto che il ceto politico e amministrativo non sembra in grado di far fronte alla pressione costante che queste imprese, solo apparentemente legali, operano sul mercato della distribuzione dei fondi pubblici e delle opportunità di lavoro e assistenza.

Due le ragioni di questa incapacità: da un lato, l”inadeguatezza di alcuni sistemi amministrativi, oltre che di tutta una serie di norme procedurali, specie per quanto riguarda tutto il complesso settore degli appalti per la fornitura dei servizi e per la realizzazione di opere pubbliche; dall”altro, una incapacità che è anche il risultato di mentalità e atteggiamenti che tendono a sottovalutare la presenza di organizzazioni criminali e, nello stesso tempo, a privilegiare rapporti, spesso informali, con forti potenziali di ricaduta, in termini di benefici personali, sia sul piano politico che, a volte, su quello strettamente economico.

Il problema di fondo della Campania appare, quindi, essere quello della solidificazione, in questi ultimi venti anni, di una èlite politica che per formazione, interessi e mentalità, oltre che per mere ragioni di sopravvivenza, fa, della gestione delle sue prerogative decisionali e dei fondi pubblici, un uso sempre più spesso particolaristico, orientato a rinsaldare posizioni di potere personali e di gruppo e a togliere spazi e possibilità di manovra politica agli avversari. Di qui il ricorso sempre più accentuato a meccanismi clientelari di distribuzione di favori, prebende, assunzioni e denaro pubblico.

Di qui la saldatura con gli interessi delle imprese e dei gruppi, come quelli “camorristi”, che sulle reti clientelari fondano la loro capacità di controllo del mercato economico e delle pubbliche amministrazioni. Quando quote significative del mercato politico e del mercato economico sono tenuti insieme dallo stesso reticolo di clientele, è scontata una rappresentanza politica espressione di interessi precisati, ma anche di una gestione della cosa pubblica che non si cura più nemmeno del rispetto formale delle procedure amministrative.

L”intervento della Magistratura testimonia che questa saldatura si è ormai realizzata in molte realtà locali, ma la “cura” non può essere demandata ai magistrati, visto che si tratta di un problema squisitamente, come si diceva una volta, politico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL PUNTO DI VISTA DEL SINDACO CAPASSO SU PARCO VESUVIO E TUTELA AMBIENTALE

Con questo secondo appuntamento continuiamo gli approfondimenti sul Parco del Vesuvio. Stavolta, tocca al politico Capasso; in precedenza, abbiamo ascoltato il tecnico Rinaldi.

Continuando nel nostro viaggio conoscitivo all”interno della realtà del Parco Nazionale del Vesuvio ci soffermiamo stavolta su un contesto diverso da quello dirigenziale, già toccato in precedenza con l”intervista al Direttore Rinaldi. Ci inoltriamo quindi nel mondo, talvolta contrapposto, della realtà delle amministrazioni locali. Abbiamo scelto di porre le nostre domande a colui che, per incarichi ricoperti e attività svolte, può rappresentare a pieno la categoria delle comuni vesuviani, il sindaco di San Sebastiano al Vesuvio, Giuseppe Capasso.

Sindaco Capasso, nella sua esperienza di presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio e già membro del Consiglio Direttivo dell”Ente Parco può illustrarci a larghe linee e dal punto di vista delle amministrazioni locali la situazione attuale del nostro vulcano?
“Ad ormai dieci anni dalla sua istituzione il Parco ha compiuto una parte della sua missione ovvero quella di essere conosciuto ed essere accettato. Sembrano due cose scontate ma in realtà non lo erano fino a dieci anni fa quando il Parco veniva immaginato come una sovrastruttura fatta apposta per calare ulteriori vincoli sul territorio. In realtà un”area protetta non può che porsi l”obiettivo della tutela, e dunque i vincoli ci sono, ed è giusto che ci siano, ma va anche detto che il Parco del Vesuvio, oltre alla salvaguardia, ha un altro obiettivo che è quello che ha fatto si che le comunità locali e le amministrazioni comunali si “affezionassero” all”idea di parco, quella della valorizzazione del Vesuvio e la sua parte pedemontana. Da questo punto di vista credo che il Parco abbia fatto davvero abbastanza poichè grazie ad esso abbiamo investito importanti risorse in questi dieci anni, impiegando fondi europei e dando un primo assaggio di quello che un”area protetta può fare per migliorare la qualità urbana, per avviare interventi di riqualificazione urbanistica e per dare regole certe nella tutela e per far si che questi comuni assomigliassero ad un parco nazionale, o a quello che ci si aspetta da esso. Certo è solo l”inizio però è un”importante e salutare inversione di tendenza. I tredici comuni che compongono il Parco, che ricordo è tra i più antropizzati al mondo, prima ragionavano da comuni dell”area metropolitana di Napoli, ora invece si è sviluppato uno spirito d”appartenenza, come se questi avessero trovato un”identità, e attraverso questa è stato possibile dar luogo a opportunità di tutela e sviluppo che incominciano a delinearsi sul territorio. Il primo progetto integrato è andato molto bene, dal punto di vista della quantità della spesa; è giusto che rimanga opinabile la qualità, perchè si può fare sempre più e meglio però, per quanto attiene ai fondi europei, uno dei vulnus della Regione Campania, si riesce a impiegarne purtroppo molto pochi. Nel caso del Parco del Vesuvio questo non è accaduto, proprio perchè c”è stata coesione istituzionale nel partenariato, in particolare tra i comuni. Adesso siamo impegnati in ulteriori attività che potranno fungere da volano per il turismo rurale e l”agricoltura attraverso l”impiego delle risorse del PIRAP (Progetto Integrato Rurale per le Aree Protette, ndr.) il progetto integrato per l”agricoltura; nei giorni scorsi (14/10/2009, ndr.) è stato firmato un importante protocollo d”intesa tra i tredici comuni, l”Ente Parco e la Provincia di Napoli. Siamo anche impegnati per avviare in questi giorni la fase due dell”impiego dei fondi europei attraverso quello che ci è sembrato naturale fare, un accordo di reciprocità, così l”ha voluto definire la Regione Campania, cioè una capacità di stare insieme per definire e perseguire gli obiettivi comuni. Il Parco oggi è una realtà che deve guardare al futuro, da questo punto di vista ci sono delle difficoltà, si sente infatti parlare di soppressione degli enti di gestione, quindi tutto tornerebbe nelle mani del Ministero dell”Ambiente, anche se credo che i parlamentari che pensano o formulano queste proposte di legge, sia pure in buona fede, per aumentare l”efficienza della pubblica amministrazione, riducendo le sue strutture periferiche, commetterebbero in questo caso un errore perchè gli enti parco hanno dimostrato, non solo in questo caso, di lavorare bene, influenzando positivamente i cittadini, coinvolgendoli nella tutela del territorio. Abbiamo visto che con l”Ente Parco, i grandi fenomeni, purtroppo tipici dell”area napoletana, come abusivismo edilizio e tutte le altre forme di inciviltà e di mancato rispetto del territorio incominciano ad avere anch”esse un”inversione di tendenza. Non che non si costruisca più abusivamente o che di colpo i napoletani siano diventati assolutamente virtuosi e amanti della natura ma certo il Parco è servito per migliorare la condizione di partenza”.

In un articolo dell”Ora Vesuviana (versione digitale del 05/04/2009) e sul Mattino (del 03/04/2009 a pagina 42) sono state pubblicate alcune sue affermazioni su una plausibile elevazione dei solai per ridurre l”abusivismo edilizio e riavviare l”economia locale, anche in virtù delle disposizioni governative del piano casa e il conseguente aumento delle cubature contemplate dalla suddetta normativa. Se ciò fosse confermato, non crede che sia in antitesi con le disposizioni regionali in materia di incentivazione allo spopolamento della zona rossa? Non ritiene opportuno indirizzare l”attenzione verso altri settori imprenditoriali come il turismo o la tutela dei prodotti tipici per riavviare l”economia del Vesuviano?
“La proposta, o per meglio dire la provocazione che feci tempo fa, era la possibilità di realizzare dei sottotetti. Il sottotetto doveva essere qualificato come non accatastabile e quindi non concorreva all”accrescimento del patrimonio immobiliare dei singoli e avrebbe, qualora approvato, una condizione di blocco per attività future, perchè quando su un”abitazione c”è un “tappo” è difficile pensare che quando arrivano i figli o i nipoti questi possano pensare a sopraelevare indiscriminatamente. Inoltre avrebbe conferito agli edifici un importante valore paesaggistico, tanto è vero che l”ipotesi, formulata e poi censurata, prima ancora di capire di cosa si trattava, aveva il pregio di obbligare i cittadini vesuviani non solo alla classificazione estetica del proprio fabbricato ma adeguarlo alle norme sismiche, cosa che in quest”area non è assolutamente scontata visto che si tratta di un”edilizia piuttosto vecchia e realizzata appunto senza le necessarie autorizzazioni e quindi dal punto di vista sismico assolutamente inidonee”.

È quindi possibile adeguare i vecchi fabbricati o quelli non a norma?
“Lo scopo della “premialità”, chiamiamola così, era dato essenzialmente dall”adeguamento al rischio sismico, anche per quelli non in cemento armato”.

C”è quindi questa possibilità?
“Non c”è assolutamente, era una proposta che non è stata accolta, vedo anche nella formulazione del piano casa in corso d”approvazione alla Regione, la zona rossa rimane congelata. Il che va bene, in questo modo vorrà dire che si porrà un freno all”incremento demografico, ma è anche vero che quando c”è una norma, per quanto severa essa sia, è anche necessario attuare i necessari controlli. La proposta che io facevo aveva certamente molti difetti ma certamente il pregio di porre un limite, anche in un futuro, che noi speriamo piuttosto lungo, alle tentazioni di sopraelevazione e superfetazione. Quindi una proposta assolutamente calibrata e che non avrebbe di fatto determinato nessun incremento demografico se non una riqualificazione dei volumi esistenti e un adeguamento sismico. A fronte della possibilità di realizzare un sottotetto il proprietario avrebbe dovuto impegnarsi ad adeguare sismicamente la sua abitazione, ma ormai è storia vecchia, poichè questa possibilità non è data. Bisogna inoltre evitare che altri strumenti che hanno come proposito di garantire la decompressione dell”area vesuviana non diventino uno spreco di risorse come è accaduto con il bonus dato ai residenti che accettavano di allontanarsi dall”area vesuviana. Noi abbiamo bisogno, per ridurre il carico antropico, di riqualificare sempre più il tessuto urbano, di puntare a una maggiore qualità della vita, rispondendo a tutti quelli che immaginano invece, attuando un terrorismo psicologico e mediatico, che così facendo l”area possa “desertificarsi”, cosa che non avverrebbe poichè, al contrario, si otterrebbe un aumento del carico antropico, come è dimostrato ormai ovunque; dove nelle aree che non hanno un proprio tessuto connettivo dal punto di vista sociale, economico, che non hanno una propria identità territoriale, trova facile rifugio tutto il disagio umano, sociale, abitativo che c”è in giro. Quindi diventerebbe, l”area vesuviana, qualora noi non continuassimo a investire sulla sua riqualificazione, un refugium peccatorum, dove l”edilizia preesistente non verrebbe nè demolita nè ignorata, e magari tanti disperati potrebbero sceglierla per venirci a vivere accettando il rischio immanente del Vulcano a fronte di una precarietà abitativa”.

In un parco nazionale è fondamentale mantenere bassi i limiti di emissioni nocive all”ambiente e contenere gli effetti della massiccia antropizzazione che gravita intorno al cratere. San Sebastiano sembra uno dei pochi baluardi a far fronte all”alto tasso d”inquinamento del Napoletano e soprattutto sembra esserlo per la gestione dei rifiuti, ma vorremmo conoscere il percorso della locale gestione della differenziata per capirne il successo.
“È difficile mantenere bassi i limiti di emissioni inquinanti in una zona a così alta concentrazione demografica; esistono, all”ombra dl Vesuvio, comuni di pochi chilometri quadrati con un alto numero di abitanti, e quindi di automobili, che mal si concilia con l”habitat di un”area protetta. San Sebastiano negli anni ha fatto questa scelta di restare piccolo, stiamo diminuendo sempre più, in modo non significativo, ma indicativo della nostra volontà di farne un”area protetta, nel senso che il tasso d”inquinamento rimane contenuto, le aree a verde sono in buon rapporto rispetto all”edificato. Di recente abbiamo ricevuto un importante riconoscimento, nella provincia di Napoli, siamo l”unico comune individuato a ruralità prevalente. Vale a dire che le aree edificate sono minoritarie rispetto a quelle che ancora non lo sono e ci collocano al vertice della classifica provinciale. Per quanto riguarda la raccolta differenziata per noi è stata una scommessa, iniziata prima ancora dell”obbligo di legge, quando i comuni non erano minacciati dal commissariamento in caso d”inadempienza. Noi abbiamo ritenuto di doverla fare perchè San Sebastiano si presta particolarmente, un po” per ragioni urbanistiche un po” per la qualità delle persone che vi abitano, che certamente attendevano questa proposta organizzativa da parte del comune. I cittadini hanno risposto piuttosto bene, il che ci ha permesso di rispettare le tabelle di marcia, abbiamo iniziando con una modalità semplice, con pochi sacchetti, con delle macro-frazioni e adesso stiamo rispettando il programma con una raccolta molto più selettiva. È un investimento che dimostra quanto a Napoli e provincia, dopo la grande crisi dei rifiuti, sia possibile investire in civiltà ma dove c”è l”amarezza di sapere che la raccolta differenziata quando è fatta bene dai cittadini finisce per costare di più e questo non è possibile è una contraddizione, non si può far pagare in più ai cittadini una virtù, bisogna far pagare di più i difetti, le colpe, i peccati, la trasgressione, non certamente la virtù! Non è una considerazione di ordine morale ma l”amarezza di constatare che per smaltire una tonnellata di “umido” è necessario oggi spendere duecento e passa euro per l”indisponibilità di impianti di trattamento della frazione organica nella regione. Non possiamo, nei momenti di crisi, bloccare il ciclo perchè significherebbe la fine della raccolta differenziata come sta accadendo in molti comuni, che dopo essere partiti di buona lena, oggi si ritrovano in una condizione di sostanziale fallimento. Raggiungere poi livelli consistenti di raccolta differenziata è una cosa difficile ma non impossibile, ma poi mantenerli è ancora più impegnativo. Noi continueremo in questo sforzo, faccio un esempio, tutto ciò che è in strada nel Mezzogiorno rappresenta un forte attrattore del cosiddetto talquale. Quindi, da questo punto di vista, bisogna investire in controlli e sanzioni ma bisogna prendere anche atto che l”immondizia deve essere collocata il più vicino ai luoghi di produzione. Nel prossimo futuro noi toglieremo anche le campane per il vetro provvedendo con un altro sacchetto o molto più probabilmente un secchio”.

Non sarebbe opportuno insistere con maggiori controlli e sanzioni?
“Abbiamo sanzionato trentasettemila euro di multe, ma neanche la vessazione può essere uno strumento di persuasione, è preferibile l”educazione”.

Inoltre, sempre nell”ottica della salvaguardia ambientale, la pregevole iniziativa della centrale fotovoltaica di via Panoramica Fellapane, sembra essersi arenata in un incompiuto michelangiolesco; la data di consegna dei lavori era prevista per il novembre 2007, cosa può dirci a riguardo?
“Per quel che concerne la centrale fotovoltaica, sta funzionando, non l”abbiamo ancora inaugurata in attesa dei primi dati certi di produzione d”energia. Stiamo inoltre tarando un contatore bidirezionale (biorario) che fa ancora un po” di “bizze” e vorremmo inaugurarla con dei dati più precisi. Abbiamo scelto una formula che non è molto innovativa perchè la tecnologia non è ancora matura, nel senso che noi produciamo energia e la rivendiamo all”ENEL e poi acquistiamo, in maniera convenzionale, dalla stessa; quando la vendiamo però, per legge, la famosa 56 (Deliberazione 9 maggio 2008-ARG/elt 56/08, ndr.), viene pagata il triplo del prezzo di costo. Nella prossima primavera potremmo fornire ai cittadini dei dati di quanto ci ha fatto risparmiare e fare un programma di implementazione del fotovoltaico. Anche qui subentra un problema di educazione, siamo stati inseriti inutilmente nel progetto “Cento comuni per cento progetti” con un programma di incentivi per l”incremento degli impianti fotovoltaici sui garages, ma non abbiamo avuto molte domande, il che significa che dobbiamo investire molto più sull”informazione. Certo è che il fotovoltaico non è più il futuro ma il presente, quindi dobbiamo dare un piano coordinato anche qui con l”Ente Parco e con la Sopraintendenza perchè i pannelli non sono bellissimi, ma neanche si può accettare che questa tecnologia, che tanti vantaggi dà sul piano economico e sul piano ambientale, debba cadere proprio sotto la scure di quegli enti che lo devono tutelare”.

Infine, può esprimerci la sua opinione sulle discariche vesuviane, e in particolar modo il destino dell”Ammendola-Formisano?
“Le discariche andrebbero bonificate, a spese degli interessati; per quanto riguarda l”Ammendola-Formisano, siamo riusciti a non farla rientrare nel novero di quelle discariche che si stanno riaprendo nel Parco come Terzigno, e questa la consideriamo al momento come una battaglia vinta. La si era infatti attrezzata con un”impermeabilizzazione per ospitare non solo i rifiuti di Ercolano che impudentemente li ha stoccati durante la sua emergenza, ma per ospitare anche altri milioni di metri cubi di rifiuti. Questo è inaccettabile e bisogna pensare ad una sostanziale bonifica. Non sono in verità molto ottimista, nel senso che la vera bonifica coinciderà con la rinaturalizzazione. Per fortuna la natura, anche se in tempi molto lunghi, si riapproprierà dell”ambiente”.

È comunque da tenere in conto l”esempio negativo che dà quello che viene definito ancora oggi sito di stoccaggio provvisorio e che provvisorio non lo è più. Per personale costatazione la zona in questione è soggetta a sversamenti abusivi continui che, puntualmente, a cadenza annuale vengono dati alle fiamme come è accaduto questa e l”estate scorsa con conseguenze nocive per la comunità.
“Credo che la strategia più efficace sia quella di chiudere gli accessi, anche a costo di creare problemi agli agricoltori, creare un meccanismo di responsabilità tra chi possiederà le chiavi di questi eventuali cancelli. Quindi c”è bisogno di un”azione sinergica, con controlli e chiusura dei varchi, perchè è certo che non ci possono arrivare se non con dei mezzi per scaricare, facendovi anche fronte soprattutto con un”anagrafe di coloro che posseggono fondi in queste aree e che si assumano la responsabilità della tenuta di questa “barriera””.
(Nella foto il Comune di San Sebastiano al Vesuvio)

L”INTERVISTA AL DIRETTORE DEL PARCO DEL VESUVIO

I MALESSERI DELL’ADOLESCENZA

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La rubrica “Pubblico e Privato”, oggi posa lo sguardo su bulimia e anoressia. Due malattie che negli ultimi anni sono diventate l”espressione di un serio malessere esistenziale.
Di Silvano Forcillo

Non è facile parlare di queste due malattie. L”anoressia e la bulimia, infatti, oltre che rappresentare due complesse malattie mentali e due pericolosi disordini alimentari, nell”ultimo ventennio hanno assunto, anche, la caratteristica di un significativo e preoccupante malessere psicologico e affettivo, di una grave anomia, cioè di un grave stato di dissonanza cognitiva, (uno stato di sofferente incoerenza, tra le aspettative normative e sociali e la realtà vissuta), e quello di un serio malessere esistenziale dovuto al continuo e frenetico mutamento sociale, peraltro, caratteristica fondamentale di una società industriale, come la nostra fondata sulla globalizzazione e sulla spersonalizzazione.

L”anoressia mentale è la conseguenza del rifiuto di assumere cibo, rifiuto determinato dall”invincibile paura di acquistare peso e diventare grassi, anche quando si è perso peso e, addirittura, si arriva al disotto dell”85% del peso normale per la propria età, sesso ed altezza.
La bulimia è l”ingestione di una quantità eccessiva di cibo, solitamente, di diverse migliaia di calorie, nel giro di poche ore e, solitamente, assunte ed ingerite spasmodicamente di nascosto dagli altri.

L”anoressia, nella maggior parte dei casi, insorge durante l”adolescenza (dodici, diciotto anni), mentre la bulimia può insorgere anche più tardi. Nella vita, specie in quella degli adolescenti e dei giovani, può succedere che si attraversino momenti di inappetenza, o di un irrefrenabile desiderio di cibo, ma il più delle volte sono fluttuazioni fisiologiche e sinergiche alla giovane età. Pertanto, la prima cosa da fare è accorgersi del fatto che non si tratta di un momentaneo e fisiologico disturbo fisico, o di una momentanea inappetenza, ma che, sta succedendo qualcosa di incontrollato che necessita di un immediato intervento, o provvedimento mirato a risolvere la difficoltà e lo stato di inspiegabile sofferenza o disagio.

È necessario, quindi, anzitutto, riconoscere i sintomi e i segnali del problema, prima che diventi una grave e irreversibile malattia.
L”anoressia, nelle ragazze e giovani donne si manifesta come una ineluttabile esigenza a controllare tutto e tutti, di razionalizzare e vivere in preda ad un invincibile “perfezionismo”: Nelle adolescenti, invece, si manifesta con la difficoltà a riconoscere il proprio corpo, si tratta di un disturbo noto, come “dimorfismo corporeo”, cioè si ha unavisione distorta della propria immagine corporea, la convinzione di notare un difetto inesistente,o la tendenza ad ingigantirne uno minimo. Proprio questa fobia puògenerare ossessioni che possono determinare l”insorgenza dell”anoressia e della bulimia.

Il dismorfismo o dismorfofobia corporea non è provocato daun disturbo visivo, ma dalle elaborazioni degli stimoli visivi che determinano una percezionedeformata del proprio corpo, cioè ci si convince di un qualcosa che non è reale. L”immagine che abbiamo del nostro corpo non è statica, ma varia continuamente in relazione a molteplicifattori: affettività, umore, emozioni, ambiente che ci circonda, esperienza fisica, qualità e profondità delle interazioni e delle relazioni interpersonali, ma in particolare è influenzata dalla propria autostima, dalla propria accettazione e dalla visione positiva, o negativa della vita e della propria esistenza più che da altre caratteristiche estetiche, fisiche, sociali o mondane.

Quindi, fortunatamente, non esistono assolutamente regole che dimostrino che una taglia 38è sinonimo di bellezza, ma che, nella maggioranza dei casi, una taglia 38 è proprio sinonimo di non accettazione di se stessi, del proprio modo di essere e di vivere le proprie emozioni.
Le donne che soffrono di bulimia, a differenza di quelle che soffrono di anoressia, non sono schiave, nè dell”ossessione di dovere controllare tutto, nè del “perfezionismo”, vivono, invece, la “sconfitta”, e, in una invincibile “coazione a ripetere”, che in continuazione ricercano e la confermano con l”introduzione smodata e spasmodica di cibo, che non è in relazione al reale fabbisogno calorico, quanto piuttosto al sentirsi “disintegrati”, con se stessi e con il mondo esterno; con se stessi perchè la dimensione razionale-esteriore non è integrata con la dimensione sensibile- interiore; con l”esterno, perchè l”incapacità di sapersi relazionare con se stesse, soprattutto, nei momenti vuoti, non permette di sapersi relazionare con il mondo esterno.

Per questo motivo chi soffre di bulimia cerca di saziare una fame che non è certamente del fisico, o della mente, quanto piuttosto dell” “anima”, che non troverà mai completa soddisfazione; infatti, raggiunta la sazietà, ci si sente assaliti da devastanti sensi di colpa, disgusto e schifo per se stessi, tanto da doversi procurare il vomito, per poi, abbandonarsi sfatte e sconfitte al dolore dell”anima.

Come prevenire o curare l”anoressia o la bulimia?
Con la psicoterapia individuale, o la psicoterapia di gruppo. Pertanto, se avete l”impressione di essere personalmente interessati da un tale disturbo alimentare o comportamentale o, se pensate che, di questo disturbo psicogeno dell”alimentazione o del comportamento sia affetto un vostro parente o familiare, non esitate oltre a contattarmi. Occorre più coraggio a chiedere aiuto che ad evitarlo, ma questa è la vera forza della Persona: la consapevolezza dell”Essere il coraggio di rischiare.
(Fonte foto: Rete Internet)

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