In un mondo globale che ormai smaterializza anche gli oggetti e costruisce edifici di chiacchiere Napoli dà ancora testimonianza di quel senso della realtà che percorre come motivo- guida tutta la sua incomparabile storia. Napoli sa che nel teatro della storia pochi attori interpretano innumerevoli maschere, e tutti i copioni sono variazioni di una sola trama.
Napule è ‘nu paese curioso, è ‘nu teatro antico, sempre apierto ( E. De Filippo)
A Napoli non servono né i vaticini dei guru della politica e dell’economia, che spesso non ci azzeccano, né gli oroscopi di veggenti e indovini. Quando dicono che Napoli è la sola città antica che sia sopravvissuta nel mondo moderno, Goethe, Stendhal e Pasolini non parlano da archeologi, ma da filosofi. E le radici di Napoli hanno succhiato da una parte gli umori filosofici di Parmenide, di Zenone e della scuola eleatica – Elea, Velia, Ascea-, dall’altra il materialismo di Epicuro, degli epicurei ercolanesi e di Sirone che teneva scuola a Posillipo e aveva come alunni Orazio e Virgilio: insomma, Napoli ha imparato fin dai tempi antichi che per alcuni il movimento è un’illusione ottica e il mondo è regolato da un ordine razionale, e che per altri, invece, il movimento è un principio costitutivo del cosmo, dell’aggregarsi degli atomi e del loro disgregarsi, e dunque della vita e della morte. Era fatale che Napoli si abituasse da subito a non meravigliarsi di alcunché, e a mettere in conto che sul palcoscenico della storia salissero a recitare personaggi di ogni genere, nel segno di “Tutto e del contrario di Tutto”. Dalla cultura antica Napoli ha ereditato il saggio costume di riflettere sul Tempo, e perciò ha conquistato, da secoli, due salde certezze: la prima, e la più importante, è che per noi uomini il Tempo è un segmento, ha un inizio e una conclusione; la seconda, invece, ci spiega che il Tempo è circolare, alla fine ripete i suoi percorsi e torna al punto di partenza.
Ispirata e consolata da questa ancestrale sapienza, Napoli non si è meravigliata che su di lei i così gli intellettuali formulassero giudizi di segni nettamente, e spesso violentemente, opposti: e non si meraviglia che continuino anche oggi a impegnare i loro intelletti in questo fragoroso cozzo. L’ha messo in conto dai tempi in cui Lucullo organizzava sontuosi banchetti a Castel dell’Ovo, e Cicerone dichiarava che vivere in villa a Napoli è il solo modo per dimenticare le miserie della politica romana, che erano, già allora, miserie smisurate.
Il 31 dicembre 2002 il Corriere del Mezzogiorno titolava a tutta pagina: “Città vivibili, Salerno sorpassa Napoli”, ma nell’articolo di fondo Paolo Macry notava che la maggioranza dei napoletani non solo non condivideva la classifica del “Sole 24 Ore”, ma ringraziava gli amministratori comunali e regionali per i grandi progetti che essi disegnavano, per le molte promesse che facevano, creando aspettative e speranze. Nel 2016 il “Sole 24 Ore” dice che per la qualità della vita Napoli è quartultima, “ma è tra le città più amate dai turisti” (la Repubblica, 13 dicembre) e il sindaco De Magistris dichiara che incomincia “a pensarla come Erri De Luca: dovremmo fare una domanda perché Napoli sia esclusa da queste classifiche”, che tengono conto solo di “indicatori consumistici” e non dei valori culturali, delle “frotte di turisti e dell’entusiasmo della gente”. Nei giorni terribili dei cumuli di monnezza che arrivavano fino al cielo Mario Martone disse che la città era “purgatoriale e disillusa” e che vi “dilagava una precarietà dell’anima” (CdM, 12 ottobre 2007), e pochi giorni dopo (CdM, 4 novembre 2007) Aldo Cazzullo sentenziò che “Napoli esporta il caos” e il suo “spirito anarchico ha contagiato il resto d’Italia”. Ma Raffaele La Capria gli rispose che era vero il contrario, che “l’Italia era il vero problema di Napoli”.
Quattro anni dopo (CdM 9 giugno 2011) Luigi Riello scrisse che il “degrado” della città non dipendeva solo dai clan dei camorristi, ma dalla “strafottenza” dei molti, troppi Napoletani “che tacciono per assuefazione o per paura, oppure pensano di esorcizzare i problemi con prediche e proclami”. L’anno scorso, tre libri, “La storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales, “La mala setta” di Francesco Benigno e “Collusi” di Nino Di Matteo e di Salvo Palazzolo hanno spiegato che i livelli alti di camorra, mafia e ‘ndrangheta e alcuni settori della burocrazia dello Stato e del ceto politico formano ormai una casta che è difficile attaccare, e dunque hanno dato indirettamente ragione alla prudenza dei napoletani. Perché non di “strafottenza” si tratta ma di realismo, come ha scritto Silvio Perrella: “Ecco quello che Napoli può ancora insegnare al mondo: il tangibile, carnale, a volte spiacevole e doloroso, ma sempre guizzante e carico di misura, senso della realtà. Di fronte al dilagare della smaterializzazione del mondo, Napoli si pone come un baluardo fatto di pietra, un petraio sfavillante di immaginazioni culturali”.
Certo, questo realismo si colora talvolta di cinismo: lo dimostrano i proverbi e le massime, in cui i Napoletani hanno sintetizzato la loro visione del mondo: “A che servono ‘e legge, si ‘o danaro appara ogni guaio?”, “’a legge è comme a ‘na felinia( la ragnatela):ce ‘ncappano ‘e muschille, ma ‘e muscune ‘a sfonnano”, “articolo quinto: tene mmano chi ha vinto”, “ Cagnano ‘e sunature, ma ‘a museca è sempe ‘a stessa”, “lassamme stà’ ‘e ccose comme stanno”. Ma è noto che dal cinismo prorompono talvolta i fulgori dell’amore per l’idea: quando è necessario, i napoletani sanno essere coraggiosi, sanno difendere la propria dignità: sarebbe bello scrivere qualcosa sui “napoletani in guerra”, anche per smontare certe insinuazioni cialtronesche, disseminate negli ultimi tre secoli sul comportamento in battaglia dei soldati di Napoli.
I Napoletani sanno, da sempre, che sul palcoscenico della storia, cambiano le maschere, i panni, i toni della voce, i gesti, ma gli attori sono pochi, sempre gli stessi, e che tutti i canovacci e tutte le trame, al di là di qualche battuta, di qualche personaggio secondario, di qualche periferica variazione della storia, si riducono, infine, a una sola trama: perché l’esercizio del potere, le relazioni sociali, le scale dei valori, le leggi dei forti e le illusioni dei deboli sono, da sempre, recite che si ripetono, come noiose litanie.



