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Uno degli elementi che gravita intorno alle tante problematiche riguardanti la morte è il luttinoo comunemente detto pagellina: il rettangolino di carta con la fotografia, i dati anagrafici, la presenza protettiva di una immagine sacra ed una preghiera a cui la gente comune ricorre per ricordare il caro estinto.

 

Nella cultualità domestica, in particolare nell’area meridionale della nostra penisola, li troviamo spesso disposti su altarini domestici insieme a campane di vetro, adorni di fiori e lumini ad indicare un modo di perpetuare il dialogo con una esistenza non più materica, tutta spirituale, ma viva e affettuosa.

Storicamente i ricordini di morte trovano i loro antecedenti negli antichi ritratti dei faraoni, nelle maschere funebri dei morti conservate dai popoli asiatici ed infine nelle splendide effigi funebri di area ellenistica e romana. Indipendentemente dal tempo e dal luogo ove sono state prodotte, esse hanno sempre manifestato la medesima necessità: riprodurre l’effigie del defunto per procurarsi l’immortalità attraverso la memoria affettuosa dei vivi.

Sembra che la nascita e la diffusione del luttinosia già attestata nella prima metà del XVII secolo, secondo una matrice iconografica proveniente dalle scuole degli incisori fiamminghi, operanti nel nord dei Paesi Bassi tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700.

I primi pregevoli esemplari furono quelli appartenuti a Maria Teresa d’Austria (1717 – 1780).

Uno di questi si riferisce all’imperatore Leopoldo I (1640 – 1705), con sul rectol’effigie del monarca morente e con il versoornato di una ciocca di capelli del defunto.

A partire dal 1741 la Stamperia Klauber di Augsburg (Augusta in Germania) avviò l’edizione di nuovi esemplari, che troveranno una indiscussa espansione verso la fine del Settecento in Austria e nei paesi fiamminghi. In Francia, dove erano diffusi già i comuni santini merlettati, ad opera dei monasteri di clausura, la diffusine del luttino trovò terreno fertile nell’atmosfera illuministica di fine Settecento, probabilmente per ridimensionare la concezione della paura della morte.

In Inghilterra, l’exploit del luttino, e dell’arte funeraria in genere, si ha verso gli anni Sessanta del XIX secolo in piena età vittoriana.

L’Italia, invece, godrà della produzione estera fino a tutta la prima metà dell’Ottocento: solo negli ultimi decenni di questo secolo si comincerà a produrre in loco il ricordino funebre sulla scia della scuola francese. Le prime tipografie italiane furono quelle dell’Immacolata Concezione e di San Giuseppe di Modena. Più tardi ebbero una produzione propria Vicenza, Roma, Bologna, Ravenna, Napoli e Torino con gli editori De Maria e Leonardi.

Agli albori del XX secolo, la presenza del luttino è sempre più consistente, divenendo un oggetto alla portata di tutti. A Somma Vesuviana, l’exploit dei luttini avvenne tra gli anni ’40 e gli anni ’60 del XX secolo. L’esemplare (vedi foto) sommese si compone strutturalmente di un rectoe di un verso: la facciata bianconera è ornata con raffigurazioni dai vari temi funebri e listata con un filetto nero; il retro riporta il nome del defunto, i dati di nascita e di morte, la fotografia, una breve orazione funebre o un versetto tratto dalle Sacre Scritture ed, infine, una descrizione minima delle doti umane e del ruolo sociale dell’istinto (elogia). Per l’occasione la tipografia Esposito di Somma si forniva di manuali o frasari propri a secondo dello status e del ruolo del trapassato, del sesso, dell’età. E così all’interno dell’annuncio di morte si trova scritto di tutto: al defunto si associavano le più belle e delicate virtù, i sentimenti più profondi, le doti umane più indiscusse, tanto ché da ogni luttino traspare, per chi ancora oggi è in possesso, un ritratto di uomo, di madre, di figlia e cosi via, radicalmente idealizzato. Il lessico, per questi luttini, utilizza vocaboli tra i più toccanti, mentre richiamano al sentimento perenne dell’estinto e all’inconsolabile dolore di chi resta. L’altro aspetto è l’uso frequente di riferimenti tratti dalla cultura religiosa e laica: sul recto, infatti, è sempre presente una massima sulla morte estrapolata dal Vangelo o dal pensiero di grandi Santi. L’iconografia, invece, è influenzata dallo stile neoclassico, dal ritorno al neogotico e dallo stile Liberty: il tema dominante è un’ attenta rivisitazione dell’architettura propria di quegli stili. Ed ecco riprodursi immagini di cimiteri e di tombe, di colonne spezzate e di croci uncinate, impreziosite da elementi arborei e floreali offerti da una natura pietosa. Altri temi molto diffusi si riferiscono a Cristo: dalle immagini degli Ecce Homo, alla dolorosa Crocifissione, a Cristo nel campo dei gigli, al Sacro Cuoredi Gesù. Costante è anche la presenza della Vergine Addolorata nelle pie memorie: la troviamo raffigurata chiusa nel suo scuro mantello e con lo sguardo implorante, in atteggiamento di accorato sconforto mentre stringe al petto la corona di spine ed, infine, mentre accoglie il Figlio morto nel suo grembo. Sovente appare l’immagine dell’Angelo nocchiero che traghetta l’anima, sotto forma di giglio, verso la salvezza. Quello dell’ Angelo è uno dei più bei temi iconografici dei luttini. Con l’uso della fotografia a colori, e, dagli anni Settanta del Novecento in poi, il luttino abbandona quasi del tutto le tinte tetre e il bordino nero. Oggi, normalmente, c’è ancora l’usanza di offrire ai parenti e amici del defunto dopo il Trigesimo, una sua bella foto a colori plastificata, che occupa tutto il recto del luttino e sul verso la data di nascita e di morte, un detto o, più di rado, un versetto delle Sacre Scritture. Un modello, questo, tutto  laico e terreno di commemorare oggi i propri defunti, in perfetto accordo con la attuale cultura della morte, che cerca di affermare il potere della vita in contrapposizione all’ombra funesta della morte.