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Quando Strepsiade mostrò il dito medio – il dito di Cattelan- a Socrate, sì proprio a Socrate…

Scrissi sei anni fa: se i nostri politici dimostrassero di essere convinti che loro sono i furbi e che noi siamo gli stupidi; se confondessero lo spazio delle istituzioni con quello dei talk show; se sentenziassero che non c’è merito alcuno nella competenza; se, rubando la battuta all’on. Cocchetelli del film “Il turco napoletano”, dichiarassero che fanno tutto solo“per il bene della Nazione”; se l’Italia fosse ancora il Paese dei giullari di cui parlava Tommaso Pincio, a Cattelan bisognerebbe chiedere di “piantare” una copia del “dito impudico” in ogni città. Ma per fortuna tutti vediamo che l’Italia non è, oggi, un Paese di giullari. Tutti, dico tutti, lo vediamo. O no? Il “dito medio” di Galileo Galilei.

L’insulto che si fa mostrando a qualcuno il dito medio teso in alto è antichissimo -secondo Morris è un gesto noto anche alle scimmie – e chiarissimo: si augura a qualcuno – un maschio, di solito – di essere violentato in un certo modo e di recarsi da qualche parte a subire la violenza sessuale: va’ a fan……l’espressione napoletana è nota in tutto il mondo.Nelle “Nuvole” di Aristofane Socrate cerca di spiegare a Strepsiade il ritmo di quel “piede metrico” che Greci e Latini chiamavano “dattilo, dito”, e Strepsiade subito lo ferma: lo conosco “il dito -esclama – e mostra al filosofo il suo dito medio: insomma Aristofane gli fa fare quel gesto lì, perché il pubblico sappia che lui, Aristofane, non sopporta la filosofia di Socrate. I Romani battezzano il gesto “digitus impudicus”, “il dito sconcio” e in un epigramma di Marziale Sestillo lo punta contro chi si permette di fare lo spiritoso sulle sue abitudini sessuali. Ma poiché da sempre si crede che l’organo sessuale maschile abbia anche il potere di sconfiggere il malocchio – basti pensare a un gesto che fa parte del patrimonio culturale di Napoli –, un altro personaggio di Marziale, Cotta, che ha 62 anni – un’età veneranda, per gli antichi – e non è stato mai malato, nemmeno un po’ di febbre, è naturale che, quando incontra i medici, mostri ad essi il dito medio, il “digitus impudicus: sciò, sciò, ciucciuve’….A Firenze, nel museo che porta il nome di Galilei, è conservato il dito medio della mano destra del genio (immagine in appendice): è il dito che indicò agli uomini astri e soluzioni dei misteri celesti, ma è anche la risposta alle intenzioni di quelle autorità civili e religiose che cercarono di bloccare le sue ricerche: il valore di questa risposta è il tema centrale della canzone “il sogno eretico” che Caparezza ha dedicato al dito. Il “dito”, la cui immagine correda l’articolo, è una scultura in marmo di quasi 11 metri, opera di Maurizio Cattelan, lo scultore italiano più quotato e odiato: sta, questa scultura, a Milano, al centro di piazza Affari, di fronte al Palazzo della Borsa. Sta lì dal settembre del 2010: vi doveva restare per poco tempo, ma nel 2012 la giunta del sindaco Pisapia, su sollecitazione dell’assessore alla cultura Stefano Boeri, decise che la scultura sarebbe rimasta per sempre in città: alla città del capitalismo italiano quel “dito medio” piazzato di fronte al Palazzo della Borsa serviva, e serve, forse, per placare un poco i morsi della coscienza. Ma non si placarono le proteste di chi credeva e crede che quello “spreco di marmo” non sia un’opera d’arte, che Maurizio Cattelan sia non un artista, ma “un giullare”, e che non sia opportuno rivolgere un gesto così volgare agli operatori della finanza. Fingendo di gettare acqua sul fuoco, ma in realtà alimentando l’incendio, Maurizio Cattelan, magistrale venditore della propria arte, spiegò che il titolo dell’opera è “Love”, da intendersi come “l’amore” della lingua inglese, e come acronimo di “libertà odio vendetta eternità”. Non contento, l’artista aggiunse che aveva voluto esprimere la sua aperta avversione al fascismo realizzando una mano aperta in un saluto fascista che risulta però “depotenziato”, perché le dita di questa mano sono tutte tronche, eccetto il dito medio. In ogni caso, poiché, come ci hanno spiegato Hans Gadamer e Renato Barilli, l’opera d’arte, una volta “pubblicata”, appartiene non più all’autore, ma al fruitore, Cattelan non potrà impedirci di pensare che quel dito medio teso in avanti sia proprio un simbolo fallico e voglia dire proprio quell’ingiuria lì, quell’oltraggio che già i Romani scagliavano contro qualcuno mostrandogli il “digitus impudicus

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