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Quando Leopardi scese in guerra contro la  filosofia napoletana  dei maccheroni…

Nella satira “I nuovi credenti”  Leopardi  scrisse che i Napoletani avevano costruito la loro  filosofia dell’Essere sul “piatto di maccheroni”, e perciò erano felici: di quella felicità che viene dall’ignoranza.  Ma forse il suo sarcasmo fu ispirato dalla volontà di resistere al fascino dei maccheroni che stava conquistando anche lui. Tuttavia, grazie a lui  “i maccheroni”  diventarono un tema serio del “ragionar filosofico”.

Leopardi a Napoli si trovò bene per necessità, perché non sapeva dove andare; perché poteva colloquiare, a modo suo, – un modo sublime -, con la solitaria e minacciosa grandezza del Vesuvio; perché, secondo qualcuno, gli piacevano i timballi: ma io non ne sono sicuro; perché gli piacevano i sorbetti di Vito Pinto. E questo è certo. Ma non gli piacevano gli intellettuali napoletani. Nemmeno a lui. Nemmeno un poco. Non ne sopportava l’affetto, spesso solo apparente, per lo spiritualismo, e soprattutto non sopportava la radice, che era il romanticismo cattolico, di questo spiritualismo teatrale. A Leopardi piacque Napoli, ma non piacquero i Napoletani: gli apparivano inclini all’indifferenza e al cinismo, incoerenti, capaci di un’ironia beffarda e demolitrice che non aveva rispetto di alcunché, e si esercitava anche contro i valori autentici dell’intelletto. In una satira in terza rima, I nuovi credenti, che venne pubblicata dopo la sua morte, Leopardi descrive una battaglia in corso: da una parte lui e la sua filosofia, dall’altra i Napoletani e la loro filosofia : … e in breve accesa / d’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi ; ch’ai maccheroni / anteposto il morir, troppo le pesa. / E comprender non sa, quando son buoni,/ come per virtù lor non sien felici / borghi, terre, province e nazioni. / Che dirò delle triglie e delle alici ?

Dunque, il principio primo su cui i Napoletani hanno costruito la loro concezione dell’essere è il piatto di maccheroni: in difesa di questo principio tutta Napoli si arma contro Leopardi e contro la sua filosofia: contro Condorcet e Diderot e contro tutti gli illuministi della prima generazione e della seconda Napoli mette in campo non le chiacchiere dei suoi intellettuali, non l’idealismo annacquato dei nuovi credenti: cattolici, romantici e spiritualisti, ma schiera i maccheroni suoi, contornati da alici, triglie, ostriche, cannolicchi e altri frutti (frutta, dice Leopardi) di mare. I Napoletani non sono in grado di avvertire né dolore né noia, sentimenti sublimi, riservati alle anime nobili: i loro appetiti vengono saziati dagli spettacoli teatrali, dalle passeggiate a Portici, in Villa e a via Toledo, dai sorbetti di Vito Pinto. I Napoletani sono e saranno un popolo felice: di quella felicità, chiarisce sarcastico Leopardi, che viene da ignoranza e sciocchezza.

C’è nel violento attacco una cattiveria che non pare compatibile con il carattere e con lo stile del poeta, a cui la grandezza dell’intelletto e del cuore concesse, in certi momenti, il privilegio di penetrare, attraverso il dolore, fino all’essenza delle cose. Notò Benedetto Croce che nella satira, sotto la sprezzante invettiva, c’è la traccia di quella serenità che Napoli donò al poeta, sollecitandolo ad aprire la sua sensibilità a una percezione nuova della realtà, a confrontarsi con un mondo di sensazioni, odori, sapori, colori, che richiedevano nuovi registri di comprensione, e con paesaggi e ambienti in cui la natura e la storia si manifestavano in ogni possibile forma: le rovine di Pompei, il caos delle strade cittadine, un mare pittoresco, una campagna mitologica, la scabra, terribile solennità del Vesuvio.

Questo mondo, che Leopardi credeva estraneo e che tuttavia era capace di suggerirgli emozioni nuove e intense, lo spinse a riconsiderare il valore delle parole e il senso dei nomi, perché nuovo era il senso delle cose. Così nacque la poesia altissima della Ginestra. E un giorno il poeta buttò giù, su due foglietti, un elenco di 49 ricette, pubblicato qualche anno fa nel libro Leopardi a tavola. Nelle due carte, conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, non c’è, ovviamente, la prova di una vocazione improvvisa e irrefrenabile per l’arte della cucina: vi si manifesta, piuttosto, quella voluttà del catalogare, a cui cedono spesso scrittori e pittori, e che rivela un bisogno di riordinare il mondo e di riconsiderare il rapporto con gli oggetti.

Nello Zibaldone Leopardi elenca le parole poetiche e quelle che poetiche non sono; nei foglietti della Nazionale elenca ricette. Forse si accorse che la filosofia dei Napoletani stava mettendo in crisi la sua filosofia, forse sentì che stava cedendo alle Sirene; l’intelletto gli ordinò di resistere, e lui si difese e si sottrasse all’incantesimo conducendo un attacco di inaudita violenza verbale contro quel popolo complicato, e contro la sua visione del mondo, che egli riassunse in un simbolo: i maccheroni. Da Leopardi in poi, i maccheroni sono, a buon diritto, un argomento serio del ragionar filosofico.

 

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