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Quando le erbe delle terre vesuviane erano usate non solo in cucina, ma anche dai medici

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Correda l’articolo l’immagine del “Contadino di Somma” dipinto da Marco De Gregorio a metà dell’’800. Scrissi in un articolo: “Il contadino di Somma ha il volto scarno e ruvido della fatica: la struttura triangolare della testa, il solco sulla guancia destra, il contrasto netto tra luce e l’ombra accentuano i tratti della magrezza. La bocca è una nera ferita, modula a fatica un sorriso di sorpresa e di disincanto, lo sguardo è vigile, sotto il peso delle palpebre. Ma questo contadino è, infine, una solida figura, è un fiero padrone del suo spazio, che è fatto di pietra, di verde, di cielo. Il suo cappello, costruito con pochi e saldi tocchi di pennello, ha la perfetta semplicità di una corona e le sue mani gonfie stringono la cima del bastone come se fosse l’elsa di una sciabola o uno scettro”.

 

L’asparago officinale Michele Tenore lo trovò, intorno al 1820, nelle siepi a Madonna dell’Arco: i monaci gli dissero che era un’erba miracolosa, poiché dava forza al cuore, era diuretica e scioglieva i calcoli. I Vesuviani mangiavano anche rucole coltivate e selvatiche, credevano che l’arucola di Spagna li liberasse dalla tosse e, con l’aggiunta di senape, che trovavano lungo le strade, diventasse un rimedio efficace contro lo scorbuto. I Romani credevano che un infuso di ruchetta e di aceto cancellasse le lentiggini. Contro lo scorbuto funzionavano anche le rape selvatiche che popolavano soprattutto il Granatello, e da cui gli speziali della costa traevano uno sciroppo miracoloso.

L’identità vesuviana si forma anche attraverso l’esperienza di donne e di uomini che per secoli hanno percorso la montagna alla ricerca di cibo e di legna per il fuoco e hanno violato le proprietà private, spinti dal bisogno o dalla confusa, istintiva certezza che il Somma- Vesuvio è di tutti, sempre, e non solo nei giorni della catastrofe. A metà dell’’800 i padroni delle terre protestano con il Sottointendente, perché “là sulla montagna nostra di Ottajano e propriamente sulle contrade Piscinale e Carcova vedono con sommo raccapriccio e ogni giorno una masnada di ladruncoli, di uomini e di donne, non escluse mandrie di capre e di pecore, i quali in tutta la linea fanno mano bassa e devastano quanto trovano in essi fondi, di erbe, legname, vimini e arutoli e frutti, in guisa da renderli tabula rasa. Questi devastatori sono di tutte le nazioni, cioè di Somma, e anche di Ottajano, e specialmente dei rioni Avini, Zabatta e Madonna della Scala, i quali si divertono ad esercitare l’industria di allevare animali vaccini a danno di noi proprietari, che sono costretti a correre l’alea o di uccidere o di essere uccisi da essi, perché armati di roncole e di altre armi.”.

I mandriani cercavano soprattutto le veccie e alcune specie di latiro: lo sferico, che il Pasquale trovò solo ai Canteroni, il silvestre, diffuso a Pompei e alla Vetrana, il tenuifolius, che a Somma chiamavano dolaca, e serviva per pascolo e per la salimme, cioè il sovescio. La ruta era, per Plinio, anche un antidoto contro tutti i veleni, funghi e morsi di serpenti, “tanto che le donnole mangiano ruta quando si accingono a combattere con i serpenti”. La medicina antica credeva che fosse un rimedio efficace per l’emicrania. Il Maione allevava con l’erba medica le api, e i pastori allevavano le greggi, anche perché non era grande la disponibilità di tribulone, sufficientemente diffuso solo lungo gli alvei di Somma e intorno a Pompei, e di tribuli muscarelli, il fieno greco corniculato, che era abbondante soprattutto  nelle vigne e nei frutteti di Portici, di Ottajano, di Torre del Greco: la medicina popolare ne faceva uso nei cataplasmi contro la febbre, per ridurre gli zuccheri nel sangue, e aumentare il latte delle puerpere e i suoi semi erano considerati un balsamo per il fegato. Gli antichi lo somministravano in decotto alle donne che soffrivano di ulcere vaginali.

Solo a Somma e ai Canteroni erano diffusi l’astragalo, o ranfa di gatta, o centro di gallo e la falsa rucola che, nascosta tra i lupini, veniva svelata dal suo odore particolare. C’erano 18 tipi di trifoglio: i più comuni risultavano il repens, chiamato dai contadini ceuzolle; il pratense, noto localmente come scappuccella; il moscatello, il patrini, il sciurillo, il comune “che è perenne verso il monte di Ottajano ”.  Il trifoglio incarnato veniva coltivato nei prati artificiali insieme con la fienarola e il trifoglio bituminoso; la fasolina selvatica, che i contadini vesuviani cercavano ai margini delle selve e dei campi, veniva consigliata dalla medicina popolare anche come vermicida. E così la gramigna, la grammegna, apprezzata anche come diuretica. Dienti di cane o di cavallo chiamavano il cipero olivare, un’erba dannosa per i campi coltivati, mentre è certo che i Vesuviani non usavano mangiare i dolcichini, i tubercoli delle radici del cipero esculento. Dice Plinio che “i triboli “erano rinfrescanti, che la radice, raccolta da chi era in stato di castità, eliminava la scrofolosi, che il seme, a portarlo addosso, calmava i dolori delle varici, mentre, tritato e sciolto nell’ acqua, uccideva le pulci.

Una poltiglia di gramigna rimarginava le ferite, il decotto della radice curava le coliche e sbriciolava i calcoli, i suoi semi si credeva che fossero un potente diuretico. Stretta in nove nodi e avvolta in un panno nero, combatteva la scrofolosi e gli ascessi, a patto che venisse raccolta, e somministrata, da un uomo digiuno. La cicerchia veniva coltivata negli angoli degli orti di Boscoreale e di Terzigno, mentre tra Resina e Torre del Greco già negli anni di Murat alcuni contadini avevano avviato la coltivazione del carrubo, e la sciuscella verace entrava nella dieta degli uomini e dei cavalli. La Montagna forniva gli odori: prezzemolo, rosmarino, tre tipi di micromeria, di cui la juliana fu trovata dal Pasquale solo sui muri di Sant’ Anastasia e sulle rovine di Pompei, dove si distingueva tra le altre erbe per il suo intenso odore, simile a quello del cedro.

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