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Perché la Madonna del Carmine proteggeva i Napoletani da maghe, streghe e “janare”….

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Alle maghe e alle “janare” napoletane Ferdinando Russo dedicò un articolo, pubblicato nel 1912, sull’ “Illustrazione popolare”. Sono le “janare” le streghe “create” dalla cultura popolare di Benevento e poi presenti anche a Napoli. Praticavano ogni specie di sortilegio e si servivano delle “erbe magiche”. Avevano paura della luce del sole, e perciò si invocava contro le loro “fatture” la Madonna del Carmine, Madre della luce, e come “Madonna Bruna”, capace d i “leggere” e  di dominare anche le tenebre. Correda l’articolo l’immagine del quadro ligneo “La Madonna Bruna” custodito nella basilica napoletana del Carmine Maggiore.

 

I monaci Carmelitani giunsero a Napoli nel secolo XII: erano stati costretti a lasciare il Monte Carmelo in Terra Santa, per sfuggire all’invasione dei musulmani. Ci dicono gli storici Leonardo Di Mauro e Renato Ruotolo che i monaci scelsero come dimora un antico tempio di Napoli dedicato a San Nicola, vescovo di Mira: qui si recavano a pregare i pescatori della zona detta “Campo Moricino”. Nella cripta della piccola chiesa c’era una grotta in cui i monaci collocarono il dipinto su tavola “La Madonna col Bambino” che avevano portato via dal Monte Carmelo. In seguito la Madonna rappresentata in quel quadro venne chiamata “Santa Maria la Bruna” per il colore particolare dell’incarnato. La venerazione che gli abitanti del luogo subito dedicarono all’immagine ritenuta miracolosa fece sì che la chiesa venisse ampliata e nuovi edifici fossero costruiti in quel luogo che perse rapidamente il carattere di “eremitarum locum”: nel 1270 Carlo d’Angiò donò ai Carmelitani un terreno di circa 4000 mq. perché vi edificassero il nuovo Monastero con il prezioso sostegno delle donazioni di Elisabetta di Wittelsbach, madre di Corradino di Svevia, e di Margherita di Borgogna, seconda moglie di Carlo d’Angiò. Già nel sec. XV i teologi carmelitani attribuirono a “Santa Maria la Bruna” il potere di salvare i devoti esposti a pericoli mortali – quelli che tengono la morte “ncopp’ ‘ a noce d’’o cuollo”-  e di sconfiggere i démoni delle tenebre, e, in particolare, gli incantesimi “costruiti” dalla magia delle fattucchiere e delle “janare”. (Il termine viene collegato a “dianara”, sacerdotessa del culto di Diana”, ma è più convincente la tesi di chi lo fa derivare dal latino” ianua”, porta: aprono, le “janare”, la porta della magia nera). Scrive Ferdinando Russo che queste streghe dicevano di poter convertire il fuoco in ghiaccio e di saper accendere o spegnere, in un “soggetto”, la passione d’amore ficcando nelle vesti del cliente “code di scorpione scongiurato”. Ma per gli incantesimi e le fatture più complesse le terribili donne avevano bisogno di parti del corpo dei morti: perciò, di notte, si recavano al ponte Ricciardo – in realtà era il ponte “Guizzardo”, nome antico del Ponte della Maddalena – staccavano dalla forca il corpo dell’impiccato – su quel ponte si eseguivano le condanne a morte -e, dopo aver danzato intorno al corpo steso a terra, gli staccavano un dente, un occhio, la lingua, dita e ciocche di capelli. Con questi “ingredienti” preparavano un infuso e nei suoi vapori leggevano “parole turchine” che usavano per intrecciare “fatture” straordinarie: far ammalare di etisia l’erede di un patrimonio odiato dai coeredi, indicare i luoghi in cui erano nascosti tesori e mucchi di gemme, gettare il cuore di monache, monaci e preti nel vortice di empie passioni d’amore. Ma nemmeno la janara più terribile sarebbe stata capace di sottrarre Ferdinando Russo al fascino dell’ironia: e così don Ferdinando scrive che le maghe del Ponte Ricciardo sapevano “cambiare bandiera a un uomo politico”. Scrive proprio così. Ma poi rasserena il lettore sentenziando che “oggi” – nel 1912 – non ci sono più né maghe, né janare, ci sono solo “le assistite”, le signore che chiedono ai morti i numeri da giocare al lotto: e poiché sul ponte della Maddalena non ci sono più impiccati, le signore vanno a interrogare i morti al cimitero di Poggioreale. E il ponte della Maddalena dovrebbe cambiar nome, e chiamarsi “Ponte dei sospiri”, perché è ininterrotto il sospirare degli uomini che seguono anche in tram la sfilata attraverso il ponte delle carrozze con le più belle signore di Napoli. Nel 1701 le lave di fuoco del Vesuvio minacciavano Ottajano: i Carmelitani portarono, “con devota processione”, la statua della Madonna del Carmine “incontro al fuoco”, e le lave si arrestarono. E dal quel momento la Madonna del Carmine fu la Compatrona di Ottajano. Ricordiamo che per secoli i teologi nolani e napoletani considerarono il Vesuvio sede di poteri diabolici – la “Valle dell’ Inferno”-e ci fu chi scrisse che le eruzioni erano la punizione per le inclinazioni alla violenza dei Vesuviani e, in particolare, degli Ottajanesi. Era dunque naturale che questi infelici chiedessero alla “Madonna Bruna” di sconfiggere con la Sua luce le tenebre e il fuoco  del “diabolico” vulcano.

 

 

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