La domanda è inevitabile: come è cambiata la società e, di conseguenza, il nostro linguaggio? Lo vediamo insieme attraverso la lettura di questo articolo che nasce da un “trend” sui social e da una domanda che mi sono posta.
Se potessimo riascoltare oggi una cena di famiglia del 1996, probabilmente ci stupiremmo. Niente telefoni sul tavolo, poche interruzioni, la TV magari accesa in sottofondo, ma le voci che si intrecciano davvero sono quelle delle persone sedute attorno al tavolo. Oggi, quello stesso momento è attraversato da notifiche, chat di classe, gruppi WhatsApp di lavoro, Reel che scorrono veloci.
Il tema che ho deciso di trattare oggi, per la rubrica ComunichiAmo, è nato proprio da un “trend” che da qualche giorno gira sui social.
Ma iniziamo proprio da qui: cos’ è un trend?… Trend è definito come “contenuti, formati, hashtag, suoni o sfide (challenges) che si diffondono rapidamente e vengono riproposti da un alto numero di utenti su piattaforme social” quindi qualcosa che trent’anni fa, appunto, non c’era.
Da qualche giorno sulle piattaforme social è comparso questo “gioco” del mettere a confronto l’anno 1996 con l’anno 2026, trent’anni di tempo, trent’anni di cambiamenti che sono visibili in noi (il confronto più diffuso è fotografico), trent’anni della nostra società ed io mi sono chiesta: come e quanto sia cambiata la nostra comunicazione e, quindi il nostro modo di relazionarci, in questo tempo.
Vediamolo insieme.
Negli ultimi trent’anni è cambiato tutto: gli strumenti, i tempi, i ruoli, le aspettative. E il modo di comunicare non poteva restare immobile. Proviamo a guardare alcune aree chiave.
Il linguaggio in famiglia: dal “si parla a tavola” al “ti scrivo su WhatsApp”.
Trent’anni fa, molte conversazioni importanti avvenivano in presenza: a tavola, in salotto, in macchina. Oggi, una parte crescente del dialogo familiare passa anche dai messaggi: genitori che scrivono ai figli nella stanza accanto, aggiornamenti su orari, impegni, permessi gestiti con brevi chat.
È un bene o un male? Come spesso mi trovo a scrivere, dire ed anche pensare, la parola magica è “dipende”. Dipende da come lo usiamo e, aggiungo, quanto lo utilizziamo.
Da un lato:
– aiuta a coordinarsi velocemente;
– permette di restare in contatto anche a distanza;
– offre ai più timidi un canale per esprimersi.
Dall’altro:
– rischia di sostituire il confronto faccia a faccia;
– favorisce malintesi (un “ok” può sembrare freddo, un silenzio può essere letto come rifiuto);
– riduce gli spazi di ascolto profondo.
In molte famiglie il linguaggio è diventato più orizzontale, meno gerarchico: si parla maggiormente di emozioni, si spiegano le regole, si argomenta.
Allo stesso tempo, si è perso a volte il coraggio del “no” chiaro, sostituito da lunghi giri di parole o da silenzi pieni di risentimento.
La comunicazione tra i giovani: velocità, sintesi e codice condiviso.
Tra i ragazzi, lo abbiamo osservato tante volte durante la lettura di questi articoli, il cambiamento è ancora più evidente. Il linguaggio giovanile di oggi è:
– ibrido: italiano, inglese, slang, meme;
– velocissimo: frasi brevi, risposte istantanee, voice da pochi secondi;
– visivo: emoji, GIF, sticker, video.
La chat è diventata il “luogo” in cui si conoscono, litigano, si innamorano, si chiariscono. Un “visualizzato e non risposto” può pesare più di mille parole.
Per gli adulti, questo codice sembra spesso superficiale. In realtà ha regole precise:
– il tempo di risposta comunica interesse o disinteresse;
– la scelta dell’emoji modula il tono;
– il passaggio dalla chat alla telefonata o all’incontro “dal vivo” segna un salto di intensità nella relazione.
Il rischio? Che tutto si giochi sul piano dell’immediato e del reattivo, con poca allenata capacità di stare nelle conversazioni lente, scomode, complesse.
La comunicazione online: da marginale a centrale.
Trent’anni fa internet era per pochi. Oggi, la nostra identità passa anche da:
profili social, commenti, recensioni, mail e newsletter.
La stessa informazione – e se siamo su un giornale on-line ne siamo consapevoli – è completamente cambiata, nella forma oltre che nei contenuti.
La comunicazione online ha alcuni tratti distintivi:
– è potenzialmente permanente: ciò che scriviamo può restare, essere salvato, condiviso;
– è pubblica o semi-pubblica: spesso non parliamo solo a una persona, ma a un pubblico;
– è misurabile: like, visualizzazioni, condivisioni influenzano cosa e come diciamo.
Questo ha cambiato il linguaggio:
– più orientato all’immagine e alla “presentazione di sé”;
– più polarizzato (o bianco o nero, giusto o sbagliato);
– più esposto al giudizio immediato.
La tentazione è quella di comunicare per “piacere” e non per capirsi. Ma gli stessi strumenti, se usati con consapevolezza, possono diventare spazi di confronto, divulgazione, relazione autentica.
Dal monologo al dialogo, quanto questa forma di comunicazione ci ha resi migliori interlocutori?
Rispetto a trent’anni fa, oggi:
– i dipendenti parlano di più con i datori di lavoro;
– i pazienti fanno domande ai medici;
– i clienti contestano, chiedono spiegazioni, recensiscono;
– i cittadini dialogano (anche duramente) con istituzioni e aziende.
La comunicazione si è “democratizzata”: più voci, più canali, più possibilità di esprimersi. Ma non sempre più capacità di ascoltare.
Qui entra in gioco una competenza che considero decisiva: la comunicazione consapevole. Non basta avere strumenti e canali; serve chiedersi:
– che effetto avranno le parole che sto per usare?
– sto reagendo o sto davvero rispondendo?
– questo messaggio costruisce o distrugge la relazione?
Tre domande per comunicare meglio in un mondo cambiato.
Il motivo stesso per cui tengo questa rubrica di comunicazione ed il motivo stesso per cui insegno la comunicazione efficace alle persone e nelle aziende è questo:
aiutare le persone ad essere competenti al punto da guidare il cambiamento culturale, sociale, comunicativo (senza subirlo); ad essere consapevoli di ogni scelta comunicativa e relazionale.
Come possiamo aiutarci? Attraverso semplici domande.
- Ho scelto il canale giusto?
Una critica forte è meglio a voce che in un commento pubblico.
Un chiarimento delicato merita una telefonata, non solo una riga secca in chat.
Sto parlando o sto anche ascoltando?
In famiglia, al lavoro, online: mi accorgo di come rispondono gli altri, delle loro emozioni, o penso solo a “dire la mia”?
Questo messaggio mi rappresenta?
Se qualcuno rileggesse tra dieci anni ciò che sto scrivendo ora, mi riconoscerei? O sto solo seguendo la fretta, la rabbia, la moda del momento?
In trent’anni sono cambiati i mezzi, i ritmi, i codici. La vera sfida, oggi, è non perdere l’essenziale: usare parole e strumenti per avvicinarci, non per allontanarci.
Allenare un linguaggio che tenga insieme velocità e profondità, libertà e responsabilità, spontaneità e cura.



