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Palermo,1992: a marzo uccidono Salvo Lima, a maggio Giovanni Falcone. Nel racconto di tre grandi giornalisti l’Italia “immutabile”

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Fu un anno drammatico: si scoperchiano i vasi di una corruzione incredibile, il Presidente della Repubblica si dimette, la mafia uccide prima Salvo Lima, cardine del potere democristiano in Sicilia, e poi Falcone. E poi i “ritratti” di Ciancimino e del padrino Genco Russo. Negli articoli che Bocca, Pansa e Bolzoni scrissero 25 anni fa i “segni” premonitori del presente……

“Per me la vita vale come il bottone di questa giacca. Io sono un siciliano vero” (G.Falcone)

1992: a febbraio arrestano il socialista Mario Chiesa, si prepara la stagione di “Mani pulite”, si scoperchiano i vasi della corruzione da Milano a Napoli, da Napoli a Catania: gli accusati non fanno “neanche una piega”: trionfano, scrive Giorgio Bocca (la Repubblica, 20 febbraio), “l’illegalità legalizzata e massificata, l’impunità garantita, l’indifferenza totale a ciò che pensa la gente.” Attraverso il sistema dei consorzi, su cui nessuno vigila, si appaltano servizi pubblici a mafiosi e a camorristi. Lo ripeto: è un articolo del 1992, e pare scritto oggi. In chiusura –una degna chiusura – Giorgio Bocca si chiede con che faccia il ministro della Sanità, che è l’on. Di Lorenzo, accusa i giornalisti di “sfascismo”, “mentre sa benissimo che gli ospedali di un terzo d’Italia sono una fabbrica di furti e di dissipazioni”. Oggi, invece….. Qualche mese dopo Francesco Cossiga si dimise dalla carica di Capo dello Stato e diede inizio all’ultimo atto della Prima Repubblica. Ma la trama non presentava nulla di nuovo: era stato scritto che nulla cambiasse, e perciò era necessario che tutto venisse cambiato.
1992, 12 marzo, viene ucciso a Palermo l’on. Lima Salvatore, detto Salvo, “già viceré di Sicilia” , andreottiano, che è stato il più giovane sindaco di Palermo dopo Antonio Di Rudinì: lo uccidono in un agguato di mafia, sotto una pioggia che Giampaolo Pansa (L’Espresso, 22 marzo) descrive come “stracca, sciroccata, mista a sabbia”. Se hanno ucciso Lima, tutti i politici sono in pericolo, a Palermo: lo dice ai microfoni di TG1 Pietro Giammanco, procuratore capo della Repubblica. Hanno paura i politici abituati a camminare, come veri acrobati, lungo un filo sospeso sul burrone della “polimafia, dell’intreccio tra affarismo politico e criminalità mafiosa”. Pansa racconta quel presente e ricorda il passato: tre scene, dell’autunno 1970, quando scompare il giornalista Mauro De Mauro.
Nella prima scena Vito Ciancimino, “segaligno, olivastro, dal profilo arabo” querela il capo della polizia, Angelo Vicari, che lo ha classificato, pubblicamente, come mafioso. Nella seconda, Calogero Volpe, capo della corrente dorotea della DC siciliana, urla a Pansa che la mafia “esisteva venti anni fa, forse”, e che “adesso è tutto finito”: solo i giornalisti continuano a insistere, “buffoni!”. Nella terza, che pare un disegno di Guttuso, c’è Genco Russo, il capo dei capi, al suo tramonto: “siede in cortile a farsi mangiare dalle mosche, un lurido borsalino per difendersi dal sole, gli occhi acquosi, nelle mani un libro di preghiere. “ Lucky Luciano? Mai conosciuto. Calogero Volpe? Lui sì, me lo ricordo: stavamo nella stessa corrente D.C.” Quel particolare del libro di preghiere nelle mani del vecchio padrino vale, da solo, un libro di storia.
Non mancava a Salvo Lima una punta sostanziosa di sicula ironia: “Nessuno qui nasconde scheletri negli armadi. Se cercate negli armadi, troverete solo abiti da sera”. C’è un macabro sarcasmo nell’idea dell’attentato che alle 17.58 del 23 maggio 1992 uccide Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta: “mille chili di tritolo sventrano l’asfalto e scagliano in aria uomini, alberi, macchine”. Così i mafiosi “uccidono l’uomo che per dieci anni li aveva offesi, che li aveva disonorati, feriti….in un tratto di autostrada, a cinque chilometri e seicento metri dalla città dove pochi lo amavano e molti lo odiavano.”. Non sfuma la verità, Attilio Bolzoni ( la Repubblica, 24 maggio): sotto quel cielo rosso di una sera d’estate – un cielo che all’improvviso diventa nero – la verità non vuole veli. Rimane nella memoria dei lettori, come una sanguinante metafora, l’immagine della Croma bianca del giudice che “piomba nel cratere” aperto dal tritolo, “si infossa, si alza, si schianta a terra, si rialza, si riabbassa”.
“ A tardissima sera” arriva già la prima ondata di parole solenni: la notizia del lutto pubblico, la notizia che il consiglio comunale di Palermo si riunisce in seduta straordinaria con quello provinciale, la notizia dello “sgomento” e della “costernazione” dei cittadini. Il commosso, amarissimo articolo di Attilio Bolzoni si chiude con l’immagine di Falcone che ride. Falcone sapeva che i mafiosi gliel’avevano giurata, tredici anni prima. Sapeva che l’avrebbero ucciso. “Ma ridendo con quella sua faccia che alcune volte lo rendeva antipatico anche agli amici che gli volevano bene, lui rispondeva. “ Per me la vita vale come il bottone di questa giacca, io sono un siciliano vero.”. E rideva, rideva, Giovanni Falcone.

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