Se non si trova un senso alla morte di un giovane, anche la sua vita rimane senza senso. Propongo di dedicare, ogni anno, alla memoria di Fabio Iervolino una riflessione collettiva sulla “bellezza e sulla pena del vivere”. Manca a molti Ottavianesi la percezione di quanto sia preziosa la storia personale di ciascuno.
Scorre sulla mia bacheca “fb”la lista dei post freschi: una signora annuncia che è stato trovato il suo cane e “distribuisce” alcune fotografie del fortunato animale, un “amico” pubblica la notizia che un medico di Palma si è buttato giù dal balcone dopo aver ucciso la moglie, si susseguono immagini di pietanze, di bambini paffuti, di belle donne che cambiano la foto di copertina. Un giornale territoriale avverte che oggi alle 17.30 si terranno le esequie di Fabio Iervolino, il venticinquenne ottavianese ucciso, poco lontano da casa sua, nella notte tra sabato e domenica, mentre tornava dal ristorante in cui lavorava: ucciso da una BMW che ha schiantato la sua Smart. La notizia scorre inserita tra una pillola di saggezza, fornita da uno dei molti filosofi che infestano il “social”, e la pubblicità di un vino toscano: “Fb” svolge al meglio uno dei suoi compiti istituzionali: dire tutto per non dire niente.
Leggo commenti, riflessioni, invettive: ricorre più volte la parola “Caso”. Se fosse uscito dal posto di lavoro cinque minuti prima o cinque minuti dopo, argomenta un tale, Fabio non si sarebbe scontrato con l’auto che lo ha ucciso; una signora, avendo letto che l’autista della BMW portava nel sangue una grossa quantità di alcool, propone per lui il carcere a vita, un’altra, sollecitata forse dalle riflessioni papali sulla misericordia, si accontenterebbe del ritiro della patente. Non conoscevo il giovane: nella fotografia pubblicata dai giornali lo sguardo si vela di malinconia pensierosa. Non lo conoscevo, ma le circostanze e i modi della sua morte mi hanno turbato, e perciò mi scuote il sentire, due volte nell’ultima mezzora, la “sentenza” che attribuisce ogni colpa al Caso: “si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Un tale l’ha detto di Fabio, e un giornalista TV lo diceva, poco fa, di Ciro, il diciannovenne ucciso “per sbaglio” a Ponticelli durante un raid di camorra: mentre fuggiva, si era fermato a raccogliere da terra gli occhiali. E il piegarsi gli è stato fatale.
Non sopporto il fuorviante fatalismo di quella “sentenza”: Ciro è stato ucciso da vigliacchi che sparavano all’impazzata, e sapevano che avrebbero ucciso, e volevano uccidere; e se verrà confermata la notizia sul tasso alcolemico del sangue di chi guidava la BMW, Fabio è morto perché quel tizio ha deciso di mettersi al volante dopo aver liberamente deciso di riempirsi di alcool.Certo, a rigore di termini, l’autista della BMW non aveva l’intenzione né di scontrarsi con altre auto, né tanto meno di uccidere: ma, per sua libera scelta, senza essere costretto, egli ha creato le condizioni adatte a trasformare la sua automobile in un’arma. Questa intenzione archetipa, la legge sull’omicidio stradale dovrebbe colpirla nel modo più duro. E non mi permetterò – la morte ha in odio la demagogia – di leggere quel tragico schianto in chiave sociale: da una parte un giovane che torna dal lavoro in piena notte, tra sabato e domenica, e una Smart, dall’altra un altro giovane, l’alcool, e una BMW..
Ma anche se lo scontro fosse avvenuto per un intreccio di ragioni imprevedibili e incontrollabili, non direi mai che la morte del giovane Fabio è stata decisa dal Caso. Chi toglie senso alla morte di un giovane, toglie senso anche alla sua vita. Nessuno restituirà Fabio a sé stesso, ai suoi, ai genitori, ma la sua vita, tragicamente troncata, è stata certamente colma di senso e di valori: l’amore, la famiglia, i sogni, gli obiettivi già raggiunti, le scommesse e i progetti del domani.
Per chi crede, la fine di una giovane vita trova senso nella fede, nei disegni della Provvidenza e nella paradossale persuasione dei Greci e dei loro poeti che chi muore giovane sia caro agli dei. Io penso che la comunità tutta di Ottaviano debba dare alla morte di Fabio un senso che non sia uno scroscio di chiacchiere su “fb”. Penso che a noi Ottavianesi manchi, in questo momento, la percezione di quanto sia importante la “persona” di ciascuno, di quanto preziosa possa essere per tutti una riflessione seria sui ritmi, sui misteri e sui valori della nostra esistenza quotidiana: l’esistenza reale, non quella virtuale.
Propongo alle associazioni e agli Ottavianesi di buona volontà di dedicare a Fabio, ogni anno, una riflessione collettiva su un tema straordinario, “la bellezza e la pena del vivere”. Così daremo un senso alla sua morte.








