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Ottajano a metà dell’Ottocento: documenti inediti raccontano una nuova storia. Come era, per esempio, il quartiere “San Lorenzo”…..

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I documenti inediti, che ci proponiamo di pubblicare in un libro, descrivono un Comune che nel 1860 è, con Castellammare, il più importante della provincia di Napoli. Le inclinazioni liberali della borghesia del Centro Abitato e lo sviluppo dell’economia. Come era, nel 1860, il quartiere San Lorenzo – Taverna. I documenti inediti forniscono notizie significative anche sul patrimonio artistico delle chiese. Ma di questo aspetto parleremo a lungo nel libro.

 

Sono numerosi e importanti i documenti che ci svelano aspetti significativi della storia sociale di Ottajano a metà dell’Ottocento e forniscono notizie importanti sulle famiglie, sui mestieri, e anche sul patrimonio d’arte conservato nelle chiese. Nel 1859 le relazioni firmate dal sindaco Biagio Di Prisco ci dicono che la popolazione ammonta a 21102 persone: i “possidenti” sono 3916, 207 sono gli “esercenti di arti liberali”, e cioè medici, avvocati, notai, commercianti e maestri di scuola, 325 sono gli “artigiani”, 56 i “possidenti” e gli “artigiani” che hanno investito capitali in attività produttive con sede in altri Comuni. Le relazioni del Sindaco confermano che a pochi mesi dalla fine del regno dei Borbone Ottajjano è, con Castellammare, e sotto ogni aspetto, il Comune più importante della Provincia di Napoli. I Saggese di San Giovanni, storica famiglia di costruttori di botti, producono “ tini e barili” a Benevento, i Ranieri, anche essi di San Giovanni, hanno investito sulle officine che lavorano il vetro tra Barra e San Giorgio a Cremano, i Mazza e i Procida prestano molta attenzione al controllo delle cave e al fiorente mercato di basoli, i Del Giudice che hanno case e “bassi” a San Giovanni e a San Lorenzo forniscono consulenze e materiali alle ditte che dal 1840 sono impegnate nella costruzione di due imponenti reti stradali: la Nola- Acerra, e la Nola- Palma Campania- Sarno. Insomma, le famiglie importanti del Centro Abitato non pensano solo al controllo del sistema della politica e della burocrazia, come mi inducevano a pensare i documenti consultati fino ad oggi, ma condividono ormai una concezione pienamente “borghese” dello sviluppo dell’industria e del commercio, e come i “proprietari” di San Giuseppe, manifestano a voce alta il loro favore per un’apertura definitiva del mercato dei capitali.

In questa richiesta hanno l’appoggio di Michele de’ Medici: l’erede del principe Giuseppe IV non ha mai nascosto i vincoli della solida amicizia che lo legano a noti liberali napoletani, come Antonio Ranieri, il Winspeare e Enrico Pessina. Gli atti della Polizia borbonica ora consentono di iscrivere al partito “liberale” anche Francesco Del Giudice, che partecipò ai moti del ’48, a Napoli, stette in carcere per due mesi e fu a lungo membro influente del Decurionato (Consiglio Comunale), di Ottajano, ove combatté una lunga battaglia per fare sì che la vendita del legname delle selve pubbliche e la politica dei dazi rimpinguassero anche le casse del Comune, e non solo quelle dei soliti “galantuomini”.San Lorenzo, a metà del secolo, è una piazza piena di vita. A poca distanza l’una dall’altra funzionano quattro bettole, condotte da Antonio Minichino, Michele Liguori, Luigi Saviano “Russetto” e Giuseppe Grillo, che è di Sant’Anastasia. Nella sua bettola a Casalvecchio il Minichino “mesce” anche l’aglianico che i suoi fratelli importano dalla Basilicata, circa 5000 litri ogni anno. Sulla strada, là dove oggi c’è la Farmacia Scudieri, tiene bottega Vincenzo Perillo, “caffettiere e speziale manuale”, che gestisce una “caffetteria” anche presso la Taverna del Passo: qui si gioca a bigliardo, e anche i nemici del Perillo, che non sono pochi, devono ammettere che intorno a quel bigliardo non succede mai una rissa, i giocatori si comportano tutti con esemplare correttezza. Forse perché sanno che con don Vincenzo non si scherza: il fratello Giovanni, sensale, è sospettato dalla polizia borbonica e poi da quella “italiana” – i poliziotti sono gli stessi, cambia solo la divisa – di esigere la “camorra” sul mercato dei cavalli sia a Nola che a Pagani.

La Taverna del Passo i Medici l’hanno affidata alla gestione del “sangiovannaro” Nicola Starita, che spesso dimentica di comunicare alle guardie urbane i nomi dei forestieri che alloggiano nella locanda. Accanto alla Taverna c’è l’ufficio delle guardie daziarie, che dovrebbero controllare e registrare la quantità e la qualità delle carni, del vino e della farina che i “vatecari” fanno entrare in Ottajano: dovrebbero, ma spesso non vedono, si distraggono, o come dice sarcasticamente il sindaco Di Prisco, “cadono in confusione”.  A San Lorenzo funzionano le macine di Giovanni Saggese e di Francesco Saverio Annunziata, la farmacia di Vincenzo Pisanti, la distilleria di Giovanni Cunto che “fabbrica acquavite” di buona qualità e le “stalle” di “calessieri e di carrettieri”, i Ciniglio, gli Avino, i Di Palma, i Capasso, e gli Aprile, noti come “‘e Pizzola”, forse perché vengono dall’omonimo quartiere di Terzigno: i loro carri sono attrezzati per il trasporto delle botti, e i loro cinque calessi fanno il servizio “passeggeri” fino a Nola. I Capasso, invece, hanno “tiri” specializzati nel trasporto dei sacchi di pasta corta e di maccheroni dai mulini di Torre alle botteghe del territorio vesuviano: non è un trasporto facile, come spiegheremo, deis iuvantibus, in una “plaquette” dedicata proprio alla storia e alle storie della “via della pasta” Nola – Torre Annunziata, e dintorni. Tutt’intorno a piazza San Lorenzo, durante il giorno, dall’alba a sera tarda, strepitano  novanta telai che impegnano quasi duecento donne nella tessitura del lino e della canapa: il commercio dei “panni” è controllato dai Cozzolino, dai Pisanti e dai Ranieri.

I documenti descrivono i corredi matrimoniali delle figlie dei “galantuomini”, gli arredi dei palazzi, la “tavola” imbandita per gli invitati il giorno delle nozze e ci fanno “entrare” nei granai e nelle cantine ipogee. I documenti ci dicono parecchie cose nuove anche sulle opere d’arte conservate nelle Chiese: ci descrivono, per esempio, i sei “piviali” di seta e gli otto reliquiari d’argento conservati nel 1858 nella Chiesa di San Lorenzo-  scomparsi poi durante qualche eruzione, poteva capitare – e ci confermano che lo smisurato “telero” del Mozzillo venne offerto da Giuseppe III Medici, e venne montato dai falegnami e dai muratori guidati da Giovanni De Rosa.

E’ un libro che bisogna scrivere.