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Napoli

Nel “teatro” di Napoli i cocchieri furono sempre “stelle” di prima grandezza. I dilettanti non potevano stare a cassetta….

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Nell’’ 800 Angelo Brofferio, De Bourcard e Blasco Ibanez dipingono usi, costumi, mimica, moti psicologici e “pernacchi” del cocchiere napoletano, considerato da tutti, già dal sec.XVII, “vanto di quell’arte”. Il piemontese Brofferio raccontando, forse con eccessivo “colore”, un “contrasto” di cui fu protagonista con un cocchiere sottolineò, maliziosamente, la stranezza delle idee che i Napoletani avevano sulla giustizia, sulla legge e sul diritto.

 

Francesco De Bourcard firmò il “pezzo” sui cocchieri napoletani che venne inserito nell’opera  “Usi e costumi di Napoli e contorni” di cui egli era il “direttore” e che venne pubblicata nel 1857, al prezzo di duc.12: un prezzo notevole, ma equo se commisurato al valore della raccolta. De Bourcard dà ragione a Carlo Celano e all’abate Emilio Novi che cantarono, il primo nella seconda metà del ‘600 e l’altro un secolo dopo, la gloria e il vanto dei cocchieri napoletani. E del resto, nota De Bourcard, deve conoscere alla perfezione la sua arte chi vuol fare il cocchiere per le strade di Napoli, in cui si muovono ad ogni ora folle di pedoni e nugoli di carrozze, di calessi a due e a quattro ruote, di “corricoli”, di carri da trasporto, e di “cittadine”, le carrozze numerate che erano i taxi dell’epoca, e tenevano stazione davanti al Maschio Angioino, a piazza Vittoria, ai Tribunali, a Porta Nolana. Il cocchiere di “cittadina” è “svelto, allegro, intelligentissimo, bestemmiatore per eccellenza, veste come il guappo”: quando guida la sua carrozza con a bordo un cliente, “tiene in capo un berretto di lana rossa e sopra un cappello di cuoio nero verniciato che dicono paglietta”: egli porta sempre con sé un vecchio mantello che lo protegge dalla pioggia e dal freddo (vedi il disegno di F. Palizzi).

Lo accompagnano un “guaglione”, che gli fa da mozzo di stalla, un cagnolino “di razza lupina” e il “mezzano”, che gli procura i clienti con una tecnica fatta di acume psicologico e di cauta aggressività, molto simile a quella che usano i “mezzani” di oggi incaricati di pilotare verso ristoranti e pizzerie i turisti singoli e in gruppo dell’estate napoletana. Dumas aveva scritto nel “Corricolo” che i cavalli di queste carrozze erano “le carogne”, gli animali vecchi e malati destinati al macello del Ponte della Maddalena e comprati “ per il prezzo del solo cuoio”: ma De Bourcard respinge come calunniosa la “voce” della malalingua francese e sostiene che i cocchieri compravano i cavalli al mercato, alle fiere e alle aste in cui i reggimenti di cavalleria mettevano in vendita gli animali dichiarati non più adatti al servizio di guerra, ma ancora integri. Queste aste si tenevano, sotto i Borbone e nel primo trentennio dell’Italia unita, oltre che a Napoli, anche a Caserta e a Nola: le controllavano i vertici della camorra, soprattutto quando prese le redini dell’Onorata Società Ciccio Cappuccio “’o signurino”, che ufficialmente guadagnava la giornata vendendo biada nel suo negozio. Rivelano le carte d’archivio che nelle aste dei reggimenti di cavalleria poteva anche capitare che i sottufficiali incaricati mettessero in vendita al prezzo di “scarti” non i cavalli “scartati”, ma i nuovi, quelli appena acquistati. Talvolta la confusione delle stalle e dei magazzini può provocare questi errori…….

Colorata è la descrizione che De Bourcard fa dei modi con cui cocchieri e “mezzani” cercano di procurarsi clienti: invitano ad alta voce, incalzano, e se a qualcuno “viene il ticchio” di chiamare un cocchiere da lontano, gli arrivano addosso carrozze da ogni parte, e a grande velocità, e il poveretto si ritrova come circondato: sale su una qualsiasi, e a quel punto gli altri cocchieri “ritornano ai loro posti tutti scornati”, scambiandosi chiassosi insulti: ma  un attimo dopo “ritornano migliori amici di prima”. Il “pezzo” di De Bourcard si chiude con una scena da teatro comico. Un “damerino” sale in carrozza e dice al cocchiere di portarlo a Chiaia. Ma durante la corsa gli ordina di fermarsi più volte, per far salire a bordo un suo amico, e poi per consentirgli di scendere, e poi per ospitarne un altro. A Chiaia il damerino dà poche monete al “guaglione”: che le porta al cocchiere commentando: “Patrò’, chisto è n’auto affare che avite fatto”. Il cocchiere insegue il cliente, pretende altro danaro, i curiosi, “che a Napoli non sono pochi”, incominciano ad affollarsi intorno, e il cocchiere mette da parte i modi educati, alza la voce, minaccia di “dare i numeri”, di fare cose per cui i presenti correranno a giocarsi “il biglietto”. Il “damerino” alza il bastone, “se non stai al tuo posto, mi faccio rispettare io”. E qui ci vuole un “sonoro vernacchio”, e il “guaglione” glielo “allazza, il pernacchio”, pieno, modulato, eduardiano. La folla urla, fischia e ride: e il “damerino” ne approfitta per “svignarsela”.

Anche Angelo Brofferio entrò in collisione con un cocchiere napoletano. Il piemontese, poeta, drammaturgo, antimonarchico, anticlericale – un attore importante del Risorgimento – visitò Napoli più volte, tra il1827 e il1852, restandone incantato, con qualche però….A lui un cocchiere che lo aveva portato da Pompei a via Toledo chiese più di quanto stabiliva la tariffa: la “tariffa – disse il cocchiere – è una sporca minestra che ha fatto il governo camorrista per truffare noi povera gente “. E poiché non si capivano, parlando uno “l’italiano di Superga “ e l’altro la lingua dei “lazzaroni di Chiaia”, i due si riscaldarono tanto che il piemontese alzò il bastone “ per romperlo sulle corna “dell’avversario. In breve i contendenti vennero circondati da una folla di spettatori: a due “operai” che stavano in prima fila il cocchiere chiese di far da giudici, e così Brofferio scoprì che a Napoli, quando nascono controversie di questo genere – “ e ne nasce una ogni minuto”- il “viaggiatore ha il diritto di chiamare a decidere la prima persona che passa.” Il passante non può sottrarsi al compito, deve ascoltare e giudicare, e la sua “sentenza”, che è quasi sempre favorevole al cliente, viene rispettata dal cocchiere. I due giudici“operai” diedero ragione al piemontese, e il cocchiere si accontentò della somma indicata dalla tariffa e andò via brontolando. Non ci meravigliamo: i napoletani hanno la vocazione a far da giudici, soprattutto da giudici conciliatori, da “apparatori”.

E’ probabile che il Brofferio, drammaturgo di buon livello, abbia “colorato” la scena; ma nel suo racconto è evidente la punta polemica contro le strane idee che, a parer suo, i Napoletani avevano del diritto e della giustizia. La mimica teatrale del cocchiere napoletano venne descritta splendidamente dallo scrittore catalano Vicente Basco Ibanez, che venne a Napoli nel 1895. Il forestiero chiede con lo sguardo quanto costa la corsa, il cocchiere alza la mano con due dita tese: due lire. Il forestiero dice, con lo sguardo, che è troppo: il cocchiere, con una smorfia di protesta, alza un solo dito: una lira.  Il forestiero scuote la testa e agita il mignolo: ti do mezza lira. Il cocchiere “guarda il cielo, come scandalizzato, si strappa i capelli, come nell’ultimo atto di una tragedia”, ma se il cliente si allontana, lo raggiunge di corsa, salta giù dalla carrozza, lo aiuta a salire “spolverandogli la spalla con affettuose manate.”.

E’ una scena senza tempo, in una città-teatro senza tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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