Sentenza che vanifica la lotta dei familiari dei 320 operai deceduti per cancro. Una mobilitazione durata più di venti anni.
E’ l’ultima delusione subita dai familiari di circa 300 lavoratori morti di tumore, deceduti per cancro a tutte le età, a partire da quella maggiore. La Cassazione ha infatti annullato la condanna per omicidio colposo inflitta a cinque ex direttori della Montefibre di Acerra, il grande stabilimento chimico chiuso e ormai in fase di smantellamento. La questione è stata rinviata a un nuovo giudizio della corte di Appello di Napoli, che però, in base a quanto disposto dalla Cassazione, dovrà decidere solo in tema di risarcimenti civili. Dunque, se da un lato gli avvocati che rappresentano le famiglie degli operai deceduti si dichiarano soddisfatti sul fronte della prospettiva, comunque non ancora certa, di vedere finalmente risarcite il maggior numero possibile di famiglie, dall’altro c’è l’amarezza di intere famiglie di operai deceduti e di generazioni di lavoratori e di loro familiari che si sono visti annullare la condanna penale a 1 anno e 8 mesi di reclusione per gli ex direttori di questa che nel territorio è sempre stata considerata la fabbrica della morte. Basti pensare che nel 1992, sulla base di una soffiata, la magistratura scoprì e sequestrò 52mila fusti tossici di polietilene tereftalato e di altre sostanze tossiche prodotte dalla lavorazione dell’impianto di contrada Pagliarone. I fusti erano stati stoccati su una piattaforma illegale a sua volta dislocata nel perimetro della fabbrica che dava in aperta campagna. Non è finita. Le fasi di smaltimento dei bidoni sono state inquietanti perché non si sa ancora con precisione che fine abbiano fatto tutti i contenitori di veleni. Alcuni furono ritrovati nel 1994 nella vasca di macerazione della canapa, ubicata nel bosco di Calabricito, utilizzata abusivamente come sversatoio più che “pirata” da quella che all’epoca era la ditta di smaltimento di rifiuti solidi urbani del comune di Acerra. Anche per questa vicenda non è mai stata fatta giustizia. La corte di Assise assolse tutti gli imputati perché non fu possibile, grazie alle carenti normative dell’epoca, dimostrare in modo inequivocabile il nesso di causa-effetto tra la presenza di quei rifiuti e l’inquinamento della falda acquifera sottostante.
Questo è il resoconto del processo di primo grado risalente al 26 luglio del 2012:
Un anno e otto mesi di reclusione per cinque ex direttori della fabbrica e, caso senza precedenti in Italia, anche per due medici aziendali. E poi risarcimenti per una provvisionale di 200mila euro. E’ la sentenza di primo grado relativa al processo Montefibre, il processo sulla strage dimenticata di centinaia di operai del grande impianto chimico di Acerra: lavoratori morti di cancro tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma il verdetto emanato nel tardo pomeriggio del 26 luglio dal giudice monocratico Daniela Critelli lascia scontenti tutti, accusa e difesa. Un dato emblematico è la condanna per omicidio colposo dei dirigenti e dei medici della Montefibre: è stata comminata per la morte di un solo operaio cioè dell’unico lavoratore deceduto per un mesotelioma causato dalla presenza di amianto in fabbrica per il quale il tribunale ha riconosciuto lo status di vittima della scorretta e consapevole condotta aziendale. Dal decesso di quest’unico operaio, la cui famiglia si è vista riconosciuta dal tribunale un risarcimento provvisionale di 200mila euro, è scaturita la condanna dei due medici aziendali e dei cinque ex direttori della fabbrica di contrada Pagliarone: Giovanni Elefante, Roberto Paolantoni, Gennaro Ferrentino, Luigi Patron e Giuseppe Starace. Dirigenti che però sono stati assolti, sia pure con formula dubitativa, per la morte di altri 82 operai uccisi da tumori polmonari o laringei. Il giudice ha riconosciuto risarcimenti anche per i parenti di altri due lavoratori morti a causa del mesotelioma. Invece circa la situazione di altri due colleghi deceduti anch’essi per mesotelioma il reato è stato prescritto. Per un altro ancora dovrà iniziare un secondo iter giudiziario ad hoc. Il che significa che sono rimasti a bocca asciutta i parenti di 77 operai morti non di mesotelioma ma di varie patologie tumorali. “Non solo siamo rimasti a bocca asciutta – il commento dei familiari dei tanti operai deceduti – ma siamo stati soprattutto offesi da una giustizia ingiusta che non è riuscita a ristabilire la verità su quello che è stato un vero e proprio sterminio”. Nel 2000 avevano sporto denuncia contro la Montefibre i parenti di 320 operai deceduti per cancro. Poco dopo il pubblico ministero della procura di Nola ha aperto l’inchiesta. Il processo è iniziato nel 2007. Al centro del dibattimento era finita la posizione di soli 83 dipendenti. Ma appena alcune settimane fa la commissione scientifica nominata dal tribunale ha stabilito al termine di una serie di lungaggini che soltanto 6 operai sono certamente morti a causa della presenza di amianto in fabbrica. Quindi il tribunale per giungere alla sentenza di condanna dei responsabili di stabilimento ha valutato la morte di un unico lavoratore. Cosa che ha lasciato di stucco anche i legali della difesa. C’è da aggiungere inoltre che il pm aveva chiesto per i dirigenti e i medici aziendali pene più alte di quelle stabilite dal verdetto, condanne che variavano da 2 anni e 9 mesi a 4 anni e 4 mesi di reclusione. “Da un lato – commenta il pm Giuseppe Cimmarotta – sono soddisfatto perché il tribunale ha riconosciuto la presenza di amianto in fabbrica e la responsabilità anche dei medici aziendali, caso credo unico in Italia nell’omicidio colposo di cui è stato vittima un lavoratore. Dall’altro lato però – l’amarezza del pubblico ministero – non si può essere altrettanto soddisfatti perché tutti gli altri tumori non sono stati presi in considerazione”. Cimmarotta ha aggiunto che con ogni probabilità si appellerà contro questa sentenza. “Siamo sfiduciati ci cadono le braccia – concludono i parenti degli operai morti – a questo punto speriamo che col secondo grado arrivi quella giustizia vera che aspettiamo da decenni”.








