L’avvio dell’attività industriale incominciò a modificare la struttura del sistema sociale, sollecitò il sistema sanitario a confrontarsi con patologie in qualche modo legate al lavoro nelle fabbriche, favorì l’apertura dei lidi per i bagni estivi, anche se i terremoti del 1881 e del 1883 crearono problemi ai lidi di Casamicciola. A corredo l’immagine del quadro di G. Panza “Le ricamatrici”.
Tra il ’55 e il ’60 arrivarono al pettine i nodi del conflitto tra l’organizzazione famigliare della produzione di tessuti e il sistema industriale, tra il lavoro fatto in casa, a mano, e la macchina. L’industria della seta era da almeno due secoli incardinata nella società contadina, poiché anche i contadini vesuviani allevavano bachi, trattavano bozzoli e li destinavano alla trattura ad aspa lunga. Nel 1826 venne introdotta la trattura ad aspa corta, o alla piemontese, per la seta all’ organzino: le lavoratrici domestiche andarono in difficoltà, perché il loro prodotto non poteva competere con quello delle filande, a cui i contadini preferivano vendere i bozzoli. La crisi colpì anche la lavorazione del lino, del cotone e della canapa. La canapa delle pianure di Sarno e Caserta era di qualità bellissima, ma per la sua durezza non poteva essere impiegata che nella manifattura di corde e di sartie. La canapa veniva lavorata con lo zolfo: solo nel 1850 Leonidas Borel, negoziante francese, chiese una privativa per una macchina di sua invenzione, atta a macinare la fibra in condizioni di assoluta sicurezza. I danni prodotti dallo zolfo erano molteplici: i canapari avevano sempre le mani insanguinate, le labbra delle donne si ulceravano, e il sangue avvelenato dal minerale portava precocemente alla morte. Ma tutti coloro che lavoravano nell’industria tessile andavano incontro a seri danni alla vista e ai polmoni, e a infezioni ulcerose. A Pietrarsa si costruivano locomotive, materiale ferroviario, e motori per le navi, di cui restò alta l’esportazione all’estero. Nel 1872 vi lavoravano circa 1100 persone, un centinaio di impiegati e, per il resto, aggiustatori, forgiatori, falegnami, fonditori, calderai, scalpellini, pittori, muratori e facchini. Tra il ponte della Maddalena e il Pasconcello, accanto alla Taverna della Carcioffola, lo stabilimento Guppy produceva macchine a vapore, mulini, torchi idraulici, trebbiatrici e macchine agrarie: vi lavoravano 350 operai. Una società fondata da Deluy Granier, i cui soci azionari erano Iuply, Mathieu e il Banco coloniale di Genova, impiantò a San Giovanni una fonderia di rame nuovo e vecchio, che dava lavoro a 150 operai. Sul confine di San Giovanni a Teduccio c’era anche la fabbrica di carboni agglomerati di Firmino Fischer, belga: venne fondata nel ’69, nel momento più nero della crisi dell’industria vesuviana, e 30 operai vi lavoravano da 10 a 12 ore al giorno. Nel 1867 a Barra il francese Emilio Belz avviò la produzione di zolfanelli: la fabbrica si chiamava Stella d’Italia. Vi lavoravano 180 operai, per due terzi donne e fanciulle, per l’altro terzo metà ragazzi e metà adulti. Le temperature elevate, le polveri, il contatto continuo con soluzioni acide e con minerali velenosi, e l’assenza di serie pratiche di tutela sanitaria facevano sì che tutti gli operai venissero colpiti da assai gravi disturbi della respirazione e della circolazione del sangue. Nel 1858 ritornarono anche il vaiolo arabo e le febbri tifoidee. Il sindaco di Ottajano in un primo momento cercò di annacquare la cosa comunicando all’Intendente che si trattava di varicella, tutt’al più di vajoloide, e che il morbo si manifestava come vaiolo solo in coloro che non erano stati vaccinati. L’attacco dell’infezione si concentrò su un quartiere di San Giuseppe,” i Ciferi, “ dove è probabile che ne avesse portato il contagio Antonio Saporito, che tornava da Picerno, dove l’epidemia infieriva. Quando morirono due ragazzi di quattro anni, delle famiglie Saporito e Pagano, il sindaco ordinò che venissero trasportati al cimitero, di notte, e senza corteo funebre. Il Sottointendente, informato, gli inviò una nota durissima, in cui gli intimava di rendere consapevole la popolazione del terribile pericolo che i bambini correvano, e di portare a termine, in tempi rapidissimi, una capillare campagna di vaccinazione. Negli ultimi tre mesi del ’58 i medici condotti Arcangelo Ranieri, Francesco Cola, Crescenzo Auricchio e Domenico Minichini vaccinarono 408 ragazzi fino ai 12 anni. Dal 1861 al 1875 lo stato della salute e dell’igiene non migliorò rispetto al livello che gli studi e le statistiche di Salvatore De Renzi avevano definito dopo il colera del 1837. La mortalità infantile restò assai alta. Nel 1859 a Ottajano morirono 121 maschi e 138 femmine tra il primo e il settimo anno di vita, e 33 maschi e 38 femmine tra i 35 e i 50 anni, e altrettanti tra i 50 e i 70. Negli statini che il Comune di Ottajano appronta nel 1875 le percentuali risultano sostanzialmente invariate, e le cifre vengono confermate sia dalle statistiche di Somma che da quelle di Sant’ Anastasia: a Somma risulta lievemente più alta la percentuale dei morti tra i 40 e i 50 anni. Le malattie più diffuse erano quelle del cuore e della circolazione del sangue, e le affezioni dell’apparato respiratorio. Assai frequente era l’invalidità permanente causata da fratture alle ossa. Intorno al 1870 anche i “piccolo borghesi” incominciarono a frequentare le spiagge di Casamicciola, le cui acque marine erano “per molti aspetti salutari”:le barche dei “bagnatori” trasportavano, nei giorni estivi, decine di clienti tra Ischia e i porti di Napoli e del Vesuviano. Ma il terremoto del 1881 alterò la “temperatura delle acque termali e lo stato delle fumarole” e il consiglio del prof. Michele Stefano De Rossi di istituire un Osservatorio geodinamico non venne “ascoltato” per il timore che l’esistenza stessa di questa struttura “fosse già un’apparenza di pericolo e allontanasse i bagnanti”. (Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 29 luglio 1883).








