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Lo splendore del Mediterraneo delle vacanze in un quadro colmo d’amore di H. C. Manguin

Il Mediterraneo delle stragi di migranti, il Mediterraneo dei sogni e dei colori che illuminano le vacanze: è il mistero perenne di un mare che ha scritto tutte le storie.

 Diceva Ferdinand Braudel che il Mediterraneo ha scritto tutte le storie degli uomini, e che sarà per sempre il mare di Ulisse e degli Argonauti. Anche stamattina, il Mediterraneo è il protagonista dei quotidiani: in una pagina c’è il Mediterraneo del Canale di Suez, ampliato e rinnovato, nella speranza che sia una strada di confronto pacifico e non un varco per gli estremisti, nella pagina accanto c’è, anche oggi, il Mediterraneo dei barconi che affondano, dei migranti che annegano a centinaia: un mare di morti. E in coda, nelle pagine della pubblicità di stagione, c’è il Mediterraneo dei turisti: spiagge, isole, porticcioli, vele, navi alte come montagne. Il Mediterraneo ci fornisce a buon mercato tutto ciò di cui abbiamo bisogno: luce, riposo, sensazioni tattili di libertà, le immagini del bello, l’idea che da quella metafora azzurra e dorata che è il Mare Nostro vengano ancora a illuminarci il piacere del sogno e i brividi delle illusioni. E poi ci sono le cartoline “marine” degli “amici” di “fb” che inondano indirizzi e bacheche, e alimentano il nervosismo di chi a mare non è andato ancora.

Uno dei quadri più belli dedicati al Mediterraneo dell’estate è “ La siesta” che H.C. Manguin dipinge nel 1905. Il pittore passa le vacanze a Saint- Tropez e risiede nella Villa Dèmiere, il cui giardino si apre sul Mediterraneo. Nel quadro il pittore rappresenta la moglie Jeanne stesa a riposarsi, in totale libertà, su una sdraio, sotto l’arco formato da due alberi: dietro di lei si slarga, di forma in forma, un rigoglioso intreccio di vegetali: oltre, c’è il mare, come in un lampo, come per una mistica presenza, e tutt’intorno, a chiudere la scena, le montagne. Jeanne è delicatamente stretta dal luminoso abbraccio della Natura, che protegge il suo corpo e gli dà forma attraverso il gioco delle ombre azzurre, dipinte dall’artista con tocchi di straordinaria delicatezza, quasi che egli sentisse realmente, sotto il pennello, le carni della donna e la trama del tessuto. L’arco formato dagli alberi consente una doppia lettura dell’opera, e credo che questo aspetto strutturale sia la ragione del suo fascino.

Se leggo a partire dal primo piano, la prima nota su cui si posano i miei occhi è l’arancione squillante del panno appeso alla sdraio. Subito dopo è tutta una sequenza di colori smorzati, fino agli azzurri e ai viola striati di celeste del tratto di mare. La “siesta” risulta così il trasognato procedere dai ritmi della vita quotidiana, dal groviglio dei problemi – i viluppi dei rami –, dall’ indistinta banalità in cui si impaluda la nostra esistenza verso quell’esperienza di straniamento che tocca anche gli spiriti più aridi, i bagnanti più distratti – anche i bagnanti incollati a tablet e a smartphone- nel momento in cui dalla spiaggia osservano il mare e incominciano a sentire, come per un incantesimo, impreviste corrispondenze tra la musica interiore e l’orchestra delle onde. Il mare lontano, circondato misteriosamente dalle montagne, è il sogno che illumina la siesta di Jeanne.

E poi c’è il cammino a ritroso, dal mare luminoso e calmo ai rami che si intrecciano nel piano intermedio e in primo piano, e che ora ci sembrano presenze grevi, insidiose torsioni di toni bruni e di colori di terra. Ma infine si torna al panno arancione, e l’arancione è il colore della vita: ora ci accorgiamo che tocchi arancione brillano anche su rami degli alberi e tra le zolle, e note di rosso smorzato ravvivano il pallido verde del giardino. Dopo la “siesta” c’è il ritorno alla vita reale, che illuminata dai miti del mare, ci appare ora una trama interessante, che chiede di essere perfezionata e completata. Agli estremi della prospettiva Manguin ha messo il mare tranquillo e la sua donna che riposa. Come per molti artisti, anche per questo grande pittore la storia è circolare, e l’inizio coincide con la fine. Il Mediterraneo è metafora perfetta di questo schema delle umane vicende. La vita ci aspetta, dopo la “siesta”, ma forse la “siesta” ci ha permesso di trovare il sogno giusto, ci ha spinto a vedere le cose da un altro punto di vista. Jeanne volge le spalle al Mediterraneo: ed è questa un’idea pittorica geniale. Perché il Mediterraneo è una presenza “assoluta”: c’è, e il suo esserci non ha bisogno della testimonianza degli occhi.

 

 

 

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