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Riceviamo e pubblichiamo una lettera sulla verità intorno al MATT di Terzigno, che mette in chiaro molti aspetti finora celati: 

Una struttura chiamata museo che di museale non ha niente: così può essere definito il MATT, acronimo di Museo Archeologico Territoriale di Terzigno, che dal 19 Settembre 2019 esporrà alcuni affreschi e alcuni reperti provenienti dal sito archeologico di Cava Ranieri.

A poco più di due mesi all’avvio dell’esposizione non è ancora chiaro quale sarà la proposta culturale in grado di convincere il fantomatico “turista di Pompei” – che a fatica si reca al vicino Antiquarium di Boscoreale, più fornito e meglio servito dai mezzi di trasporto – a venire a Terzigno: tre affreschi?

Ogni museo deve avere una particolarità attrattiva e il MATT di Terzigno sembra proprio non averla: gli affreschi, infatti, sono visibili in gran quantità negli Scavi di Pompei; inoltre quello più grande e interessante proveniente da Cava Ranieri non potrà essere esposto perchè non entra nella struttura (nonostante i soldi spesi!).

Manca un concept, un’anima, perfino un’insegna: la visita, così come è congegnata attualmente, potrebbe esaurirsi in meno di dieci minuti.

Il concept può trarlo da questo articolo chi è sempre lesto a carpire le idee altrui per autoincensarsi: un percorso, costituito da una mostra fotografica permanente, sulla storia del civismo a Terzigno, non solo quello legato a Cava Ranieri ma anche alle proteste per impedire l’apertura della discarica di Cava Vitiello.

Èquella l’identità mancante, ciò che renderebbe il MATT un simbolo di riscatto e un punto di riferimento non solo per l’archeologia ma per l’educazione ambientale e civica.

Peccato che ai politici locali quella storia dia fastidio, non interessi: preferiscono ometterla, non citarne i protagonisti; così sono scomparsi dai libri e dalle conferenze stampa i nomi dei cittadini che negli ultimi dieci anni sono stati gli unici a interessarsi delle sorti di Cava Ranieri.

Meglio organizzare passerelle stampa in cui tecnici e architetti che svolgono il proprio mestiere – magari benissimo, ma semplicemente il proprio mestiere – vengono fatti passare per eroi, mentre chi ha speso tempo, energie e passione “aggratis” viene dimenticato.

Quanto (meglio) si sarebbe potuto fare se si fosse prestato ascolto dal primo momento agli attivisti, persone serie e preparate: non sarebbe, ad esempio, crollata la tettoia sulla cella vinaria di Villa 1, una delle tre ville romane di Cava Ranieri, che con un minimo sforzo economico poteva essere resa visitabile e fare il paio con il MATT.

Se l’intenzione, poi, è quella di coinvolgere le scuole, non si sa ancora quale sia l’offerta didattica: considerato che i gruppi di alunni dovranno trattenersi qualche ora al museo, cosa potranno fare? In quali spazi? Chi li accoglierà?

A breve la campanella farà di nuovo “ring”…

L’altra grossa anomalia è che il MATT, allo stato attuale, è un pollaio con troppi galli a cantare: dove si è mai visto un museo in cui chiunque ha competenza su qualcosa e nelle cui stanze trova spazio di tutto?

Non sarebbe meglio riempirle, alcune di quelle stanze, con oggetti antichi del mondo contadino o con quelle bellissime foto della misconosciuta eruzione del 1929 affisse nel Municipio?

Come palliativo, considerato che gli ori e gli argenti di Terzigno, cioè i reperti archeologici più importanti, non li vedremo forse mai…

Che alle associazioni venga data la possibilità di tenere vivo il MATT con delle iniziative è lecito e sacrosanto, ma la sua natura non va mai persa di vista: un museo archeologico deve esporre reperti, non politici.

Insomma, l’impressione è che il MATT sia destinato a rimanere un contenitore vuoto, nonostante i (pochi) reperti che a breve ospiterà; un monumento alla miopia politica terzignese e all’autoincensamento, funzione, quest’ultima, che assolve alla perfezione.

Forse c’è ancora tempo per rimediare, ma ciò richiederebbe un cambio di atteggiamento e di direzione da parte degli amministratori locali – un'”apertura”, siamo “matt”? – che finora non c’è mai stata, mentre le chiacchiere, quelle sì, abbondano.

E vengono raccolte nei libri.

Francesco Servino