A “SCUOLE APERTE” SI CONOSCE E ACCETTA L’ALTRO

Già attivati nuovi percorsi di laboratorio per far conoscere agli studenti le storie dei diritti negati. Il rapporto dei ragazzi con storie e culture diverse.

Si arricchiscono sempre più le proposte a disposizione del territorio delle scuole napoletane “C. Poerio” e il Liceo Scientifico “G. Mercalli” che si sono prefisse l”obiettivo di attivare una serie di strategie volte a promuovere la diffusione della “cultura della conoscenza e dell”accettazione dell”altro” inteso nelle sue varie sfaccettature.

Lo scorso lunedì 1 Febbraio c”è stato il primo incontro di “Per Gazzella”, un percorso laboratoriale sulle “storie dei diritti violati” tenuto dal prof. Alberto Clarizia e dalla prof.ssa Francesca Cozzi, che, attraverso l”uso di strumenti diversi nel campo della comunicazione inseguiranno nel corso dei successivi “incontri del lunedì” , l”obiettivo di generare consapevolezza dei grandi problemi che oggi presenta la società globale. Le idonee metodologie ad affrontare un tema così complesso e delicato consentiranno ai giovani utenti del corso di veder maturare in sè i semi di una tranquilla e avvertita fiducia nelle proprie possibilità di contribuire al cambiamento e al miglioramento del mondo che li attende.

Durante la stessa settimana, il 3 Febbraio, sono ripresi i mercoledì del laboratorio permanente della diversità sul territorio, da me guidato, con l”avvio del modulo “Indovina chi viene a cena”, che nel corso dei successivi sei incontri si propone di far interagire concretamente le diversità fisiche, sensoriali, culturali, politiche ed etniche dei protagonisti delle storie proposte con i vissuti socio-affettivo-relazionali degli adolescenti partecipanti.

La cittadinanza attiva, infatti, si origina da un “sentire sociale e condiviso di valori che rendono l”individuo abitante del mondo”. La scuola diventa, quindi, il luogo privilegiato di ricerca in rapporto dialettico con le istanze provenienti dalla comunità scientifica e con quelle provenienti dalla comunità sociale.

Il laboratorio operativo, avviato ovviamente con la visione dell”intramontabile film del 1967 con Spencer Tracy, Kathrine Hepburn e Sidney Poitier, che dà il titolo al modulo, è stato arricchito dal contributo delle psicologhe del CISS, la dott.ssa Alessia Agrippa e la dott.ssa Tilde Molaro, che hanno guidato i giovani partecipanti in un”attività intitolata “il viaggio in treno” che ha consentito una significativa riflessione sul rapporto dei singoli ragazzi con culture, storie, abilità diverse, ma soprattutto sugli stereotipi che troppo spesso caratterizzano il nostro modo di relazionarci “verso l”altrove”.

LA DEPRESSIONE POST-PARTUM

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Questa settimana la nostra rubrica di psicologia si occupa della soffocante incomprensione della donna che diventa madre. Vediamo insieme cosa è possibile fare per risolvere la depressione post-partum.
Di Silvano Forcillo

La depressione post-partum (dal latino “dopo il parto”) è una particolare forma di disturbo, sia di natura fisica, che organica e, soprattutto, di natura psicologica, che interessa alcune donne a partire dal 3° o 4° giorno dopo il parto. Questa particolare forma di sofferenza fisica e psicologica può durare diversi giorni e, in alcuni casi, si può anche presentare come una vera e propria depressione, accompagnata raramente da forme di psicosi.

In ogni caso, l”80% delle donne, nei giorni immediatamente successivi al parto, evidenziano sintomi di una lieve depressione, in una forma che lo psicanalista e pediatra inglese Winnicott, ha denominato “baby blues” (malinconia), perchè la malinconia caratterizza lo stato psicologico delle madri a termine della gravidanza. I sintomi del baby blues sono facilmente riscontrabili in tutte le mamme, subito dopo il parto e possono comprendere crisi di pianto immotivato, ansia, attacchi di panico, irritabilità, agitazione, che nella maggioranza dei casi scompaiono dopo pochi giorni.

I sintomi e i disturbi specifici della “depressione post-partum”, invece, sono molto più gravi e duraturi, infatti, possono durare, anche un anno intero e comprendono: insonnia, o sonno eccessivo, affaticamento, esaurimento, disperazione e angoscia, confusione, pianto irrefrenabile, disinteresse per il neonato, paura di fare qualcosa d”incontrollato e pericoloso per la salute del bambino, o per sè stessa, cambiamenti repentini di umore e paura per il proprio e l”altrui futuro.

La medicina, attribuisce questo disturbo ai cambiamenti ormonali nella donna e, in particolare, al calo del livello degli estrogeni e del progesterone. Tuttavia, vi sono molti altri fattori che contribuiscono alla manifestazione della depressione post-partum.
Non voglio dilungarmi oltre sulle cause fisiche ed organiche che determinano e spiegano la “depressione post-partum”, desidero, invece, soffermarmi sul punto di vista psicologico, affettivo, comportamentale e relazionale di questo disturbo.

Mettere al mondo un bambino è una delle più significative esperienze dell”esistenza umana. Tuttavia, non sempre, e non tutte le madri, vivono il parto, come un evento felice, gioioso e realizzante. La nascita di un bimbo, infatti, non è solo un gioioso e un felicissimo evento, così come vuole l”immaginario collettivo, la morale comune, o la romanzata e fantastica realizzazione dell”essere donna, ma, anche, l”inizio di nuove preoccupazioni, di nuove e serie responsabilità, di ansia e di paura per il proprio futuro di donna, di moglie e di madre. È con questi dolorosi contraddittori sentimenti ed è con queste contrastanti emozioni che si trova a fare i conti la mamma, dopo la gravidanza e, il più delle volte, in totale solitudine e nella più soffocante incomprensione.

A chi potrà, infatti, onestamente confidare e con chi potrà sinceramente condividere la totalità delle proprie avverse emozioni e sensazioni, senza essere in qualche modo giudicata nella sua figura sociale di madre? A chi potrà, infatti, dire: “:sono felice, sono fiera e soddisfatta di me per avere messo al mondo il mio bambino, ma mi sento anche sola, incompresa e abbandonata, ormai, la mia creatura che ho protetto e curata, con attenzione e amore, per tutto il tempo della gravidanza non è più in me e non è più il mio unico e solo motivo di gioia e soddisfazione, e ora cosa farò? Cosa sarà la mia vita d”ora in poi? Sarò ancora bella per mio marito, mi amerà, come sempre, visto come mi sono ridotta per la gravidanza? Farà ancora l”amore con me, o non sentirà più attrazione per me? Sarò in grado di crescere e prendermi cura del mio bambino, saprò fare la mamma ed essere responsabile della sua vita e della sua crescita? Riprenderò il mio fisico di sempre, per continuare a piacermi e a piacere?:”.

È in questo doloroso e inspiegabile subbuglio di emozioni che prende avvio e si radica, nella mamma, la “depressione post-partum”, resa ancora più dolorosa e insostenibile dall”amara constatazione di essere passata dalla dolce attesa, in cui tutti nutrivano, per la futura mamma, attenzione, dolcezza, disponibilità e amorevoli cure, alla triste, dura e desolata realtà, in cui il protagonista di attenzioni, affetto, dolcezze, disponibilità e amorevoli cure, ora è il bambino, questo bellissimo, ma inopportuno intruso.

Ecco, allora, insinuarsi nella mamma, la gelosia, l”odio e il rifiuto per il neonato e il conseguente e insopportabile senso di colpa per il provare simili sensazioni e non poterle ritenere giustificate. All”improvviso tutto sembra irrimediabilmente cambiato, al cambiamento del proprio corpo e della positiva e piacevole immagine di sè, creata con tanto dolore e tanta fatica, si aggiunge la scomparsa del desiderio sessuale e del desiderio di amare e di essere amata, la perdita della fiducia in sè stessa e nelle proprie potenzialità, il terrore di vivere unicamente per il figlio, il marito e gli altri e non più per sè stessa.

Cosa fare, allora per prevenire la depressione post-partum e cosa fare per risolverla?
Per prima cosa è opportuno limitare e ridurre le visite e i visitatori, sia in ospedale, che nei primi giorni del rientro a casa, dopo il parto; dormire nello stesso tempo in cui dorme il neonato, rafforzare il rapporto, il dialogo, la condivisione e l”interazione affettiva e corporea con il partner, mantenere i contatti con le persone veramente vicine, evitare le fantasie e le immaginazioni, ma ritrovare il “principio di realtà” rendendosi conto di ciò che è cambiato accettando la situazione in cui si vive, consapevoli che ci saranno gli inevitabili alti e bassi, ma che non potranno durare in eterno.

Bisogna ascoltare, accettare e rispettare le proprie sensazioni, le proprie emozioni e i propri irrinunciabili bisogni, quant”anche siano contraddittori e impensabili. Infine, è assolutamente necessario e salutare, per la vita di coppia, per l”aumentata famiglia e per il benessere e la salutare crescita del nuovo arrivato, che la mamma, tenga fortemente presente che esiste, anche un papà e che, anch”egli, di fronte alla storia d”amore che inizia tra la mamma e il suo neonato, si troverà nella sua personale “depressione post-partum”, peraltro, chiedendosi “:ma io cosa ci faccio qui tra loro?”. Sono molti, infatti, i papà che descrivono la rattristante e dolorosa sensazione di “sentirsi ed essere esclusi” da qualcosa di molto importante che, in ogni caso, riguarda anche loro.

Sia la letteratura medica che quella psicologica, non hanno mai messo in seria e consapevole evidenza l”attenzione sul fatto che, anche, il papà viva e soffra la depressione post-partum, nello stesso periodo in cui la vive la mamma, e che, probabilmente, proprio il coinvolgimento emotivo del neo-papà, necessario per una sana crescita del bambino, della coppia e della genitorialità, è la cura più efficace per uscire dalla depressione post-partum, in cui la mamma necessita di un ascolto emotivo, sincero, onesto e disponibile, soprattutto, da parte del proprio partner, neo-papà e futuro uomo da amare.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

STORIA DEL “900. RECORD DEL GOVERNO CRAXI, LA DONNA NELLA SOCIETÁ, L’ITALIA RAZZISTA

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Mentre la politica italiana va avanti tra i soliti sussulti e cambi di governo, nella società si fa largo la donna, con incarichi e responsabilità. Intanto, l”Italia si scopre razzista.
Di Ciro Raia

Quando scade il settennato di Pertini, alla Presidenza della Repubblica (1985) è eletto, con 752 voti su 977 votanti, il democristiano Francesco Cossiga. Nel discorso di insediamento, il nuovo inquilino del Quirinale, dichiara di voler essere il Presidente della gente comune. Ma, già, dopo poco tempo, abbandona questa sua aspirazione e, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, prende posizione contro i giudici, che si sono schierati contro alcune dichiarazioni del presidente del Consiglio, Craxi.

Intanto, lo stesso Craxi stabilisce un vero record alla guida del governo, riuscendo a restare in sella per oltre mille giorni. Poi, il suo gabinetto entra in crisi per questioni di politica estera; quando, infatti, il 7 ottobre del 1985, un gruppo di terroristi arabi si impadronisce della nave “Achille Lauro”, Craxi resiste alle pressioni degli americani, che chiedono una soluzione forte piuttosto che la via della mediazione. Per questo stesso episodio, il ministro degli Esteri, il repubblicano Spadolini, ritenendo che il governo abbia assunto una posizione troppo filoaraba, si dimette e provoca l”inevitabile crisi.

A capo di un governo privo di maggioranza, destinato a condurre il paese alle elezioni, è scelto (1987) di nuovo il vecchio Fanfani. Le urne decretano una sconfitta del PCI, un forte recupero della DC ed un successo del PSI. Quasi scompaiono i piccoli partiti laici. Si assiste, sempre più, ad una volgarizzazione della politica: nel Parlamento, infatti, fa ingresso da deputata –eletta nelle liste del Partito Radicale- la pornodiva Ilona Staller, nota col nome d”arte di Cicciolina.

A guidare il primo governo della X legislatura –un pentapartito con DC, PSI, PRI, PLI e PSDI- è chiamato il democristiano Giovanni Goria. Alla presidenza della Camera è eletta, per la prima volta nella storia d”Italia, una donna: la comunista Nilde Jotti; alla presidenza del Senato è eletto, invece, il repubblicano Giovanni Spadolini.

Al congresso del MSI del 1987 lascia la guida del partito Giorgio Almirante; nuovo segretario è eletto il giovane Gianfranco Fini.

Nel 1989 è sancito, poi, il cosiddetto patto del CAF, dalle iniziali dei nomi di Craxi, Andreotti e Forlani, rispettivamente segretario e padrone del PSI in avanzata elettorale, presidente del consiglio dei ministri e segretario della DC. I tre uomini politici sono quelli che hanno, letteralmente, in mano le sorti del paese. Attorno ad essi, specie attorno al segretario del PSI, cresce una schiera di questuanti e clienti, che va dagli attori agli intellettuali, dai giornalisti alle donne in carriera, ai prelati ed agli stilisti frequentatori dei salotti borghesi.

Andreotti, poi, richiamato per l”ennesima volta –dopo una parentesi in cui presidente del consiglio dei ministri è stato Ciriaco De Mita– alla guida del governo, è il personaggio più enigmatico; di lui Giorgio Bocca scrive: “è tutta la vita che mi domando come gli italiani abbiano potuto sopportare un individuo simile, addirittura simpatizzare per lui, trovare divertenti i suoi libri. Credo che ammirino in lui il modo italiano di far politica furbastro, tollerante, morbido, disonesto, senza principi [:]”.

L”Italia, intanto, sta profondamente cambiando. Un politico sconosciuto, Umberto Bossi, sulle pagine di “Lombardia Autonomista”, invoca l”autogoverno per la Lombardia e la precedenza dello stesso popolo lombardo nell”assegnazione di case e posti di lavoro: “il nostro è un fermento di riscossa e di risveglio”.

Lungo le strade, nelle piazze e nei mercati compare la moda del falso; si vende di tutto –profumi, borse, abbigliamento -ma con griffe falsificate.

La televisione appiattisce sempre più il livello culturale; cominciano gli anni d”oro per i megaspettacoli di Raffaella Carrà e Pippo Baudo, i loro ospiti super pagati, le telefonate in diretta, i giochi a cui possono partecipare anche i telespettatori. È una continua gara dello spreco e dell”effimero tra la RAI e le televisioni private (Canale 5, Rete Quattro e Italia 1) del magnate Silvio Berlusconi, buono amico di Craxi.

Le città, le campagne, i mari, le piante, gli animali e gli uomini si ammalano sempre più frequentemente di inquinamento. L”oncologo Giorgio Prodi lancia un tremendo avvertimento: “nella società industriale il carico inquinante è tale che tutti i nostri tessuti possono considerarsi iniziati al cancro”.

Scoppia il problema razzismo: un”indagine su un campione di circa cinquemila liceali romani rivela che i sentimenti nei confronti degli extracomunitari non sono improntati ai valori della solidarietà e della fratellanza. Alte percentuali di intervistati sono razzisti e si dicono propensi alla chiusura delle frontiere.

Non abbassa la guardia il terrorismo. Cadono, ancora vittime delle B.R., l”economista Ezio Tarantelli, l”ex sindaco di Firenze Lando Conti, il senatore democristiano Roberto Ruffilli. La delinquenza mafiosa chiude, invece, la bocca ai giudici Rosario Livatino, Antonino Scopellitti, Antonio Saetta ed a suo figlio Stefano, all”imprenditore Libero Grassi ed ai giornalisti Giuseppe Fava e Mauro Rostagno. Sotto i colpi della mafia cadono ancora il commissario di polizia Giuseppe Montana ed il vice capo della Mobile palermitana Antonino Cassarà, insieme a Giuseppe Insalaco, ex sindaco di Palermo, diventato uno spietato accusatore di un altro ex sindaco del capoluogo siciliano, Vito Ciancimino.

Nel mese di aprile del 1985, poi, in seguito ad un fallito attentato ai danni del giudice Carlo Palermo, perdono la vita i piccoli Salvatore e Giuseppe Asta con la loro mamma Barbara Rizzo. Un”auto-bomba fatta scoppiare, infatti, in una strada nei pressi di Trapani, colpisce l”auto che sta sorpassando quella del giudice, che, così, si salva.

Un dato positivo, però, emerge. Nella società e nel lavoro la donna comincia a conquistare spazi, ruoli e responsabilità di primo piano: Anna Maria Miglio è questore a Terni, Carmelita Russo è giudice a Vibo Valentia, Ilda Boccassini si occupa di mafia alla procura di Milano, Giusy Nicolini –sull”esempio precedente di Elda Pucci a Palermo- è sindaco a Lampedusa, Silvia Barecchia è vicepresidente della Citibank, Antonella Celletti è la prima pilota sui jet Alitalia.

(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=25

PER LE PROSSIME ELEZIONI NON GUARDATE IL CAPPUCCIO MA IL MONACO

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Le regionali sono alle porte, per dare fiducia bastano due cose: leggere la storia del candidato e guardare bene la sua faccia.

Caro Direttore,
ho avuto il privilegio di assistere alla proiezione di un bellissimo film, “L”uomo che verrà”; emozionante, coinvolgente, lirico. Incancellabili quei fotogrammi finali nei quali la piccola Martina, vittima inconsapevole di uno choc subito nell”infanzia, riacquista improvvisamente la parola e canta una nenia per il suo fratellino, neonato, scampato alla morte in divisa nazista. Quel fagottino di pochi giorni, affamato di latte e di affetto, è l”uomo che verrà. Un uomo sfuggito alle barbarie della guerra, alle violenze dei tedeschi in fuga, alle insidie del freddo autunno in un piccolo agglomerato nei pressi di Marzabotto, sul Monte Sole. Un uomo che rende ragione alla speranza, alla fiducia!

Come dicevano i nostri padri? “Spes ultima dea!” Per i latini, speratus e sperata erano il fidanzato e la fidanzata: la persona con la quale si sperava (e si spera) di vivere (congiungersi) un giorno e per tutta la vita. La spes latina era, innanzitutto, fiducia, auspicio. Anche l”anello matrimoniale si chiama fede non in quanto simbolo di un contratto, di un patto, ma in quanto simbolo di fiducia richiesta, riversata e condivisa in un”altra persona. Per cui la speranza non può essere un desiderio o la realizzazione di un sogno. “Il tempo presente è gramo anche e (soprattutto?) per questo: tende a ridurre la speranza semplicemente a illusione, chimera, sogno irrealizzabile, miraggio. Il contrario del suo significato profondo, la negazione della carica trasformatrice che contiene, porta con sè e protende in avanti”. (Mario Capanna, “Speranze”, Rizzoli, 1994).

È possibile, Direttore, che, oggi, si sia persa la speranza? Ovunque ti giri, sfracelli. L”altro giorno è stato inaugurato l”anno giudiziario e si è visto com”è andata. Se si parla di moralità, si è derisi; se si pronuncia la parola “etica”, si è presi per vecchi pazzi. Sì, perchè, bisogna essere avanti negli anni e fuori di testa –secondo la vulgata corrente- per parlare di etica. Dei miei tempi del liceo ricordo una versione di greco, tratta da Plutarco.

Riguardava l”ostracismo che aveva colpito l”eminente politico ateniese, Aristide, nel 482 a. C. “Mentre tutti stavano scrivendo il nome sui cocci, si racconta che un tizio, il quale non sapeva scrivere ed era un villano fatto e finito, consegnò il suo coccio ad Aristide, credendo che fosse il primo venuto, e gli chiese per piacere di scrivere il nome di Aristide. Questi, stupito, domandò all”uomo se Aristide gli avesse fatto qualche torto. “Nessuno”, rispose l”altro, “io non lo conosco nemmeno. Ma sono stufo di sentir ripetere dappertutto che è un uomo giusto”. Aristide ascoltò e non replicò niente: scrisse sul coccio il proprio nome e lo restituì”. Invidia, gelosia, rancore, miserie umane, superficialità o altro? Tutto il mondo è paese, ovunque ed in ogni tempo.

Ma il sistema (l”insieme di elementi in stretto rapporto fra loro, destinati a determinati scopi e finalità) va così; è come un treno in corsa, è inimmaginabile tentare di fermarlo. Sembra il ritornello di una canzone alla moda: la politica non funziona e i politici non sono all”altezza (o concussi o indagati)? Non c”è niente da fare, è il sistema! Gli extracomunitari sono banditi e gli anziani emarginati? Che si può fare di più? È il sistema! Bisogna pagare una mazzetta per aver qualcosa che spetta di diritto? Che dire? È il sistema! Insomma, il sistema è diventato un termine passepartout: una parolina magica che ci fa accedere ovunque, ci spiega tutto, ci giustifica i comportamenti più impensabili.

Ora che le elezioni regionali sono alle porte, girano molti candidati e molte famiglie di candidati, che, fino a qualche giorno fa, militavano in altri schieramenti. Chiedono voti in nome di una presunta loro coerenza; quasi ti spiegano che il sistema ha cambiato i partiti e le ideologie che li hanno ispirati. Tutto cambia in nome del vantaggio. Solo questi poveri candidati (che in tutti i paesi del mondo sarebbero chiamati trasformisti, tranne che da noi), nella loro coerenza, si son trovati a dover cambiare schieramento.

Così dei sedicenti uomini di sinistra (in nome del potere) si trovano candidati nelle liste di destra come, anni prima, dei sedicenti uomini di destra si trovarono candidati nelle liste di sinistra. Una volta, uno divenne ministro, un”altra volta, l”altro assunse la presidenza di un prestigioso ente. Così che l”uno e l”altro dissero che lo facevano in nome della governabilità, dello spirito di servizio, dell”abnegazione ed altre astruserie simili. È vero, nella politica il fine giustifica i mezzi; ma c”è anche bisogno di una chiarezza, di una sintonia tra i mezzi e i fini.

Caro Direttore, siamo alla frutta. Qualcuno dirà –come da prassi- che è colpa del sistema. Ma io non ci sto. Contesto con veemenza questo modo di vivere e di pensare. E credo che così dovrebbero fare tutte le persone oneste ed intelligenti (intus legere= leggere dentro). Si racconta che il grande filosofo Ludovico Geymonat, in un incontro con degli studenti, abbia detto: “Contestate e create; non cadete dalla contestazione nello scetticismo; mettete sempre in discussione le conquiste di un”epoca dall”epoca successiva. È bene non dimenticare mai che la storia delle idee è storia di lotte e di conquiste, di contestazioni e di creazioni. E, dunque, l”idea di contestazione e quella di creazione camminano appaiate”.

Non ricordo chi abbia detto (certamente l”ho letto da qualche parte) che “Ci sono persone la cui faccia è la cosa più indecente di tutto il corpo”. Questa massima mi è tornata alla mente, vedendo i primi manifesti elettorali. Volti sorridenti, falsamente suadenti, oranti, preoccupati, intriganti, sensuali, ammiccanti. Volti indecenti. Volti da culo e da paraculo. Per l”ennesima volta, Direttore, abbiamo una potentissima armi tra le mani: il voto. Se non lo svendiamo o non lo barattiamo, possiamo avere la speranza concreta –nel senso che possiamo riporre la fiducia in noi stessi e in qualcuno che la pensa come noi- che qualcosa cambi davvero. Cercando di eliminare, ovviamente, le contaminazioni del sistema!

I latini erano soliti dire: stultum est dicere “putabam” (è da stolti scusarsi dicendo: “io credevo”). A che servirebbe, perciò, ripetere, in caso di reiterati nostri comportamenti, discendenti da un sistema malato-corrotto-magmatico-acrititco ma, comunque, emendabile: credevo fosse una persona perbene:; credevo volesse fare qualcosa per il paese:; credevo che il suo senso civico:; credevo che la sua educazione:
Basta ricordarsi (ricorrendo ancora al latino) che: “cucullus non facit monachum” (il cappuccio non fa il monaco)!

ABUSI EDILIZI. QUANDO A PAGARE É IL PIÚ DEBOLE

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È il caso di cominciare a pensare di mandare a casa quei politici che non sanno governare il territorio e causano disastri ambientali.
Di Amato Lamberti

“Il piccone fa giustizia degli abusi edilizi”, così iniziava un articolo di riflessione, sugli interventi di demolizione avviati dalla magistratura nell”isola di Ischia, nel quale si sollevavano molte perplessità sulla linea scelta e sui tempi per attuarla. Poichè si tratta di un problema che riguarda tutta la regione Campania e, in particolare, alcune aree come quella vesuviana e nolana, vale la pena fare qualche riflessione, proprio a partire dalla situazione ischitana.

La Procura della Repubblica di Napoli ha definito più di 600 pratiche di abbattimento di manufatti abusivi. Ma gli abusi edilizi non sono tutti uguali. Dovremmo almeno distinguere quelli finalizzati a realizzare la prima casa di un nucleo familiare residente, da quelli, per così dire speculativi, per realizzare una o più case per affittanza, villette per affitto o per vendita, villette o seconde case per non residenti, costruzioni per la realizzazione ex novo o per l”ampliamento di negozi, ristoranti, pensioni, alberghi. Una distinzione che sarebbe stata molto utile per poter classificare il manufatto abusivo tra quelli, per così dire di necessità, o, tra quelli di speculazione pura e semplice.

Nessuno l”ha fatta questa distinzione, tanto è vero che il primo, e quasi sicuramente l”unico, abbattimento ha riguardato il soggetto più debole, un operaio disoccupato, e l”abuso più motivato dalla necessità della prima e unica abitazione. Su più di seicento situazioni definite di abusivismo non sanabile non mi si venga a dire che non c”era nemmeno una situazione di abuso speculativo da parte di soggetti proprietari, magari in condizione professionale o imprenditoriale. Si è voluta fare giustizia, in fretta e con grande clamore mediatico; si è scelta la situazione più semplice su cui intervenire, e si è, colpevolmente e consapevolmente, consumata una ingiustizia, se non sul piano della forma, sicuramente su quello della sostanza dei fatti e delle responsabilità.

È mancata ancora una volta la politica cui spetterebbe il governo del territorio. Non dotarsi di un piano regolatore ha significato dare via libera ad ogni sorta di abuso e di speculazione. La gente ne ha approfittato, nella convinzione che un qualche condono avrebbe sanato tutto, ma nessuno è intervenuto per condannare e rimuovere gli amministratori che non facendo spingevano al consumo selvaggio di un territorio soggetto a vincoli non superabili nè aggirabili.

Alla magistratura spetta, sicuramente, individuare e perseguire gli abusi edilizi e, in particolare, gli autori degli abusi spesso colpevoli anche di operazioni di compravendita immobiliari ai danni di ignari cittadini che, come è avvenuto a Casalnuovo, si sono ritrovati con il decreto di abbattimento di un immobile condominiale acquistato con tanto di rogito notarile e di prestito bancario agevolato trattandosi di prima casa.

Il paradosso è che l”intervento della magistratura ha prodotto, da un lato, l”immediato decreto di abbattimento dell”abitazione, e, dall”altro, si è limitato ad avviare il procedimento penale nei confronti del costruttore e degli amministratori pubblici, senza neppure porsi il problema della vendita dell”immobile abusivo e della restituzione del denaro versato per l”acquisto attraverso la stipula di un mutuo che il contraente è costretto ad onorare anche in assenza del bene che garantiva la stessa concessione del mutuo. Dire che in queste condizioni la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni vada a farsi benedire è poco, anche perchè i problemi restano tutti sul tappeto senza soluzione.

Ci sarebbe bisogno della politica ma il timore di poter essere accusati di atteggiamento favorevole, se non di connivenza, con situazioni di abusivismo e speculazione, blocca ogni iniziativa, compresa quella, obbligatoria, di dotarsi di un piano regolatore che faccia i conti con l”esistente e proponga soluzioni in linea con le normative vigenti. Forse, sarebbe utile e importante che, nei casi di inadempienza, gli amministratori fossero sostituiti da commissari ad acta, come prevede la legge, ma anche mandati a casa perchè responsabili del disastro ambientale del proprio territorio.
(Fonte foto: youreporter.it)

LE CITTÁ AL SETACCIO

IL GIORNO DELLA MEMORIA. COMBATTERE LE FOLLIE

Testimoniare il ricordo per non dimenticare mai, è il valore della “Giornata della memoria”. L”appello del Premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel.
Di Don Aniello Tortora

Con amici, visitando la Polonia, siamo stati anche ad Auschwitz-Birkenau, tempo fa. È stata una delle esperienze più belle e tristi (nello stesso tempo) della mia vita. Guardare da vicino, rendersi conto di persona di tutto quello che la “follia” umana ha potuto compiere, è un”esperienza che rimane impressa nel cuore e nella mente per tutta l”esistenza. In Italia si è dato ampio risalto alla Giornata.

Anche il papa tedesco è tornato sull”argomento. Frutto di una “megalomania disumana” e dell””odio razzista dell”ideologia nazista”, la Shoah perpetrata “nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista” non va dimentica. E bisogna dunque sempre pregare perchè “Dio onnipotente illumini i cuori e le menti affinchè non si ripetano mai tali terribili avvenimenti”. Per due volte, al termine dell”udienza generale di mercoledì 27 gennaio, Benedetto XVI è tornato a parlare dell”olocausto subìto dal popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale, come aveva fatto un anno fa allo Yad Vashem, durante la sua visita a Gerusalemme, e ancora prima nel discorso pronunciato nel 2006 ad Auschwitz-Birkenau.

“Esattamente 65 anni fa – ha detto testualmente il Papa in tedesco, dopo aver sintetizzato per i suoi connazionali il contenuto della catechesi – il 27 gennaio del 1945, il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dall”esercito sovietico. Le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti mostrarono al mondo a quale orribile crimine la megalomania disumana e l”odio razzista dell”ideologia nazista portarono in Germania”.

“Il ricordo di questi fatti – ha aggiunto Benedetto XVI – in particolare la tragedia della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, così come la testimonianza di tutti coloro che si sono opposti a questa follia a rischio della propria vita, ci ricorda sempre più il dovere dell”assoluto rispetto della dignità della persona e della vita umana”. Per il Papa, “tutte le persone di tutti i popoli e di ogni luogo devono percepirsi come una sola grande famiglia”, e di qui l”invocazione perchè “Dio onnipotente illumini i cuori e le menti affinchè non si ripetano mai tali terribili avvenimenti”.

“Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945 – ha continuato il papa – venivano aperti i cancelli del campo di concentramento nazista della città polacca di Oswiecim, nota con il nome tedesco di Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l”orrore di crimini di inaudita efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista”. “Con animo commosso – ha proseguito – pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi aberranti e disumani”.

E, ancora una volta, ha concluso con l”auspicio che “la memoria di tali fatti, in particolare del dramma della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto della dignità di ogni persona, perchè tutti gli uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente illumini i cuori e le menti, affinchè non si ripetano più tali tragedie!”.

Anche il Parlamento italiano ha commemorato il giorno della Memoria, invitando Elie Wiesel (foto), Premio Nobel per la Pace, il cui “leit motiv” del suo commovente intervento è stato: “Ricordare, perchè ciò non accada più” .

“Se uno ascolta un testimone, lo diventa a sua volta: quindi, leader e parlamentari italiani, diventate nostri testimoni”. Ha detto di non essere preoccupato di tramandare la memoria dello sterminio nazista quando non ci saranno più reduci e testimoni diretti dell”orrore dei campi, Elie Wiesel, lo scrittore ebreo premio Nobel per la Pace, l”unico sopravvissuto della sua famiglia all”inferno di Auschwitz e di Buchenwald. Il nodo, ha spiegato Wiesel, è che dopo lo sterminio di sei milioni di persone “il mondo si è rifiutato di ascoltare, imparare: altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Rwanda, la Bosnia, il Darfur e come possiamo comprendere l”antisemitismo oggi? Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall”antisemitismo, cosa potrà farlo?”.

Il premio Nobel ha anche invocato l”arresto del presidente iraniano Ahmadinejad, che si ostina a negare l”Olocausto e dichiara di voler distruggere Israele, e la sua traduzione davanti alla Corte dell”Aia per crimini contro l”umanità. E ha chiesto alle autorità italiane di adoperarsi, per primi a livello internazionale, per fare in modo che anche gli attentati suicidi siano considerati alla stessa stregua: crimini contro l”umanità. “Non servirà a fermarli – ha detto – ma forse fermerà i loro complici”.

Tantissime manifestazioni nel nostro Paese hanno dato ampio risalto al Giorno della Memoria. Mi auguro che veramente tutti ricordiamo tutto e che qualcuno organizzi i Giorni della Memoria per ricordare anche le “follie criminali” avvenute oltrecortina. Non esistono “follie dittatoriali” di destra o di sinistra. La follia è follia e va sempre ricordata- curata-combattuta.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RICCHEZZA ESPRESSIVA DEL LINGUAGGIO GIOVANILE

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Nel dialogo che segue (neanche tanto inventato), i protagonisti discutono del linguaggio dei giovani, ed è uno spasso scoprire che è frutto di metafore e di associazioni di immagini.
Di Giovanni Ariola

– Non so – afferma il dottorino visibilmente soddisfatto di poter portare una sua personale esperienza nel colloquio che si sta svolgendo tra il prof. Carlo e il prof Eligio sul linguaggio usato dai giovani – da dove vengano fuori certe parole, da chi siano state pronunziate per primo, nè se abbiano una etimologia individuabile. Sono neologismi anomali, parole a volte inventate, altre volte trasformate, perfino stravolte nel significato e costituenti una lingua senza storia.

Con i miei compagni di liceo usavamo dire di qualcuno di noi che aveva fama di iettatore: porta seccia con la variante: è una seccia. Riflettendo sulla parola, poichè seccia è la versione dialettale di seppia ed è, per traslato, metafora di grullo, stupido, non si capisce come si arrivi al concetto di iella, sfortuna per il quale tra l”altro già esiste, sempre nel linguaggio giovanile, la parola sfiga con i derivati sfigato e sfigata, regolarmente registrati come termini colloquiali dai dizionari della lingua italiana. Ho consultato vari vocabolari dialettali. Essere seccia = essere minchione (Antonio Altamura) oppure essere grullo, sciocco (Francesco D”Ascoli). Fare “a seccia = fare lo spaccone (Altamura e D”Ascoli che spiega il traslato con l”abitudine del mollusco di avvolgersi in una cortina fumosa per nascondersi nei momenti di pericolo e richiama a tal proposito il dialettale fummo).

Il D”Ascoli registra anche mena” “o nniro “e seccia = gettare fumo negli occhi; malignare su qualcosa; allora ho pensato che si potrebbe partire da questa espressione per spiegare l”origine del significato di portare sfortuna. Insomma colui che porta iella (anche portasfiga) sarebbe una seccia, uno che mena “o nniro “e seccia, del nero inteso come influsso dannoso sulle persone e sulle cose che incontra.

– La ricostruzione – interviene il prof. Carlo – mi sembra verosimile e fondata, ma il passaggio metaforico può essere stato un fatto casuale non consapevole.

– Certo, come per la parola palla che per essere un oggetto pieno di aria, praticamente vuoto, passa a designare metaforicamente da una parte la bugia, che è un”affermazione priva di fondamento, falsa, dall”altra la persona che è vuota di materia grigia, stupida e in quanto tale fastidiosa, noiosa. Da palla l”altro traslato palloso e l”espressione che palle! Credo però che sia intervenuta nel tempo un”associazione di concetti e sia scattato un riferimento alle palle come testicoli come dimostrano le varianti di palloso = abboffapalle e rompipalle.(L”Altamura registra: nun m”abbuffà “a guallara!)

– Senza alcun dubbio – ammette il prof. Carlo – Una delle caratteristiche del linguaggio giovanile è proprio questa abbondanza di attività metaforica, conseguenza di una intensa e vivace attività associativa soprattutto di immagini più che di concetti, con una predominanza di riferimenti espliciti o semplicemente allusivi agli organi sessuali. Vedi le parole figo e figa (con le varianti fico e fica) per indicare un bel ragazzo o una bella ragazza Una volta ai tempi miei si sarebbe detto rispettivamente fusto e schiocca (quest”ultimo termine è forse variante fonica, ma anche credo una versione purgata e ingentilita di gnocca = organo sessuale femminile e quindi, per metonimia, ragazza molto attraente).

– Ci siamo alquanto allontanati – interviene il prof. Eligio – dall”assunto iniziale del nostro discorso. Assodato che il linguaggio giovanile è una sorta di gergo di gruppo tendente a fondare una identità interna, insomma un mezzo di riconoscimento tra pari e un segno di appartenenza ad un gruppo, per distinguersi dalla comunità degli adulti, anche se non necessariamente con l”intenzione di rendersi ad essi incomprensibili, c”è da chiedersi: come deve comportarsi la scuola nei confronti di questo linguaggio? Continuerà ad espungerlo in nome di un linguaggio standard, piuttosto astratto in verità, stabilito artificiosamente e imposto dall”alto, o deve essere più permissiva?

Anche in considerazione del fatto che è difficile trovare oggi modelli validi universali da proporre, visto che gli scrittori attuali accolgono nei loro scritti non solo queste parole ed espressioni del gergo colloquiale ma, per una esplicita intenzionalità mimetica e anche per una precisa concezione estetica, che vuole essere realistica, utilizzano ogni tipo di linguaggio che trovano nella realtà dei parlanti intorno a loro.

– Concordo con quello che dici. – aggiunge il collega – La domanda di fondo è ancora: quale italiano oggi? Anche perchè si è constatato che molti studenti lasciano la scuola senza sapere scrivere correttamente, commettendo errori di grammatica e in particolare di sintassi, e mostrando di possedere, come ha denunciato recentemente l”Accademia della Crusca, un lessico povero e improprio. Che deve fare la scuola? Bisogna darle atto che negli ultimi decenni si è molto aggiornata, almeno stando alle dichiarazioni e ai documenti programmatori. Non si sa poi nella prassi. La scuola, dunque, ha capito che deve stare al passo con i tempi e si è convertita finalmente al plurilinguismo.

Ma il punto dolente resta quello di svecchiare le tecniche didattiche. La tanto sbandierata educazione linguistica quasi sempre si riduce ad una lezione tradizionale. La scuola dovrebbe svolgere il suo ruolo che è quello di insegnare a conoscere e saper utilizzare il codice lingua con i molteplici sottocodici, linguaggi settoriali e gerghi, nonchè i vari registri e a contestualizzarli. Insomma i ragazzi dovrebbero imparare a scomporre e ricomporre la lingua in mille modi diversi: per far ciò, si dovrebbe attivare in ogni aula un laboratorio linguistico:.

Ha ascoltato le ultime affermazioni il prof. Piermario Z., che il prof. Geremia chiama oppositivamente ma scherzosamente, con rima pertinente e significativa, il rivoluzionario, e talvolta l”incendiario, appena entrato e impegnato a liberarsi, con qualche imprecazioncella tra i denti, di un vecchio trencio ( italianizzato dall”ingl. trench, impermeabile con cintura in vita; lo indossava il tenente Sheridan in una serie televisiva di telefilm polizieschi), sempre quello, a memoria di quanti lo conoscono, completamente zuppo.

– La scuola, secondo me – interviene con la irruenza e la foga abituali – dovrebbe essa stessa:. andare a scuola Sì, tanti professoroni che vi insegnano ovvero che presumono di insegnare, dovrebbero rimettersi a studiare per capire che cosa e come devono insegnare. Ma vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad una mutazione antropologica. È cambiata la forma mentis dei nostri ragazzi che sono stati definiti digital natives. (continua)

IL DIALOGO PRECEDENTE

LE VOCI DELLA MEMORIA

Con il progetto “Scuole Aperte”, si discute anche di Shoah e della questione israelo-palestinese. Si riflette sul XX secolo e sui conflitti e stermini che il mondo ha dovuto conoscere.
Di Annamaria Franzoni

Agli appuntamenti del mercoledì di “Scuole Aperte” al Mercalli, che riprenderanno dal prossimo 3 febbraio, da qualche settimana si sono aggiunti quelli del martedì sui “Conflitti e gli stermini nel XX secolo” tenuti dal Prof. Francesco Soverina .
I ragazzi delle IV e delle V classi del Liceo Mercalli, infatti, stanno affrontando, di settimana in settimana, gli scottanti temi della Shoah e la questione israelo-palestinese, nell”ambito del Progetto Scuole Aperte.

Gli obiettivi, che tale attività extracurricolare si propone, sono finalizzati all”attivazione di una coscienza storico-culturale e allo sviluppo di uno spirito critico che consenta il riconoscimento del proprio e dell”altrui contesto storico culturale, per crescere nel rispetto reciproco.
I giovani liceali sono coinvolti in attività laboratoriali pomeridiane che li vedono protagonisti di una formazione partecipata e condivisa, animata magistralmente dal prof. Soverina, che li ha guida in un percorso di ricerca alla scoperta della ricchezza dell”altro, del valore della diversità e delle differenze, per individuare, attraverso la ricerca storica, le risorse umane presenti in ogni persona, favorendo il superamento di fobie legate a chi non si conosce e la riduzione dell”indifferenza culturale e sociale.

La proiezione di scene selezionate da film come -Amen, Il pianista, La tregua, Il bambino dal pigiama a righe-, la lettura di brani tratti dal -Settimo milione- di Tom Segev, -le riflessioni sulla Nakba-, sulla prima Intifada, la visione di brani del film -Valzer con Bashir-, il documentario sulla distruzione della città di Jenin, stimoleranno nei nostri giovani conoscenze significative e riflessioni che arricchiranno il percorso della loro formazione di cittadini attivi e consapevoli.

La loro esperienza di studio sarà inoltre arricchita dalle lezioni e da strumenti didattici curati dallo stesso prof.Francesco Soverina e realizzati dall”ICSR sullo sterminio nazista e sul conflitto israelo-palestinese.
Auguriamo ai nostri giovani e al loro docente un buon lavoro.

LA RUBRICA

IL BURNOUT. OVVERO, “MORIRE PER IL LAVORO E PER LA PROFESSIONE”

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Insegnanti e infermieri sono le categorie più esposte al rischio di ammalarsi della sindrome di Burnout. Cosa fare e come sfuggire alla sensazione di “sentirsi bruciati”.
Di Silvano Forcillo

“Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l”ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”. (Pablo Neruda)

La sindrome da Burnout, o più semplicemente burnout è il risultato di disturbi e di patologie derivanti da un grave stress fisico, psicologico ed emotivo che colpisce particolarmente le persone che esercitano le professioni d”aiuto: medici ospedalieri, medici di base, infermieri, insegnanti, educatori, poliziotti, poliziotti penitenziari, vigili del fuoco, carabinieri, psichiatri, psicologi, avvocati, assistenti sociali, fisioterapisti, personale della protezione civile, operatori del servizio civile, qualora essi non rispondano in maniera adeguata e in modo efficace ai carichi eccessivi di stress, che il loro lavoro li porta ad assumere.

Gli studi più recenti compiuti sulla sindrome da burnout hanno messo in evidenza tre particolari dimensioni, attraverso le quali si manifesta il burnout:

1) il deterioramento nei confronti del lavoro;
2) il deterioramento delle emozioni e dell”entusiasmo, che erano originariamente associate al lavoro;
3) il deterioramento dell”adattamento tra persona e ambiente lavorativo e tra persona e lavoro.

La prevalenza della sindrome da burnout, nelle varie professioni, pur non essendo stata ancora chiaramente definita, sembra essere molto elevata tra gli operatori sanitari, in modo particolare tra gli infermieri (il 40% degli infermieri ospedalieri rischia un elevato livello di burnout) e tra gli insegnanti (il 45% degli insegnanti va incontro ad elevati e allarmanti livelli di burnout).

Gli infermieri e gli insegnanti, quindi, così come dimostrano i dati statistici, rappresentano le due figure professionali più a rischio di burnout. Fare l”infermiere significa prendersi concretamente, faticosamente e continuamente cura della persona malata; soddisfare e appagare il più vitale dei bisogni umani: non soffrire, non provare dolore e stare bene in salute, per potere vivere sani e sereni la propria vita.

Fare l”insegnante significa prendersi onestamente, sinceramente e amorevolmente cura dell”alunno; significa alimentare e tenere accesa, senza mai farla spegnere, la sacra fiamma della “motivazione cognitiva”, con la quale ogni essere umano nasce, e con la quale, ogni uomo venuto al mondo, cresce, matura, sperimenta, progetta e costruisce la propria vita; fare l”insegnante, quindi, significa soddisfare e mai tradire l”irrinunciabile bisogno, insito in ogni alunno di conoscere, capire, osservare, sapere, scoprire, sperimentare e poter progettare e costruire la propria vita e la propria autorealizzazione.

La categoria degli infermieri e degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress di tipo professionale e la natura di queste due professioni seppure diverse, per la loro peculiare complessità e le specifiche difficoltà, se ricondotte allo specifico scenario scolastico e sanitario italiano, presentano lo stesso elevato rischio di burnout e simili problematiche che ad esso possono condurre:

  • la tipicità della professione insegnante: il difficile e delicato rapporto con studenti e genitori, classi numerose, situazione di precariato, conflittualità e rivalità tra colleghi, costante necessità di aggiornamento professionale, la rapida trasformazione della nostra società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale (crescita del numero degli studenti extracomunitari), il continuo evolversi delle nuove tecnologie (internet e informatica), il rincorrersi delle continue riforme (decreti delegati, autonomia scolastica, innalzamento della scuola dell”obbligo, riforma dei licei, ecc.), il difficile passaggio dall”individualismo al lavoro in team (più docenti per classe, ritorno al maestro unico, le compresenze), il mancato riconoscimento del ruolo istituzionale attribuito all”insegnante e il mancato riconoscimento retributivo (stipendio insoddisfacente e scarsa considerazione da parte dell”opinione pubblica)

  • la tipicità della professione infermiere: il difficile e delicato rapporto con i malati e i loro parenti, carenza di posti letto, malati sistemati su barelle nei corridoi, situazione di precariato, conflittualità e rivalità tra colleghi, costante necessità di aggiornamento professionale (gli ECM – Educazione Continua in Medicina), la rapida trasformazione della nostra società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale (crescita del numero dei malati e dei degenti extracomunitari), il continuo evolversi delle nuove tecnologie (internet e informatica), il rincorrersi delle continue riforme (eutanasia, testamento biologico, pillola abortiva, accanimento terapeutico, obiezione di coscienza), il mancato riconoscimento del ruolo istituzionale attribuito all”infermiere e il mancato riconoscimento retributivo (stipendio insoddisfacente e scarsa considerazione da parte dell”opinione pubblica).

Queste figure professionali sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona “aiutata”. Ne consegue che, se non adeguatamente sostenuti, facilitati e incoraggiati, questi soggetti cominciano a sviluppare e a risentire di un lento, inesorabile e graduale “logoramento”, o “esaurimento” psicofisico dovuto alla scarsità di energie e all”impossibilità di scaricare lo stress accumulato. In queste condizioni può anche accadere che questi professionisti si coinvolgano eccessivamente e/o negativamente con la persona “aiutata” facendosi un carico smisurato delle problematiche delle persone di cui sono responsabili e a cui devono badare e non riuscendo più a differenziare tra la loro vita e la vita dell”altro, vanno, in questo modo, inevitabilmente incontro ad una dolorosa depersonalizzazione, all”esaurimento emozionale e al tradimento dell”originaria ed entusiastica motivazione, con la quale si era consapevolmente scelta la propria attività lavorativa.

Le reazioni di adattamento che i singoli individui, sia insegnanti che infermieri adottano per far fronte al burnout, nel tentativo di opporsi ad una situazione che, se non affrontata per tempo e in modo efficace, può degenerare in malattia psicofisica, sono diversificate, a seconda dell”azione strategica, che si pensa di mettere in atto:

  • azioni dirette, cioè azioni e comportamenti, che tendono a volere vivere positivamente la situazione e a focalizzarsi sul problema piuttosto che sullo stato d”animo, o sulle personali emozioni suscitate dallo stesso.

  • azioni diversive, cioè azioni che mirano a evitare l”evento, adottando un atteggiamento e un comportamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di estranei.

  • azioni di fuga o di abbandono dell”attività, per salvarsi dalla situazione stressogena.

  • azioni palliative, cioè assumere comportamenti basati sul ricorso a sostanze, come caffè, fumo, alcool, farmaci, caramelle, dolci.

Tuttavia, un vero, efficace e significativo modo di prevenire il burnout, o di intervenire sull”insegnante, o sull”infermiere affetto da burnout è quello di attivare, a livello socio-istituzionale, o a livello personale un progetto terapeutico, attraverso un “sostegno di counseling”, o un “sostegno psicoterapeutico” personalizzato, che si prefigga di raggiungere quattro obiettivi uguali per tutti:

  • ridurre, ridimensionare, o meglio ancora, eliminare, le proprie aspettative rispetto al lavoro e all”apprezzamento che desideriamo ricevere dagli altri attenendosi il più concretamente e consapevolmente possibile alla realtà. È bene ricordare, che aspettativa è sinonimo di delusione e frustrazione.

  • Enfatizzare gli aspetti positivi del proprio lavoro ed evitare di concentrarsi e fermarsi unicamente e ossessivamente su quelli negativi e frustranti.

  • Coltivare interessi al di fuori del lavoro ed evitare di portare con sè e nei luoghi, al di fuori del lavoro, (in casa, nel rapporto coniugale e in quello genitoriale, nel gruppo di amici e nei momenti di divertimento e piacere) le problematiche professionali e lavorative.

  • Lavorare in compagnia, in team o in equipe, per non avvertire la solitudine e il peso della incomprensione e per potere condividere lo stress e le difficoltà dell”attività lavorativa.

A questo punto, credo che sia chiaro a chi legge, che il corretto approccio alla soluzione di un fenomeno così complesso e invalidante, come il burnout, sia l”intervento che preveda un”azione a livello personale con un supporto tecnico/specialistico, come la psicoterapia individuale, o di gruppo, o il setting di counseling, sanitario o scolastico. L”intervento specialistico di tipo psicologico deve tendere ad aiutare il soggetto a reimpostare la propria vita, la propria attività professionale e la relazione interpersonale. Un intervento particolarmente efficace, per la prevenzione dalla sindrome da burnout e per la guarigione di chi ne è affetto, è dato dalla psicoterapia di gruppo.

La psicoterapia di gruppo, infatti, riduce il senso di solitudine e di abbandono e migliora il sentimento di collaborazione e di aiuto reciproco, per questo risulta particolarmente indicata, nell”affrontare problematiche di tipo professionale, mancanza di autostima, disturbi d”ansia, comportamenti compulsivi, relazioni conflittuali, condizioni in cui è estremamente utile potersi confrontare con persone che hanno problemi similari, vedere come li affrontano e imparare vicendevolmente.

L”esperienza della psicoterapia di gruppo, soprattutto quelle ad approccio umanistico-esistenziale, promuovono l”autoconsapevolezza, l”autofiducia e l”autorealizzazione, peraltro, caratteristiche peculiari della “persona che funziona ad alto livello”, ovvero la persona perfettamente integrata (che tiene ben unite la dimensione cognitiva e quella emotiva), capace di ascoltare i suoi sentimenti in modo diretto e consapevole, senza sentirsi minacciata nè inadeguata nei confronti della vita, del lavoro e degli altri. Questa persona non sarà mai a rischio di burnout, perchè sa valutare in modo reale e ottimista il mondo in cui vive e la realtà che lo circonda.
(Fonte foto: Rete Internet)

ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

PILLOLE DI “900. L’ITALIA CORRE VERSO GLI ANNI “90

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L”Italia di questi anni ha il vento in poppa, è cambiata, diventata più ricca e più disincantata.
Di Ciro Raia

In seguito ad una emorragia cerebrale, che l”ha colpito nel corso di una manifestazione politica a sostegno del voto per le europee, a Padova, l”11 giugno 1984, muore Enrico Berlinguer, il segretario generale del PCI. Berlinguer è stato l”uomo che ha marcato l”autonomia dei comunisti italiani da Mosca, che ha fatto della questione morale il suo obiettivo principale, che ha dato un importante contributo alla sconfitta del terrorismo.

Nel giorno del suo funerale, Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica, lo saluta come un figlio ed un compagno di lotta; il Papa Giovanni Paolo II esprime profondo dolore e rispetto; Il Secolo d”Italia, l”organo di stampa del MSI, gli dedica un ricordo commosso e reverente. A Berlinguer succede Alessandro Natta.
Mentre il Presidente del Consiglio dei Ministri, Craxi, ed il cardinale Agostino Casaroli firmano il nuovo Concordato -ispirato a principi di maggiore indipendenza reciproca tra Stato e Chiesa-, ad Andreotti, ministro degli Esteri, si chiedono le dimissioni, perchè accusato di aver coperto e sostenuto il bancarottiere Michele Sindona.

Intanto, il boss Tommaso Buscetta (più volte arrestato e condannato per mercato nero, contrabbando del tabacco, traffico di stupefacenti), detto anche il boss dei due mondi o don Masino, comincia a collaborare col giudice Giovanni Falcone alla ricostruzione ed all”organizzazione della struttura di Cosa Nostra, contribuendo, così, a smantellare un sistema di potere illegittimo ed a lungo ritenuto inattaccabile.

Non si fermano, purtroppo, le stragi terroristiche. La sera del 23 dicembre 1984, in un tunnel nei pressi di S. Benedetto Val di Sembro, una bomba sventra il treno Rapido 904 Napoli-Milano. Si contano 15 morti ed oltre 100 feriti. Il giornalista Enzo Biagi scrive: “Perchè la morte, e in questo modo? Quali colpe ha questo popolo, che quando riacquista fiducia, viene ributtato nello sgomento? Anche nel male c”è misura: San Benedetto in Val di Sambro mi sembra ancor peggio di Marzabotto. Perchè alla violenza crudele sia aggiunge la viltà. Le truppe di Reder avevano una divisa, e firmavano i loro delitti: questi sono fantasmi che vogliono nascondere la loro bassezza e la paura anche a se stessi”.

L”Italia ha subito un profondo cambiamento. Si emoziona ad ogni strage e, contemporaneamente, si allontana sempre più dalla politica del Palazzo. Si chiude, quasi, in un individualismo preoccupante, causato anche dal forte miglioramento del tenore di vita. Negli ultimi venti anni (1962-1982), infatti, i consumi sono stati sempre in crescita. Per esempio, per la carne bovina il consumo è passato da 15,6 chilogrammi annui a testa a 25, 1 chilogrammi; per il pesce fresco da kg. 5,5 a kg. 9,7; per il formaggio da kg. 9,2 a kg. 15,1; per il caffè da kg. 2,2 a kg. 4,1. Il benessere della nazione si riscontra (sempre nel periodo 1962-1982), inoltre, nella lunghezza della rete autostradale (da 1351 a 5901 km) e delle strade statali (da 33.203 a 45.147 Km.), nel numero dei motoveicoli ed in quello delle autovetture (da 59 a 346 per ogni mille abitanti). Anche l”uso dell”aereo negli spostamenti degli italiani raggiunge numeri impensabili: da 2.374.664 passeggeri, nel 1962, a ben 14.251.171, nel 1982.

Inutile sottolinearlo, aumentano i consumi, la spesa per i divertimenti ed anche la busta paga: il salario di un bracciante avventizio (sempre nel periodo 1962-1982) è cresciuto di ben 36 volte; quello di un operaio di 17 volte, quello di un ferroviere di circa 13 volte! Aumentano, però, anche le frodi alimentari. Nel 1986 scoppia lo scandalo del vino adulterato al metanolo, che provoca 23 morti e molti casi di cecità. Il danno che ne consegue all”esportazione è di circa 600 miliardi di lire!
(Fonte foto: www.claudiocaprara.it)

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