I REQUISITI MINIMI DI LEGALITÁ IN UNO STATO DEBOLE

Il potere politico deve rispettare alcune condizioni per promuovere ed educare alla Legalità. La Chiesa da tempo denuncia il mancato rispetto dei requisiti minimi. Il ruolo dei credenti.
Di Don Aniello Tortora

Stiamo assistendo in questi giorni (ove ve ne fosse stato ancora bisogno!) ad un vero regresso etico nella “cosa pubblica”. Non voglio entrare nel merito della questione-Bertolaso (sarà compito della Magistratura perseguire la verità dei fatti), ma il quadro socio-politico che ne viene fuori è veramente inquietante. Se tutto quello che si legge sui giornali corrisponde a verità, corruzione e illegalità diffusa “feriscono”, ancora una volta, inesorabilmente, l”agire politico-sociale.

Tutto questo non può non interpellare i cristiani, oggi, come sempre. La Chiesa ha affrontato il tema della legalità in alcune storiche occasioni, soprattutto negli anni novanta, in piena tangentopoli. Il 10 novembre 1990, a Napoli, Papa Giovanni Paolo II affermò: “Non c”è chi non veda l”urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì, urge un recupero di legalità!”. Le parole profetiche del Papa furono subito raccolte dalla Conferenza dei Vescovi italiani, che emanò il 4 ottobre 1991 una nota pastorale intitolata “Educare alla legalità – Per una cultura della legalità nel nostro Paese”.

In quel documento la Chiesa italiana metteva in risalto come la caduta del senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani è fattore che mette a rischio la giustizia e la pace nel nostro Paese. Quanta attualità in quel messaggio! Ma cos”è la legalità? Essendo l”uomo destinato a vivere in una società, è indispensabile che la vita sociale sia regolata da leggi (secondo l”antico brocardo: ubi societas ibi ius): se tali regole mancano oppure se non sono rispettate, la forza prevale sulla giustizia. La legalità viene perciò definita come il rispetto e la pratica delle leggi e viene considerata condizione fondamentale perchè vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.

Dunque ed infine, se cade il senso di legalità, ciò può essere dovuto a due fattori fondamentali:
– il modo di gestire il potere e di formulare le leggi;
– il modificato senso di solidarietà tra gli uomini e la loro moralità.

Cosa deve fare il potere politico per promuovere un autentico senso di legalità, per educare alla legalità? Deve, secondo la Chiesa, assicurare il rispetto di alcune condizioni:
– l”esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo antepongano il bene comune agli interessi particolari;
– la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
– la stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;
– l”applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono.

Nella società del 1991 la Chiesa denunciò il difetto di questi requisiti minimi, evidenziando in particolare che:
– lo Stato è divenuto sempre più debole: affiora l”immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio;
– le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto.

Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e di ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce nè forza;
– le violazioni della legge non hanno spesso un”effettiva sanzione o perchè sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perchè le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito. Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l”opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge.

C”è da chiedersi, dunque, se oggi, nel 2010 sia cambiato qualcosa con riferimento all”esistenza delle condizioni minime appena menzionate. Il tema è di scottante attualità ed è continuamente e abbondantemente dibattuto. Se dunque oggi, nel 2010, nulla è cambiato rispetto al 1991, urge recuperare la necessità che siano i cittadini stessi, ed in primis i cristiani, a formarsi una coscienza attenta al rispetto della legge. In altre parole, il rispetto della legge deve oggi più che mai essere assicurato da un”opera di educazione svolta dalle nostre comunità, dalla base.

Di fronte all”eclissi della legalità è necessario promuovere moralità e legalità, la prima intesa come “libera accoglienza interiore ed esteriore di ogni giusta norma” e la seconda quale “comportamento in linea con la normativa vigente, qualunque essa sia”. È necessario tener presente quanto diceva il Concilio Vaticano II sul punto: “Sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell”uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali” (Gaudium et spes n. 30). Insomma, ai credenti è chiesto di farsi all”interno dell”attuale società coscienza critica e testimonianza concreta del vero senso della legalità.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN FENOMENO IN AUMENTO: IL MINORE CHE COMMETTE REATO

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Il malessere giovanile staziona nella nostra società e spesso esula dalla provenienza socio-culturale del minore. Nel nostro Ordinamento il processo al minore ha un rito diverso rispetto a quello ordinario.
Di Simona Carandente

Le statistiche parlano chiaro: sono sempre più i soggetti minorenni che, da soli o più spesso in gruppo, sono dediti alla commissione di reati.
Secondo recenti studi è in aumento il numero di minori rei di spaccio di sostanze stupefacenti, rapine a mano armata, violenza sessuale di gruppo o “semplici” furti, spesso in gruppi numerosi ed in danno di soggetti deboli, perlopiù coetanei o compagni di scuola.

Sarebbe troppo semplicistico poter analizzare, in questa sede, le cause del malessere giovanile che imperversa nella nostra società, e che sovente esula dalla stessa provenienza socio-culturale del soggetto minore, raggiungendo forse picchi particolarmente elevati solo nel caso di minori extracomunitari, privi di una reale guida e spesso completamente allo sbando.
Il nostro ordinamento positivo, nella consapevolezza di dover differenziare il trattamento processuale da destinare al minore, regola attraverso la legge n.448 del 1988 l”intero impianto normativo dedicato al processo a carico di imputati minorenni, con delle previsioni che differenziano tale rito rispetto a quello ordinario.

Innanzitutto, è previsto che il processo venga trattato da giudici altamente specializzati in materia, con presenza di componenti privati onorari, in modo da poter garantire non solo la legalità della procedura, ma soprattutto la multidisciplinarietà delle valutazioni sulla personalità del minore. Analoga specializzazione è prevista per il Pubblico Ministero, per le sezioni di Polizia Giudiziaria e per i difensori da destinare alla difesa di ufficio.
Anche per quel che concerne le misure cautelari personali, la scelta di quella in concreto applicabile prevede, nel processo minorile, un differenziato novero di opzioni: a parte quella estremamente afflittiva, ovvero la custodia cautelare in carcere, differenti sono le risposte del sistema di fronte al minore che delinque.

Al minore, ad esempio, possono essere impartite delle prescrizioni con affidamento ai servizi sociali, obbligando lo stesso a tenere i comportamenti imposti dal giudice; può essere ordinato di permanere in casa per un dato periodo di tempo, con limiti analoghi a quelli previsti in regime di arresti domiciliari; può essere altresì imposto il collocamento in comunità, in un”ottica di recupero lontano dagli ambienti criminali.
Nel processo minorile, volto comunque a restituire alla comunità civile un minore “rieducato” e cosciente del disvalore sociale di quanto commesso, rivestono un ruolo fondamentale non solo i servizi sociali, chiamati a monitorare l”intero percorso del minore stesso, ma anche i genitori, destinatari di molti dei provvedimenti emanati dell”autorità giudiziaria.

Alcuni procedimenti speciali, quali il cd. patteggiamento, il procedimento per decreto e l”oblazione rimangono preclusi nel procedimento a carico di imputati minorenni: questi difatti, precludendo ogni accertamento in merito alla personalità del minore, ritenuto peraltro non pienamente maturo, sarebbero incompatibili con le stesse finalità del processo.
Istituto peculiare del processo penale minorile è inoltre il perdono giudiziale: si tratta di una causa di estinzione del reato che trova applicazione, pressochè esclusivamente, nei confronti del minore che delinqua in misura sporadica ed eccezionale, sul presupposto che questi si asterrà in futuro dal commettere altri reati. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

NEL MONDO DELLE “DIVERSE ABILITÁ”

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Non è affatto vero che i giovani sono insensibili nei confronti di chi ha “diverse abilità”. Come sempre succede, per capire l”altro occorre un intervento serio e intenzionale. In questo, la Scuola è insostituibile.
Di Annamaria Franzoni

Lo scorso Mercoledì, nel laboratorio di Scuole Aperte al Mercalli, ci siamo lasciati con il gioco, a metà strada tra una sorta di role-playing ed un dibattito, svolto dalle operatrici del C.I.S.S. (Cooperazione Internazionale Sud Sud).
Le dott.sse Alessia Agrippa e Tilde Molaro, infatti, attraverso un”attività dinamica e partecipativa, hanno fornito ai nostri allievi semplici strumenti per rapportarsi in modo equilibrato e responsabile con le diversità.Il gioco proposto ha aiutato i partecipanti a far emergere stereotipi, preconcetti e pregiudizi che talvolta ci impediscono di incontrare realmente l”altro.

Durante l”incontro di questa settimana sono partita proprio da quei dubbi, da quegli interrogativi e da quelle incertezze per stimolare una riflessione collettiva ed individuale sul tema del pregiudizio e della discriminazione legata alla diversità fisica o meglio alla “diversa abilità” nel corso del laboratorio di riflessione che ha fatto seguito alla visione del film “Rosso come il cielo” di Cristiano Bortone (2005, ITA) .
Il film è ambientato negli anni “70 e racconta la storia di Mirco Mencacci, un bambino appassionato di cinema, che per un fatale incidente perde la vista, ma non la sua passione per il cinema, tanto che, nonostante le avversità dei tempi a ricevere un”istruzione adeguata, riuscirà a diventare uno dei più rinomati esperti del settore del cinema italiano.

Mentre scorrevano i titoli di coda e le emozioni dei giovani spettatori erano elevatissime, li ho invitati a restare un po” al buio e, dopo essersi disposti in posizione di circle time , a chiudere gli occhi. Intanto potevano sperimentate la loro capacità tattile passandosi di mano in mano tavolette braille, schede didattiche per bambini non vedenti , un sillabario braille e altri materiali di lettura , scrittura , disegni a rilievo.

Quando abbiamo acceso le luci abbiamo tirato fuori le emozioni più belle , legate a mondi ignorati e sconosciuti: è emerso principalmente che il non vedente non è un cieco, ma una “persona” con abilità diverse; anzi , testualmente , “non è lui ad essere diverso”, ed ancora è stato sottolineato che questa storia ci insegna quanto sia in dispensabile lasciare all”educando la libertà di comunicare nel modo in cui egli ritiene giusto.
Sulle foglie dell”abituale Albero delle emozioni, intanto, prevalevano la tenerezza, il dolore la rabbia, la speranza, il dispiacere, ma come sempre la speranza!

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

“DIGITAL NATIVES” E “DIGITAL IMMIGRANTS”

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La mutazione antropologica dei nostri giovani comporta che la scuola dovrebbe andare a: scuola. Prosegue il dibattito semivero su quale lingua italiana insegnare ai giovani.
Di Giovanni Ariola

“Ma vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad una mutazione antropologica. È cambiata la forma mentis dei nostri ragazzi che sono stati definiti digital natives”.
Con queste parole terminava il dialogo di 15 giorni fa. Lo riprendiamo da dove ci siamo fermati: il digital natives (IL DIALOGO PRECEDENTE).

La solita anglomania – lo interrompe visibilmente infastidito e con una punta di lieve sarcasmo il prof. Eligio – chi sarebbero questi digital natives?
Così definisce lo scrittore americano Marc Prensky (New York, 1946), in un suo articolo del 2001, i ragazzi di quest”ultima generazione che sono nati e cresciuti nel nuovo contesto tecnologico e che hanno avuto, tra i primi giocattoli, cellulari e telecomandi, e che usano con facilità e naturalezza tutti gli strumenti tecnologici che hanno invaso le nostre case in questi ultimi venti trent”anni, dalla playstation e dai videogiochi al computer, ad internet, ai telefoni cellulari con la relativa messaggistica, all” MP3 ecc.
Ormai tutti o quasi tutti hanno imparato ad usarli questi strumenti: – osserva ironico il prof. Eligio.

C” è una profonda differenza – ribatte convinto il prof. Piermario – tra le nuove generazioni, i digital natives appunto, e quelle precedenti, che il Presky chiama digital immigrants, ossia immigranti nel mondo digitale, e nel dire precedenti non mi riferisco soltanto a lei e al prof. Carlo qui presente, ma anche alla generazione nostra, mia e di Michele, dicevo che è cambiata la forma mentis dei nati tra la fine del secondo millennio e l”inizio del terzo. Voglio leggervi un passo da questa rivista che ho trovato nella scuola dove insegno:

“Secondo l”approccio psico-tecnico di Derrik de Derckhove, erede intellettuale di Marshall McLuhan, le tecnologie di elaborazione delle informazioni “configurerebbero” i nostri emisferi celebrali delineando sostanziali modifiche neuronali, fisiologiche, cognitive e creando le cornici che circoscrivono le modalità con cui intendiamo il mondo e reagiamo ad esso. La frattura tra genitori e figli non sarebbe perciò soltanto culturale, ossia relativa alla comunicazione e condivisione dei valori, ma anche cognitiva, psicologica ed emotiva, il che spiegherebbe la distanza e la disaffezione degli studenti di oggi per la trasmissione alfabetica del sapere. Infatti, nel tempo libero e nei diversi contesti della vita sociale essi interagiscono senza sforzo con i nuovi media e le odierne tecnologie, ma in aula sono annoiati e demotivati dall”approccio “libresco”, preferito invece dai “nativi analogici” che transitano nella società informazionale da migrantes”. (Filippo Cancellieri, “Nativi digitali: tra mito e realtà”, in “Dirigere la scuola”, A. 9, n. 12, 2009, p. 7).

Insomma noi ci siamo adattati alla nuova strumentazione della comunicazione elettronica ma conserviamo la forma mentis della precedente educazione alfabetica.
Il pericolo anche abbastanza serio è che ci si convinca che la nuova strumentazione tecnologica sia la panacea dei mali che affliggono la scuola, non solo ma che su questa base si fondi un atteggiamento che incoraggi i ragazzi ad abbandonare la lettura del libro – osserva ancora, stavolta con tono serio e preoccupato il prof. Eligio.
Il rischio maggiore – interviene il dottorino – è, secondo me,che possa verificarsi nel ragazzo una web-dipendenza:

Sono rischi reali e l”autore dell”articolo che ho citato poco fa li sottolinea ma lo stesso avverte, citando le parole di F.Pedrò, responsabile del progetto “New Millennium Learners”, che nella scuola dobbiamo sentire il “dovere di attrezzarci per conoscere quello che sta avvenendo nell”universo giovanile. Se non capiamo i ragazzi e il loro mondo non riusciremo in alcun modo ad educarli. Non basta :aggiungere nuovi linguaggi modernizzanti a quelli verbali e iconici della tradizione didattica pre-digitale:vanno esplorate le possibilità cognitive degli strumenti ipermediali:integrando la logica sequenziale con quella simultanea e reticolare”. (Ib. p. 9)

Sono pienamente d”accordo – interviene il prof. Carlo, rimasto in silenzio ma nel contempo in ascolto attento – con quest”ultima affermazione anche se condivido le preoccupazioni espresse da Eligio e da Michele. Sono tuttavia molto fiducioso che si troverà una soluzione e si sceglierà il percorso giusto da seguire. So che numerosi studiosi, pedagogisti ed esperti delle varie scienze dell”educazione continuano tenaci, nonostante le condizioni avverse in cui viviamo, il loro lavoro di ricerca e forniranno indicazioni preziose.

Bisogna riflettere anche sulla proposta dello studioso di cui parlavo prima, di Marc Prensky, che ha scritto in proposito due libri molto interessanti, l”uno nel 2006: “Dont bother me, mom. I”m learning: How computer and videogames are preparing your kids for twenty first century success“, tradotto in Italia dalla casa editrice Multiplayer nel 2008 con il titolo “Non mi rompere, mamma. Sto imparando“, un altro: “Digital game – based Learning“, pubblicato nel 2007 e non ancora tradotto in Italia. La proposta dello studioso statunitense, provocatoria ma significativa, è quella di strutturare l”apprendimento fondandolo sui giochi che utilizzino tutte le tecnologie multimediali e che siano capaci di incontrare gli interessi dei ragazzi e di motivarli al raggiungimento delle mete formative.

Ritengo sbagliato – osserva scettico il prof. Eligio – questo comportamento da parte degli adulti, eccessivamente protettivo e impegnato ad assecondare e soddisfare i desideri dei ragazzi piuttosto che ad educarli all”osservanza dei loro doveri. Risultato? Io vedo nella maggior parte dei giovani di oggi e ancora di più in quelli di domani, che qualcuno ha a ragione definito “bamboccioni”, i nuovi marchesini Eufemio, cresciuti nella bambagia e spesso ignoranti.
Ah, ah! Il marchesino del grande Giuseppe Gioachino Belli “:con ferma voce e signoril coraggio – cita il prof. Carlo – senza libri provò che paggio e maggio/ scrivonsi con due g come cugino”.
“E finalmente il marchesino Eufemio –
continua il prof Eligio con tono alquanto stentoreo – latinizzando esercito distrutto,/ disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.

No, per favore, – sbotta il prof. Piermario, visibilmente indignato, come si evince dal colore rosso del suo viso – non è più tempo di latinorum e di stereotipi postmodernisti. È vero, i ragazzi vanno svegliati se dormono o, se non dormono già, fare di tutto per tenerli svegli. Ma noi adulti dobbiamo fare la nostra parte. Resistere contro le forze retrive, conservatrici, anacronistiche. Io continuerò a litigare con i miei colleghi perchè prendano coscienza dei tempi nuovi che stiamo vivendo e diventino essi stessi artefici di svecchiamento senza aspettare che le riforme piovano dall”alto, specialmente quando dall”alto piovono proposte risibili che di riforme hanno, per pura e riprovevole millanteria, solo il nome.

ATTENTI ALLA TV. É PERICOLOSA!

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Lasciare i bambini per ore a guardare la TV li espone a seri rischi di natura psicofisica, ma anche sociologica, culturale ed educativa. I rischi si sono fatti più seri con “i bei cartoni animati” dei canali tematici.
Di Silvano Forcillo

“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto.” (Karl R. Popper)

Secondo gli psicologi e, in modo particolare, secondo gli psicologi cognitivi, il “piccolo schermo” rappresenta, senza alcun dubbio, una grave minaccia per la salute. Infatti, le numerose ore passate davanti alla televisione, oltre ad avere un vero e proprio effetto ipnotico sul cervello, sono anche responsabili di una minore produzione di melatonina, che è definito “l”ormone del sonno”.

La sua carenza determinerebbe alterazioni dei ritmi biologici; nei bambini creerebbe disturbi del sonno; nei giovani indurrebbe deficienza immunitaria e accelererebbe l”inizio della pubertà, negli anziani incrementerebbe la possibilità di sviluppare il morbo di Alzheimer (“processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale”), favorirebbe l”insorgere del diabete e altre malattie degenerative. Infine, la Società Britannica di Psicologia rende noto che, oltre ai danni fisici, si riscontrano, anche gravi danni psicologici, per l”eccesive ore trascorse davanti alla televisione.

Un bambino che, prima dei tre anni, passa molte ore davanti alla tv, durante la sua crescita può contrarre la malattia Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in pratica si tratta di un grave disturbo da deficit di attenzione con iperattività, definito dagli scienziati e dagli psicologi cognitivi ADHD. Le ricerche e gli studi più recenti sui danni prodotti dall”eccesso di ore passate davanti alla tv hanno rivelato che, per ogni ora passata davanti alla televisione, nell”età compresa fra uno e tre anni, i soggetti più piccoli hanno quasi il dieci per cento in più di probabilità di sviluppare problemi riconducibili all”ADHD. Un bimbo tra i 10 e i 14 mesi che assorbe tre ore di televisione al giorno ha il trenta per cento in più di probabilità di avere serie difficoltà a scuola, sia di socializzazione, di attenzione, che di apprendimento.

Le forme più evidenti di questa malattia sono diagnosticabili all”età di 7 anni e si manifestano con insonnia, irritabilità, ritardo del linguaggio, o di apprendimento. Il bambino interessato dall”ADHD, al suo primo ingresso nella scuola elementare manifesta un ritardo nell”apprendimento della lettura e della scrittura, una caduta nella capacità di ricordare racconti, di attenzione, di concentrazione, di ragionamento logico e di esecuzione di problemi. Questi bambini, infine, mostrano difficoltà nello svolgere i compiti assegnati da soli e hanno una seria tendenza a non “ascoltare, nè stare a sentire” i genitori e gli insegnanti.

A questo punto, considerati i risultati di queste ricerche, che mettono in chiara evidenza il grave pericolo costituito per i bambini nel guardare troppa tv, mi sovviene spontanea una domanda: possono i genitori, che lasciano da soli e per molto tempo i bambini a guardare i “Teletubbies”, “Beyblade”, “YU-GI-OH”, “Winx Club”, “I Griffin”, “American Dad”, ecc., portare i propri figli a rischio di una vita passata nei centri di Logopedia, di riabilitazione psicomotoria, o di doversi avvalere del sostegno scolastico per il recupero didattico, o peggio ancora, ricorrere al Ritalin, che è un calmante, da somministrare ai piccoli iperattivi?

I danni della “cattiva maestra televisione“, come l”ha definita il filosofo Popper, non sono solo di natura psicofisica, come abbiamo visto, ma anche sociologica, culturale ed educativa. La televisione infatti, rispetto agli altri mezzi di comunicazione di massa, ha comportato una radicale trasformazione di abitudini e stili di vita, si può dire che dal “cerchio familiare” si è passati al “semicerchio televisivo”, in grado di condizionare scelte di consumi, di comportamento e valori, in particolare nei bambini e nei giovani.

La crisi delle istituzioni educative tradizionali, in primis, la famiglia, ha comportato una maggiore dipendenza culturale nei confronti della televisione, che si è gradualmente infiltrata nella vita quotidiana, come fonte principale d”informazione, d”intrattenimento e di norme comportamentali.

La televisione è deleteria e pericolosa, soprattutto, per i bambini per due particolari fenomeni: il rischio d”impoverimento culturale e l”aumento della violenza e delle condotte a rischio e, come abbiamo visto, sono in stretta sinergia sia con la durata dell”esposizione, che con i contenuti specifici dei programmi televisivi. I bambini che trascorrono molto tempo di fronte alla televisione (ma anche davanti alla play station, al PC, o ai video game), tendono a leggere poco, a giocare di meno con i loro coetanei e con i genitori e a conformarsi ai modelli suggeriti dai programmi televisivi, soprattutto, da quelli proposti negli spazi pubblicitari.

I bambini iniziano a guardare la televisione attorno ai due anni, in un”età, in cui non hanno ancora gli strumenti cognitivi di base per distinguere fra verità e finzione e non dispongono della sufficiente maturità per resistere alle continue pressioni consumistiche della pubblicità. La passività del bambino di fronte ai programmi televisivi costituisce un pericolo dalle incalcolabili dimensioni, rispetto al problema dei contenuti: all”ingresso nella scuola, i bambini hanno già accumulato uno sconcertante monte ore di distorti modelli educativi, di distorte e dannose informazioni e, soprattutto, di scene di crudeltà, di violenza e di sessualità diseducativa.

Un altro più grave e doloroso problema che si nasconde dietro l”esagerata esposizione alla televisione, riguarda la solitudine dei giovani spettatori di fronte alla tv; la televisione ha assunto le funzioni di una “bambinaia elettronica“, cui i bambini vengono affidati per l”assenza fisica e la noncuranza psicologica dei genitori, mentre la scuola non sa efficacemente e concretamente fornire il necessario supporto ad un uso adeguato del mezzo televisivo.

Tuttavia, neanche demonizzare del tutto l”uso della televisione è un atteggiamento positivo sia sul piano pedagogico, che nel serio e onesto tentativo d”incidere efficacemente su un migliore uso della tv, soprattutto, per i bambini, perchè la totale bocciatura della televisione impedisce di focalizzare le enormi potenzialità formative di questo strumento che devono essere attentamente considerate e valorizzate: la rapidità della comunicazione, i bassi costi, il gradimento da parte degli utenti, la molteplicità nell”offerta dei programmi per l”enorme numero dei canali coinvolti nell”audiovisione e l”immediatezza dei messaggi.

Questo, ciononostante, non esonera gli adulti, in particolare i genitori, da una seria e responsabile attenzione nei confronti del tipo d”informazioni, di programmi e di valori che i bambini e gli adolescenti acquisiscono attraverso il mezzo televisivo.

“:chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, eventualmente revocabile, affinchè prenda coscienza del fatto che a tutti gli effetti egli partecipa a un processo di educazione, che coinvolge una precisa responsabilità, in particolare nei confronti dei bambini”. (Karl Popper)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

CADE LA PRIMA REPUBBLICA

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Il disegno del CAF viene scompaginato dal PM Antonio Di Pietro. Cӏ confusione in Italia, la mafia si impone: vengono ammazzati Falcone e Borsellino. Lo Stato risponde con arresti di capimafia.
Di Ciro Raia

La fine degli anni ottanta si aprono su un paese sommerso dagli scioperi nei trasporti. Aerei e ferrovie lasciano a piedi migliaia di passeggeri; i Cobas (i comitati di base) attuano una linea durissima nei confronti del governo. Ed intanto, proprio nelle ferrovie scoppia lo scandalo delle lenzuola d”oro. Tutto il vertice delle ferrovie dello Stato, infatti, è messo sotto inchiesta per una storia di tangenti versate in margine ad un appalto di 152 miliardi di lire per la fornitura di lenzuola nei vagoni letto.

Ma gli scandali non finiscono qui. Il segretario del PSDI, Franco Nicolazzi, è costretto a dimettersi dalla carica politica: è accusato, con i democristiani Clelio Darida e Vittorino Colombo, di aver intascato delle bustarelle per la costruzione delle carceri, all”epoca in cui ha retto il Ministero dei Lavori Pubblici. E si parla anche di un Irpiniagate, uno scandalo legato a tangenti nella ricostruzione post-terremoto nelle zone dell”Irpinia.

Grandi eventi segnano lo sport e la cultura. La nazionale italiana di calcio conquista il titolo di campione del mondo, nel 1982; Francesco Moser conquista il record dell”ora, primo ciclista ad infrangere il muro dei cinquanta chilometri orari. Paola Magoni è la prima donna vincitrice di una medaglia d”oro nello sci olimpico; Patrizio Oliva, nella boxe, è campione mondiale dei superleggeri; Moreno Argentin è campione del mondo di ciclismo su strada; Alberto Tomba trionfa nello sci. Alle XXIII Olimpiadi di Los Angeles l”Italia (1984) conquista ben 14 medaglie d”oro, mentre a quelle di Seul (1988) –6 medaglie d”oro, 4 d”argento e 4 di bronzo- bella e particolarmente sofferta è la vittoria di Gelindo Bordin nella gara della maratona.

I successi nello sport continuano anche negli anni a venire con le squadre di calcio di club Milan ed Juventus, che fanno man bassa di titoli nazionali ed internazionali. La nazionale di calcio, invece, guidata da Azeglio Vicini, conquista il 3° posto ai mondiali del 1990, mentre quella guidata da Arrigo Sacchi, perde solo ai rigori la finale dei mondiali del 1994.
A Carlo Rubbia (1984) è assegnato il premio Nobel per la fisica; a Rita Levi Montalcini, invece, (1986) è assegnato quello per la medicina.
Bernardo Bertolucci con il film “L”ultimo imperatore” vince ben nove premi Oscar: un vero record.

Nel mondo della letteratura grande successo riscuotono Gesualdo Bufalino (Diceria dell”untore), Fabrizia Ramondino (Althènopis), Antonio Tabucchi (Notturno indiano), Sebastiano Vassalli (La notte della cometa), Dacia Maraini (Isolina), Enzo Striano (Il resto di niente), Erri De Luca (Non ora, non qui).
L”attualità degli anni novanta, l”impossibilità di accedere a carte e documenti ancora poco noti, taluni avvenimenti ancora poco chiari condannano l”ultimo decennio del secolo scorso ad una scarna cronaca.

Un fatto su tutti caratterizza gli anni novanta: tangentopoli. Il CAF, infatti, ha progettato un disegno politico: il ritorno di Bettino Craxi alla guida del governo e l”elezione alla presidenza della Repubblica di Giulio Andreotti. Ma l”intervento di un oscuro procuratore del tribunale di Milano, Antonio Di Pietro, sconvolge ogni programma.

Di Pietro, infatti, fa arrestare il socialista Mario Chiesa, reo di aver intascato una tangente, che, torchiato dall”inquisitore, vuota il sacco e fa scoprire anni di malefatte. Cadono, così, anche per successive indagini ed ammissioni di colpevolezza, i personaggi che hanno retto, per oltre un trentennio, le sorti dell”Italia. Si abbatte, a colpi di manette, la cosiddetta prima Repubblica, colpevole di aver chiesto mazzette, di essersi avvalsa dei servizi segreti, di aver bussato per favori e protezioni a cosche malavitose.

Ovviamente, con le dovute eccezioni delle persone perbene, allontanate, emarginate e scoraggiate dal frequentare ambienti in cui contano soltanto gli amici interessati alle tessere di partito, ai voti conseguiti, ai favori che si possono ricevere.
Dunque, Di Pietro sconvolge un sistema sul quale, adesso, fioccano gli avvisi di garanzia e le condanne. Cadono, così, Craxi e Forlani, cade Andreotti, cadono Martelli e De Lorenzo, Gava e Cirino Pomicino, tutti potenti uomini politici, insieme a tanti altri piccoli e medi amministratori, sindaci ed assessori, portaborse e funzionari di partito, responsabili di industrie e di banche.

Giulio Andreotti
è imputato di associazione mafiosa; Claudio Martelli, vice di Craxi nel PSI e Ministro di Grazia e Giustizia, è accusato di riciclaggio di titoli bancari; per Bettino Craxi, che se ne scappa a Tunisi, si chiede l”arresto per le tangenti che avrebbe intascato. Sono arrestati, poi, per concussione o associazione mafiosa, Francesco de Lorenzo, ex Ministro della Sanità, Paolo Cirino Pomicino, ex Ministro del Bilancio, Antonio Gava, ex Ministro degli Interni, Calogero Mannino, ex Ministro dell”Agricoltura, insieme a tanti altri parlamentari, che, secondo l”accusa, si sono preoccupati di rimpinguare il proprio portafogli o le casse del partito d”appartenenza.

Qualcuno, reo o correo, non sopporta la vergogna o la vita del carcere e si ammazza. Sono innocenti, sono vittime, sono pentiti? Lasciando questi interrogativi si suicidano –tra gli altri- l”industriale Raul Gardini, incriminato di irregolarità amministrative, e Gabriele Cagliari, presidente dell”ENI, che ammette di aver concesso fondi in nero alla DC ed al PSI.

In seguito alle dimissioni di Francesco Cossiga, che abbrevia il suo settennato di sei mesi, è eletto Presidente della Repubblica il democristiano Oscar Luigi Scalfaro.
In un momento di grande confusione, di quasi anarchia, come quello che sta vivendo l”Italia, è facile per la mafia colpire i bersagli che danno fastidio. Nel giro di pochi mesi sono, infatti, ammazzati i giudici Giovanni Falcone (maggio 1992) e Paolo Borsellino (luglio 1992) insieme alle loro scorte. Falcone e Borsellino sono i simboli della lotta alla mafia, sono i giudici che hanno lavorato nel pool antimafia siciliano costituito da Antonino Caponnetto.

Ma la lotta alla mafia segna anche qualche vittoria per lo Stato. Proprio, infatti, quando sotto i colpi della mafia cade il deputato palermitano Salvo Lima, da tempo sospettato di collusione con le organizzazione malavitose, sono assicurati alla giustizia –grazie ad operazioni di polizia o a soffiate di confidenti e collaboratori- pericolosi capimafia come Saro Mammoliti, Giuseppe Madonna, Totò Riina, Giuseppe Pulvirenti e Nitto Santapaola.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA “COSIDDETTA” RIFORMA DELLE SUPERIORI

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È stata presentata come una svolta epocale per la scuola. In realtà, si abbassano le ore di lezione per tagliare più docenti.

Caro Direttore,
non se ne può più. I tagli alla scuola secondaria superiore ora vengono fatti passare come una “riforma epocale”. Il proclama del ministro Gelmini non fa altro, infatti, che nascondere, per dirla con una espressione alla moda, una vera “macelleria sociale”. E qualcuno, addirittura, con autentica faccia di bronzo, ha il coraggio di dichiarare con enfasi ai microfoni delle innumerevoli televisioni che, finalmente, “la scuola passa dalla riforma Gentile a quella Gelmini”.

Davvero non è più possibile sopportare le bugie, la mistificazione della realtà, la propagazione di fatti che non hanno alcun fondamento di verità. Bisognerebbe, invece, dire che la “cosiddetta” riforma delle superiori (targata Gelmini) abbassa sensibilmente il monte ore settimanale di lezione e, di conseguenza, richiede anche un numero inferiore di docenti. Bisognerebbe, inoltre, dire che il vero fine della “cosiddetta” riforma delle superiori è il taglio, previsto per il prossimo anno scolastico, di circa 21.000 (sì, è scritto giusto: ventunomila) docenti. Sono ventunomila posti di lavoro in meno, da sommare ad altre migliaia di posti in meno degli Ata.

Ma la cosa peggiore, al di là della falcidia delle forze-lavoro, è la diminuzione di ore di lezione per materie come la geografia o la matematica. Diciamola tutta -a prosecuzione della puntuale e stimolante analisi fatta, la settimana scorsa, dal professor Raia a proposito delle prove Invalsi-, le responsabilità della carente qualità della scuola italiana ricadono tutte sulla politica. Chi ci governa, di qualunque estrazione ideologica (si fa per dire!), da anni sta svuotando il ruolo della scuola. I nostri politici vogliono una scuola che non insegna e, di seguito, un popolo di ignoranti.

I cittadini ignoranti sono facilissimi da governare: non si pongono il problema nè dell”esistenza nè delle regole della vera democrazia; sono sempre disponibili a vendersi il voto e la propria libertà; si infervorano per i tronisti, le veline, i “Grandi fratelli” e i “Cuochi senza frontiera”; partecipano alle risse dei salotti televisivi tra soubrettes, giornalisti prezzolati e politici trasformisti; fanno il tifo per i concorrenti dei giochi a quiz. Perchè, in fondo, la scuola che verrà (come quella che già c”è) è fatta e misurata solo con quiz: vero o falso; sì o no; a), b), o c)?

A chi interessa più capire e/o farsi capire? A chi interessa più il ragionamento, il metodo, la coerenza? Importante è azzeccare una risposta “vero o falso” a una qualsiasi domanda, senza capirne la ratio ma solo, come avviene più di frequente, “a mazzo”, per mera fortuna!

“Non c”è ragione per fare una scuola del genere. Almeno, i prof. non me l”hanno mai spiegata. Primo giorno della quarta ginnasio: presentazioni, introduzione all”edificio della scuola e conoscenza dei prof. Una specie di gita allo zoo [:] Poi qualche test di ingresso per verificare il livello di partenza di ciascuno. E dopo questa calorosa accoglienza : l”inferno: ridotti in ombre e polvere”. (Alessandro D”Avenia, “Bianca come il latte Rossa come il sangue”, Rizzoli, 2010).

Caro Direttore, in quale paese viviamo? Io credo che viviamo in un paese alla deriva: senza meta, senza nocchiero, senza bussola. Credo anche che, alla fine della corsa, gli italiani si guardano in faccia e, quasi sicuramente, pensano: “ci sarebbe proprio bisogno di una guida seria, di una personalità in grado di prendere in mano la traballante situazione del paese; e, a dirla tutto, si dovrebbero limitare le troppe libertà di cui godiamo”. C”è come una corsa, una vocazione a sottostare a una nuova forma di fascismo. C”è come un ripudio inconscio della democrazia, della partecipazione, delle tante libertà. Vuoi vedere che, dopo più di mezzo secolo, ci si debba preoccupare (i sintomi ci sono tutti!) di un ritorno del fascismo?

“Il fascismo piaceva agli italiani, forse piace tuttora, perchè era intransigente a parole, ma permissivo, complice nei nostri vizi nei fatti. È per questo che si sente puzza di fascismo perenne nella retorica permissivista della repubblica, per cui chiunque faccia il suo dovere è un eroe, qualsiasi morto va applaudito al passar del feretro, anche chi faceva la guerra per soldi al servizio di coloro che con la guerra fanno affari, salutato da fanfare e capi di stato dolenti”. (Giorgio Bocca, “Annus Horribilis”, Feltrinelli, 2010).

Però, questo a scuola non si insegna. E quelli che lo insegnano passano per sovversivi, antitaliani, rivoluzionari, che vogliono destabilizzare il sistema. Ma tant”è. L”indirizzo è quello di allevare asini (magari, dividendoli, col sistema Invalsi, tra asini di serie A e asini di serie B). L”anno scolastico, che verrà, sarà ancora più duro e amaro. Ci sarà, grazie ad “un”epocale riforma della scuola superiore”, una recrudescenza della dispersione scolastica. Molti quattordicenni saranno spinti fuori dalle istituzioni ma non avranno possibilità di lavoro, perchè quella stessa politica della riforma epocale non è in grado di creare posti di lavoro. È in grado, invece, di creare illusioni.

Così molti giovani non andranno a scuola, saranno in perenne attesa di un posto di lavoro, svenderanno il proprio voto, si ispireranno alle logiche (ai comportamenti) del Grande Fratello e, soprattutto, crederanno che sia giusto evadere le tasse, non rispettare le leggi, vivere tutta la vita in attesa che il destino sia più clemente. E, intanto, si divertiranno, raccontandosi barzellette sulla madonna, sull”umidità o sul paradiso. Tanto, come si dice?, “il riso fa buon sangue”. Solo che bisogna avere la massima attenzione nei confronti di coloro che sono abituati a piangere, perchè si dice anche che “chi chiagne, fotte “a chi rire”.

La politica è orripilata? È preoccupata? Si sente in colpa? Ma chi se ne frega! I veri problemi sono altri e, in questo momento, si chiamano: processo breve, immunità, legittimo impedimento, scudo fiscale. Mica si può preoccupare delle eccellenze mortificate, delle basse percentuali (30%) riguardanti gli italiani che leggono un quotidiano, che sfogliano almeno un libro all”anno, che hanno una sufficiente dimestichezza con la lingua e l”aritmetica di base.

Come diceva il nazista Goebbels?, “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”. Aveva ragione. Tutti quelli che non caddero sotto i colpi di pistola del ministro della cultura tedesco, infatti, vestirono, poi, le divise delle S.S.!
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

IL CENTRO-SINISTRA SPERA NEL “MODELLO SALERNO”

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Per le regionali, agli insuccessi del centro-sinistra rappresentati da Bassolino e Iervolino, si punta a contrapporre il “modello Salerno “, incarnato da De Luca.
Di Amato Lamberti

L”applauso con il quale l”Assemblea nazionale di Italia dei Lavori ha accolto l”intervento di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, e candidato Presidente della Regione Campania, per uno schieramento che, oggi, al Partito Democratico, ai Verdi, ad Alleanza per l”Italia di Rutelli, aggiunge anche Italia dei Valori di Di Pietro, dimostra che le attese attorno al suo nome, come leader di una coalizione con speranze di vittoria, erano molto forti.

La prima conseguenza è che nell”intero centro sinistra comincia a montare una speranza di vittoria che fino a pochi giorni fa veniva esclusa da tutti gli analisti ma anche dai militanti di base accasciati dagli errori commessi a tutti i livelli, di cui l”emblema, o, se volete, la bandiera, è stata l”emergenza rifiuti. Errori addebitati, pur avendo anche altri padri, e non solo a livello regionale, secondo il gioco mediatico della personalizzazione, al Presidente Bassolino, come anche al Sindaco di Napoli, Iervolino, le due figure che, per il gioco mediatico della focalizzazione dell”attenzione sui punti ritenuti di maggiore notiziabilità, e, quindi, di maggior interesse per il pubblico dei lettori, sono sempre al centro dell”attenzione, in particolare quando non riescono a dare soluzione ai problemi della collettività.

Forse, proprio per questa ragione, alle due figure che testimoniano in modo emblematico, al di là delle loro effettive responsabilità, gli insuccessi del centro sinistra, non si poteva far altro che contrapporre un modello riuscito, di successo, di amministrazione comunale che, nello stesso periodo, dal 1993 ad oggi, aveva preso in mano l”amministrazione di una città, la seconda della Campania, e l”aveva trasformata in un modello di riassetto urbanistico, di vivibilità, ma anche di aggregazione giovanile che fa circolare denaro, promuove imprese, soprattutto giovanili, produce nuovi saperi, proposte spettacolari innovative e provocazioni culturali riprese a livello nazionale e internazionale.

Caldoro vorrebbe retrodatare la rinascita di Salerno al sindaco socialista Giordano, ma evita il riferimento al promotore dell”avanzata enorme e inattesa del partito socialista nel salernitano, vale a dire Carmelo Conte, allora ministro per il Mezzogiorno. Comunque, in tempi più recenti, anche sul terreno scivoloso dei rifiuti il sindaco De Luca ha saputo dare prova di organizzazione e di rendimento, portando la quota di raccolta differenziata a superare, in pochi mesi, il 70%.

La forza di De Luca, che ha avuto il merito di cogliere al volo l”occasione comprendendone appieno la portata, è il “modello Salerno”, nel quale la sua figura ha finito legittimamente con l”identificarsi , e che oggi deve dimostrare di potersi allargare all”intero contesto regionale. In una regione massacrata dall”abusivismo edilizio, dal consumo scriteriato del territorio, l”idea di una direzione regionale appositamente dedicata al riordino e alla valorizzazione dei centri storici, a cominciare da quelli della linea di costa, può diventare l”asse portante di una linea progettuale di sviluppo turistico, finora solo declamata, ma mai concretamente praticata.

Il politico che aspira a porsi come leader deve, innanzitutto, fare sognare, ma riesce a farlo tanto meglio quando può esibire progetti riusciti di sogni realizzati, come è il caso di De Luca. Cosa che non può fare certo la Carfagna che con i problemi del territorio non ha avuto nemmeno l”occasione di cimentarsi e che, quando pensa ai casalesi, pensa ai delinquenti pluriomicidi che riempiono le cronache, senza neppure rendersi conto che i casalesi che contano sono la borghesia politico- criminale, a cui appartengono tanti suoi colleghi di partito, e che ha preso il controllo delle amministrazioni locali e degli enti pubblici a Caserta, come in altre province della Campania.

Certo la scala su cui dovrà lavorare De Luca è diversa, da quella cittadina dovrà passare a quella regionale, ma la Campania è fatta da centinaia di città di medie dimensioni, con centri storici spesso di grande valore, senza servizi adeguati alla dimensione di città che pretendono. Già sostenere gli interventi per la riqualificazione di questi centri e il raccordo tra di loro, non solo urbanistico, ma sociale e culturale, attiverebbe lavoro, cantieri, imprese, giovani, idee, creatività, innovazione.

Coniugate tutte queste iniziative con lo sviluppo di energie alternative e con una radicale bonifica del territorio significherebbe veramente aprire alla Campania speranze concrete di sviluppo e di innovazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

IN QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE SI PENSI ANCHE AI MALATI

La civiltà di una società si riconosce da come ha cura dei suoi membri più deboli. Stiamo in campagna elettorale. Oltre alla questione lavoro, si pensi anche a migliorare il servizio ospedaliero.
Di Don Aniello Tortora

È stato bello Domenica, 7 febbraio, partecipare insieme ai bambini e ai loro genitori alla Marcia per la Pace organizzata dall”Azione Cattolica dei Ragazzi i quali hanno coinvolto i bambini del catechismo e tutta la comunità della Parrocchia Maria SS del Rosario di Pomigliano d”Arco. Con striscioni, palloncini, canti, balli e tanta gioia abbiamo percorso le strade della nostra città con l”unico desiderio: Annunciare la Pace e la Speranza da vivere con tutti i nostri concittadini.

Lo slogan dell’iniziativa di pace 2010 è stato “L”ACR CARICA LA PACE”. I ragazzi, in effetti, hanno messo in evidenza come la pace deve sempre essere un’azione che aggiunge energia positiva alle relazioni e al mondo che ci circonda.
Allo stesso tempo però, giocando sul doppio significato del verbo caricare, lo slogan ha richiamato il gadget del Mese della Pace che è un braccialetto con la chiavetta usb incorporata su cui i ragazzi potranno “caricare” (verbo mutuato dall’inglese upload) file di pace e scambiarseli in maniera veloce e semplice.

Attraverso l”acquisto dei braccialetti i ragazzi hanno sostenuto il progetto di ristrutturazione dell”auditorium dell”Azione Cattolica di Betlemme, in modo dunque da poter migliore l”incidenza del CAB a livello sociale e culturale nei ragazzi e nelle famiglie che frequentano la comunità di Betlemme.

La Marcia della Pace è stata organizzata nella celebrazione della 32a Giornata Nazionale per la vita. Nel messaggio del Consiglio Episcopale Permanente “La forza della vita una sfida nella povertà” i vescovi italiani dicono di avvertire “tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta: la povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti. La povertà, infatti, può abbrutire e l”assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se stessi e nella propria dignità. Si tratta, in ogni caso, di motivi di inquietudine per tante famiglie. Molti genitori sono umiliati dall”impossibilità di provvedere, con il proprio lavoro, al benessere dei loro figli e molti giovani sono tentati di guardare al futuro con crescente rassegnazione e sfiducia”.

“Proprio perchè conosciamo Cristo, la Vita vera, – continuano i vescovi – sappiamo riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse. Proprio perchè ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi”.

“Anche la crisi economica che stiamo attraversando può costituire un”occasione di crescita. Essa, infatti, ci spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri. Ci fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perchè la vita stessa è la prima radicale ricchezza”.

Il prossimo 11 febbraio, si celebrerà l”annuale Giornata Mondiale del Malato. Anche qui la Chiesa intende, in effetti, sensibilizzare capillarmente la comunità ecclesiale circa l”importanza del servizio pastorale nel vasto mondo della salute.
Il Papa nel messaggio rivolto a tutti dice che il Buon Samaritano “ci esorta a chinarci sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli e sorelle che incontriamo sulle strade del mondo; ci aiuta a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni giorno, l”esperienza della malattia e della sofferenza può diventare scuola di speranza”.

Questa azione umanitaria e spirituale della Comunità ecclesiale verso gli ammalati e i sofferenti nel corso dei secoli si è espressa in molteplici forme e strutture sanitarie. “E mi preme aggiungere che, – continua il papa – nell”attuale momento storico-culturale, si avverte anche più l”esigenza di una presenza ecclesiale attenta e capillare accanto ai malati, come pure di una presenza nella società capace di trasmettere in maniera efficace i valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale”.

Tante persone, ogni giorno, svolgono il servizio verso i malati e i sofferenti. Lo fanno con amore, con cura e alto senso di responsabilità e umanità.
Ma, da cristiani, dobbiamo anche denunciare come il “mondo della sanità” non sempre “serve” il malato, ma “si serve” del malato per speculare (penso alle case farmaceutiche), raggiungere alti guadagni (penso agli interventi chirurgici, costosissimi, nelle strutture private), per fare carriera (penso ai manager, incapaci, “nominati dalle segreterie dei partiti”), per evadere il fisco (penso agli alti costi delle visite specialistiche, senza rilasciare alcuna ricevuta fiscale).

Leggo dai giornali anche dell”altissimo spreco della sanità in Campania. Spesso mi capita di visitare tanti malati negli ospedali: è un dramma. Mancano posti letto, malati sulle barelle nelle corsie (quando ci sono!) e, se non conosci qualche medico amico, ti fanno crepare.

La civiltà di una società si riconosce da come ha cura dei suoi membri più deboli. Stiamo in campagna elettorale. Tante promesse! I candidati ne facciano poche, ma le mantengano. Oltre alla questione, urgente, del lavoro, non meno rinviabile è quella di ri-qualificare le strutture sanitarie, in particolare ampliando e migliorando il servizio ospedaliero. Tutto, a servizio del malato.
(Fonte foto: Rete Internet)

NUOVI REATI. ATTENTI A FACEBOOK!

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Il famoso social network è uno strumento che se usato in modo poco accorto fa incorrere nel reato di diffamazione, con conseguente pena di reclusione e diritto di risarcimento.

Impossibile non conoscerlo, impossibile non averne sentito parlare, difficile non essere rimasti affascinati ed in qualche caso anche rapiti: Facebook è il social network di ultima generazione, che da un anno a questa parte spopola tra giovani e meno giovani, consentendo a chiunque si iscriva di rimanere in costante contatto con amici e parenti, ovunque ci si trovi.

Tralasciando i vantaggi in termini socio-comunicativi connessi all”uso dello strumento virtuale, non sono invece altrettanto chiari ai più i rischi, talvolta anche notevoli, connessi all”esporsi in prima persona con il proprio nome e cognome, foto, dati sensibili ed opinioni.
Difatti sia per superficialità, che per scarsa dimestichezza con il mezzo virtuale, si è indotti a pensare che il nostro mondo rimanga appannaggio di una schiera di pochi eletti, ignorando che attraverso Facebook mettiamo letteralmente “in piazza” la parte più intima di noi.

Di recente, una giovane madre si è rivolta al legale per esporre una questione delicatissima: i rapporti tra lei e l”ex marito, dal quale ha avuto una figlia oggi adolescente, sono incrinati da moltissimi anni. Il padre della ragazza, difatti, si disinteressa completamente dell”educazione della figlia, nonchè del suo mantenimento e di tutto quello che la legge, e non solo quella, impone faccia un padre.
Un giorno la figlia minore V., curiosando su Facebook riesce a rintracciare suo padre che, iscritto al social network con tanto di nome e cognome, fa bella mostra di sè utilizzando una foto in cui appare al fianco di una nuova compagna, assieme al bambino avuto da quest”ultima.

La reazione della ragazza è immediata: attraverso un messaggio di posta chiede al padre il perchè di tanto rancore, di tanta assenza, dei lunghi silenzi durati anni ed anni.
Ne segue una conversazione privata nella quale il padre, dimenticando di parlare con una ragazzina di 15 anni che inoltre è sua figlia, si lascia andare ad ogni tipo di commento su quest”ultima, su una sua presunta nomea nel paese in cui vivono, sulla famiglia dell”ex moglie nonchè madre della giovane. Con uno stato d”animo che è difficile anche solo immaginare, la conversazione tra V. ed il padre sembra essere finita lì.

L”indomani un”amara sorpresa attenderà V.: suo padre, lo stesso padre assente per anni, incurante della sua vita, dei suoi sogni di adolescente, dei suoi desideri, le ha scritto un messaggio sulla bacheca di Facebook, consentendo che tutti i suoi amici riescano a leggerlo.
Nel messaggio il “padre” ingiuria V. in tutti i modi: fa riferimento a fantomatiche condotte illecite di tipo sessuale, afferma che la ragazzina gli ha rubato dei soldi (!), che non ha il diritto di portare il suo cognome e che solo il figlio, nato dalla nuova relazione, può avere questo privilegio.

Quale tempesta emozionale può causare un comportamento simile in un”adolescente, esposta al giudizio di compagni di classe ed amici a causa delle affermazioni del proprio padre naturale? Se quantificare i danni appare difficile, almeno in questa fase, è chiaro invece il da farsi dal punto di vista giuridico.

Chiunque utilizzi Facebook in maniera illegale, difatti, può incorrere nel reato di diffamazione che, nella sua forma aggravata, prevede pene edittali fino a tre anni di reclusione, con annesso diritto al risarcimento nei confronti della parte lesa. Tale è il rischio al quale il padre di V., con la sua condotta superficiale e molesta, si è esposto ingiuriando la propria figlia.

Si tenga presente poi che la condanna in sede penale può conseguire anche alla pubblicazione di foto imbarazzanti o lesive dell”altrui reputazione, a prescindere dal fatto che la parte abbia prestato il consenso, posto che l”utilizzo nocivo di queste è sempre illecito. Per i pubblici dipendenti, poi, i rischi sono doppi: per questi l”utilizzo di Facebook sul posto di lavoro e nell”orario di servizio potrebbe integrare, pacificamente, il delitto di peculato. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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