GIORGIO BOCCA E LE AMARE VERITÁ SU NAPOLI

Lo scrittore piemontese non ha mai lesinato critiche a Napoli, ai napoletani e alla “napoletanità”. Senza mai temere, spietatamente lucido. Di Carmine Cimmino

In Napoli Giorgio Bocca, “l’antitaliano“, vedeva uno dei paradigmi di quell’Italia corrotta, cinica, criminale, figlia degenere dell’antifascismo, che il caotico sviluppo economico degli anni ’60, il “Miracolo all’ italiana“, aveva definitivamente depravato. Contro le storture di quel “miracolo“ Bocca emise la prima, durissima condanna in un articolo del gennaio del ‘1962, dedicato alla città di Vigevano, e pubblicato su “Il Giorno“.

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai, venticinquemila, di milionari, battaglioni affiancati; di librerie, neanche una”. La sentenza fu inappellabile, e la condanna, definitiva. Alle sconcezze che esibiva in quanto città italiana Napoli aggiungeva sconcezze proprie e particolari, in nome del principio che, secondo Bocca, riassumeva tutta la filosofia napoletana: qui il peggio rientra nella normalità. “L’Italia è tutta uno schifo, ma a Napoli va un po’ peggio“. Tra il 2004 e il 2005 il giornalista, sollecitato dalle prime scene dello spettacolo della monnezza, dedicò alla città alcuni articoli assai aspri.

Quegli articoli provocarono a Napoli commenti stizziti e risposte furibonde, che egli poi trascrisse, nel 2006, nel libro “Napoli siamo noi“. Un titolo volutamente ambiguo, aperto a una doppia lettura: Napoli siamo noi, perché la città è, con chiarezza didattica, la sintesi di tutti i mali italiani, oppure perché, se non risolviamo i problemi di Napoli, non risolveremo i problemi dell’Italia. Nel 2004 Bocca aveva formulato un duro giudizio sulla napoletanità, intendendola come “folklore che copre l’insipienza del disordine, finta solidarietà che copre il perdurante sfruttamento dei deboli“: “questa napoletanità risulta francamente repellente, indegna di una grande città civile”.

Questa grande città non risolve mai nessuno dei suoi problemi, a Napoli “il problema vero è sempre un altro, che altri dovrebbero risolvere… Napoli è stata fatta così com’è oggi dalla sua storia, e la sua storia è segnata da una mancanza o dalla debolezza di una classe dirigente capace di perseguire il bene comune. L’unica giustificazione di questa storia è che nella modernità il perseguimento del bene comune non è né possibile né desiderato”. La napoletanità tanto severamente condannata da Bocca era, diciamo così, un’idea di Raffaele La Capria. Napoli è abitata da due “nazioni“: il popolo alto e la plebe. Atterrito dalla violenza plebea del 1799, il popolo “alto“ decide di creare un patrimonio di miti da condividere con la plebe, per convincerla che il popolo napoletano è uno solo, e soprattutto per ammansirla.

I “miti“ comuni, costruiti nel tempo, sono il dialetto, la pasta, la pizza, la canzone, il teatro di Viviani e di Eduardo. Questa è la napoletanità di Raffaele La Capria. Il quale, ritenendo di essere un bersaglio degli articoli di Bocca, rispose, prima dichiarando, garbatamente, che la napoletanità
“è una vera e propria forma di civiltà”, e dunque non può essere espressione di una città che sia solo “un paese di camorristi adoratori di pulcinella”; poi, riconoscendo, maliziosamente, che alla napoletanità avrebbe giovato un po’ dell’ “austero e severo moralismo“ di Bocca, ma anche che lo spirito della napoletanità avrebbe addolcito, nel giornalista, se egli ne avesse accettato l’influenza, “la monotona seriosità del giustiziere“: e voleva dire, La Capria, che mancava a Bocca quel senso dell’umorismo ironico che scintilla, invece, nell’intelligenza dei napoletani.

Ma non fu garbata la reazione di Ermanno Rea, il quale classificò i “pezzi“ di Bocca come “l’invenzione di una vecchia scarpa littoria carica di nostalgia“: un insulto sanguinoso per uno che pensava e scriveva i suoi articoli con l’animo di chi non ha mai cessato di sentirsi un partigiano in guerra contro tutte le possibili versioni e riedizioni del fascismo. Il sindaco di Napoli, signora Iervolino, adombrò il sospetto che gli articoli fossero un attacco premeditato al centrosinistra che governava la città, e quindi giovassero alla causa di Berlusconi. Un professore della Federico II bollò Bocca come “tuttologo“.

A tutti Bocca rispose in “Napoli siamo noi: rispose indirettamente, attraverso il “medaglione“ dedicato a Amato Lamberti: “Amato Lamberti è nato a San Maurizio Canavese, ha fatto le scuole a Bussoleno in Val di Susa, ma poi è andato a Napoli, di cui è un grande conoscitore per aver diretto, per anni, l’ Osservatorio sulla camorra e fatto parte dell’ amministrazione cittadina. Parlare di Napoli con uno che ha fatto le scuole a Bussoleno, sotto il Roccamelone e l’abbazia di Novalesa, è tornare alla chiarezza. Con Lamberti non si recita, si parla, non si fa ammuina, si comunica”. Amato Lamberti gli spiegò, tra l’altro, che nella Napoli delle due “nazioni“ la camorra aveva preso il posto della napoletanità di La Capria: assicurava la sopravvivenza dei “ marginali “ e impediva loro di “assaltare i regolari”.

Giorgio Bocca avrebbe potuto, prendendo le mosse da questa amara verità, riconsiderare il ruolo che i piemontesi svolsero a Napoli tra il 1861 e il 1864, riconoscere la gravità degli errori che essi commisero, la vergogna dei soprusi di cui furono responsabili. Non lo fece: il rigore morale piemontese era un cardine della sua visione del mondo, del suo modo di essere: non avrebbe mai nutrito dubbi sulla sua verità storica. E poiché questo rigore si manifestava prima di tutto nel culto della giustizia, Bocca indagava gli uomini e le cose con una lucidità spietata, perché nell’ Italia gaglioffa che egli descriveva come “antitaliano“ conoscere la realtà era in sé un primo atto di giustizia.

Gli estremisti dell’idealismo hanno spesso il genio e il gusto del realismo estremo. Bocca interrogava uomini e cose in una prospettiva agonistica: l’incontro era sempre un confronto, e le interviste erano duelli. Nel luglio del ’79 intervistò Lucio Dalla, e aprì l’articolo con questo raffinato gioco retorico: Lucio Dalla “piacerebbe anche a me se non fosse elettrico e retrattile come un gatto durante il temporale, impaziente di farmi sapere subito, in due minuti, come è e il contrario di come è, semplice? no, sofisticato; sofisticato? no, semplice; amico? sì, ma con il sottinteso che per lui puoi anche essere uno stronzo”.

Giorgio Bocca è stato un italiano scomodo. Il destino gli ha concesso il privilegio di osservare, meravigliandosi fino all’ultimo giorno, a quali altezze sanno salire gli Italiani, e in quali baratri possono sprofondare. Forse vide in Napoli la Sirena che poteva incantarlo, confondergli le carte, e indurlo al dubbio. Si difese con la piemontesità : “ … io sono di Cuneo e se gioco, gioco ai tarocchi o alle bocce. Sai cosa dicono i giocatori di bocce al momento di contare i punti, dalle mie parti?: bocce ferme. Nessun trucco, nessuno spostamento dell’ultimo secondo, le cose stanno come sono”.

Nemmeno in fotografia la luce di Napoli permette che le cose stiano come sono. Ma forse è un pregio, una “virtù” filosofica.
(Foto: Norman Rockwell, “Libertà di parola”, 1943)

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L’IMPORTANZA DEL CONSENSUS PER LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Quando non è sufficiente ottenere il controllo del proprio territorio attraverso metodi violenti e sanguinolenti, è necessario il consensus.

Le organizzazioni criminali sappiamo che tendono sempre ad avere il controllo del proprio territorio. Questo controllo non è sufficiente ottenerlo esclusivamente attraverso metodi violenti e sanguinolenti, è necessario il consensus e la capacità di penetrare in ambiti diversi dai propri, nel mondo della politica, delle istituzioni e delle imprese con un forte controllo del mercato e dell’economia.

L’organizzazione criminale si presenta come struttura imprenditoriale, un modello comportamentale, che è arrivato ad imporsi e a conquistare potere e consensus in vaste aree della vita sociale e politica. Dove una volta conquistata la supremazia, perché il suo potere venga accettato, riconosciuto e allargato, tenderà ad attivarsi per l’ottenimento di consensus da determinati strati sociali, gruppi di potere e partiti politici di turno.
Centinaia sono i giovani educati dalla strada, le famiglie instabili, i disoccupati, gli emarginati che aderiscono in massa. L’organizzazione criminale rappresenta il senso di identità, di appartenenza ad un sistema potente: ci si sente finalmente rispettati e importanti.

Per le organizzazioni criminali il consenso è di fondamentale importanza per la propria sopravvivenza. Le motivazioni dell’importanza del consenso per la sopravvivenza delle organizzazioni criminali, possono essere le più diverse:

• Il bisogno di utilizzare il meno possibile lo strumento della violenza, per poter mantenere un basso profilo, nei confronti dei controlli delle autorità;
• il silenzio da parte della società civile riguardo i metodi delle loro imprese;
• il potere di dominio del territorio senza l’utilizzo della forza, contro quello di altre organizzazioni di natura similare.

Questi sono solo alcune caratteristiche che rendono di fondamentale importanza il consenso per la criminalità orgnizzata. La quale per l’appunto tramite esso può agire indisturbata, continuando i propri traffici illeciti senza troppe difficoltà. Ovviamente il consenso è di fondamentale importanza anche per la coesione interna di codeste organizzazioni, nelle quali, come in ogni altro tipo di organizzazione e di gruppo, avvengono dinamiche disgregative, conflittuali.
Le quali tramite il consensus tendono a tacere con una re-stabilizzazione dell’equilibrio interno, grazie alla figura di leader carismatico o autoritario che sia.

Lo strumento del consensus viene utilizzato in modi lievemente differenti dalle varie organizzazioni che costellano il nostro globo. Vi solo talune che creano consenso garantendo protezione, altre che lo gestiscono creando opportunità lavorative sommerse che possono creare beneplacito nella popolazione meno abbiente, altre ancora che la gestiscono coercitivamente, altre che sono un vero e proprio stato, che per antonomasia è il detentore del consensus.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LE PROVE D”ESAME SONO SINDACABILI SOLO IN PRESENZA DI MACROSCOPICI ERRORI

Quando la scuola agisce con criteri democratici e collegiali, nessun tribunale può cambiare l”esito della sua decisione.

Il caso
I genitori di un alunno del liceo scientifico ricorrevano al TAR del Piemonte contro il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in persona del Ministro pro tempore, perché ritenevano ingiusta la non ammissione alla classe successiva del loro figlio. Essi chiedevano l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento di non ammissione alla classe successiva (IV Scientifico), implicitamente contenuto nel "verbale dello scrutinio finale"; chiedevano, altresì, di far ripetere da parte di altra Commissione di Esame, previa eventuale "verificazione", la valutazione del percorso scolastico dell’alunno, nonché la valutazione finale.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte, con sentenza 12 settembre 2008, n. 1891, respinge il ricorso, non prima di aver precisato i seguenti punti:

ha rammentato, in punto di diritto, che la valutazione delle prove d’esame costituisce attività che è tipica manifestazione di discrezionalità tecnica che non è sindacabile se non sotto il profilo di macroscopici errori e vizi estrinseci o in presenza di evidenti illogicità o contraddittorietà e rispetto alla quale, quindi, non essendo consentito al Giudice amministrativo di sostituirsi all’organo amministrativo valutatore, il sindacato giudiziale è ammesso “solo nei ristretti limiti dell’illogicità e della contraddittorietà manifeste in quanto, diversamente opinando, il tribunale indebitamente finirebbe per invadere l’area dell’insindacabile merito valutativo riservata al succitato organo tecnico”. (T.A.R. Toscana, Sez. I, 16 novembre 2005, n. 6223; in terminis, T.A.R. Toscana, I, 24.5.2007, n. 797);

il TAR, pertanto, ha reputato corretto l’operato del Consiglio di Classe là dove ha formulato il giudizio di non ammissione del giovane alunno alla classe successiva in applicazione dei Criteri di non promozione prestabiliti nella riunione del Collegio dei docenti;

inoltre, l’Organo di giurisdizione amministrativa ha ritenuto destituita di fondamento la censura di eccesso di potere per disparità di trattamento, posto che tale doglianza non può trovare ingresso in materia di non ammissione di alunni alla classe successiva, secondo pacifica giurisprudenza condivisa dal Collegio:

“in quanto si verte in materia di valutazione della complessiva personalità del soggetto e, quindi, qualunque raffronto – avvenendo fra situazioni non omogenee, anche se i voti fossero uguali – non può assumere alcun valore dimostrativo della eventuale disparità, potendo essere diversa la risposta di due soggetti all’impegno scolastico” (T.A.R. Sardegna, 15 luglio 2002, n. 882), affermandosi anche che “al giudice amministrativo non è consentito, se non in caso di manifesta e palese illogicità, valutare la disparità di trattamento nel giudizio attribuito ad uno studente rispetto ad altri compagni di classe, poiché ciò implicherebbe la sostituzione del giudice all’amministrazione scolastica nella valutazione del rendimento e del profitto degli alunni”.(T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. IV, 3 febbraio 2006, n. 178).

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“IL MERCALLI SULLE SCALE”. VOLONTARIATO E SOLIDARIETÁ

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Gli studenti del Liceo Mercalli hanno cantato a favore delle Associazioni. Si irrobustisce il legame tra il mondo della scuola e il Volontariato. Di Annamaria Franzoni

Sulla gradinata Francesco d’Andrea, tra via Filangieri e via dei Mille, il 20 dicembre scorso, i giovani allievi del Liceo Mercalli di Napoli, hanno intonato “la cantata di Natale” tra gli sguardi attenti di una Napoli impegnata nel frenetico shopping natalizio, in favore delle associazioni Telethon, Mani tese, Tuttunaltromondo e dell’onlus Carmine Gallo che opera nel reparto oncologico del Pausillipon.

Il Liceo Mercalli il cui Dirigente, prof. Luigi Romano, è particolarmente sensibile alle iniziative che offrano ai giovani la giusta combinazione di conoscenze, abilità ed attitudini per la realizzazione di una cittadinanza attiva e consapevole, ha mostrato, in tempi e modi diversi, una vocazione ad approfondire i possibili collegamenti tra il mondo della scuola e quello del volontariato. La sua storia risale almeno a qualche decennio ed ha trovato nell’ Associazione “TUTTUNALTROMONDO” la sua ragion d’essere in forma statuita e normata nel 2003, anno in cui fu costituita tale associazione i cui fini ed obiettivi sono strettamente interrelati con le finalità formative ed educative espresse dal Piano dell’Offerta Formativa dell’Istituto.

In particolare l’art. 2 di tale statuto esprime, tra l’altro, la distinzione tra il termine “solidarietà come forma, predisposizione ed atteggiamento di vita, come scelta di fondo” e il “volontariato come modalità concreta di attuazione, come strumento per esercitare una scelta”.
La manifestazione, soprannominata "Il Mercalli sulle scale", presenta come ci ha riferito il Prof. Pasquale Cava, vicepreside del liceo, un titolo un pochino sibillino…, “le scale, sinonimo di discesa, sono anche sinonimo di salita, di impegno, di costanza ….forse è proprio questo che manca, ora è tempo di salire, ma non di dimenticare i valori fondanti il nostro vivere”.

Vivere il territorio è quanto la scuola deve fare per rispondere ad un’esigenza di comunicazione che diviene sempre più forte in una società nella quale è sempre più difficile trovare spazi di condivisione e di riflessione ed è quanto a provato a fare il liceo Mercalli: l’impegno del volontario ha infatti caratterizzato da diversi anni il processo di formazione dei giovani adolescenti di questo liceo con l’obiettivo di realizzare un’educazione integrale.
Nel processo di educazione alla cittadinanza nazionale, europea, mondiale è necessario favorire nei giovani l’apertura verso l’altro in una fase della vita in cui si è particolarmente sensibili e in cui si vuole cambiare il mondo; il nostro ruolo di mondo degli adulti, di educatori di formatori deve favorire il desiderio di un inserimento sociale comunitario che confermi la ricerca dell’autonomia personale.

Le risposte che i ragazzi hanno dato ai giornalisti che li hanno intervistati durante la manifestazione hanno offerto il netto segnale di questa esigenza vitale, sincera e sentita dai giovani alla capillare diffusione della cultura della solidarietà che si fa interprete dei bisogni e dei diritti di deboli ed emarginati dando esempio di collaborazione propositiva e di stimolo.

La scuola e il territorio su cui la scuola agisce è uno dei terreni più fertili dove lavorare: i ragazzi d’oggi saranno gli uomini che guideranno la società di domani e la realizzazione del cambiamento sociale, passa attraverso la diffusione tra le giovani generazioni di valori quali: la solidarietà, la condivisione, il rispetto reciproco, la tolleranza.
(Fonte foto: Repubblicanapoli.it)

NATALE 2011: SPERANZA E OPPORTUNITÁ

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Che Natale sarà quest”anno? Borghese o cristiano? Nelle case si parla più di Spread, Btp, Bund, Borsa, di Pensioni, di Iva, di art. 18, di crisi economica che di nascita di Gesù. Di Don Aniello Tortora

Il Natale è la principale festa dell’anno, dopo quella della Pasqua. Festa che nella tradizione popolare era legata alla chiusura di un ciclo stagionale e alla apertura del nuovo ciclo.
La festa appartiene all’anno liturgico cristiano, in cui si ricorda la nascita di Gesù Cristo, che nella Cristianità occidentale cade il 25 dicembre, mentre nella Cristianità orientale viene celebrato il 6 gennaio. La nascita di Gesù viene fatta risalire dal 10 al 4 a.C.

Il Natale non viene introdotto subito come festa cristiana, ma bisogna aspettare l’arrivo del Quarto secolo nell’Impero Romano, e più tardi ancora nelle zone dell’Oriente. La festa cristiana si intreccia con la tradizione popolare. Prima del Natale cristiano c’era la festa del Fuoco e del Sole, perché in questo periodo avviene il solstizio d’inverno, con il giorno più corto dell’anno, e da questa data (21 dicembre) le giornate iniziano ad allungarsi.

Nell’antica Roma si festeggiavano i Saturnali in onore di Saturno, dio dell’agricoltura ed era un periodo di pace, si scambiavano i doni, e si facevano sontuosi banchetti. Tra i Celti invece si festeggiava il solstizio d’inverno. Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano decise che il 25 dicembre si festeggiasse il Sole. Da queste origini risale la tradizione del ceppo natalizio, ceppo che nelle case doveva bruciare per 12 giorni consecutivi e doveva essere preferibilmente di quercia, un legno propiziatorio: osservandolo bruciare si presagiva l’anno nuovo.

Il ceppo natalizio nei nostri giorni si è trasformato nelle luci e nelle candele che addobbano case, alberi, e strade. Il nostro Natale deriva da tradizioni borghesi del secolo scorso, con simboli e usanze sia di origine pagana che cristiana.

Che Natale sarà quest’anno? Borghese o cristiano? Nelle case si parla più di Spread, Btp, Bund, Borsa, di Pensioni, di Iva, di art. 18, di crisi economica che di nascita di Gesù.
Il Natale è, ancora oggi, un’opportunità per ri-mettere in discussione i nostri stili di vita, le nostre ipocrisie, le nostre chiusure, i nostri egoismi. Anche in questa “natalizia” manovra economica bastava un po’ di solidarietà in più e il superamento degli egoismi corporativistici perché fosse più equa e attenta alle categorie più deboli.

E allora, Buon Natale a tutti. Ai lavoratori della Fiat, che stanno tornando al lavoro a Pomigliano.
Ai precari, perché non perdano mai la speranza. Nella vita bisogna lottare contro le ingiustizie e guardare sempre avanti. Ai Sindacati, perché ritrovino l’unità e il gusto di difendere, comunque e sempre, i diritti dei lavoratori.
Buon Natale anche a Marchionne, perché non si irrigidisca sulle sue posizioni, non si adegui alle ferree e inique leggi del mercato e restituisca dignità ai lavoratori.

Buon Natale ai politici, perché ritrovino il gusto di servire il bene comune.
Buon Natale a noi tutti, perché il Sole di Giustizia, il Bambinello Gesù, ci scomodi sempre di più dalle nostre comode posizioni e ci dia il dono di “rischiare” la vita per gli altri.
(Fonte foto: Rete Internet)

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Somma Vesuviana, alla ricerca della sorgente perduta…

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Da circa sei mesi un gruppo di giovani sta ripulendo una località della montagna per ripristinare l’antica sorgente delle gavete.

Scrittori, cantori, narratori e poeti vesuviani di ogni tempo hanno sempre citato ‘e gavete, ovvero quella località, quel punto particolare del monte Somma dove una volta c’era una sorgente naturale, dove i contadini sommessi erano soliti attingere acqua per irrigare i campi, per dissetarsi.
E Gavete, ‘o Ciglio, Castiello… Ma quanta, ma quanta ricorde! Ma comme nu core se scorde restanne luntane da te? Così il poeta vesuviano Gino Auriemma dichiarava il suo sconfinato amore per la montagna di Somma. A distanza di oltre trent’anni, qualche anziano ancora ricorda come “era bello salire ‘ncopp e gavet a prendere l’acqua..” Ricordi commossi che non hanno lasciato indifferenti un gruppo di giovani amici che, a dirla con le parole di una famosa canzone di Gino Paoli, tra un bicchier di vino ed un caffè hanno tirato fuori i loro “perché” al punto da decidere di fare un sopralluogo per verificare l’esistenza della sorgente.
Accumunati dalla stessa costante attrattiva per la rigogliosa montagna, i giovani, circa una quindicina, di età compresa tra i venti e i quarant’anni, sono diventi così un gruppo, una “paranza”, ‘a pranza re gavet e si sono messi alla ricerca della sorgente ormai disertata e abbandonata. Bene. Quella sorgente esiste e l’acqua pure, ma gli smottamenti l’hanno praticamente sommersa ed ostruita. Smottamenti e non solo. Rifiuti di ogni genere, da quelli indifferenziati a quelli speciali; ncopp ‘e gavete il gruppo si è trovato davanti uno scenario raccapricciante: una mega discarica a cielo aperto di pneumatici, di fusti, di guaina da rivestimenti, di amianto. Che fare? La paranza sceglie l’azione e si attiva per iniziare a ripulire l’area umiliata dall’inciviltà. Armati di zappe, pale, picconi e buste, l’allegra e determinata compagnia, di sabato e di domenica, per circa tre mesi ha provveduto a scavare dal terreno tutti i rifiuti, dalle cartacce alle bottiglie di plastica , di vetro, agli utensili rotti, fino ai piccoli ingombranti, differenziandoli e portandoli poi a valle.
Intanto, sono stati tagliati gli arbusti e spostati gli enormi rami secchi spezzatisi probabilmente a causa delle intemperie. Gli pneumatici, davvero tanti, sono stati dissotterrati ed ammucchiati in modo ordinato in attesa di un adeguato smaltimento. A tal fine, la paranza ha allertato e coinvolto l’assessore all’ecologia Lello Angri, resosi subito disponibile ad effettuare un sopralluogo e a rispondere alle domande dei giovani, che ieri mattina lo hanno invitato ad un confronto presso il bar Haven di via Pomintella.
”Il lavoro che hanno fatto e che stanno facendo questi giovani- ha detto L’assessore Angri- è davvero lodevole e fin da adesso garantisco piena collaborazione. Purtroppo, nonostante gli importanti risultati che abbiamo raggiunto con la raccolta differenziata, ci troviamo a fare i conti quotidianamente con gli incivili e con gli sversamenti selvaggi. Qui, sulla nostra bella montagna, gli svernamenti sono frequenti e il Parco Nazionale del Vesuvio, che è l’organo preposto alla tutela di queste zone, in realtà non ci aiuta molto: l’anello debole resta il controllo. In ogni modo, farò un sollecito all’Ente Parco e li inviterò ad un sopraluogo. Intanto, provvederemo subito a predisporre glia atti necessari per la caratterizzazione per chiedere le dovute autorizzazioni per lo smaltimento dei rifiuti speciali. Avere un aiuto, un impegno concreto sul territorio di questo tipo, per noi è davvero tanto”.
Dalle parole ai fatti, sotto una pioggia insistente e un vento gelido, accompagnati da alcuni componenti della paranza, abbiamo potuto costatare da vicino l’immensa fatica finora effettuata dai giovani, divenuti ormai veri angeli della montagna. Emozionati e fieri, i giovani ci hanno accompagnati fino in vetta, sotto alla sorgente, dove ci siamo potuti arrivare in modo agevole grazie ai gradini e al corrimano che hanno realizzato con i rami secchi. In cima, alla vista della grotta, che riporta immediatamente alla mente la stessa grotta di Lourdes, l’emozione è stata davvero incredibile, al punto che non ci accorgiamo della grandine che scende giù a raffica. Una volta ripristinata la sorgente delle gavete, obiettivo prioritario dell’intero gruppo, “il nostro sogno- ci raccontano i giovani- è quello di poter portare in questa grotta una copia della statua di Mamma Schiavona.”
L’entusiasmo e la sincera emozione che traspare dai loro occhi sono più eloquenti delle parole e non è difficile sognare ad occhi aperti: La sorgente naturale che sgorga dal cuore della montagna , la Madonna di Castello nella grotta. Tutt’intorno una vegetazione rigogliosa, dove si respira il profumo di un bosco pulito, sicuro, fruibile. Un luogo affascinante e suggestivo, dove fede e tradizioni si mescolano e si sovrappongono al punto da proiettarci in una dimensione magica, surreale.
(Ha collaborato per le foto Tommaso Rea)

BENVENUTI NEL NATALE SCOSTUMATO DELLA GALLERIA TOLEDO!

Al via ieri la “rassegna (s)costumata” di Galleria Toledo. Si parte con Priscilla show, poi “tombola scostumata”, musica con Lucariello e gli R&Fusion, per finire l”8 gennaio con “Unghie”.

Show mob per le strade della città, concerti, spettacoli, solidarietà, il Natale della Galleria Toledo è una grande festa. Tutto ha avuto inizio sabato, con lo Show mob che ha attraversato il centro storico.

Un cartellone all’insegna del divertimento che si inaugura con il Gran Galà di Natale, in compagnia di Priscilla show, testo e regia Fabio Brescia e Mariano Gallo, con Mariano Gallo (Miss Priscilla), e le Dragstickqueen Fabio Falsarone (Zia Tiffany) e Antonio Caruso (Jasmine). Fino a questa sera, 21 dicembre, un viaggio, il racconto di un ”IO” e del suo percorso ”dalla persona al personaggio”. L’incasso sarà totalmente devoluto all’associazione ANLAIDS – Associazione Nazionale Lotta Contro l’ AIDS. Dal 25 al 28 dicembre 2011 sarà la volta di Gino Curcione e la sua «Nummere. Scostumatissima Tombola», in cui sogni ed eventi vengono tradotti in numeri, l’attore e il pubblico si divertono in questo rito che accompagna da sempre la tradizione, un vero happening linguistico parte dalla neutra astrattezza dei numeri, per tradursi nel più palpitante vissuto dei vicoli.

Numeri, profezie, fortune, si incrociano nel gioco. Giovedì 29 c’è il rap di Lucariello con «I nuovi mille» il suo ultimo lavoro che racconta di coraggio e voglia di riscatto il brano che da nome al disco, scritto con Giuliano Sangiorgi è stato scelto come sigla della trasmissione di Giovanni Minoli «La storia siamo noi» e del programma omonimo «I Nuovi Mille» in onda prossimamente su Raitre. I proventi dell’album saranno devoluti alla Fondazione Pol.i.s, attiva nella lotta alla criminalità e nella gestione e riconversione a fini sociali dei beni confiscati alle mafie. Chiude il 2011 Caburlesc, (un po’ cabaret un po’ burlesque) il 30 dicembre, con Maria Bolignano e Francesco Mastandrea, una performance dove l’imperfezione diventa virtù conclamata.

Un connubio perfetto tra cabaret di parola e burlesque dunque, che strizza l’occhio alla tradizione della comicità napoletana in un’ottica assolutamente moderna e femminile, un vero e proprio momento coinvolgente dove ogni spettatore si sentirà protagonista di una tela dai colori forti ma con tratti morbidi. Aprono il 2012 gli R&Fusion, il 4 gennaio, con un concerto in cui presenteranno il videoclip di «Ego», primo singolo estratto da «Dalla terra dei fuochi» il loro primo lavoro, in cui la ricerca incessante e fusione di generi, la curiosità per le sperimentazioni innovative incontrano la valorizzazione del dialetto napoletano. Un unicum coerente e incisivo che racconta e schiaffeggia l’attualità in un salto continuo tra il pubblico e il privato.

Un equilibrio sostenuto con travolgente creatività. Un progetto che nel titolo evoca il disastro ambientale che da troppi anni avvelena la provincia di Napoli e Caserta martorizzata dai roghi tossici e illegali. Si chiude la rassegna con «Unghie» in scena dal 6 all’ 8 gennaio 2012. Lo spettacolo di Marco Calvani e Marco Marra, regia Marco Calvani con Monica Scattini, ha debuttato sotto forma di studio il 20 giugno 2010 al Teatro Belli di Roma nell’ambito della XVII° rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde diretta da Rodolfo di Giammarco. Uno spettacolo capace di raccontare in modo attento e poetico, eppure inquietante, l’ultimo atto di una identità irrimediabilmente diversa.

E cerca al contempo di stuzzicare l’immaginario collettivo che vuole le transessuali esseri umani alieni e clandestini. Esseri umani a cui sono cresciute le unghie per vocazione e per difesa.
(Fonte foto: Rete Internet)

Per informazioni e prenotazioni
Galleria Toledo, teatro stabile d’innovazione
tel. 081 425037 – 081 5646162
galleria.toledo@iol.it

www.galleriatoledo.org

ARTE POVERA + AZIONI POVERE. DA AMALFI AL MADRE, L’ARTE POVERA TORNA A RIVIVERE

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La rassegna storica dell”Arte Povera, organizzata per la prima volta da Marcello e Lia Rumma nella tappa fondamentale del 1968 ai cantieri amalfitani, ritorna in Campania.

Quando si pensa alla grandezza dell’arte italiana viene quasi immediatamente alla mente il Rinascimento: la culla della civiltà artistica che il mondo c’invidia, Firenze, Roma, Venezia, Napoli e i maestri del Quattrocento e del Cinquecento che oggi rivivono nei musei di tutto il pianeta.

Ma, l’Italia dell’Arte è tanto altro, ovviamente. Accanto al blasone di una storia figurativa che non ha eguali e che, oltre al Rinascimento, può annoverare un percorso che copre secoli e secoli di meravigliose creazioni, parto del genio dei maestri nostrani, ci sono almeno due tappe fondamentali che hanno caratterizzato il mondo dell’arte del Novecento marcato made in Italy. La prima è rappresentata dall’ avanguardia italiana d’inizio secolo scorso, la stagione del Futurismo, fenomeno culturale propiziato dal Filippo Tommaso Marinetti e capace di rivoluzionare pittura, la scultura, cinema e letteratura negli anni della Belle Epoque, quando l’Italia viveva quella crescita portentosa dal punto di vista economico che sarebbe stata tragicamente mortificata dal primo conflitto mondiale.

La seconda coincide con la seconda metà degli anni Sessanta, col Belpaese pienamente risorto dalle macerie postbelliche, quando Germano Celant, un critico di estrazione genovese ma torinese d’adozione organizza la prima mostra dell’ Arte Povera, a Torino. E’ il 1967. L’ Arte Povera professa la fine delle differenze fra i medium artistici ed è caratterizzata dalla commistione di arte e vita; il concetto di “povero”, lontano da ogni assunto pauperistico di stampo sociologico, nelle intenzioni del critico genovese che lo coniò, sta più per “primario” o “primigenio”, posto alle origini della creazione, in perfetta sintonia con l’idea di “teatro povero” di Jerzy Grotowsky, per il quale era necessario “eliminare il superfluo così che il teatro possa esistere senza trucco”.

Un’attenzione alle condizioni primarie dell’esistenza si intreccia alla necessità di “ridurre l’arte ai minimi termini, nell’impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi”. Intorno alla metà degli anni sessanta le riflessioni di molti artisti muovono dalla necessità di spostare l’opera d’arte dal sacrario del museo, il luogo che, tradizionalmente, istituzionalizza il gusto estetico, spesso imponendo un giudizio di bellezza che pretende di essere valido universalmente. Questo assunto è condiviso dal gruppo organizzato intorno a Celant: Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone, Giulio Paolini, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, nonché artisti legati alla pop art romana, come Pino Pascali, Renato Mambor e Mario Ceroli.

L’anelito della ricerca artistica di uscire dallo spazio delle gallerie per affrontare un discorso di manifestazioni pubbliche che “sporcasse” i luoghi meno convenzionali, viene affrontato nella rassegna più significativa dell’Arte Povera; il primo luogo pubblico ad ospitare gli elaborati del nuovo clima furono, infatti, i cantieri navali di Amalfi, sotto la direzione del temperamento vivace e trasgressivo di una coppia di galleristi salernitani, Marcello e Lia Rumma, che nell’ottobre del 1968 contattarono il ventottenne Celant per curare la mostra-evento amalfitana.

“Arte Povera più Azioni Povere” negli antichi Arsenali è stata una tappa fondativa del movimento che rinnovò la prassi e l’immaginario artistico dell’Italia degli anni sessanta in una prospettiva internazionale, dove l’estetica del quotidiano, connotata da un imprintig antiteconologico, si rigenerava grazie alla sinergica realizzazione di opere pensate specificamente per quello spazio e attraverso la messa in essere di azioni effimere, temporalmente definite e consumate nella durata della performance.

Rivisitare quell’esperienza è l’imperativo che ha reso possibile una complessa rete di esposizioni in alcuni dei più importanti musei italiani, obiettivo raggiunto con “Arte Povera 2011”, il ciclo che viene ospitato alla settima stazione nella Chiesa Donnaregina, adiacente al museo Madre, lo spazio più consono dove proporre nuovamente quella manifestazione che proprio nella nostra regione aveva avuto consacrazione e consenso unanime, in quei tre giorni densi di dibattiti, azioni e performances del lontano 1968.

Sono state scelte per questo appuntamento opere storiche di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, e Gilberto Zorio, in alcuni casi installate per la prima volta proprio ad Amalfi, a cui sono stati aggiunti i lavori del medesimo periodo di Pierpaolo Calzolari e di Giuseppe Penone, due protagonisti dell’Arte Povera che però non furono presenti in quell’occasione. “Napoli ha una storia di amicizia e di collaborazione con tutti gli artisti dell’Arte Povera, da Kounellis a Pistoletto, che evidenzia un legame talmente profondo che rende quasi naturale la partecipazione del Madre alla manifestazione Arte Povera 2011”.

Così Cicelyn sottolinea la spontaneità dell’adesione del museo napoletano all’evento tenuto a battesimo da Celant e che pone l’accento sull’inscindibile affinità dei poveristi con la città partenopea. Quindi l’appuntamento è a Napoli, in via Settembrini, fino al 20 febbraio prossimo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA VITTIMA DEI REATI

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Come e perchè si è vittima delle azioni criminali. Tentativo di spiegare il crimine osservando le vittime. Le categorie dei più esposti. Di Amato Lamberti

La criminologia, nata nel secolo XIX, si è per molti decenni occupata esclusivamente dei reati e dei loro autori, ignorando del tutto la figura della vittima. In un certo senso, essa si è adattata alle priorità del sistema della giustizia, che attraverso i secoli aveva visto declinare l’importanza del ruolo della vittima nell’ambito del processo penale. In origine, infatti, sia la definizione dell’ “offesa” sia il tipo di reazione che poteva derivarne erano lasciate alla discrezionalità della vittima e della sua famiglia, in quanto non esisteva alcuna autorità preposta alla produzione di norme e alla punizione dei trasgressori.

Per questo motivo, la vittima aveva la facoltà di reagire nei modi più vari, sia ricorrendo a sua volta alla violenza, come nella cosiddetta “violenza di sangue”, sia cercando di risolvere pacificamente la disputa, ad esempio mediante la compensazione, cioè richiedendo una forma di risarcimento economico da parte dell’offensore. Solo con la progressiva affermazione dello Stato, il reato ha cominciato a essere considerato come un atto diretto non tanto contro il singolo individuo, quanto contro l’intera comunità. Si comprende, quindi, come i primi studi dei criminologi si incentrassero sui crimini e sui criminali, piuttosto che sulle vittime.

È soltanto a partire dagli anni ’40 del XX secolo che si sviluppa uno studio sistematico delle vittime del reato e nasce una nuova branca della criminologia, la vittimologia, definita come: «quella branca della criminologia che si interessa della vittima di un crimine e di tutto ciò che a questa si riallaccia, come la sua personalità, cioè i suoi tratti biologici, psicologici e morali, le sue caratteristiche socio-culturali, le sue relazioni con l’autore del reato ed infine il suo ruolo e l’eventuale influenza nella genesi e nella dinamica del delitto» (Balloni 1989). Il termine fu utilizzato per la prima volta nel 1949 da uno psichiatra, Frederick Wertham, nel suo testo “The Show of Violence”, in cui auspicava una “sociologia della vittima” del reato di omicidio. Egli analizzava il crimine di omicidio ed il problema della violenza umana in generale, da un punto di vista psicologico e psichiatrico.

Dal punto di vista della ricerca e della teorizzazione, due sono di solito considerati i padri fondatori della vittimologia: Hans Von Hentig e Benjamin Mendelsohn, entrambi rappresentanti di quella vittimologia eziologica che costituisce la prima fase dello sviluppo della disciplina. Von Hentig, pur ammettendo che ci sono molti atti criminali in cui si evidenzia un minimo o nessun contributo da parte del vittimizzato, aveva osservato che altrettanto frequentemente vi è un’effettiva reciprocità nel legame che si instaura tra il reo e la vittima. A suo parere, si distinguerebbero due partners: colui che agisce e colui che subisce l’azione; colui che infligge la sofferenza e colui che la subisce; il soggetto che attivamente infrange la legge penale e chi passivamente ne subisce le conseguenze. Egli osservò che sul piano sociologico e psicologico tale relazione, in numerosi casi, non rispecchiava la realtà. La vittima non aveva sempre un ruolo passivo, non era l’oggetto della relazione, ma spesso interagiva attivamente con il criminale in molti modi.

La domanda che si pose Von Hentig fu, dunque, se e come la vittima contribuiva a determinare l’azione criminale, la sua conclusione: con il suo stesso modo di essere, le sue caratteristiche individuali e sociali, le sue attitudini. In tal senso elaborò una classificazione delle vittime in quanto egli riteneva, come già detto, che l’interazione tra il criminale e la vittima fosse determinata e si modellasse in base alle condizioni ed alle caratteristiche individuali della vittima. La regolarità del ripetersi delle situazioni era data dal fatto che ogni criminale era attratto da quelle caratteristiche o condizioni fisiche, sociali e psicologiche che rendevano la vittima maggiormente vulnerabile all’attacco. Sostanzialmente il crimine seguiva delle leggi nell’evoluzione sociale proprio come in natura si crea il rapporto preda-predatore.

La classificazione delle vittime di Von Hentig è dunque una teoria esplicativa nel senso che tenta di dare una spiegazione al crimine, ovvero alla vittimizzazione, ponendo l’accento su quelli che si possono considerare i fattori di rischio, osservando quali attributi personali della vittima giocano un ruolo nel determinare l’interazione con il criminale e dunque la sua vulnerabilità. Le categorie sono:

– I minori di età. Egli considerava la condizione di minore età, e cioè la condizione degli infanti e degli adolescenti, maggiormente esposta alla vittimizzazione per lo stato di debolezza fisica e mentale, e la conseguente minor capacità di resistenza o reazione.
 Le donne. Egli considerava il genere femminile maggiormente vulnerabile, a prescindere dall’età, per la minor prestanza fisica e, dunque, minor capacità di difesa nei confronti di aggressori appartenenti al genere maschile.
– Gli anziani. Anche in questo caso l’età influirebbe sul rischio potenziale di vittimizzazione, sia dal punto di vista fisico, per il decadimento delle facoltà fisiche e mentali, sia da un punto di vista sociale per il possesso di maggior ricchezza e potere.

– Mentalmente deficitari o disturbati. Nella categoria Von Hentig includeva i subnormali, i malati di mente, i tossicodipendenti e gli alcolisti.
– Immigrati, minoranze, “ingenui”. Tale categoria illustrava un fattore di vulnerabilità basato su di uno svantaggio di tipo sociale che accomuna i tre tipi di vittime menzionati. Infatti, lo stato di immigrato, a causa del cambiamento del tipo di società, usi, costumi, relazioni sociali, cultura, porrebbe chi emigra in una condizione di vulnerabilità.

Queste rappresentano le classi generali delle vittime, vi sono poi i tipi psicologici di vittime e sono:
– Il depresso. Talune vittime, in un certo senso, desiderano essere vittimizzate. Queste hanno, infatti, spesso un atteggiamento favorente il crimine da un punto di vista psicologico; il suo atteggiamento può essere passivo- apatico o letargico-, o moderatamente favorente, cioè sottomesso, partecipante.
– L’acquisitivo. Si tratta di una categoria di quelle che Von Hentig considerava eccellenti vittime, cioè coloro che sono spinti dall’eccessivo desiderio di guadagno, dalla loro cupidigia in situazioni pericolose.

– Il seducente-promiscuo. Egli considerava la propensione alla sensualità od ai comportamenti promiscui un fattore di esposizione ad un maggior rischio di vittimizzazione. Questa categoria era maggiormente connessa al contesto storico sociale in cui fu elaborata. Von Hentig, infatti, aveva presente quale appartenente a tale categoria la donna che avesse comportamenti promiscui e seduttivi con riferimento, in particolare, al reato di violenza sessuale.
– Asociali, afflitti. L’isolamento sociale e la solitudine causano uno stato psicologico e situazionale di vulnerabilità che rende facilmente preda dei criminali. Il fattore è psicologico perché le facoltà critiche sono indebolite avendo la solitudine un effetto che può portare la vittima ad essere maggiormente imprudente, negligente o partecipante. L’effetto è la sofferenza che consegue alla mancata soddisfazione del desiderio di compagnia, che è un bisogno umano primario. Tale sofferenza porta la vittima ad essere maggiormente prona agli altrui artifici, raggiri, plagi.

– Il tormentatore. È la tipica figura del criminale-vittima, in cui maggiormente intensa è la relazione e l’interazione tra l’agente e la vittima. Rientrava in questa categoria di vittime colui che infligge sofferenza, tortura, perseguita, tormenta, maltratta altri anche per anni e poi subisce una lesione o viene ucciso dalle sue vittime. 
Le vittime “bloccate”. La vittima bloccata sarebbe quella che è posta in una situazione tale da non consentire resistenza o difesa perché le conseguenze della resistenza o della difesa sarebbero più nocive dell’atto criminale stesso. L’esempio chiarificatore di Von Hentig era dato da coloro che sono ricattati.
– Le vittime esonerate. Si tratta delle vittime che sono escluse dai criteri di selezione del criminale per qualche motivo inibitorio, di natura culturale, religiosa od altro. Von Hentig suggeriva il caso emblematico dei borseggiatori di professione che secondo alcune ricerche di Sutherland (1947), se cattolici, escludevano dai propri obiettivi generalmente i preti cattolici.

– Le vittime resistenti. Sono le vittime che reagiscono con diversi gradi di forza fisica alle aggressioni. Von Hentig rilevava che in alcuni casi una reazione aggressiva della vittima poteva aggravare il pericolo di vittimizzazione o le sue conseguenze.

Guardando questa tipologia di vittime, le caratteristiche personali, fisiche, psicologiche e sociali della vittima potenziale assumono la veste di fattori che “predispongono” al crimine. A Von Hentig, infatti, è stata attribuita la nozione di vittima latente, che esprime il concetto secondo cui in certe persone esisterebbe una predisposizione a diventare vittima di reati e, in un certo senso, ad attrarre il proprio aggressore. Si verrebbe così a distinguere una predisposizione generale che sarebbe riscontrabile nelle “vittime nate” cioè quelle persone che subiscono continuamente episodi di vittimizzazione e che quindi, per motivi psicologici tendono e quasi anelano ad essere vittime. Diverse sono le predisposizioni speciali, ovvero denominate anche specifiche. La predisposizione, in tal caso, è dovuta alla presenza di alcuni specifici fattori socio-demografici e psicopatologici.
1 -continua
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA SPREGEVOLE FEROCIA DELLE ISTITUZIONI

La polemica tra il direttore del Corriere del Mezzogiorno ed Eugenio Bennato, che ha cantato le gesta del brigante Ninco Nanco. Di Carmine Cimmino

A Eugenio Bennato che ha abbandonato Gramsci per “diventare neoborbonico“ e per cantare le gesta del brigante Ninco Nanco, Marco Demarco (Corriere del Mezzogiorno,15 dicembre) consiglia “di lasciar perdere per un po’ pizziche e tarante e di andare a cinema a vedere Midnight in Paris, il film di Woody Allen, forse il migliore antidoto attualmente in circolazione contro quella strana malattia che spesso prende artisti e intellettuali, la nostalgia“.

Ninco Nanco, ricorda Marco Demarco, fu un feroce assassino, che non pose “al centro della sua azione la questione sociale, il riscatto dei poveri e l’assegnazione delle terre ai contadini.”. Insomma, conclude il direttore del Corriere del Mezzogiorno, Ninco Nanco non fu un “Che“ Guevara: fu solo un brigante di Avigliano, che mise paura alle truppe “piemontesi“ con la sua abilità di guerrigliero, e che i militi della Guardia Nazionale di Avigliano uccisero nel 1864. Nessuno dei briganti postunitari fu un “Che“ Guevara: per ovvie ragioni storiche. È come se uno rimproverasse a Spartaco di non essere stato Martin Luther King. Ma se Ninco Nanco non fu un “Che“ Guevara, è probabile che “Che“ Guevara sia stato un po’ anche un Ninco Nanco.

Dichiaro, in premessa, che non ho alcuna nostalgia dei Borbone. Credo, anzi, che il problema primo di Napoli e del Sud sia proprio il “borbonismo“: un morbo complicato, un composto di idee e di comportamenti tenuti insieme dall’insensibilità ai principi dello spirito civico, e da un egoismo capace di diventare, quando gli interessi privati lo richiedono, spudoratamente cinico: ‘a cazzimma . Pilone, Barone, i capi delle comitive dei Monti Lattari, Cipriano La Gala, Carmine Crocco e Gaetano Manzo dicono ai loro uomini che si combatte per il ritorno dei Borbone, che la loro guerra è sostenuta dai livelli alti della gerarchia del clero, dalla crema della nobiltà, dall’ Austria: ma basta leggere le dichiarazioni fatte dai briganti e dai manutengoli ai commissari di polizia, agli ufficiali dell’esercito e ai giudici per capire che già nei primi mesi del ’62 pochi credevano nel ritorno di Francesco II e che dieci mesi dopo non ci credeva più nessuno.

Il legittimismo fu, infine, solo un tema della propaganda politica. Ma proprio quelle deposizioni, trascritte in centinaia di verbali, dimostrano, al di là di ogni dubbio, che il brigantaggio fu una rivolta sociale, tanto ampia e tanto radicata in vasti spazi della società meridionale che i comandi militari e i politici non solo ne furono preoccupati, ma cercarono anche di nascondere la verità sulle dimensioni del fenomeno. Chi crede che le comunità rurali della Campania interna, del Tavoliere e della Lucania fornissero ai briganti una complice copertura solo per le ragioni della paura, non sa che la violenza era, in quei territori, l’ “espressione“ più immediata e più frequente delle relazioni sociali.

Per rendersene conto, basta leggere, nei registri delle Preture e delle Corti d’ Assise, gli interminabili elenchi di omicidi, ferimenti, furti, rapine, grassazioni e stupri, che dal 1862 al 1875 segnarono la vita quotidiana tra il Garigliano, Lagonegro, il Vulture e la Capitanata. Pastori e contadini non avevano paura: furono conniventi perché condivisero, istintivamente, le ragioni dei briganti, e ricorsero al tema della paura solo per giustificarsi davanti agli uomini della legge.
I briganti lucani, avellinesi e foggiani, non conoscendo le vie del ragionamento per astrazione, identificavano i problemi con gli uomini: i loro bersagli erano i proprietari terrieri e i notai, perché era noto a tutti che tutti gli “imbrogli“ nascono dalle carte scritte, e dalle penne dei “galantuomini“.

I briganti presero le armi contro “i piemontesi“, perché questi erano “stranieri“, non capivano, non si facevano capire, comunicavano le loro decisioni con complicati manifesti e, soprattutto, agli “imbrogli“ vecchi avevano aggiunto un “imbroglio“ nuovo e insopportabile: l’obbligo di leva e il trasferimento al Nord. Molti dei briganti erano “sbandati“ e renitenti alla leva: ma Lamarmora e Cialdini, respingendo le esortazioni a una maggiore flessibilità che venivano dalla stampa e dai politici più avveduti, furono ostinati –un’ostinazione sospetta– nel pretendere che la legge dell’obbligo di leva e le norme contro i renitenti venissero applicate nel modo più rigoroso.

La scena più frequentemente descritta nelle deposizioni dei briganti è quella dei “signori“, proprietari, notai, avvocati, sensali, che a testa bassa e “con il cappello in mano“ aspettano di essere ricevuti in udienza dal capobanda o ascoltano, in atterrito silenzio, i suoi proclami. Ma a metà del ’63 non c’è capobanda che non abbia capito d’essere stato venduto alle forze dell’ordine dai “galantuomini“ borbonici in cambio di quella pacificazione tra le vecchie caste e le nuove consorterie di “liberali“, che avrebbe fatto dell’ Italia unita un Paese nato già vecchio e già malato di “borbonismo“. La prova oggettiva sta proprio nelle carte: dal 1830, anno in cui salì al trono Ferdinando II, al 1896, anno della disfatta di Adua e del tramonto definitivo di Crispi, non c’è ricambio significativo di cognomi nei Consigli Comunali del Mezzogiorno.

I verbali degli interrogatori, pur annacquati da magistrati, cancellieri e scrivani, che spesso interrogavano i briganti con l’aiuto di “interpreti“ e di “traduttori“, dicono chiaramente che il brigantaggio ritornò, nella sua ultima stagione, alla sua forma prima e universale : fu una rivolta disperata dell’odio e del risentimento degli “umili“ contro i potenti che non perdono mai, e che mettono le mani su tutto, anche sulla verità. Conclusa la pace tra vecchi e nuovi gruppi di potere, a nessuno interessava sapere cosa fosse veramente successo tra il ’60 e il ’63: anche quando i briganti raccontavano storie e facevano nomi, gli inquirenti fingevano di non sentire: non era dignitoso andar dietro alle calunniose chiacchiere di delinquenti feroci, di “iene“.

Secondo le fonti più attendibili, nel marzo del ‘ 64 un pagliaio in cui Ninco Nanco e due dei suoi si erano nascosti venne circondato dalle guardie nazionali di Avigliano: che prima appiccarono il fuoco alla sterpaglia intorno al pagliaio e poi intimarono ai tre di arrendersi. Ninco Nanco uscì dopo i due compagni: ma fece solo pochi passi. Una guardia nazionale gli sparò addosso, forse per vendetta privata, forse per ordine di un importante proprietario del luogo, che voleva “seppellire“ il suo recente passato di amico e protettore dei briganti. Il corpo di Ninco Nanco venne appeso in una piazza di Avigliano.

In quegli anni i bollettini dell’esercito e i giornali ispirati dai comandi militari portavano il conto delle teste dei briganti mozzate e confitte sui pali lungo le strade del Sud. Alla ferocia dei rivoltosi lo Stato rispose con una ferocia non inferiore, e certamente, in quanto ferocia delle istituzioni, di gran lunga più spregevole.
(Nella foto il corpo di Ninco Nanco, Fonte Internet)

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