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Le ricette di Biagio: spaghetti cacio e pepe. Il pepe sulla tavola di Greci e Romani

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Nel secondo capitolo del suo splendido libro “Storia del peperoncino”, pubblicato dall’editore Donzelli nel 2007, Vito Teti traccia una breve, sfiziosa storia del pepe, ricordandoci che il pepe era già noto ai Greci e ai Romani e che la Scuola medica salernitana lo considerava rimedio prezioso contro la tosse, contro la febbre e contro la bile nera, la malinconia e la fiacchezza del corpo. I tre tipi di pepe, il bianco, il nero e il lungo, venivano dall’India e furono gli Egiziani a diffonderne l’uso nel Mediterraneo.

Ingredienti

  • 320 grammi di spaghetti
  • gr.200 di pecorino romano
  • 2 cucchiai di pepe nero in grani
  • sale

Pestate i grani di pepe in un mortaio fino a ridurli a una polvere fine. Grattugiate il formaggio in un’ampia ciotola, unite il pepe, scaldate l’acqua per la pasta e, al momento opportuno, “calate” gli spaghetti. Versate nella ciotola con il pecorino un po’ di acqua di cottura e mescolate energicamente con una “frusta” fino ad ottenere una cremina. Scolate gli spaghetti, trasferiteli nella ciotola con il formaggio e mantecate. Preparate i piatti di portata e servite in tavola, dopo aver cosparso gli spaghetti con un velo di pepe.

(L’immagine deriva dal sito “Casa Pappagallo” e la ricetta dal sito “Cucchiaio d’argento”).

Senza il sale del dramma e il pepe dei capricci, l’amore perderebbe il suo buon sapore (F. Caramagna).

Ci dice Ateneo nei “Deipnosofisti” che il pepe era già noto ai Greci nel V sec. a.C., ma non era molto diffuso. E Plutarco nelle “Questioni conviviali” conferma che i vecchi dei suoi tempi non lo conoscevano.

Poi si incominciò a usare il pepe, la mirra e il cipero per aromatizzare il vino: il cipero era un’erba bianca, presente in Egitto, a Rodi e nel deserto libico, presso l’oracolo di Ammone, usata in medicina come rimedio contro le ulcere.

Il commediografo Antifane (408- 334 a.C.) ci rivela che per qualche tempo il commercio del pepe fu pericoloso, “se qualcuno lo porta qui, lo accusano come spia e lo torturano”: infatti il pepe arrivava dall’India attraverso la Persia e perciò chi ne faceva commercio veniva sospettato di essere una spia del re di Persia.

Teofrasto (371- 287 a.C.) scrive che ci sono due specie del “frutto che chiamiamo pepe”, “una specie è rotonda come la veccia, con l’involucro rossiccio, l’altra piuttosto allungata, nera, con semi simili al papavero.

Questa è molto più forte dell’altra, ma entrambe hanno effetto calorifico: perciò esse aiutano anche contro gli effetti della cicuta”.

Socrate morì avvelenato dalla cicuta: come antidoti di questa erba velenosa erano indicati, oltre al pepe, anche l’incenso e, dice Platone, il vino.

A poco a poco il pepe divenne ingrediente fondamentale nella cucina dei frutti di mare e venne impiegato anche nella preparazione di due tipi di pane: lo “streptikios”, “il pane rivoltato”, che richiedeva anche l’uso di un po’ di latte e di olio, e “l’artolaganon”, nell’impasto del quale entrava, oltre al pepe, al latte e all’olio, anche un po’ di vino leggero.

Plinio il Vecchio, che rivelò ai Romani l’esistenza anche del “pepe bianco”, si chiedeva, sorpreso, perché il pepe avesse avuto tanto successo: “…e dire che piace solo per il gusto amaro e lo si va a cercare nell’ India.

Chi per primo volle sperimentarlo nei cibi, chi volle stuzzicare il proprio appetito senza aspettare di aver fame? Il pepe e lo zenzero nei loro paesi crescono allo stato selvatico, eppure si comprano a peso come l’oro e l’argento.”.

E il trionfo del pepe non si ferma più: tra i secoli XI e XVI l’uso delle spezie diventa, scrive Ferdinand Braudel, “una vera e propria mania”, e al centro di questa mania si accampa quella che Massimo Montanari chiama “la follia del pepe”, ricercato non solo come condimento, ma anche come “medicina”: tra l’altro, tutte le scuole mediche gli attribuivano un solido potere afrodisiaco: a questo potere allude certamente la proposizione in lingua napoletana “ chisto tene ‘o pepe”. Notava Braudel che “la mania delle spezie” appare legata anche al fascino che l’Oriente esercitava sugli occidentali, spingendoli a immaginare l’esistenza dei Paesi di Cuccagna e dei Paradisi terrestri.

“Interessante e divertente” Vito Teti definisce il saggio di C.M. Cipolla sul “ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo”: “alcuni studiosi – scrive il Teti – hanno sottolineato come la domanda e il commercio del pepe e delle altre spezie orientali abbiano giocato un ruolo fondamentale per le Crociate”.

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