Pitagora impose ai suoi allievi una dieta vegetariana: nel 1781 il grande cuoco napoletano Vincenzo Corrado intitolò “Del cibo pitagorico ovvero erbaceo” il suo libro di ricette “vegetali”. E tuttavia il grande matematico, condividendo l’avversione degli Egizi e di comunità mesopotamiche, giudicò le fave un alimento maledetto. Le fave e la processione del Venerdì Santo a Ottajano: uno strano strumento musicale, “la trachena”. Perché le fave sono simbolo di valori negativi e positivi, da “alimento malefico” a “carne dei poveri”.
Ingredienti: gr. 250 di pasta corta; gr. 300 di fave; gr. 50 di formaggio pecorino, gr. 20 di parmigiano, gr. 80 di pancetta a dadini, 1 cipolla, olio evo. In una padella fate cuocere per poco tempo, nell’olio, la cipolla tagliata in fette molto sottili, aggiungete le fave sgusciate e liberate anche della pellicina, lasciate che la cottura continui. Mentre la pasta cuoce a parte, nella padella delle fave mettete i dadini di pancetta e una parte dei formaggi e mescolate con cura. Quando la pasta è cotta quasi del tutto, scolatela parzialmente, passatela nel tegame delle fave, aggiungete il sale nella giusta misura e lasciate insaporire finché la cottura non sia completa. “Coprite” il piatto con il velo dei formaggi che avete messo da parte e con il pepe (ricette last minute).
Nel Venerdì Santo del 1876 si svolse a Ottajano la storica processione“penitenziale” con i confratelli delle congreghe incappucciati e col priore anziano che manovrava la “trachena”, uno straordinario strumento musicale fatto da una lastra di legno su cui sono infissi anelli di ferro, le “maniglie”, che scosse dal suonatore con vigorosi movimenti del polso, producono un suono acuto e aspro, degno di questo giorno del Dolore Assoluto in cui è vietato l’uso delle campane. Al largo Rosario, davanti alla Chiesa, Michele de’ Medici, penultimo principe di Ottajano, offrì alla folla dei fedeli “coppini”, mestoli, di fave cotte, le fave prodotte nella masseria di Sarno che da tempo apparteneva ai Medici. Una parentesi. Mi dicono che qualcuno ha proposto di cancellare la denominazione “Piazza Rosario” e di intitolare il luogo a Giulia de’ Medici che nella chiesa venne sepolta, con il marito Bernardetto. Consiglio cautela. Il luogo viene indicato come “Largo Rosario” già in un documento del 1731, e dunque questa denominazione fa parte della storia di Ottajano. Ma forse ha ragione chi sentenzia che la storia di ieri, la storia alta e la storia bassa, non interessa più a nessuno. Le fave facevano parte, e in qualche luogo fanno ancora parte, del “corredo” di segni e di simboli che accompagnano i riti della Settimana Santa, perché intorno al legume si sono addensati nel tempo simboli di vita e di morte. E’ noto che Pitagora vietò ai suoi discepoli di mangiare fave, considerandole un alimento impuro. In realtà, non si sa con certezza quali fossero le ragioni del divieto: Aristotele ne elencò, come probabili, almeno sei. Certamente influì sul matematico il fatto che gli Egizi non mangiavano fave perché ritenevano che in esse andassero a collocarsi le anime dei morti e che il legume fosse legato alla misteriosa cultura degli incantesimi e della magia nera. Probabilmente, già gli antichi sospettavano che l’uso eccessivo di fave procurasse danni vistosi alla salute dei consumatori: la patologia oggi è chiamata “favismo”. Gli storici greci hanno raccontato che Pitagora stesso e alcuni suoi allievi, inseguiti, in momenti diversi, dai nemici, avrebbero potuto sottrarsi al pericolo fuggendo attraverso i campi: ma quando videro che erano campi coltivati a fave preferirono farsi catturare, e uccidere, pur di evitare il contatto con il terribile ortaggio. Ma le fave furono anche simbolo di vita e di vitalità. Il legume occupava uno spazio importante nell’alimentazione dei legionari romani e fino alla seconda guerra mondiale è stato considerato “la carne dei poveri”. Vincenzo Corrado nel suo libro “Del cibo pitagorico”(1781) fornisce 14 ricette a base di fave e così presenta il legume “Le fave sono i legumi più sostanziosi degli altri. Alcune fave sono grosse, ed alcune minute, manche alcune bianche, e alcune negre. Nel Salento se ne fa grand’uso dal minuto popolo che le apprezza come un secondo grano”. E non dimentichiamo che la “fava” è da secoli, nella letteratura e nella cultura popolare, metafora dell’organo sessuale maschile.
(fonte foto: rete internet)



