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Le fotografie di Marco D’Antonio struccano la realtà e vi trovano imprevedibili trame di senso.

Il senso di ogni “scatto” nasce dalle mobili relazioni che si intrecciano tra l’artista, l’immagine e il fruitore. La fotografia di D’Antonio è un “divertimento” che costruisce con i dati della percezione molteplici modelli del reale.

Non è il caso di perderci all’interno di un problema, il rapporto tra la fotografia e la realtà, che ha portato allo scontro filosofi e studiosi delle arti visive, e ha costretto perfino Umberto Eco a cambiare più volte posizione: parlare di quel rapporto significa affrontare due argomenti capitali della filosofia della conoscenza: l’immagine e la realtà. Diceva Brecht, e Walter Benjamin si dichiarava totalmente d’accordo, che la fotografia artistica non è mai solo “una restituzione della realtà”, ma è anche e soprattutto un commento, una ricostruzione. Per ricostruire bisogna smontare: Benjamin usa un verbo tedesco, che Enrico Filippini, traduttore, per Einaudi, di “Breve storia della fotografia”, rende con “struccare”, un termine che è un groviglio di significati.

Ma chi strucca la realtà e con il materiale costruisce un nuovo modello fa un secondo “miracolo”: sottrae quel frammento di realtà al suo contesto, al suo “qui e ora”, lo immette nel patrimonio universale della conoscenza, lo apre a ogni possibile interpretazione. Ancor più che i poeti, il fotografo d’arte non è più padrone dell’immagine, e le ragioni per cui ha deciso di fare quello “scatto” non coincidono quasi mai con le ragioni che spingono il fruitore a dire: questa fotografia mi piace.  Se leggo due volte lo stessa poesia e lo stesso racconto, la seconda volta ho l’impressione di leggere qualcosa di diverso da ciò che ho letto la prima volta: la “lettura” di una immagine fotografica, che ha la forza di dettare immediatamente analogie e corrispondenze, moltiplica quell’effetto e infine risulta problematica come il percorrere un labirinto, alla ricerca dell’inizio e della fine.

Le fotografie di Marco D’Antonio, fotografo professionista, sono un geniale “divertimento”: e qui uso la parola nel senso letterale: sono, all’inizio, un gioco di “distrazione”. L’artista ci fa vedere un brano di realtà limpidissima, in cui pare che perfino l’ombra dei corpi non sia altro che luce camuffata. La fotografia che apre l’articolo è, a prima vista, la “riproduzione” di una scena frequente nella vita quotidiana di una qualsiasi strada d’Italia. Ma se non mi faccio “distrarre” in via definitiva e incomincio a confrontarmi con i dettagli, e a ordinarli secondo una linea di interpretazione, mi accorgo che in questa immagine ci sono almeno due percorsi di senso, e che i due percorsi sono antitetici.

“ Leggo” prima i segni del luogo e vedo che sono segni di una realtà  già attaccata dalla corrosione e dal disfacimento:  sbreccato è il muro, la ruggine morde i tubi, i basoli sono consunti, a sinistra le due ordinate colonne di  annunci funebri, alcuni dei quali sono corredati con la fotografia  del defunto, rappresentano, con evidenza pedagogica, l’intensità del senso di disfacimento, e , per analogia, coinvolgono nella stessa suggestione anche l’immagine della porta chiusa e dei minacciosi maniglioni, e il “Fuori” stampato sul cartello.  E’ fatale che si sia tentati di trovare lo stesso senso anche nei personaggi, tutti di età evidentemente matura. Ma se rileggiamo, con attenzione, notiamo che questi personaggi trasmettono segni che sono in antitesi con quelli trasmessi dal luogo: le magliette, le camicie, le scarpe, il telefonino, perfino la vespa, nuova e lavata di fresco, suggeriscono spirito giovanile, il bianco dei capelli è assorbito nelle macchie di luce, una impressione di solidità viene dalla postura stessa e dalla corporatura degli uomini. Due dei personaggi seduti si mettono in posa, il terzo non vuole che la sua faccia venga fotografata, l’uomo in piedi finge che la cosa non lo interessi. I sorrisi e i gesti comunicano, con la forza dell’immediatezza, un’impressione di vitalità: quei signori ci dicono che hanno ancora molto da dire, da apprendere, da vedere.

Ma se la nostra lettura parte dai personaggi e poi va a soffermarsi sul luogo, allora nella “costruzione” di Marco D’ Antonio possiamo trovare un senso opposto, pirandelliano: questi signori maturi si vestono da giovani perché si illudono di poter ingannare il Tempo, che però li avverte della loro ingenuità, li minaccia, in un certo modo li irride circondandoli con i segni del disfacimento. E’ superfluo chiedersi quale sia il percorso vero: la scelta dipende dallo stato d’animo e dall’intelligenza ermeneutica del fruitore. Nell’ “occhio” artistico di Marco D’ Antonio ci sono, inseparabili, la diffidenza e la passione: la diffidenza gli serve per “giocare” con la realtà e per non lasciarsi “giocare” da essa, la passione viene alimentata dalla gioia fantastica che è propria dei “costruttori”.

Nella fotografia “b”, pubblicata in appendice, il “gioco” parte da uno schema classico della fotografia (e della pittura), il “controluce”, e si sviluppa attraverso corrispondenze geniali: l’arco della volta, la linea spezzata dei lati dei basoli che viene verso di noi, una lanterna spenta al centro di uno spazio vuoto, e, in fondo, le forme che si intrecciano nella luce e la muovono.  Nessuno avverte il desiderio di vedere illuminato il corpo della donna con il cappello: la ragione del suo “essere” nello scatto è l’armonia perfetta in cui si dispongono  l’aprirsi  del braccio, l’incrociarsi delle gambe, il movimento in atto del corpo: il ritmo di questa armonia perfetta è dettato dalla linea circolare del cappello . Togliete il cappello alla “figura” e l’armonia e il senso dello “scatto” si dissolveranno in un insieme di particolari insignificanti, e il “controluce” risulterà solo un vezzo tecnico.

Era fatale che Marco D’ Antonio, Maestro dello struccare e del costruire, sperimentasse la fascinosa strada della “Retrofotagrafia”, che ricostruisce la struttura dei luoghi sovrapponendo le forme di oggi alle forme – palazzi, carrozze, folla, insegne – che costituivano quello stesso luogo decine e decine di anni fa (v.  in appendice una retrofotografia di Portici ).  Di questa sperimentazione, che presuppone l’indagine storica,  discuteremo direttamente con  l’artista: a cui chiederò anche  lumi sul suo progetto di fotografare, nella prospettiva del “sogno”, le scale più famose di Napoli, alcune delle quali vennero costruite da architetti capaci di “inventare” con la pietra, con le linee e con i volumi  incontri onirici di luci e di ombre.

Gli elementi che abbiamo tentato di fornire dimostrano ampiamente quanto sia originale l’arte di Marco D’ Antonio, che è stato finalista in concorsi internazionali, nel 2013 ha tenuto mostra a New York ed è membro di “Tau Visual”, l’associazione di fotografi professionisti. L’artista è di Portici, e Portici per me significa anche la pittura di Marco De Gregorio e di Federico Rossano, e significa le riflessioni che sul finire del sec.XIX Rossano sviluppava sul rapporto tra pittura e fotografia. Forse hanno ragione quelli che pensano che anche la storia delle arti sia circolare.

Foto b)
Foto b)
Retrofotografia di Portici
Retrofotografia di Portici

 

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