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Lavoro e divario di genere: in Italia 7,7 milioni di donne fuori dal mercato

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All’indomani della Giornata internazionale delle donne, i dati sul lavoro femminile in Italia mostrano una realtà ancora segnata da profonde disuguaglianze. Tra inattività, precarietà e difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, il divario con gli uomini resta ampio.

 

 

Secondo il Rapporto annuale sul mercato del lavoro e sulle politiche di genere, elaborato dall’INAPP e rilanciato dalla pagina Instagram Will Italia, in Italia 7,7 milioni di donne in età lavorativa risultano inattive, cioè non occupate e nemmeno alla ricerca di un impiego. Il dato si traduce in un tasso di inattività femminile pari al 41,7%, molto più alto rispetto a quello maschile che si ferma al 23,9%. Un tema che resta centrale anche dopo l’8 marzo, quando la riflessione sulla parità di genere torna a confrontarsi con la realtà dei numeri.

 

Il peso della cura familiare

Le differenze tra uomini e donne emergono anche nelle motivazioni che portano a restare fuori dal mercato del lavoro.

Tra gli uomini, quasi la metà dei casi di inattività (48,2%) è legata allo studio. Per le donne, invece, la situazione è molto diversa: il 34,2% resta inattivo per dedicarsi alla cura di figli o familiari, mentre tra gli uomini questa percentuale si ferma appena al 2,5%.

Un dato che evidenzia come il lavoro di cura continui a ricadere in gran parte sulle donne, riflettendo un sistema di welfare che spesso delega alla famiglia e in particolare alla componente femminile la gestione dell’assistenza domestica.

Il lavoro invisibile

Va inoltre considerato che i dati sull’inattività non includono chi lavora in modo irregolare.

Molte persone, soprattutto nel settore domestico, svolgono attività senza contratto e quindi non risultano occupate nelle statistiche ufficiali. In questo ambito il tasso di irregolarità è molto elevato e raggiunge circa il 47%.

Il momento più critico: la nascita di un figlio

Il divario tra uomini e donne diventa ancora più evidente con l’arrivo dei figli.

Quando in famiglia c’è un bambino sotto i cinque anni, il tasso di occupazione delle madri scende al 58,3%, mentre quello dei padri sale fino al 92%.

Il fenomeno emerge anche dai dati sulle dimissioni volontarie. Nel 2024 il 69,5% dei genitori che hanno lasciato il lavoro con figli sotto i tre anni erano madri, per un totale di oltre 42mila dimissioni.

Le ragioni sono diverse: mentre gli uomini spesso cambiano lavoro per migliorare la propria carriera, quasi la metà delle madri si dimette a causa della difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, spesso per la mancanza di servizi adeguati.

Contratti part-time e salari più bassi

Anche quando riescono a entrare nel mercato del lavoro, le donne si trovano più frequentemente in condizioni di precarietà.

Secondo i dati sulle nuove assunzioni del 2025, quasi il 48,7% dei contratti femminili è part-time, spesso non per scelta ma per mancanza di alternative.

Questa situazione contribuisce ad alimentare il fenomeno del cosiddetto “low pay”, cioè il lavoro a bassa retribuzione. In Italia il 17,6% delle lavoratrici dipendenti percepisce un salario orario inferiore ai due terzi della mediana nazionale.

Un divario ancora aperto

Per molte donne questa non è una fase temporanea della carriera, ma una condizione che può incidere a lungo sulla stabilità economica e sull’autonomia personale.

I numeri mostrano come la disparità nel lavoro non dipenda soltanto da scelte individuali, ma da fattori strutturali legati ai servizi, all’organizzazione del lavoro e alle politiche familiari.

Secondo molti osservatori, colmare questo divario richiede interventi concreti: servizi per l’infanzia più accessibili, congedi parentali più equilibrati tra madri e padri e politiche strutturali di sostegno all’occupazione femminile.

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