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Noi pubblichiamo foto su Facebook e le multinazionali li analizzano, e ci guadagnano.

I social network, si sa, sono una preziosa fonte di informazione per le aziende. Facebook conta 1 miliardo e 400 milioni di utenti attivi, ma dato più impressionante è l’engagement che il sito riesce a creare: un italiano medio trascorre su Facebook il 25% del tempo totale speso per navigare in rete.

Nato come un semplice social network, oggi è qualcosa di più. È a tutti gli effetti un organo di informazione, il dato è che un quinto del traffico generato dai siti di informazione arriva direttamente da Facebook: la metà degli iscritti condivide news provenienti da testate online.

È sicuramente il “monopolista” della comunicazione, considerate le tante ramificazioni della società nel mondo della comunicazione privata (Messenger e Whatsapp). La prossima sfida è quella di mettere radici nella comunicazione da lavoro, facendo concorrenza a LinkedIn che è l’attuale leader tra le piattaforme professionali. Questo successo sproporzionato è completamente basato sul desiderio e la necessità di condividere; attitudine che è nata nelle persone, non proprio spontaneamente, e che ne ha modificato profondamente le abitudini.

Non c’è paragone al mondo che tenga, il prodotto di Mark Zuckerberg è diventato lo specchio della nostra società, un balconcino in prima fila con vista privilegiata sulle abitudini e le preferenze dei cittadini del mondo. Ecco che i social network diventano una risorsa, senza precedenti, per le aziende: si ha accesso gratuito ad informazioni che prima costavano care, soprattutto in termini di tempo. L’ultimo affare fiutato riguarda i Selfie, noi non lo sappiamo ma valgono oro. I milioni di selfie pubblicati al giorno, semplice abitudine con probabili profonde implicazioni sociali, rappresentano un guadagno enorme per le aziende che grazie a questa nuova tendenza risparmiano costose ricerche di mercato. Colossi come Heineken e Adidas hanno già cominciato a sfruttare i servizi di società di analisi di immagini.

La cosa è semplice, seppur sorprendente: l’accesso gratuito a scene quotidiane di vita, volontariamente condivise, permette non solo di conoscere i consumatori catturandone le propensioni, ma anche e soprattutto di analizzare il rapporto degli stessi con il marchio e con gli eventuali concorrenti. L’argomento è stato di recente interesse sulla rivista dell’Università Bocconi, sulla quale una docente del Dipartimento di Marketing spiegava le implicazioni degli autoscatti. Sono essenzialmente quattro i vantaggi che le imprese possono trarre dall’analisi dei selfie. Il primo è poter capire in che situazioni il proprio prodotto viene usato e in particolare l’utilizzo che ne viene fatto, per poter sviluppare prodotti più mirati e che si adattino alle esigenze dei consumatori. Tradizionalmente dati del genere erano frutto di lunghe ricerche etnografiche; oggi i consumatori direttamente forniscono tali preziose informazioni. Il secondo è poter indagare su quali altri prodotti sono contemporaneamente utilizzati da una stessa persona o, meglio ancora, comprendere le propensioni e i gusti dei consumatori, in modo da poter ben individuare il target a cui ci si sta indirizzando ed elaborare campagne pubblicitarie ad hoc, con i testimonial più adatti.

l terzo vantaggio è l’analisi della notorietà, del proprio marchio e di quelli concorrenti. La possibilità di monitorare i propri consumatori e i marchi concorrenti è un’occasione utilissima, basti pensare che un direttore marketing, prima di poter predisporre eventuali necessarie contromosse e azioni di mercato, dovrebbe attendere i dati di vendita, che ora ha invece quasi in tempo reale. Il quarto è la possibilità di individuare quei consumatori particolarmente affezionati al marchio, che vi si immedesimano; tale tipologia è di fatti una risorsa fondamentale per le aziende, la cui individuazione è sempre stata un compito arduo.