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“La zattera con i naufraghi della “Medusa””: duecento anni fa Géricault  portò la rivoluzione nella storia della pittura

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Un critico  ostile al pittore notò, disgustato, che è un nero colui che rappresenta il vertice del gruppo di naufraghi e che ha ancora la forza di agitarsi per richiamare l’attenzione dei soccorritori. L’opera, presentata al Salon del 1819, ma portata a termine l’anno prima, si ispira alla terribile vicenda dei naufraghi della nave “Medusa”. Géricault chiude il capitolo della pittura neoclassica e apre  quello del realismo, che non è ancora concluso.

 

La  nave francese “Medusa”, diretta in Senegal, il 2 luglio 1816 si arenò su un banco di sabbia della Mauretania. Dopo inutili tentativi di disincagliarla. 150 uomini e una donna si misero in mare su una zattera di venti metri per sette, che, dopo poche ore, spezzatosi per misteriose ragioni il cavo che la legava a una scialuppa-pilota, si trovò in balia delle onde e del vento.  Due giorni dopo si scatenò una rissa furibonda tra i naufraghi e 75 uomini vennero gettati in mare.  Nei giorni successivi la fame, la sete, il delirio provocato dal caldo fecero altre vittime: ci furono anche episodi di cannibalismo. L’undicesimo giorno i naufraghi scorgono in lontananza il brigantino Argus, che li sta cercando, tentano disperatamente di richiamare l’attenzione dei marinai, ma non ci riescono. Solo due giorni dopo quelli dell’Argus avvistano la zattera e salvano i 25 superstiti. La vicenda diviene un clamoroso caso politico, poiché i repubblicani e i bonapartisti presentano il dramma dei naufraghi come la testimonianza della inettitudine  dei Borbone, da poco tornati al potere.

Nel gennaio del 1818 Géricault decide di dedicare un quadro alla vicenda e, dopo qualche esitazione, sceglie di dipingere il momento, intensamente patetico, del mancato avvistamento dell’ Argus. Il lavoro di preparazione è complicato, come richiedono le dimensioni dell’opera, quasi cinque metri di altezza per sette di base. Géricault disegna sulla tela, a grandi linee, la scena, e poi dipinge i corpi disponendo i modelli, uno alla volta, nella posizione già abbozzata. Usa pennelli piccoli, adatti a una pittura fatta di grumi e di strati densi, e si serve di tutti i colori di terra e di tutti i bruni che le botteghe di pigmenti gli possono procurare: giallo di Napoli, ocra gialla, terra d’Italia, terra di Siena naturale, bruno rosso, terra di Siena bruciata, terra di Cassel, nero di vigna, nero d’avorio. Géricault va fino a Le Havre, in marzo, per studiare  il movimento e i colori del mare agitato dal vento, e quelli delle nuvole che coprono il cielo.  Si raccontava che si fosse recato più volte nelle corsie dell’ ospedale Beaujon per osservare da vicino i moribondi e per procurarsi pezzi di cadavere “ritratti” nei disegni di preparazione. Eugène Delàcroix, che vide il quadro nello studio di Géricault, scrisse molti anni dopo: “ L’impressione che ne ebbi fu così viva che, come uscii dallo studio, tornai a casa, in Rue de la Planche, correndo come un pazzo.”.

Il quadro venne presentato al pubblico nel Salon del 1819, che si aprì il 25 agosto: vi erano esposte  non solo 1500 opere, ma anche i prodotti dell’industria nazionale, perché  Luigi XVIII aveva deciso di metter su una vera e propria “Mostra del genio francese”. Il re espresse sull’opera di Gèricault  un giudizio sostanzialmente positivo, e favorevoli furono le “sentenze” dei giornali repubblicani. L’inviato della “ Gazette”, che era il giornale dei moderati, fu, invece, assai duro: “Qui tutto è orribilmente passivo; niente riposa l’anima e gli occhi su un’idea consolante, non c’è nessun tratto d’eroismo, nessun segno di grandezza.”. Questo giudice velenoso  “sentiva “, in realtà, che  proprio per l’impressionante realismo della disperazione che torceva i corpi dei naufraghi, svelati dai lampi della livida luce, il quadro chiudeva il capitolo della pittura neoclassica, di Ingres, di David, e apriva quello, che non è ancora concluso, del  realismo.  Ispirata da ragioni politiche fu  la stroncatura del critico Kératry, filoborbonico:  egli ammise che il pennello di Gèricault era destinato a “grandi opere”, ma sentenziò che,  nel quadro del Salon, questo “pennello” era stato “traviato da consigli irriflessivi”. Il giudizio fece della “ Zattera” il manifesto dei repubblicani e dei bonapartisti: la cosa non piacque a Gèricault, che visse quell’esperienza come un fallimento e scivolò in una profonda depressione. Forse contribuì a deprimerlo la malignità di un altro critico, Charles Blanc, il quale si chiese perché il pittore avesse affidato a un nero il compito di rappresentare, materialmente e simbolicamente, il vertice del gruppo dei naufraghi e di agitarsi per attirare l’attenzione dei marinai  dell’Argus: “E’ un negro quello che è dipinto in cima alla tela…Ma come! Questo negro non sta più nel fondo della stiva, ed è lui che salverà l’equipaggio. Non vi stupite per come questa grande disgrazia ha, tutto a un tratto, ristabilito l’uguaglianza tra le razze?”. No, non è una “bufala”: il passo è riportato da uno dei più importanti studiosi di Géricault, Gèrard Georges Lemaire. C’era già stata la Rivoluzione Francese, ma la schiavitù  era ancora un fenomeno vigoroso, e non solo negli Stati Uniti.

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