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La ricchezza di Sant’Anastasia in due episodi della storia del brigante Vincenzo Barone.

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La storia dei briganti “vesuviani” Barone e Pilone, da me raccontata molti anni fa, la racconterò di nuovo, con l’aiuto degli dei, in un romanzo storico, in cui sarà protagonista la classe dei ricchi borghesi del territorio che cercano in ogni modo di conservare danaro e potere anche nell’Italia dei Savoia. La capacità di adattamento di questa classe sociale è un patrimonio di idee, di tattiche e di strategie che ancora funziona….Correda l’articolo l’immagine di un brigante, attribuita al pennello di F.Palizzi..

 

 

Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1861 venne letteralmente svuotata dai briganti di Barone la “casina” di Agostino Sergio, “sita in Sant’Anastasia al luogo detto Capodivilla”. Era , il Sergio, un facoltoso possidente, a cui il vicario foraneo don Raffaele Notaro riconosceva “condizione molto civile, vistosa possidenza, bontà dei costumi e religiosità, e sua, e dell’intera famiglia.”.Della vistosa possidenza facevano parte gli oggetti accuratamente elencati nel “notamento” del Regio Giudice di Sant’Anastasia R.De Filippo,da cui si ricava l’immagine di un corredo segnato da note di eleganza :materassi e cuscini di lana di Tunisi, 6 cuscini “vecchi di lana del regno, una coverta di vagramma oscura imbottita di bambagia”, lenzuoli  di tela di lino, “un mensale per 20 persone, di un pezzo, di doga fiorata con venti salvietti simili della fabbrica di Sarno”, stimato per un valore di duc.18, “un altro mensale per dodici, di un pezzo, di damasco forestiere a bouquets, con 13 salvietti simili”, che costava duc.20, “dodici tovaglie di filo, tessuto nostrale, con le lettere A.S.alcune, e altre con P.A. iniziali”(duc.3,60),quattro camicie da uomo, due di tela e due di mussolina (duc.1,20). I ladri avevano portato via anche 7 lumi di ottone, “uno antico a due braccia, cinque più moderni coi cappelletti, ed un altro per cucina a due becchi”: tutto per il valore di 8 ducati, mentre 20 ducati vennero stimati “sei dozzine di piatti di cretaglia inglese di prima qualità a disegno cinese, fondo bianco con rosoni rossi e giro graticolato nero della fabbrica di New Stone, col numero di fabbrica 3122, e cioè 24 da zuppa, 18 da salvietti, 18 per frutta,12 per dessert”. Grana 80 valeva un mortaio di bronzo con “pistello”, 10 ducati 8 tazze “di porcellana dorate e miniate con figure di animali diversi”, 90 grana i tre ferri”da stirare”, mentre per le 5 casseruole, i 4 “ruoti”, le 2 “pesciere”, la “cocoma ” e la caffettiera fu definita una stima approssimativa, poiché  se ne ignorava il peso. L’8 agosto uno sconosciuto contadino portò a un ricco galantuomo di Sant’Anastasia, Giacomo de’ Liguori, del fu Antonio, il biglietto fatale, in cui don Vincenzo Barone chiedeva “un prestito” di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II Borbone  e rapido saldo del debito. Don Giacomo la mattina dopo caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli, ove teneva casa, in via Scassacocchi. Ma scampato ai briganti incappò nella camorra dei traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero “forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba” e pretesero e ottennero 40 carlini,” mentre già sarebbero stati troppi 12 carlini”. Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo “ebbe un moto di coraggio”, che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente ” si disposero in attitudine di voler offendere”. La fiammata di coraggio si spense subito e tornò don Giacomo ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete 20 carlini, ma “l’attrito” aveva riempito di clamori il vicolo; spaventate, le donne rinforzavano i clamori, e intanto erano giunte sul posto le guardie di P.S. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato. Protagonista del romanzo sarà la strada dello Sperone. La siepe alta e fitta che  separava dai fondi e dalle masserie la via dello Sperone, da Ottajano fino a San Giovanni a Teduccio, gettava sull’ampia e trafficata strada come un’ombra di morte, e gravava sui “vatigali e sui cocchieri”con una minaccia presente di agguati e di imboscate, di rapine, di camorra estorta con tale inalterabile regolarità da risultare infine una norma non scritta, ma  molto più stringente di quelle scritte: a tal punto che ancora a metà di questo secolo i carrettieri che trasportavano a Napoli i frutti e il vino della campagna depositavano nei soliti posti di questo dazio del crimine la solita tangente, un “quadretto” di frutti, una “varrecchia” piccola di vino, anche quando non c’era ad aspettarli il delegato della camorra.

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