“Sciocco”, usato già da Dante e da Boccaccio, viene, forse, da una voce latina, “exsuccus”, “senza sugo” (Celio Aureliano).” Scemo” viene, forse, dal latino tardo “semus”, detto di ciò che non rispetta l’abituale misura. “Stolto” è traduzione del latino “stultus”, che indica una persona paralizzata dall’incapacità di capire e di rispondere. Lo “stupido” è, invece, colui che si stordisce facilmente e che è vinto dallo stupore anche davanti alle sciocchezze. Molti sono i sinonimi anche in italiano, ma è ineguagliabile la ricchezza di sfumature concettuali e fonosimboliche delle parole “napoletane”. Correda l’articolo l’immagine di uno dei quattro quadri satirici che a metà del ‘700 Hogarth dedicò alle elezioni in Inghilterra.
Non scriverò l’elenco di tutti i termini indicati dal prof. D’Ascoli nel suo dizionario “Italiano- Napoletano”, ma tenterò di spiegare l’origine dei più significativi. Incerta è quella di “chiochiaro”: per qualche studioso il termine si riferisce a un peperone rosso di forma tondeggiante e di sapore fiacco: da qui il passaggio a indicare chi è fiacco di ingegno: anche “puparuolo” indica lo stupido, il tipo al quale il naso grosso e tondo come un peperone imprime sul volto l’espressione del babbeo. Secondo altri chiochiaro dipende dallo spagnolo chocho, detto di persona rammollita. Non è da sottovalutare il riferimento a “ciocia”, il “calzare dei contadini”: e vi fu un tempo in cui l’intelligenza dei contadini non godeva di buona stampa. “Locco” si connette allo spagnolo “loco” (stupido, pazzo): i due termini e l’italiano “allocco” richiamano il rapace notturno, l’allocco, i cui occhi grandi e di colore neutro creano una espressione di intontito stupore: tra l’altro il rapace cade, durante il giorno, in un sonno così profondo da diventare facile preda dei cacciatori. “Maccarone” è il babbeo perfetto: il verbo latino “maccare” – da qui l’italiano “ammaccare” – significava premere, schiacciare, come fa oggi il cuoco per formare gli gnocchi, e perciò in italiano “gnocco” è anche lo stupido, colui che si fa comprimere e appiattire. Egnazio Lolliano Mavorzio fu un politico romano, governatore della Campania dal 328 al 335 d.C. Non vi racconto la storia delle “sue” statue trovate tra Napoli e i Campi Flegrei: all’inizio del sec. XVIII fu trovata a Pozzuoli una gigantesca statua di Mavorzio, sulla quale un maldestro scultore aveva piantato una testa di piccole proporzioni, creando un grottesco contrasto con il resto del corpo: e i Puteolani furono impietosi, storpiarono Mavorzio in Mamozio, e “mamozio” divenne l’epiteto di chi ha il cervello piccolo e duro ed è condannato a non capire nulla. Nella “Cantata dei pastori” di Andrea Perrucci (1698) il cui testo fu modificato in seguito da altri scrittori di teatro, la storia della nascita di Gesù si intreccia con le scene di due maschere napoletane, Razzullo e Sarchiapone (personaggio introdotto nella trama alla fine del ‘700). Il Sarchiapone della “Cantata” è un barbiere omicida, che fugge per non essere trascinato in prigione, e che non ha paura di nulla. G.B. Basile dà ai termini “sarchiapone, sarchiopio e sarcopio” il significato di “stupido ghiottone, tutta carne e niente cervello” (dalla congiunzione di due parole greche che potrebbero significare “fatto di sola carne”). Ci sono chiare testimonianze del fatto che ancora nel ‘500 i contadini chiamavano “sarchiapone” una zucca lunga e vuota: non bisogna dimenticare che il termine viene usato come un insulto, diciamo così, leggero, con una nota di affettuosa ironia. “Scatozza” è il cantuccio staccato dal pezzo intero del pane: l’insulto vuol dire che l’insultato vale quanto una mollica di pane. “Sciosciammocca” è colui che respira a bocca aperta, è lo stupido pronto ad “ammuccarse” tutto. Felice Sciosciammocca è il personaggio che Edoardo Scarpetta ha donato al teatro napoletano affidandogli, secondo qualche studioso, il compito di sostituire “Pulcinella”. Ma grazie a Totò che interpretò Felice Sciosciammocca in “Miseria e nobiltà”, la “maschera” si colora di furbizia e si mostra pronta a sfruttare la stupidità degli altri. “Turzo” è il fusto del cavolo e di altri ortaggi, è la parte di una mela e di una pera a cui è stata tolta la polpa, è la pannocchia di mais senza i chicchi. E’ chiaro il passaggio metaforico a “persona inutile per la sua stupidità”: frequente è anche l’insulto “turzo ‘e penniello”, un pennello che non ha più i peli e di cui è rimasto solo il manico: insomma una persona che ha perso ogni capacità di svolgere il suo compito, una botte di cui rimane solo il tappo, “’o mafaro”: e D’Ascoli registra, nel significato di stupido, anche “turzumafaro”, un termine poco noto. In “Pachiochio” e in “pachialone” la stupidità si accompagna alla grossa corporatura: sei tutta carne, ma non hai cervello. Mi convince la proposta di Sergio Zazzera di collegare i due termini all’aggettivo greco “pakhiùs” che significa “grasso”.



