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La follia di colpire chi è in bici o in moto non può diventare normalità

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Da San Gennaro Vesuviano  a Pompei  al Giro d’Italia, cresce una deriva pericolosa fatta di aggressioni gratuite contro chi viaggia su due ruote. Non sono bravate, ma atti di violenza da condannare senza attenuanti.

 

C’è una nuova forma di violenza che inquieta e che, purtroppo, sembra affacciarsi con sempre maggiore frequenza anche nel nostro territorio. Una violenza improvvisa, gratuita, inspiegabile. Un calcio, una spinta, una manata sferrata contro chi sta semplicemente percorrendo la strada in bicicletta o in moto.

Non una lite. Non una reazione a una provocazione. Solo l’aggressione fine a sé stessa.

Il caso che nelle scorse settimane ha profondamente scosso l’area vesuviana è quello di San Gennaro Vesuviano, dove un cittadino di origine bengalese, mentre pedalava tranquillamente lungo la carreggiata, è stato colpito con violenza e scaraventato a terra. Un gesto vile, compiuto ai danni di una persona inerme, che ha suscitato indignazione trasversale tra cittadini, istituzioni e opinione pubblica. Un caso analogo pochi giorni fa a Pompei, dove due giovani in scooter hanno spintonato un ciclista di 80 anni contro un’auto.

Appena poche settimane fa, durante la tappa Paestum–Napoli del Giro d’Italia 2026, si è sfiorata la tragedia nel Nolano, tra San Vitaliano e Marigliano, quando due giovani di 19 e 20 anni hanno tentato deliberatamente di colpire i corridori lanciati a oltre cinquanta chilometri orari. Bastava un impatto pieno per provocare una caduta a catena con conseguenze potenzialmente drammatiche. I due sono stati identificati e denunciati dalle forze dell’ordine.

Ma il punto oggi va oltre i singoli episodi.

La vera domanda è: cosa sta succedendo?

Perché qualcuno dovrebbe trovare naturale colpire chi è in equilibrio su due ruote? Perché mettere deliberatamente a rischio l’incolumità di un’altra persona?

Dietro questi gesti sembra emergere una pericolosa miscela di aggressività, emulazione e totale perdita del senso del limite. Come se il corpo dell’altro non fosse più percepito come vulnerabile, come se il dolore e il pericolo diventassero dettagli irrilevanti.

E invece irrilevanti non sono affatto.

Chiunque vada in bicicletta, in scooter o in moto conosce la fragilità dell’equilibrio su due ruote. Basta una minima spinta, una distrazione di pochi istanti, un urto improvviso, per trasformare una giornata normale in tragedia. Un calcio sferrato “per scherzo” può provocare traumi gravissimi, invalidità permanenti o persino la morte.

Per questo è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Non sono bravate. Non sono ragazzate. Non sono scherzi.

Sono atti di violenza.

E come tali vanno condannati, senza giustificazioni sociologiche di comodo. Perché minimizzare è il primo passo verso la normalizzazione.

Il territorio vesuviano, già segnato da problemi complessi sul piano sociale e urbano, non può permettersi che atteggiamenti simili attecchiscano tra i più giovani. Serve una risposta netta da parte di famiglie, scuole, istituzioni e comunità educanti.

Il rispetto dell’altro si misura soprattutto nel riconoscimento della sua fragilità.

Colpire chi è più esposto, chi è più vulnerabile, chi in strada ha meno protezioni, non è solo segno di inciviltà: è il sintomo di un impoverimento culturale e umano che dovrebbe preoccupare tutti.

Perché una società inizia a smarrirsi quando smette di indignarsi davanti alla crudeltà gratuita.

E oggi, davanti a questa deriva, indignarsi non basta più: bisogna fermarla.

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