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La Casa delle Donne di Napoli e i 40 anni della legge 194

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In vista del 22 maggio prossimo, data in cui la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza compirà 40 anni, fervono i preparativi per organizzare le iniziative

La Casa delle Donne di Napoli, uno spazioso appartamento sulle rampe di San Giovanni Maggiore Pignatelli, è una realtà “fisicamente” di recente formazione, ma di più lunga vita. Già nel 2013, infatti, con un’autoconvocazione di tutte le realtà femminili e femministe della città era nata un’ “Assemblea delle donne per la restituzione”, con l’obiettivo comune di ottenere in città uno spazio proprio, una casa appunto. Ne facevano parte donne di varie generazioni, alcune con una lunga esperienza di militanza e di impegno alle spalle, altre più giovani, per età e per impegno, provenienti dai più diversi percorsi politici e realtà associative quali, ad esempio, l’associazione La casa delle donne a Napoli, l’Udi di Napoli, Agape, Arcidonna Napoli, le Kassandre, le Donne in nero di Napoli, Il comitato per la difesa della L.194, Collettivo 105, l’Assemblea Mano, Le tre Ghinee-Nemesiache, Coop.Sociale Xenia, Terra Prena, il gruppo Dopopaestum di Napoli, Adateoriafemminista, Comitato Brancaccio, e tante altre. Poi per due anni l’Assemblea si è incontrata al Palazzetto Urban e ha elaborato un programma politico-culturale in comune. Si sono create relazioni e scambi con i Movimenti cittadini, in particolare con i gruppi politici che “occupano” luoghi chiusi e abbandonati. Sono state create delle agorà, delle assemblee aperte per discutere di desideri e bisogni, dando vita a una vera e propria politica in presenza. Quando è stato individuato lo spazio possibile per la Casa, le donne dell’Assemblea hanno cominciato ad abitarlo e alla fine del 2015 si è costituito un Comitato promotore per la Casa delle donne a Napoli che ha dichiarato la propria sede nell’appartamento di Rampe S. Giovanni Maggiore Pignatelli 12.
La Casa, quindi, è un vero e proprio laboratorio di gestione partecipata degli spazi fisici e politici, aperta all’interesse del “territorio”. Non solo si affrontano le problematiche di genere, i diritti negati, i servizi soppressi, la violenza di genere, ma si è dato vita a un confronto su come partecipare alla qualità della vita della città. Vi si tengono laboratori, mostre, presentazioni di libri.
In questi giorni, in vista dell’anniversario della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, il tradizionale incontro del giovedì è stato trasformato in un’assemblea aperta per l’organizzazione delle iniziative per l‘occasione.
C’è da festeggiare? Sì e no. Inutile dire che la 194 è stata una legge fondamentale, un passo avanti storico per la salute della donna e per il riconoscimento del suo diritto all’autodeterminazione (il semplice fatto che per affermare questo diritto siano state necessarie lunghe lotte dovrebbe far ricredere i dubbiosi).
Ma aver garantito ai medici il diritto all’obiezione di coscienza ha creato e crea problemi seri. Il fenomeno dell’obiezione di coscienza rimane molto diffuso ed è in aumento tra i ginecologi. I medici obiettori nel 2014 erano il 70,7 per cento del totale, contro il 70 per cento dell’anno precedente. Il numero dei ginecologi non obiettori intanto è sceso da 1.490 a 1.408. La regione con più obiettori è il Molise (89,7 per cento), seguita dalla Sicilia (89,1 per cento) e dalla Basilicata (88,1 per cento), quella con meno obiettori è l’Emilia Romagna, con il 53 per cento. In Campania gli obiettori sono veramente tanti: l’82 per cento. Il problema è serio anche là dove il servizio è assicurato se si pensa che l’anno scorso a Milano medici non obiettori, riuniti in convegno, hanno denunciato le loro difficoltà: spesso sono marginalizzati o costretti ad eseguire solo aborti, e non hanno le stesse possibilità di carriera degli altri. Inoltre l’obiezione di coscienza non viene dichiarata al momento dell’iscrizione all’albo, ma al momento del contratto con la struttura sanitaria e questo può creare distorsioni. Certo è che la possibilità dell’obiezione senza regolamentazione crea delle disuguaglianze tra le cittadine e il diritto all’uguaglianza è affermato solennemente nell’art.2 della Costituzione ed è diritto fondativo come e più di quello alla libertà di coscienza.
Ma i problemi non finiscono qui. Manca un centro unico delle prenotazioni e questo rende l’accesso difficile, inoltre manca spesso il personale non strettamente medico, come l’assistente sanitario che accoglie le pazienti per il colloquio. Come afferma Simona Ricciardelli, Consulta delle donne in regione, in una recente intervista a “Il Mattino”, basterebbe poco per evitare questo tipo di disagi, ma «L’aborto resta un tabù, una legge che da più parti e ciclicamente si chiede di abrogare».
Altra nota dolente è la rete dei consultori, che hanno un ruolo chiave nella salute della donna. La CGIL rileva che su 151 consultori presenti in regione solo 13 mandano i dati al ministero. Eppure è nel consultorio che le donne dovrebbero poter attingere informazione e formazione, è quello il luogo deputato del confronto e della consapevolezza. Invece, come lamenta Stefania Cantatore (UDI Napoli), non sono i punti di riferimento per la salute sessuale e riproduttiva che dovrebbero essere. L’ovvia conseguenza è che la strada per compensare le diseguaglianze uomo donna nelle cure e nella salute è ancora lunga.

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