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Mercoledì 12, a Sant’Anastasia, invitato dall’ Associazione “Vesevus”, il prof. Pinto ha parlato a un pubblico folto e interessato del suo libro “La guerra per il Mezzogiorno-Italiani, borbonici e briganti (1860- 1870)”, e ha illustrato il compito dello storico, che deve difendere la sostanza dei fatti dalle menzogne e dalle mandrie di “bufale” che oggi si muovono sui “social”. Il ruolo dell’interpretazione. Gli errori fatali dei Borbone e il tentativo antistorico di impedire che si realizzasse il modello “borghese” progettato da Murat. 

 

Cinque persone passeggiano lungo una strada. Se alla fine della passeggiata, le inviti a descrivere la strada che hanno visto, descriveranno cinque strade diverse, perché i nostri occhi “vedono” ciò che l’intelletto e il sentimento permettono ad essi di vedere. L’architetto avrà notato soprattutto il disegno e la condizione delle case, gli altri avranno riservato la loro attenzione alle auto, o ai modi, ai gesti e ai comportamenti delle altre persone, o ai bar, ai ristoranti, ai negozi, e la persona anziana ricorderà in primo luogo i dispositivi di sicurezza, l’ordine del traffico, lo stato delle panchine. Ognuno “legge” e “interpreta” i fatti e le cose secondo gli indirizzi e i criteri forniti dal proprio essere e dal proprio sapere: ma se quella strada è perfettamente rettilinea e uno dei cinque dice, invece, che è un imbroglio di curve, gli altri quattro hanno non solo il diritto, ma il dovere di dichiarare che egli mente. E’ questo il fondamento dell’ermeneutica. E, partendo da Panofsky, da Gadamer e da Eco, il prof. Carmine Pinto, docente ordinario di storia all’Università di Salerno,  ha detto chiaramente che il compito dello storico è quello di difendere l’oggettiva concretezza dei fatti e il diritto all’interpretazione dalla falsificazione, dalla menzogna e dalle equivoche “letture” di chi, con premeditazione o solo per superficialità, tiene conto di alcuni fatti e chiude gli occhi sugli altri. Questa riflessione la considero il momento più significativo dell’intervento del prof. Pinto, perché essa ha ricordato al pubblico che il metodo “storico” viene usato non solo da chi scrive libri di storia, ma da ciascuno di noi, quando giudichiamo, prendiamo una decisione, difendiamo le nostre ragioni.

Limpida, solida, profonda è la spiegazione che il prof. Pinto dà della guerra per il Mezzogiorno, del crollo della dinastia dei Borbone, del complicato processo di unificazione. All’inizio di tutto c’è Gioacchino Murat che, diventato re di Napoli, abbatte definitivamente il sistema feudale, distribuisce le terre ai contadini, porta nel Regno i principi della Rivoluzione Francese, investe capitali cospicui nella riorganizzazione e nell’ampliamento dei porti e della rete stradale, avvia, insomma, la costituzione di un ceto borghese, che condivide, con le borghesie europee, i principi della democrazia e diventa, partecipando alle guerre napoleoniche, anche un élite militare. I Borbone, tornati a Napoli per volontà del Congresso di Vienna, si illudono di poter fermare la storia, anzi di riportarla all’indietro, escludono la borghesia “murattiana” dall’esercizio del potere politico e militare, bloccano lo sviluppo economico, aprono qualche spazio solo a imprese e a capitali stranieri, e nel ’48, costretti dai moti di piazza, prima concedono la Costituzione, poi la ritirano, rinnegando un pubblico giuramento e cancellando definitivamente ogni possibilità di colloquio con la borghesia liberale. Aveva previsto tutto Metternich, già a metà degli anni ’20: i Borbone sarebbero stati distrutti da un “morbo” implacabile: la paura. La spedizione dei Mille, l’arrivo dei Piemontesi e la fine della dinastia furono la conseguenza inevitabile di una ininterrotta catena di errori gravissimi. E l’ultimo lo commise Francesco II quando, già esule a Roma, affidò la bandiera del legittimismo borbonico ai briganti e così permise a Cialdini di dire agli osservatori europei che era colpa dei Borbone se le sue truppe erano state costrette ad adottare le tattiche e i provvedimenti tipici di un esercito di occupazione.Bene ha fatto il prof. Pinto a ricordare che il brigantaggio è un fenomeno tipico di tutti i sistemi sociali costruiti sulla base di un’agricoltura feudale, e che i briganti “percorrono” tutta la storia napoletana. Nel ‘600 il Nolano venne messo a ferro e a fuoco da una “comitiva” guidata da un abate di Cimitile. Ma delle ragioni che mossero il brigantaggio post-unitario parleremo prossimamente.

Il prof. Pinto ha fatto un rapido cenno anche dei “primati” che i nostalgici dei Borbone assegnano al Regno di Napoli, e delle “congiure” inglesi, francesi e massoniche che avrebbero deciso la fine della dinastia. Il rapido cenno si è concluso con un duro giudizio: si tratta di chiacchiere degne di “bocciatura a libretto”. Un mio amico, il prof. Luigi Iroso, che certamente non è un filopiemontese e a cui non è sfuggito nessun documento d’archivio, ha descritto in due libri, pubblicati tra il 1996 e il 1999, la vita quotidiana a Ottajano tra il regno di Murat e  la fine dei Borbone: Ottajano( che comprendeva anche San Giuseppe e Terzigno) non era un paese qualsiasi, era, dopo Castellammare, il Comune con il maggior numero di abitanti della provincia di Napoli, la provincia della Capitale. Leggete quello che il prof. Iroso scrive sulla miseria, sulla pubblica istruzione, sullo stato delle strade, sull’ordine pubblico, sulla giustizia amministrata dai tribunali e sulla giustizia sociale. Leggete con attenzione, e poi ne parliamo. 

L’Associazione “Vesevus” ha iniziato la sua attività nel modo migliore.  Auguro alle amiche e agli amici di realizzare il loro progetto seguendo un percorso che vada di successo in successo.