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Il Sud che riparte

Il 2017 con prospettiva di crescita, dice Confindustria.Disoccupazione ancora alta, mentre la spesa per nuovi fondi europei è  ferma.

C’è chi pensa che il Mezzogiorno continui ad essere la storica palla al piede dell’Italia e chi certifica che così non è. Due  modi di  osservare la struttura economica di almeno sei Regioni che nel bene e nel male rappresentano il Paese.  E non mette conto nemmeno  la ricorrente polemica antimeridionalista , quando a parlare sono i dati, i numeri di  un apparato produttivo , delle sue energie migliori,   che combatte ed accetta la sfida della modernizzazione. Lo fa portandosi dietro contraddizioni ed eredità  storiche che oltre confine sono  state superate. Nei fatti , invece – sostiene la nostra Confindustria – il Sud  è ripartito. L’ultimo  studio  di fine anno attesta che il 2016 si è chiuso con una leggera ,generalizzata crescita  in tutti i comparti. Tralasciamo  per un attimo,  le crisi che affliggono  migliaia di persone , la precarizzazione dei rapporti di lavoro per apprendere che  i cinque maggiori indicatori utilizzati nelle stime – Pil, export, occupazione, imprese , investimenti –  per  gli industriali italiani segnano ormai valori positivi. Le previsioni per il 2017 indicano, addirittura  + 7% . E’ positivo il fatturato delle piccole imprese e quello delle  aziende a partecipazione estera.  Il Mezzogiorno che attira capitali ? Si, dice la ricerca curata dal SRM -Centro Studi di Intesa Sanpaolo- per conto di Confindustria. E’ migliorata la produttività del manifatturiero, dove si rileva  anche un  valore aggiunto più alto per singolo occupato  rispetto al  Centro Nord. Al Sud  si lavora di più. Pesa il macigno di un tasso di disoccupazione del 44%. Ma non siamo dinanzi alla temuta desertificazione industriale, scongiurata la quale si scopre che  da Roma verso  Sud esistono 10 mila imprese in più  e che quelle giovanili superano le  257 mila.  Nessuna di grandi dimensioni . Tutt’altro,sono di piccola e piccolissima entità.  Consumano e chiedono più energia , cosa che fa ben sperare per  le lavorazioni e  la vision ambientalista che inizia a farsi strada. I capitani di industria hanno dovuto fare, però,  i conti e stilare i bilanci con pochi aiuti finanziari. Sono stati alleggeriti per forza di cose di 1,3 miliardi di euro di agevolazioni a vario a titolo. Un dato da leggere in due modi : meno aiuti richiedono maggiore capacità produttiva; minore capacità produttiva  in conseguenza di minori aiuti. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di una sfida che si può vincere, se si hanno le idee giuste e le strategie vincenti. Cosa rende il  quadro roseo per l’anno appena iniziato ? La scommessa sull’occupazione  giovanile e la determinazione di innovare ed investire in settori strategici.  Se davvero si è  in presenza di un’area “ tornata timidamente alla crescita” è necessario fare di più per non deprimere i risultati degli ultimi mesi. Il governo centrale spinge sul piano “Industria 4.0” ; Confindustria  ha assicurato il proprio sostegno; i sindacati non hanno concedono crediti a scatola chiusa. Ci sono, però, due convitati di pietra  che rischiano di  oscurare l’orizzonte: i fondi europei 2014-2020  sui quali fino ad oggi  si è fatto poco e la capacità della Pubblica ammnistrazione locale di entrare in  partita per riequlibrare le distanze. Il giudizio non tarderà ad arrivare.

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