Home Memoria e Presenza Il ricordo del professor Ciro Romano (1894 – 1973), cultore sommese di...

Il ricordo del professor Ciro Romano (1894 – 1973), cultore sommese di patrie memorie

137
0
CONDIVIDI

“La Città di Somma Vesuviana attraverso la storia” del professor Ciro Romano è, ancora oggi, una pubblicazione molto consultata dagli studiosi di storia locale.

 

Ciro Pasquale Romano nacque a Somma Vesuviana nel quartiere Santa Croce il 25 ottobre 1894 da una famiglia di possidenti. Allo scoppio della I guerra mondiale, col grado di tenente d’artiglieria, offrì la sua gioventù alla patria e corse a combattere contro le armi austriache. Non gli mancò il coraggio e fu per questo insignito della Croce di Guerra, un’onorificenza concessa a quanti avevano imbracciato le armi, per un intero anno, in zona di operazioni belliche. A guerra finita, avendo conseguito la laurea in Lettere Classiche alla Federico II di Napoli, fu chiamato ad insegnare, da docente incaricato, latino e greco al regio Liceo – Ginnasio A. Diaz di Ottaviano. L’amore per la ricerca – afferma il prof. Ciro Raia – e lo studio non impedì al giovane Ciro di frequentare i suoi coetanei, molti dei quali sarebbero diventati protagonisti delle vicende culturali e politiche di Somma Vesuviana: Francesco Capuano, Gino Auriemma, Gennaro Ammendola, Salvatore Sica, Raffaele Arfé, Paolo Emilio Restaino e tanti altri. Anzi, tutti insieme fondarono un circolo culturale, il Rifugio Artistico,  il cui primo presidente fu proprio Ciro Romano. Nel 1922 pubblicò, per i Tipi Ernesto della Torre di Portici, il libro La Città di Somma attraverso la storia: riproposizione di una stupenda conferenza letta nel salone del circolo il 16 settembre 1921, a pro dell’erigendo monumento ai Caduti di Somma. Oltre alle notizie racchiuse in 57 pagine, il libro raccoglie 24 illustrazioni in bianco e nero, alcune delle quali costituiscono una memoria fotografica del territorio di altissimo valore storico-antropologico. La permanenza a Somma del professor fu, però, di breve durata. Nel 1924, infatti, tra i vincitori del concorso nazionale a cattedra per l’insegnamento di italiano e storia, fece le valige per San Pietro Natisone, un paesino in provincia di Udine, dove era stato assegnato al locale Istituto Magistrale. Mise radici al nord, contraendo matrimonio con una giovane donna di Cividale del Friuli; la sua casa, dopo qualche anno, fu anche allietata dalla nascita di un figlio, che fu chiamato Paolo. Spirito libero e continuamente alla ricerca di nuovi stimoli culturali, Ciro Romano ben presto si scontrò con le linee di indirizzo didattico e metodologico della Riforma Gentile. Allora, nel 1932, preferì lasciare l’insegnamento in Italia e rendersi, nel contempo, disponibile nelle scuole per i figli degli italiani all’estero, sia in Iugoslavia che in Turchia. Ritornò, quindi, in Italia dove assunse l’incarico di dirigente della scuola del Collegio Militare di Pesaro. Ma nemmeno Pesaro ne acquietò la sofferenza: troppo fascismo nell’organizzazione della scuola. Partì di nuovo e mise il suo sapere al servizio dei figli degli Italiani a Plovdiv in Bulgaria, quindi, a Barcellona in Spagna ed infine ad Oporto in Portogallo. Nel 1946, con il paese in ricostruzione postfascista e postbellica, il professor Romano fece ritorno in Italia ed andò ad occupare il posto di preside nel suo vecchio istituto magistrale di San Pietro in Natisone. A distanza di dieci anni, nel 1956, al seguito dell’unico figlio Paolo, ammesso alla scuola militare della Nunziatella, Ciro Romano chiese di essere trasferito a Napoli, andando ad abitare in via Manzoni ed assumendo la presidenza della scuola Leopardi di Bagnoli. Morì a Trieste il 30 marzo 1973. Il funerale fu celebrato a Somma Vesuviana, dove fu anche – secondo il suo espresso desiderio – tumulato nel locale cimitero.

Ci sono, spesso, parole che restano scolpite nella mente, che ti entrano dentro, scivolano sulla pelle e restano nel cuore. Parole che intendono indicarci la via maestra, come quelle con cui il professore Ciro Romano concluse il suo libro a pagina 57:

Chiudo il mio dire con l’augurio fervido che da queste memorie possano irradiarsi ne l’anima di voi, miei concittadini, fasci di luce tali, che rischiarino il nuovo orizzonte di Somma, perché essa riprenda il ritmo secolare de la sua vita rigogliosa e fiorente, e perché, affrancata da piccoli ostacoli che le si frappongono, possa incamminarsi sicura e risoluta verso la mèta del più civile benessere.