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Il catasto di Ottajano del 1676, e qualche nota sulla sua importanza, e sulle numerose “distrazioni” degli “apprezzatori”

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Un post di Alessandro Masulli e il ricordo d Antonio Annunziata. Il catasto di Ottajano del 1676 come “strumento” della politica egemonica di Giuseppe I Medici, il più geniale dei principi di Ottajano, di cui G.B. Vico disse che era grande non solo nelle non poche virtù, ma anche nei “molti vizi”. Il catasto è un documento di notevole valore storico, anche se la solita “distrazione”  degli “apprezzatori” vi ha disseminato  errori sostanziali.  Una progettata biografia di Giuseppe I Medici: “ Il Principe del Vesuvio – famiglie, mestieri, sistema economico e nomi dei luoghi nella Ottajano del sec. XVII.”.

 

Ho letto poco fa un “post” pubblicato da Alessandro Masulli, che splende di viva luce nella luminosa schiera degli storici sommesi:  lo ringrazio per le parole che dedica alla memoria dell’ottavianese  Antonio Annunziata, profondo conoscitore e appassionato  Maestro dell’arte del teatro. Dice il Masulli che Antonio trovò  il “librone” del catasto di Ottajano del 1676 nel “ Conservatorio Ave Gratia Plena” e lo salvò dalla rovina a cui certamente l’avrebbero condannato i lavori di restauro dell’edificio, iniziati nel 2006. A me Antonio donò  una copia dattiloscritta del testo, e così mi permise di dare organicità alle mie ricerche  sulla Ottajano del Seicento, e sul profilo eccezionale del principe Giuseppe I Medici, “l’Innominato del Vesuvio”. Le ricerche sono concluse, e, dunque, deis iuvantibus, inizierò tra poco il racconto della vita del Principe, dei nobili e degli “umili” ottajanesi, dei mestieri e dei patrimoni della città, e del sistema sociale e culturale del Vesuviano interno. Il  “librone” del catasto si apre così: “Accatastamento iniziato il 16 ottobre 1675 e finito l’8 marzo 1676 sub sindaco dottor fisico Nicola Caputo e “eletti” Antonio di Rinaudo, Ursino Caldarelli, Gennaro Sepe e Francesco Crispo; “deputati” Francesco Di Luggo, Marco Aurelio Guastaferro, Ottavio Fabio Pisanti, Lorenzo di Leone, Silvestro Finelli, Agostino di Portici; “apprezzatori” Tommaso Catapano, Bernardino Fabbrocino, Francesco Caso, Agostino Giugliano.”. Il catasto ottajanese ha un valore storico notevolissimo:  prima di tutto perché fornisce notizie dettagliate sulle famiglie, sui mestieri, sulla struttura del territorio agricolo e del sistema urbano:  vi è documentata, inoltre, la strategia delle “attenzioni” che Giuseppe I  Medici incominciò a dedicare a Sarno, a Bosco e al Vallo di Scafati, e anche a Palma, che era, nel giudizio del principe,  la “chiave” del  Vallo di Lauro e dei querceti che per secoli sollecitarono l’interesse concreto delle famiglie legate ai principi di Ottajano.

Ma il catasto del 1676 ha la stessa importanza “metodologica” dei catasti voluti da Carlo di Borbone,  perché ci spiega che gli “accatastatori” e gli “apprezzatori” del sec.XVII  hanno commesso gli stessi errori in cui sono incorsi quelli del sec.XVIII, e sono stati colpiti dallo stesso disturbo intellettivo e emotivo, che spesso li portava a ridurre, e non di poco – è meglio che il fisco certe cose non le sappia -l’elenco dei beni di alcuni personaggi, e a descrivere con precisione assoluta le proprietà di altri. Faccio un esempio. Felice Cozzolino, napoletano trasferitosi a Ottajano, del ceto dei “privilegiati”, ha sposato, in seconde nozze, Dianora Iuliano, possiede due case col “portale e supportico coperto” “sotto la Zabatta”, due bassi con stalla, “furno, lavaturo” e cisterna “nel qual cortile Vincenzo Miranda condivide l’acqua”. Il  “privilegiato” possiede anche cinque cavalli, un mulo e un somaro, ma ha debiti per ducati 230, “di cui 90 li deve al genero Vincenzo Fabbrocino di Ottajano”. Ma il caso ha voluto che  tra le “sparse carte” dell’Archivio storico di Ottaviano sia conservato l’atto con il quale nel 1675 il “privilegiato” napoletano aveva vinto, per 107 ducati,  il ricco appalto della “conduzione” del forno pubblico “dietro alla Chiesa della Nunziata”.  A pensar male si fa peccato, diceva Giulio Andreotti, ma spesso ci si azzecca: mi è venuto il sospetto che la dimenticanza degli “apprezzatori” sia stata anche favorita dal fatto che il “privilegiato” napoletano era un esperto di atti notarili, lavorava per la corte dei Medici e risiedeva di fatto a poche decine di metri dal Palazzo. Del resto, un altro “apprezzatore”, Francesco Caso, avellinese, faceva parte della scorta armata del principe, mentre Tommaso Catapano,  ottajanese di piazza San Giovanni, era imparentato con la famiglia Guastaferro,  leale alleata dei Medici.

Non sono pochi gli  errori- diciamo così – che il confronto con i documenti d’archivio mi ha consentito di correggere: ma ne restano certamente altri, che tuttavia sono anche essi storia. Oggi non vogliamo conoscere il passato forse anche per alimentare la nostra illusione di aver inventato un mondo nuovo. Temo, ogni giorno di più, che questa sia solo una ridicola illusione, nonostante le “macchine”…….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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