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Nella seconda metà dell’Ottocento la sapienza dei contadini sommesi, i suggerimenti degli esperti e la passione dei proprietari di vigneti a Pollena e a San Sebastiano fecero sì che la catalanesca diventasse prima di tutto uva da vino, da che era quasi solo uva da tavola. Nei vini dell’azienda “Monte Somma Vesuvio” ci sono il calore della passione e l’eleganza leggera di un sogno che si realizza.

 

Mercoledì sera, nella cena delle “Vie del gusto”, ho bevuto sul “sasiccio e friarielli” preparato dallo chef della “Pupatella” il catalanesca: per i classicisti dell’enologia è un peccato mortale, lo so. Ma mio padre, sommese, beveva la sua catalanesca anche sulla bistecca arrostita “’ncoppa ‘a furnacella”, e lui sapeva sui vini del Somma molte più cose di certi enologi che in un sorso colgono cinquanta sfumature di rosso, di grigio, di nero e perfino di blu, e una trentina di sentori fruttati, e nel cogliere e nel ruotare il calice, fanno la faccia di Crozza quando interpreta “a macchietta” la figura del sommelier. Il catalanesca era il “Català” dell’azienda “Monte Somma Vesuvio”: un vino caldo, secco, dalla chiara e definita personalità, generoso nell’assecondare e  nel nobilitare la “malizia” dei friarielli, saggio nel “colorare” di note vegetali il sapore denso del “sasiccio” e nell’assorbire quella nota tigliosa che segna il tipo di carne e il metodo di cottura.

Il catalanesca del Somma ha avuto una storia travagliata. A metà dell’Ottocento Vincenzo Semmola giudicò l’uva “ottima per la tavola”, e il suo vino “scarso, ma generoso, aromatico e grato”: però sempre e solo un vino di rinforzo, che insieme con i succhi della duracina bianca e della corniola costruisce “quell’eccellente vino che da Portici a Bosco chiamano lacrima bianca.”.Tra il 1850 e il 1851 i vigneti della provincia di Napoli vennero attaccati da una muffa “lanuginosa” che il micologo inglese Berkeley aveva chiamato “oidium Tuckeri”. La Reale Accademia delle Scienze nominò una commissione di studio, di cui era presidente Giovanni Gussone ed erano membri Giovanni e Vincenzo Semmola, Giovanni Guarini, Francesco Briganti, Guglielmo Gasparrini: il quale nella seduta del 12-11-1851 lesse agli accademici la relazione conclusiva. La muffa aveva devastato soprattutto i vitigni “neri” della pianura: i bianchi avevano resistito, e sulle “prime pendici del Vesuvio”, tra Somma e Pollena, sopra la pianura “prossima al mare” che va da “S. Iorio a Ponticelli” i vigneti di catalanesca e di marrocca bianca non erano stati toccati dalla muffa. E’ probabile che proprio questa capacità di difendersi mostrata dal vitigno abbia indotto i viticultori vesuviani a dedicare maggiore attenzione all’uva catalanesca e al suo vino. E l’attenzione e l’interesse non diminuirono nemmeno nel 1888, quando i vigneti di uva bianca tra Pollena, San Sebastiano e Cercola resistettero meno dei “rossi” all’attacco della peronospera.

Pochi anni dopo il prof. F.A. Sannino, della Scuola di Agricoltura di Portici, scriveva: “Nella regione vesuviana si possono ottenere vini bianchi asciutti di qualità superiore, che farebbero la fortuna e l’orgoglio di qualunque paese vinicolo. Bisogna saper scegliere le varietà di uva bianca e vinificarle in modo diverso dall’usuale, e che per la sua semplicità è alla portata di tutti. Le uve da preferire per la produzione di un vino bianco asciutto sono la Catelanesca (sic) e l’uva Rosa, che nella località vengono pure adoperate come uve mangerecce.”. Dunque, per Sannino la catalanesca era ormai prima di tutto uva da vino. Avevano determinato l’inversione l’impegno, la tenacia e la creatività di tre grandi famiglie del territorio, i Figliola, i Caracciolo, i Conti di Pianura: attenti, soprattutto i Caracciolo, a sfruttare la sapienza dei sommesi che lavoravano nei loro vigneti e nell’azienda, e che possedevano un prezioso patrimonio di conoscenze, costruito nei decenni dalle famiglie dei contadini. Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo dedicò molta cura ai suoi vigneti  tra Massa di Somma e Pollena, e alla produzione del vino, affidata a un esperto massaro, Giovanni Ferriero, di Pollena, padre di quel Giacomo che era un negoziante di frutta “sbandatosi nel 1860 dopo aver servito in Calabria nella gendarmeria a piedi”, e arruolato nella “comitiva” dei briganti capeggiata da Barone. Questo intreccio di relazioni procurò al Caracciolo seri problemi con le forze dell’ordine e con i magistrati. Nel 1877 il conte Francesco Caracciolo di Torchiarolo fondò a Pollena l’azienda enologica “Chateau La Vigne”e adottò i metodi “francesi” di coltivazione della vite e di produzione del vino già sperimentati dal principe di Ottajano, Giuseppe IV, padre del suo amico Michele: la catalanesca la riservò alla tavola della famiglia e degli amici, mentre il lacrima, di notevole pregio, lo esportava, quasi tutto, in Francia e in Germania.

I De’ Grassi, conti di Pianura, possedevano tra Massa, Pollena e San Sebastiano circa 10 moggia di vigneto, e 3 di questi, in località Carramineo, erano piantati a vigneto “bianco”. Nell’ Esposizione delle uve da tavola che si tenne a Portici nel 1890 la catalanesca dei De’ Grassi e di altri proprietari di Pollena e di San Sebastiano, i Paparo e i Sarmientos, ottenne diplomi d’onore e i sinceri encomi degli esperti della Scuola di Agricoltura.

Nel 1887 Ruggero Arcuri scrisse che solo chi è mosso da una passione profonda e inestinguibile può coltivare la vite e produrre vini sul Somma-Vesuvio. Questa passione fiammeggia negli occhi e nei discorsi dei proprietari dell’azienda “Monte Somma Vesuvio”, che è nata, ha detto il fondatore, per realizzare un sogno. E nel catalanesca “Català” ci sono il calore della passione e lo splendore lieve ed elegante del sogno.