NEL <i>DIARIO DI UN PRESIDE</i> SI PARLA DEI BIDELLI

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Il collaboratore scolastico, sinonimo di bidello, è un lavoratore che dovrebbe contribuire a realizzare un”opera o un”attività educativa. Ma non è sempre così. Di Ciro Raia

Quando si entra in una scuola, le prime facce che si incontrano sono quelle dei collaboratori scolastici. Dalle nostre parti si è ancora solititi chiamarli bidelli e, spesso, per questo motivo, si accende qualche disputa “linguistica”. L’appellativo bidello, infatti, non è gradito a questa categoria di lavoratori, che ormai sono universalmente noti come collaboratori scolastici. È, purtroppo, convinzione diffusa che il termine bidello contenga il sapore di offesa, in quanto sembra rappresenti una condizione occupazionale umile e sciatta.

Eppure, bedellus, nel latino medioevale, indicava il custode dell’università; bedel, nel francese antico, designava, invece, la persona di servizio con incarichi di carattere pubblico; bidal, infine, nel tedesco antico, voleva dire sacrestano (termine ufficializzato, nel 1599, dai Gesuiti nella Ratio studiorum). Bidello, dunque, contiene l’idea di una condizione di impiego rispettabile, ricca di dignità, non certo riconducibile all’immagine di un modesto e denigrato lavoratore. Il collaboratore (cum laborare), sinonimo di bidello, è uno che, lavorando insieme, contribuisce -nella propria misura e con propri compiti- alla realizzazione di un’opera, di un’attività, che, nella fattispecie, è quella educativa. Il collaboratore scolastico, in altri termini, è un lavoratore inserito a pieno titolo nel progetto di formazione declinato dall’istituzione in cui agisce.

E, invece, non sempre è così. I collaboratori scolastici rivendicano, in alcuni casi, il diritto a essere considerati addirittura “collaboratori orizzontali”, chiedendo di prestare servizio su un solo piano, perché angustiati dal pericolo (?) costituito dallo scendere e salire le scale!
Prima che il governo in carica provvedesse a falcidiare la sanità e la scuola (2009), i collaboratori scolastici in servizio in Italia assommavano a circa 167.000, una media di 2,2 unità per ogni classe!

Con queste premesse, un preside che intende far funzionare la scuola decentemente deve stare continuamente a modellare strategie di persuasione (è questa la mediazione?) a vantaggio dei bidelli, le cui storiche e quotidiane lamentele sono: gli spazi/ambienti da pulire sono molti, lo stipendio non è adeguato, gli alunni lasciano le aule in disordine, i bagni si presentano in una condizione schifosa, la palestra (per le scuole che ce l’hanno) richiede fatica con la sua pavimentazione antiscivolo, i vetri delle finestre sono pericolosi da lavare, le scale sono scivolose, gli spazi esterni non competono, la sorveglianza è difficile da esercitare, le circolari richiedono impegno e tempo per farle passare.

Qualche suggerimento per far passare le sei ore di presenza al giorno? Niente di eccezionale, bastano una comoda sedia (meglio se poltrona), una scrivania, un interfono, una stufa d’inverno e un ventilatore d’estate.
È vero, o cummanà è meglio do’ fottere, ma, in queste situazioni ricorrenti in ogni scuola, è inimmaginabile pensare a un preside come a un capataz, un capobastone, un sorvegliante di operai, quasi un secondino.

Alcuni anni fa, quando ho ricoperto l’incarico di assessore alla P.I. del mio comune di nascita e residenza, ricordo che, durante un sopralluogo in un cantiere di una scuola in costruzione, mi trovai di fronte a un recinto con cavalli, con tanto di trogolo in pietra usato come mangiatoia, eretto (lui sosteneva temporaneamente) da un disinvolto dirimpettaio con un insolito senso della proprietà pubblica e del bene comune (I problemi di un neo amministratore ai piedi dello sterminator Vesevo, in Ecole, Rivista di idee per l’educazione, n. 16, ottobre 1993 ).

Da preside, invece, ho avuto la sorpresa (ma cosa può sorprendermi più ormai?) di imbattermi in un bidello-collaboratore-custode, che, in angolo della palestra scoperta, aveva ricavato uno spazio, protetto da una robusta rete metallica, destinato, in parte, a dare alloggio a una quindicina di galline e, in parte, a una piccola serra –tenuta, devo dire, con vera perizia- con lussureggiante coltivazione di melanzane, peperoncini e pomodorini col pizzo.
Vi avverto, prima di vedermi costretto a prendere provvedimenti, che nel giro di poche ore deve scomparire tutto.
Preside, nun facite accussì. Quand’è ‘o mumento, ve faccio ‘na bella busta ‘e robba paisana. E, si tenite ‘na criatura a casa, v’appeparo pure l’ove fresche!

Ancora, qualche giorno fa, mi è capitato di riprendere, garbatamente (sottolineo garbatamente), un collaboratore scolastico, che ho sorpreso a lavare (si fa per dire: erano secchiate d’acqua fatte confluire verso una pendenza) bagni e corridoi assegnatogli, un’ora prima che avessero termine le lezioni. Gli ho fatto rilevare che era, tra l’altro, pericoloso per l’incolumità delle persone –alunni, docenti, utenti in genere- che avrebbero potuto scivolare. Mi ha risposto che aveva già dato disposizione che non circolasse nessuno e che, all’ultima ora di lezione, fosse fatto divieto di accesso ai bagni!
Perché?
-Perché, a fine lezione, non posso perdere tempo. Altrimenti a che ora me ne vado a casa?
Che è successo? Che mi è salito il sangue alla testa? E che mi è salito a fare?

Mi son dovuto armare di santa pazienza, imponendomi di non alzare la voce, di misurare le parole, cercando di spiegargli –mi sarà mai riuscito?- che bisognava aspettare la fine delle lezioni, che non era possibile vietare l’accesso ai bagni, che bisognava pensare a ridurre al minimo le occasioni di pericolo. Allora, il bidello-collaboratore scolastico-collaboratore orizzontale, come a voler troncare ogni discussione inutile e senza voler offendere nessuno, ha sussurrato (poco convinto):
Vabbe’, preside, lo faccio per voi!

E come fare a fargli capire che non si faceva per me; che era una cosa che gli spettava fare (o, meglio, non fare)? Certo, un Dirigente Scolastico, di peso e qualità ma senza voglia negoziale (dote che riduce i contrasti, fa rodere il fegato e richiede anche una buona dose di cazzimma), avrebbe applicato subito il codice disciplinare dei dipendenti pubblici (D.lgs n. 150/2009, altrimenti noto come decreto Brunetta) ma, il giorno dopo, avrebbe sicuramente rischiato di non aprire la scuola, avendo, forse, contro anche i sindacati di categoria.

Tanto, a volte, non sono le cose serie ma quelle insignificanti e superficiali, che creano difficoltà.
E proprio per uno di questi avvenimenti insignificanti e superficiali, l’8 luglio scorso, alle ore 13, in una giornata dal caldo asfissiante, ho dovuto presentarmi al 10° piano del Palazzo di Giustizia di Napoli, davanti a un giudice del lavoro, perché un sigla sindacale della scuola mi aveva denunciato per comportamento antisindacale! Ci son dovuto andare, perché non potevo giustificarmi per precedenti impegni presi a Bruxelles né denunciare la volontà persecutoria della magistratura nei miei confronti. Era, infatti, la prima volta in vita mia –una vita di sessant’anni e passa- che mettevo piede (o meglio, che mi facevano mettere piede) in un tribunale come indiziato (ma non c’ero stato nemmeno mai come accusatore).

La gravissima accusa consisteva nel non aver convocato le O.O.S.S. per dare informazioni sui numeri riguardanti l’organico di diritto per l’anno scolastico 2011/2012. Non ho dovuto faticare molto a dimostrare che avevo fatto tutto e che c’era stata, invece, una disattenzione (una leggerezza o il gusto di gridare subito dagli all’untore!) della predetta sigla sindacale, per cui il ricorso è stato prontamente ritirato con la relativa compensazione delle spese processuali a carico di chi mi aveva chiamato in giudizio.

Sono rimasto molto soddisfatto dell’insperato epilogo, maggiormente perché, dopo la personale presentazione della memoria difensiva (è poco elegante parlare di controdeduzioni!), per conquistarmi l’assoluzione, non ho dovuto fare ricorso né a parentele con capi di Stato stranieri né a frequentazioni di ambienti vaticani!
(Fonte foto: Rete Internet)

DIARIO DI UN PRESIDE

AL VIA LA STAGIONE ARTISTICA ALL’AUDITORIUM CAIVANO ARTE

L”Auditorium Caivano Arte – Teatro Augusteo di Napoli giunge alla Sesta Stagione Artistica. Tante le attività in programma. Ricchi i cartelloni di teatro e musica.

Teatro, musica, danza, laboratori, una programmazione sostenuta non solo dalla logica di botteghino ma dalla ricerca sul territorio, bisognoso di uno specifico luogo di aggregazione.
Il Caivano Arte presenta la stagione 2011-2012, un cartellone ricco, con tanti nomi e tante attività.
Il cartellone teatrale presenta sei titoli con spettacoli ed interpreti di fama nazionale: il debutto venerdì 11 novembre 2011 è affidato a Sal Da Vinci con «Napoli per chi resta e per chi parte». Si continua poi il 16 dicembre con «Novecento napoletano», in scena Federico Salvatore e Rosaria De Cicco. Ad inaugurare l’anno 2012 saranno Ciro Cerruti e Ciro Villano, protagonisti della popolare sit-com Fuoricorso di Canale 9, venerdì 13 gennaio con una commedia del tutto nuova «Fino a prova contraria».

Ospite anche quest’anno Paolo Caiazzo, che negli ultimi due anni è divenuto un autore richiestissimo con «L’occasione fa l’uomo padre» in scena venerdì 24 febbraio 2012. Venerdì 16 marzo 2012 una divertente serata in compagnia degli artisti di Made in Sud, uno show-comico live condotto da Gigi e Ross con la partecipazione di Fatima, è la ripresa del live di cabaret dal Tam. Chiusura giovedì 12 aprile 2012 Francesco Paolantoni, confermando il trend di artisti napoletani che mantengono viva, con linguaggi del tutto nuovi, la tradizione di un teatro comico che si aggiorna in temi attuali, con una divertentissima commedia da lui stesso scritta, «Hotel Desdemona».
Ricca anche l’offerta della sezione Musica, inaugurata da FAUST’O. Prossimo appuntamento con i Pineda sabato 5 novembre, per il loro debutto la DeAmbula Records presenta l’uscita in vinile (12” edizione limitata).

Il gruppo è rappresentato da Marco Marzo Maracas, ideatore del progetto, Floriano Bocchino e Umberto Giardini. Il disco è incentrato su sperimentazioni musicali strumentali psichedelia e progressive.
Si prosegue con Alessandro Raina, sabato 19 novembre con liriche di ispirazione crepuscolare-intimista, letterario-poetica ed etico-politica, che presenterà suoi scritti e canzoni in anteprima del cd in uscita degli Amor FOU.
Sabato 3 dicembre appuntamento con i LENTO, l’Apocalisse è tra noi, approccio introspettivo su un background di band seminali. Il progetto Festival curato da Disfunzioni Sonore, OVO + MORKOBOT chiuderà questa prima parte di «Caivano Arte Musica Rassegna::Mo!!» giovedì 29 dicembre.

Anche per la prossima estate in programmazione il «CaivanoArteFest Arena2012» alla IV Edizione con Musica, Fotografia, Performance, Action Reading Painting, Installazioni e le migliori espressioni dei suoni contemporanei. Location della manifestazione ancora una volta la splendida Arena dell’Auditorium Caivano Arte, dove nelle serate del 20 e 21 luglio, otto gruppi, si avvicenderanno sul palco esibendosi per una platea di oltre 1200 posti, mentre teatro delle performance sarà l’Open Space allestito per l’occasione come palcoscenico interattivo.

SE IL PAPÁ SI TRASFORMA IN <i>PATRIGNO</i>:

Nel concetto di abuso dei mezzi di correzione rientrano non solo i fatti di lesione personale, ma anche i fatti che hanno conseguenza rilevante sulla salute psichica.

Il caso
Il Tribunale di Forlì-Cesena dichiarava un padre colpevole del reato di maltrattamenti verso fanciulli e violenza privata, per aver abusato dei mezzi di correzione e disciplina in danno della figlia minore, perchè, ritenendola responsabile della sottrazione di un ciondolo, la costringeva con minaccia di percosse a scrivere ripetutamente su un quaderno le frasi: ”Io sono una ladra, non devo rubare”, provocandole un trauma psichico consistito in un conflitto emotivo e psicologico di valutazione della personalità, e lo condannava alla pena di due mesi di reclusione, convertita in euro 2.280,00 di multa.

Avverso la predetta sentenza proponevano appello e poi ricorso in Cassazione i difensori del padre, chiedendone l’assoluzione.

La Cassazione confermava la qualificazione giuridica del fatto come reato di maltrattamento verso i fanciulli, e ribadiva che il punto essenziale della vicenda non consisteva comunque nel preciso tenore della frase fatta ripetutamente scrivere alla bambina, bensì nel comportamento tenuto nella vicenda dal padre nei confronti della figlia, infliggendole reiterate umiliazioni nel momento in cui, quasi ospite nella nuova famiglia del padre a seguito della separazione, la si accusava del furto del ciondolo della sorellina e la si costringeva a scrivere reiteratamente la frase che faceva riferimento a furto e menzogna, e sottoponendola, poi, in un percorso di gogna davanti alle sue insegnanti ed al parroco, provocandole il pericolo di una malattia nella mente, pericolo non meramente teorico, per i sintomi riferiti dagli esperti, concreto e reale, nel riferimento della maestra della bambina, per la grave depressione reattiva evidenziata nella bambina, già colpita dalla separazione dei genitori.

La Cassazione considera, in tema di abuso dei mezzi di correzione, la nozione di malattia nella mente più ampia di quelle concernenti i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo: dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del carattere e del comportamento (Cass., Sez. 6, 7 febbraio 2005 n. 16491, ric. Cagliano ed altro).
Infine, la Cassazione precisa che l’esercizio della funzione correttiva con modalità afflittive e deprimenti della personalità, nella molteplicità delle sue dimensioni, contrasta con la pratica pedagogica e con la finalità di promozione dell’uomo ad un grado di maturità tale da renderlo capace di integrale e libera espressione delle sue attitudini, inclinazioni ed aspirazioni (Cass., Sez. 6, 25 settembre 1995 n. 2609).

La Corte di Cassazione, Sezione 6 Penale, con sentenza del 19 novembre 2007, n. 42648 ha ,così, confermato la condanna di un padre che aveva fatto scrivere alla figlia sul quaderno, minacciandola di percosse, senza però passare alle vie di fatto, la frase ”Io sono una ladra, non devo rubare”.

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LA <i>PARMENTATA</i…

Nella vendemmia di oggi poco o nulla resta della memoria dei tempi antichi, in cui prevalevano riti e miti. La parmentata, però, resiste, ed è un menu ricco, anzi ricchissimo:Di Carmine CimminoTra i “barbari“ che minacciano la supremazia culturale dell’Europa Alessandro Baricco mette anche quegli audaci che nel 1966 decisero di produrre, negli Stati Uniti, un vino adatto al gusto americano. Dalla loro idea venne fuori un vino “semplice, spettacolare, hollywoodiano“, che i Maestri europei liquidarono con un giudizio terribile : è un vino piacione. Ma il vino piacione è piaciuto in tutto il mondo e ha condotto attacchi vittoriosi perfino contro i santuari più sacri del vino francese, italiano e spagnolo.

Gli americani hanno provveduto a costruire, intorno al loro prodotto, una mitologia e un apparato di riti: sanno che il vino, anche un vino con una identità così fiacca e volubile, ha bisogno di appoggiarsi a una macchina di simboli e di liturgie: e quelli e queste sono stati forniti, ai produttori, dai contadini ispanoamericani che lavorano nelle vigne.
La “religione“ del vino vesuviano, costruita sulla linea metaforica: vino- sangue, Dioniso, San Gennaro, fuoco, vulcano, cenere distruttrice e fecondatrice, ha resistito a lungo prima di cedere alcuni bastioni alla modernità che avanza. Il 29 settembre del 1869, nell’imminenza della vendemmia, una statua di San Michele venne portata in processione “intorno“ ai vigneti che il principe di Ottajano possedeva tra Recupo e Terzigno.

Era la “memoria“ di un rito greco: un corteo di contadini mascherati girava “intorno“ alla vigna, intonando, nel nome di Dioniso, canti osceni e satirici, e trasformando quel luogo in temenos, in recinto sacro, pronto ad ospitare il dio “presente”. L’uso di aprire la vendemmia con lazzi e frizzi sboccati, e con invettive mordaci è stato registrato dalla letteratura e dalle cronache scientifiche. Ma il milanese Rajberti, il siciliano Pitré e il “napoletano“ Arcuri ci confermano che ancora nella secondò metà dell’Ottocento, quando si incominciava staccare i grappoli dal tralcio, la baldoria cessava, le donne intonavano nenie, gli uomini lavoravano in silenzio assoluto, e al “furore bacchico“ dei movimenti convulsi seguivano gesti lenti e meditati.

I contadini “sentivano“ che ogni frutto staccato dalla pianta è una ferita inferta a un organismo vivo. E le viti sono le piante più sensibili, ancora più vive dei peri e dei meli, che, a dire di Giovan Battista Barpo, sacerdote bellunese del ‘600, se l’agricoltore li trascura, diventano sterili, se invece li “accarezza, diventano fertili, copiosi e domestici“. Il pio sacerdote pensava a carezze vere, tanto che le sue pagine evocavano al genio di Piero Camporesi il “fantasma della donna –melo“. Il grappolo si stacca in silenzio, e in silenzio si sgranella: è un silenzio religioso. Louis Gernet e Jean Pierre Vernant, che conoscevano nervo per nervo la civiltà della Grecia antica e i riti dei vignaioli di Bordeaux, dicevano che quei gesti, il distacco e lo sgranellamento del grappolo, rinnovano il rito del diasparagmòs, lo smembramento del corpo mistico, che è parte essenziale del culto di Dioniso.

Poco resta, di tutto questo, nella vendemmia di oggi. Sopravvive un altro smembramento, quello che i vendemmiatori infliggono alla parmentata, il pranzo consumato accanto al palmento. Nel secondo Ottocento i ricchi borghesi che invitavano in villa i loro amici, a sperimentare la frenesia della vendemmia, a bagnarsi le mani e la faccia nel mosto- già qualcuno sospettava che il mosto facesse bene alla pelle – codificarono un menù che era un inno all’opulenza rustica, così come la immaginavano i nobiluomini di città.

Questo menù resiste ai “barbari“: ragù con tracchiolelle, braciola di vitella, braciola di cotica; nel ragù, ziti spezzati; salsicce, o costatelle con contorno di patate; la “fellata“ di salami e di provolone piccante, il piccante dell’Auricchio classico, che apre al piacere del vino anche gli astemi,- ammesso che un astemio possa partecipare a una vendemmia-, che prosciuga i vapori di Bacco nella nobile asciuttezza del suo corpo. Si potrebbe bandire un concorso letterario sul tema: trovare le immagini più acconce e i termini più adatti per esprimere la meravigliosa unicità del piccante dell’ Auricchio piccante. Lo stocco poteva prendere il posto delle salsicce e delle costatelle: so che accade anche oggi. Io non lo farei: non riesco a separare l’immagine dello stocco da quella della penitenza: e la penitenza non si addice allo spirito della vendemmia, e a una delle sue incarnazioni, la cotica.

Nelle nostre terre la cotica sta al confine tra due sistemi di simboli: li separa lo spessore del velo di grasso che è rimasto attaccato alla cotenna. Se l’abrasione del velo è stata radicale, se è sopravvissuto solo il tegumento, tiglioso, neutro, allora la cotica diventa l’immagine dell’avaro, del pricchio miserabile e cacasicco, che nun se spogna, non si ammorbidisce, e non caccia umori: è ‘na cotena. Se invece è rimasto un velo di grasso, la cotica è uno dei cardini della cucina tradizionale campana: va a insaporire le minestre, va a legare la pasta con i fagioli, si imbraciola intorno a un ripieno di pinoli, di uva passa e di prezzemolo, e a tutti gli altri ripieni inventati dall’ingegno culinario della povertà finta e di quella vera.

La braciola di cotica della parmentata vuole dentro di sé la dolcezza spiritosa dell’uva passa che pulisce il sapore denso del grasso, e contiene l’invadenza del prezzemolo, l’erba della pietra e del diavolo. Ma dopo un pranzo a base di braciole e di cotiche il prezzemolo, diuretico, serve: non se ne può fare a meno. I venditori di cotica cotta si distinguevano, nella Napoli di Matilde Serao, dai comuni venditori di frattaglie: don Ciccio ‘o stenteniello aveva bottega a via Loreto, tra il frittellaio Giuseppe Barra e don Vincenzo d’’a crusca, e vendeva cotene di “nero“ casertano e anche di cinghiale, cotte in un brodo di erbe, e tagliate e acconciate in pezzi che avevano la forma di certe parti del corpo umano.
(Quadro di Mario Borgoni, “Settembrina”, Collezioni d’arte della Provincia di Napoli)

LA RUBRICA

LO SPIRITO DI ASSISI

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Ad Assisi il 25° incontro tra uomini in cammino per la ricerca della verità e si impegnano perchè nel mondo prevalgano giustizia e pace. Di Don Aniello Tortora

Venticinque anni dopo i leader mondiali delle religioni torneranno ad Assisi “Pellegrini della verità. Pellegrini della pace”. A indire l’incontro ancora una volta un Papa. Il 1° gennaio scorso, al termine della preghiera dell’Angelus, Benedetto XVI ha annunciato di voler solennizzare il 25° anniversario dello storico incontro tenutosi ad Assisi il 27 ottobre 1986, recandosi pellegrino nella città di San Francesco e invitando nuovamente a unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse Confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà.

La Giornata avrà come tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Sono stati invitati ad Assisi i rappresentanti delle comunità cristiane e delle principali tradizioni religiose e alcune personalità del mondo della cultura e della scienza che, pur non professandosi religiose, si sentono sulla strada della ricerca della verità e avvertono la comune responsabilità per la causa della giustizia e della pace in questo nostro mondo. L’immagine del pellegrinaggio riassume il senso dell’evento che si celebrerà: si farà memoria delle tappe percorse, dal primo incontro di Assisi, a quello successivo del gennaio 2002 e, al tempo stesso, si volgerà lo sguardo al futuro, con il proposito di continuare, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a camminare sulla via del dialogo e della fraternità.

Le delegazioni partiranno da Roma, in treno, la mattina del 27 ottobre, insieme con il Santo Padre. All’arrivo in Assisi, ci si recherà presso la basilica di Santa Maria degli Angeli, dove avrà luogo un momento di commemorazione dei precedenti incontri e di approfondimento del tema della Giornata. Interverranno esponenti di alcune delle delegazioni presenti e anche il Santo Padre prenderà la parola. Seguirà un pranzo frugale, condiviso dai delegati: un pasto all’insegna della sobrietà, che intende esprimere il ritrovarsi insieme in fraternità e, al tempo stesso, la partecipazione alle sofferenze di tanti uomini e donne che non conoscono la pace.

Sarà poi lasciato un tempo di silenzio, per la riflessione di ciascuno e per la preghiera. Nel pomeriggio tutti i presenti in Assisi parteciperanno a un cammino che si snoderà verso la basilica di San Francesco. Sarà un pellegrinaggio, a cui prenderanno parte nell’ultimo tratto anche i membri delle delegazioni; con esso s’intende simboleggiare il cammino di ogni essere umano nella ricerca assidua della verità e nella costruzione fattiva della giustizia e della pace. Si svolgerà in silenzio, lasciando spazio alla preghiera e alla meditazione personale. All’ombra della basilica di San Francesco, là dove si sono conclusi anche i precedenti raduni, si terrà il momento finale della giornata, con la rinnovazione solenne del comune impegno per la pace. Il 27 ottobre 1986 fu convocata da Giovanni Paolo II una Giornata mondiale di preghiera per la pace, ad Assisi, a cui presero parte i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali.

Vi parteciparono 50 rappresentanti delle Chiese cristiane (oltre ai cattolici) e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali. Per la prima volta nella storia si realizzava un incontro come questo. Circa 200 invitati speciali, provenienti da tutto il mondo, li accompagnarono condividendone scopi e programmi. Trentamila persone accorsero da ogni parte d’Italia per unirsi nella preghiera. Oltre un miliardo di persone ebbero la possibilità di seguire l’incontro per televisione, trasmesso in diretta da 36 Paesi. Circa 800 giornalisti, corrispondenti di tutto il mondo, diramarono l’evento ai quattro angoli della terra. L’intuizione di Giovanni Paolo II era semplice: partiva dalla consapevolezza che «la preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo». L’appello fu ascoltato e per un giorno intero tacquero le armi. Con alcune parole profetiche di quel giorno Papa Giovanni Paolo II ci invita, ancora oggi, a costruire la pace, soprattutto nel nostro martoriato Sud:

«Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace. Che peso tremendo da portare per le spalle dell’uomo! (…) Qui noi stiamo agendo come gli araldi della coscienza morale dell’umanità come tale, umanità che aspira alla pace, che ha bisogno della pace. Non c’è pace senza un amore appassionato per la pace. Non c’è pace senza volontà indomita per raggiungere la pace. La pace attende i suoi profeti. Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi con visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie». (Assisi, 1987). (Fonte foto: Rete Internet)

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LA TRUFFA ALL’I.N.P.S.: UN REATO DA VALUTARE CON ATTENZIONE

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Non sono rari i casi di “sviste” da parte dell”Istituto di Previdenza che talvolta porta a processo persone in assoluta buona fede. Come la protagonista del caso che trattiamo quest”oggi. Di Simona Carandente

Sia il legislatore che l’operatore della giustizia, sia esso avvocato oppure magistrato, sono chiamati a confrontarsi con i variegati aspetti del vivere sociale, sempre più mutevoli, tali da richiedere di volta in volta nuove regolamentazioni e discipline idonee al caso di specie. In particolare, negli ultimi tempi è dato registrare un aumento, in via esponenziale, dei reati (o presunti tali) commessi in danno di enti previdenziali, primo fra tutti L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, chiamato ad erogare le somme dovute agli aventi diritto sulla scorta di precisi parametri, fissati dalle norme in materia.

Tuttavia, se da un lato possono registrarsi in capo a taluni soggetti condotte di natura fraudolenta, volte appunto a raggirare l’Ente per impossessarsi di uno, o più ratei di pensione nel corso del tempo, con innegabile indebito arricchimento a svantaggio dell’Ente stesso, numerosi sono i casi in cui si verificano delle vere e proprie "sviste" da parte di quest’ultimo, facendo sì che vengano sottoposte a processo persone in assoluta buona fede ed assolutamente non perseguibili, quantomeno dal punto di vista penale.

Qualche tempo fa, la sig.ra R. si è rivolta al legale: la procura della Repubblica le aveva notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari, meglio noto come avviso ex art. 415 bis c.p.p., con il quale le veniva comunicato di essere indagata per il reato di truffa, per aver indebitamente percepito la pensione della suocera defunta, essendo munita di regolare delega alla riscossione.
Per la signora, madre di famiglia esemplare e titolare di un esercizio commerciale, ciò comportava non pochi problemi, essendo peraltro convinta della propria innocenza. Alla stessa, inoltre, non era mai stata recapitata alcuna comunicazione di legge, finalizzata ad avvertirla dell’illecito commesso con la possibilità, entro un termine prefissato, di poter restituire la somma stessa senza conseguenze sul piano penale.

Nel caso di specie, il fatto si presentava come piuttosto singolare: la suocera della signora, difatti, era deceduta il 1 marzo, mentre la stessa si era recata a riscuotere l’esiguo rateo di pensione il giorno 5 dello stesso mese. Non tutti, difatti, sanno che i ratei di pensione dell’Inps maturano il primo giorno del mese corrente, contrariamente al meccanismo della retribuzione da lavoro dipendente che, come è noto, viene corrisposta alla fine del mese nel quale si è svolta regolare attività lavorativa.

Dopo aver tentato, senza buon esito, di esporre i fatti in fase di indagini preliminari, la signora fu rinviata a giudizio: nel corso dello stesso, tuttavia, si evidenziò l’assoluta mancanza di dolo in capo all’imputata, che peraltro aveva riscosso un rateo di pensione regolare, già maturato al momento della morte della beneficiaria e pertanto riscuotibile. La signora R. venne, pertanto, assolta per insussistenza del fatto-reato.
(Fonte foto: Rete Internet)

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=33

A CAVA DE’ TIRRENI UNA MOSTRA DA VIVERE: “MIRÃ’, IL POETA DEL COLORE”

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La cittadina dell”entroterra salernitano ospita una fetta della produzione grafica di Joan Mirò, maestro surrealista che impegnò parte della sua attività illustrando opere poetiche e riviste d”arte.

“L’ho dipinto nello studio di Rue Blomet. I miei amici d’allora erano i surrealisti. Ho cercato di plasmarvi le allucinazioni provocate dalla fame che soffrivo. Non dipingevo ciò che vedevo nei sogni, come sostenevano in quell’epoca Breton e i suoi, ma era la fame che mi provocava una specie di trance simile a quella che sperimentano gli orientali”.

In questo modo, non senza evidenziare il difficile stato economico in cui versava intorno agli anni venti, viene immediatamente posta sotto i riflettori la distanza che separa Mirò dagli “amici surrealisti”, Max Ernst e Salvador Dalì, maestri incontrastati del Novecento che hanno prestato la creatività e la follia visionaria del proprio genio a favore dell’ “automatismo psichico puro”, di quell’arte dell’inconscio che fu il Surrealismo, nata dalle intuizioni del poeta Andrè Breton, ma inevitabilmente figlia delle conquiste freudiane sull’esperienza onirica (L’interpretazione dei sogni, 1899). Joan Mirò ha avuto una vita ed una carriera intensa.

Nato a Barcellona nel 1893, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, giovanissimo si sposta a Parigi, il centro culturale di maggiore intensità dell’epoca, dove subisce un’impronta iniziale, decisiva per la sua carriera artistica: quella divisionista prima e quella ispirata ai colori accesi e violenti dei Fauves poi. Con il celebre Carnevale d’arlecchino (1924), inizia la sua fase Surrealista, che, come già sottolineato, è significativamente estranea alla poetica dell’ inconscio di matrice freudiana sperimentata dai colleghi, e si concentra, invece, su di un universo immaginario, un sistema di segni e di simboli biomorfici orientati entro una griglia geometrica di un classicismo ante litteram, ordinato nella struttura e allucinato nella miriade di esserini senza peso che l’abitano.

Una fetta rilevante della sua produzione, troppo spesso dimenticata rispetto alle opere ad olio disseminate per i musei di mezzo mondo, consiste nei lavori grafici cui si dedicò ad un certo punto della sua vita, sperimentando una forma d’espressione che lo appassionò a tal punto da abbandonare, per qualche tempo, l’attività di pittore per reinventarsi nella nuova veste di illustratore. Dunque, ecco immediatamente spiegato il prestigio della mostra “Mirò, il poeta del colore”, organizzata a Cava de’Tirreni (cittadina della provincia salernitana da tempo attiva nella promozione sul territorio di artisti di spessore, come testimonia la mostra dedicata a Giorgio De Chirico nel 2010) nello splendido Giardino Segreto del Marchese, nel cuore del corso cavese, e che, grazie alla proroga ottenuta dalla Fondazione Mirò in Spagna visto il positivo impatto sul pubblico, rimarrà aperta fino al 6 novembre.

La mostra propone un viaggio affascinante nella poesia cromatica del maestro catalano, suggerisce di lasciarsi cullare soavemente da quelle note di colore che compongono un valzer incantato, fatto di imprecisate figure eteree, biscrome e semibrevi piazzate sul candido pentagramma della tela. Le illustrazioni cavesi, ben settanta tra litografie, acqueforti e pochoir, rappresentano un campionario prezioso dei lavori grafici che arricchivano volumi pubblicati in edizioni a tiratura limitata come raccolte poetiche e riviste d’arte, e che davano vita ad un intimo dialogo con i testi di autori a lui contemporanei, come Jacques Prévert, Tristan Tzara e Paul Eluard. Le opere, di conseguenza, toccano temi molto differenti a seconda della destinazione finale.

Un repertorio fantasioso e disparato, dunque, per l’ artista surrealista che spazia dall’ illustrazione legata alla pubblicazione di “Derrière le Miroir”, rivista edita da Aimé Maeght, spingendosi fino a pezzi marcatamente politici come Aidez l’Espagne tratta dai “Cahiers d’Art”. Così Mirò spiegava a proposito della sua produzione illustrata: "il mio punto di partenza è l’architettura del libro, la tipografia, che per me è molto importante, dopo mi addentro nello spirito del poeta. Medito moltissimo sulle due cose: l’architettura del libro e lo spirito del testo. Faccio molti disegni, molti e assai in fretta, su qualsiasi pezzo di carta che abbia in mano. Fatto questo inizio a incidere il rame con l’acido. Con tutta libertà, senza quasi prestare attenzione all’abbozzo".

Linee che si fanno pezzi materici in un gesto impulsivo e libero nei lavori in mostra a Cava sono il delizioso corredo di una produzione poco esplorata ma che divertì e impegnò il maestro spagnolo nella realizzazione di quegli “ideogrammi fantastici che fanno da ideale complemento alle parole dei poeti con cui il maestro si confronta”. Assolutamente da vedere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL PARTITO POLITICO SERVE AD EVITARE LA LEGGE DEL PIÙ FORTE

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Una società senza partiti è una società nella quale mancano luoghi di confronto collettivi che producono idee e modelli di comportamento, che gestiscono conflitti che ogni tipo di società produce, sia essa “solida” o “liquida”. Di Amato Lamberti

In una società “liquida” il modello necessario di partito deve avere le stesse caratteristiche, essere cioè un partito altrettanto “liquido” e una società “solida” necessita di un partito “solido”? È evidente che tali formule sono solo banalizzazioni di una situazione molto più complessa alla quale occorre dare risposte adeguate per non correre il rischio di rendere attuale l’espressione, attribuita ad Umberto Eco, per cui “per ogni situazione complessa esiste una risposta semplice ed è sempre sbagliata”.

Credo sia necessario definire anche i concetti che utilizziamo e, quindi, se per liquidità intendiamo una situazione nella quale è difficile riconoscere le forti appartenenze di classe sociale (anche se è tutto da dimostrare la loro totale scomparsa, se non altro la vicenda di Pomigliano dimostra proprio il contrario) e nella quale prevalgono situazioni sociali e personali forse poco caratterizzate nettamente, con grandi possibilità di intersezioni e flussi, ne deriva che anche le organizzazioni nelle quali le persone si riconoscono hanno caratteristiche diverse da quelle grandi e, spesso totalizzanti, aggregazioni caratteristiche dell’epoca precedente.

Quelle aggregazioni, quei partiti, del resto, erano determinati da un certo tipo di organizzazione del lavoro che è mutata modificando la stessa vita delle persone e rendendo obsoleti alcuni stili di confronto. Emblematiche sono, ad esempio, le descrizioni che Marco Revelli fa in molti suoi libri paragonando la stessa vita quotidiana della Torino fordista con quella della Torino successiva alla riduzione della presenza operaia della fabbrica FIAT.

In situazioni diverse da quella italiana sono anche teorizzati modelli mobili e associativi diversi dai partiti che, però, non sempre sono necessariamente più democratici e permeabili rispetto al modello tradizionale di partito. Come dice Nadia Urbinati, “ci sono associazioni che hanno più peso ed altre che ne hanno meno, e poi all’interno di ciascuna ci sono associati che hanno più potere ed altri meno.” Ne deriva che anche modelli che sembrano meno “solidi”, come gli ambientalisti e i grillini, del partito possono avere al loro interno posizioni di potere e poca trasparenza.

Allora quello sul quale puntare l’attenzione è il tipo di relazioni interne ad una organizzazione ricordando che una società priva di partiti è una società nella quale mancano luoghi di confronto collettivi che producono idee e modelli di comportamento, che gestiscono conflitti che ogni tipo di società produce sia essa “solida” e, quindi, con caratterizzazioni sociali forti e con luoghi del confronto ben riconoscibili, sia essa “liquida” e, quindi, con più deboli identità ma che spesso presentano maggiore conflittualità magari micro e trasversali con una maggiore difficoltà di analisi degli interessi materiali in gioco.

Certo, una organizzazione, un partito, che vuole operare in questa situazione avrà al suo interno una maggiore varietà di interessi, idee, visioni del mondo rispetto a quello che tradizionalmente abbiamo sperimentato e, quindi, avrà anche maggiori difficoltà nell’operare una necessaria sintesi se vuole avere la possibilità di confrontarsi anche esternamente ad esso e non ridursi ad un contenitore di dispute interne,spesso oscure agli osservatori terzi. Non per questo, necessariamente, esso non si caratterizza; comunque esistono delle omogeneità tra individui che si associano per una certa idea di società contrapposta ad un’altra idea e questo fatto incanala il conflitto in una dialettica politica altrimenti senza soluzione se non con la prevalenza della legge del più forte.

Insomma esiste ancora la possibilità di distinguere una destra da una sinistra. Ce lo ha ricordato Norberto Bobbio all’inizio degli anni ’90. Anche un teorico della post-democrazia come Colin Crouch proprio nell’esistenza dei partiti individua uno degli elementi necessari per la gestione della complessità della società da lui individuata come post-democratica, quella del XXI secolo.
Per tornare alla domanda iniziale, forse, la risposta è una organizzazione, un partito, che non abbia la solidità, che diventa rigidità ed ostacolo al suo radicamento e funzionamento, dei partiti del Novecento ma che abbia una consistenza maggiore di una totale liquidità nella quale la forma si perde troppo facilmente e, spesso, per etero direzione.

Per definire questo nuovo soggetto, per così dire “plastico”, in quanto né “liquido” né “solido”, possono servire i partiti che conosciamo ma soprattutto i “movimenti” che non a caso sono i portatori delle istanze più innovative e che meglio interpretano esigenze collettive che attraversano classi sociali e gruppi generazionali. Il problema è che se restano liquidi hanno sì grandi capacità di aggregazione e di mobilitazione ma non riescono ad avere durata e ciò che riescono ad ottenere è sempre mediato dai partiti presenti in Parlamento.

Se invece si solidificano diventano partiti strutturalmente e organizzativamente simili a quelli da cui volevano prendere le distanze. Un bel dilemma che, ad oggi, non riesce ancora a trovare soluzione.
(Fonte foto: Rete Internet)

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BOSSI SBADIGLIA. COLPA DEL DIAVOLO TENTATORE?

La fisiologia politica dello sbadiglio, porta del diavolo e segno di invidia. Parte prima: la porta del diavolo. (VIDEO) Di Carmine Cimmino

Avrebbe ragione la Santanché, quando dice che non è elegante far baccano sugli sbadigli di Bossi alla Camera dei Deputati – 12 di fila, sui 18 minuti del discorso dell’on. Berlusconi, – avrebbe ragione la signora Santanché a ricordarci che il signor Bossi è un uomo malato, se quest’uomo malato non fosse, in questo momento, l’uomo più potente d’Italia, l’uomo che controlla la chiavetta dell’ossigeno che tiene in vita il governo. E tutta questa classe politica.

Lo sbadiglio di Bossi forse è un normale sbadiglio da sonno arretrato, e si può capire: con l’aria che tira oggi in Italia, se il sig. Bossi dorme, non solo non piglia pesci, ma può beccarsi una bella pugnalata, politica ovviamente, prima di tutto dagli amici, dal sindaco di Verona, per esempio, da questo Tosi che si è messo in testa, o gli hanno messo in testa, di avere il diritto di pensare in proprio. Bossi, sveglio e vigile, lo ha insultato, e ha minacciato di cacciarlo via dal partito. Anche il Renzo, “il Trota”, ha perso la pazienza: “Chi dissente se ne vada“ (La Repubblica, 19 ottobre 2011). Bisogna ammettere che il Renzo sta facendo progressi, nell’apprendimento delle lingue non padane: Quel “chi“ allusivo e quel “vada“ iussivo sono uno svolazzo elegante.

Se però lo sbadiglio è uno sbadiglio di noia, allora è un messaggio politico. Per dire che? Potrebbe servire a suggerire tranquillità, in un momento così tempestoso. Restiamo calmi, vedete come sbadiglio? Se la nave fosse sul punto di affondare, me ne starei qui a sbadigliare? Ma potrebbe essere anche un avvertimento per il Cavaliere: mi stai annoiando, con le tue tiritere, ma che stai dicendo? Ma vedi un po’ chi devo mantenere in sella. E dopo, ai miei che gli racconto? Ma quante trote devono ancora mandar giù? Potrebbe essere, quello di Bossi, uno sbadiglio di frustrazione, un moto incontrollabile dettato da una fiammata improvvisa della coscienza, che si accende nella nebbia della sua Padania interiore e gli ricorda le promesse che non ha mantenuto.

Promise che avrebbe scatenato contro Roma, Napoli, Reggio e Palermo un’armata di cinque milioni di Celtogalli, armati di fucili e di baionette, e noi li stiamo ancora aspettando. Promise che ci avrebbe dato lezioni di libertà. Nel luglio del 1994 Indro Montanelli invitò tutti i giornalisti a Milano, a discutere della libertà di stampa minacciata dal berlusconismo: che era appena nato, ma già mostrava i suoi geni. E Giampaolo Pansa accondiscese: non possiamo dire di no al “ragazzaccio di Fucecchio“. Ma gli consigliò (l’Espresso del 15 luglio ’94) di non tener fuori i politici: “Ne faccia entrare almeno uno: Umberto Bossi. E gli legga dentro l’anima per capire se il suo gran parlare di norme anti-trust è soltanto un bluff, oppure (come speriamo) una limpida voglia di libertà. Per tutti". Sappiamo come è andata a finire. Anzi, non lo sappiamo ancora. Una limpida voglia di libertà…

Poiché sono un cattolico praticante, io rispetto Bossi, e, se aspirassi alla santità, gli porgerei l’altra guancia. Mi limito a consigliargli di non sbadigliare più, in pubblico: se proprio non ce la fa a controllarsi, si faccia chiudere in una stanza, da solo, tenga fuori anche “ il Trota“, poiché talvolta i figli sono i peggiori nemici, come insegna la storia: e sbadigli quanto vuole, fino a slogarsi la mascella. Ma in pubblico no. I Padri della Chiesa dichiararono guerra allo sbadiglio: presero una “fissa“: proclamarono che la bocca che sbadiglia, soprattutto se lo fa in pieno giorno e a ripetizione, è il diavolo che la sta smascellando, per aprirsi un varco, per entrare nel corpo e prenderne possesso.

Se l’avesse detto un prosdocimo qualsiasi, sarebbe una cavolata. Detta da Clemente Alessandrino e da Gregorio da Nazianzo, che fu il flagello dei diavoli, diventa una cosa seria. Chi sbadiglia a raffica sta in combutta con il demonio e sguazza nella magia: gli inquisitori ne erano certi. E poiché per il governo Berlusconi tira, da Bruxelles, da Berlino e dalle piazze, un’aria brutta, e cardinali, vescovi e parroci di città e di campagna incominciano a prendere le distanze, Berlusconi? E chi è?, può anche capitare che uno di questi teologi d’assalto, in cerca di pubblicità, vada in televisione, da Fazio o da Mentana, e dica, con un sorriso da sagrestia: Bossi, forse lo dovremmo esorcizza’, forse è un energumeno, sì, insomma, un posseduto da Belzebù: i segnali ci sono: gli sbadigli, il cerchio magico, i riti pagani dell’acqua e del sole, eccetera eccetera.

Questi teologi d’assalto sono peggio dei magistrati di sinistra: sono capaci di costruire, su quattro cazzate, un castello da Sant’Uffizio, una roba da rogo. Non sarebbe la prima volta. Non dimentichiamo (Corriere della sera, 27 settembre 2011) che persino il cardinale Bagnasco, dopo aver tuonato contro “gli atti licenziosi e le relazione improprie“ della politica, ha ammonito: C’è da purificare l’aria. Embè? Che c’entra? C’entra, signor Bossi. Secondo i Padri della Chiesa, il diavolo, invisibile, rivela la sua presenza appestando l’aria con emissioni continue di aria intestinale poco profumata.

I santi eremiti passavano la vita a difendersi dalle tentazioni e a turarsi il naso, e vivevano sulle colonne e nelle grotte spalancate: aria, aria. Gli uomini di sagrestia sono maestri nel fiutare, con largo anticipo, l’aria impura e il mutare del vento nei luoghi del potere; sanno smarcarsi con un guizzo, senza se e senza ma, vade retro, dai potenti che sono arrivati all’ultima stazione; e in un lampo gettano via l’incensiere della gloria e afferrano quello dell’anatema. Poi si svegliano e scoprono, con addolorata meraviglia, storie di gnocchi gnocche sbadigli scorte di escorte veglie ampolle e riti solari: ma no, che dite? Ma è vero? Ma chi l’avrebbe immaginato? Sembravano cristiani così convinti, così attenti agli interessi della Chiesa. La santa ingenuità degli uomini di sagrestia…

Nonostante tutto, l’on. Berlusconi dorme sonni tranquilli, e non sbadiglia. La sua carta vincente non è Bossi, non è il dott. Scilipoti. È il PD: basta intervistare nello stesso giorno, su un argomento qualsiasi, gli onn. Bersani Bindi Veltroni D’Alema e Letta, e il governo Berlusconi è salvo. A meno che all’ on. Sacconi, ministro, non venga l’idea di dire: “ Il PDL è più cristiano della DC, e Don Sturzo, Craxi e Berlusconi rappresentano il popolo contro le cosiddette élites.”. E invece l’on. Sacconi l’ha detto (La Repubblica,19 ottobre 2011).

Ora, cosa mai dovranno dire gli onn. Bersani Bindi Veltroni Letta D’ Alema per annullare l’effetto di tali dichiarazioni, per andare oltre il ministro Sacconi, per dare, generosamente, una mano all’on. Berlusconi ? Non sarà facile. Ma so che ci riusciranno. Sono diabolici.
(Foto: Quadro di Matthias Grunewald, “Le Tentazioni di Sant’ Antonio”, 1512-16)

IL VIDEO DEI 12 SBADIGLI

SEGNI POSITIVI: IL BENE COMUNE

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La crisi economica ha quasi paralizzato tutto e tutti. Siamo qui, in attesa della catastrofe finale. Eppure, qualche segno positivo si scorge. Piccolo, ma cӏ. Di Giovanni Ariola

Stamane il silenzio in Istituto è più grave e cupo anche per il colore del cielo plumbeo che filtra dai vetri delle finestre e mette in cuore “un’uggia greve e amara” (Diego Valeri). Non è stata una buona settimana quella appena terminata.

È accaduto di tutto: la crisi economico-finanziaria che monta senza tregua, la stasi politica, la guerra civile in Libia con l’uccisione alquanto barbara e molto poco civile del rais Gheddafi (meritata e giusta per i tanti crimini commessi ma “il modo ancor m’offende”), la sregolatezza delle condizioni climatiche sempre più accentuata specialmente nel passaggio da una stagione all’altra (zone afflitte da prolungate siccità, altre flagellate da venti turbinosi, altre ancora colpite da nubifragi devastanti). Si aggiunga la tristezza, uno struggimento sottile nell’anima, per la morte del poeta Andrea Zanzotto che ha colpito di più perché è avvenuta pochi giorni dopo i festeggiamenti per i suoi novanta anni.

– Ogni volta che in biblioteca – osserva il prof. Eligio – passo davanti allo scaffale delle riviste, ho una stretta al cuore nel vedere su molte di esse sempre la stessa copertina e nel leggere la stessa data. Le nostre belle riviste (e penso alla rivista Lingua Nostra, che è ferma al Fasc. 3-4, del Sett.-Dic. 2010) nelle quali confluiscono il frutto prezioso di studi e ricerche del fior fiore degli intellettuali italiani e stranieri! Ormai molte non vengono più inviate, da quando per la riduzione drastica del finanziamento degli Enti pubblici, non sono stati rinnovati gli abbonamenti.

– È quello che proviamo un po’ tutti – concorda il prof. Carlo – Alcuni editori hanno deciso di mandare ancora qualche numero gratis anche senza abbonamento, ma non durerà, lo sappiamo, perché le stesse riviste hanno problemi di bilancio e non possono permettersi a lungo tali atti di generosità. Qualche altro editore ha pensato di pubblicare sul proprio sito alcuni articoli che si possono leggere gratuitamente.

– Leggevo l’altra settimana sul giornale – interviene il prof. Geremia – una notizia a dir poco sconvolgente…In Gran Bretragna, a causa della crisi e soprattutto dei tagli operati dal governo di David Cameron alla spesa pubblica, rischiano la chiusura numerose biblioteche tra le quali quella fondata da Marck Twain nel 1900. A nulla è valsa finora la petizione inoltrata da famosi scrittori quali Alan Bennet, Philip Pullman, Zadie Smith e molti altri per impedire questo fatto che getta discredito sull’intero paese; la petizione è stata respinta dall’Alta Corte…
– È il caso di dire – commenta il prof. Eligio – se Atene piange, Sparta non ride…

– Cari amici – interviene il prof. Carlo – sono veramente stufo di queste geremiadi quotidiane (lamentazioni insistenti, ossessive)…ti chiedo scusa, caro Geremia, se uso e un poco abuso del tuo nome biblico… mi piacerebbe che di tanto in tanto non parlassimo solo di sventure, ma anche di qualche evento positivo…

– È difficile di questi tempi trovarne – dicono quasi in coro i colleghi.
– Il fatto è che siamo come stregati dalla fenomenologia del negativo che esercita su tutti noi un fascino morboso e finisce per paralizzare tutte le nostre facoltà mentali. Se consideriamo ad esempio questa crisi economica mondiale…è come se l’intero pianeta sia stato pietrificato da una misteriosa e diabolica Medusa…è un generale piangersi addosso, un attendere tremebondi la catastrofe finale, invece di mettersi a sedere intorno a un tavolo e cercare i rimedi per risalire dal baratro in cui stiamo sprofondando
Tra il dire e il fare – incalzano i colleghi.

– Almeno tentare…Per quanti giorni si è continuato a parlare dei violenti che hanno rovinato la manifestazione di protesta degli indignati del 15 ottobre scorso, e addirittura esponenti di maggioranza e opposizione si sono trovati d’accordo nell’invocare provvedimenti punitivi da adottare, ma poco o niente si è detto e nemmeno credo si è pensato circa le azioni, le iniziative, gl’interventi da attuare per arginare e in qualche modo avviare a risoluzione questa idra velenosa politico-finanziaria che ci sta dissanguando.

– Hai ragione – concorda il prof. Eligio – ci vorrebbe una decisione coraggiosa e nobile da parte di tutti i paesi del mondo e in ciascun paese da parte di tutte le forze comunque contrapposte di realizzare un periodo simile all’anno sabbatico di biblica memoria in cui si risuscitasse un personaggio che oggi è ridotto a uno spettro derelitto e impotente, sto parlando del BENE COMUNE, al quale sacrificare tutti o parte dei propri interessi personali.

– Ci vorrebbe – aggiunge il prof. Geremia – un soprassalto di resipiscenza, di dignità e di senso del dovere per mettere da parte remore ideologiche, calcoli di partito e di interessi elettorali per adottare interventi adeguati, dolorosi ma necessari. Avere il coraggio, ad esempio, di chiedere sacrifici a tutti, in misura proporzionale, a chi ha dieci chiedere uno, a chi ha cento, dieci, a chi ha mille, cento e così di seguito…
E chi non ha manco ll’uocchie pe chiagnere (= non ha neppure gli occhi per piangere – conclude il prof. Carlo – lasciarlo in pace, anzi aiutarlo a sopravvivere…Detto così è un po’ semplicistico, ma è il minimo che si possa immaginare…Intanto, bisogna riconvertirsi ad una forma mentis prima di tutto fiduciosa, che è diversa da un ottimismo superficiale, facilone e sterile, poi anche attiva e propositiva…si tratta di una decisione interiore di diventare un ricercatore…di possibilità lavorative e quindi di mezzi di sussistenza…

E prima ancora saper individuare nella realtà circostante in mezzo ai tanti segni e segnali negativi anche quelli positivi…Voglio raccontarvi la mia giornata di domenica scorsa, 16 ottobre. Ho partecipato alla manifestazione organizzata da Gino Sansone con il titolo suggestivo di “L’albero della poesia”, in difesa del parco della Floridiana (Vomero –Napoli) e simbolicamente dei polmoni di verde di tutte le città del mondo. L’evento ha voluto ricordare anche significativamente l’anniversario della nascita di Virgilio (15 ottobre del 70 a.C.). Tutti i poeti che hanno aderito all’iniziativa hanno offerto una loro poesia che è stata stampata, plastificata e appesa ad uno degli alberi secolari del parco e poi.. davanti a questo sventolio di fogli sulle ali di un venticello leggero e solare, una recita collettiva di versi…le parole libere di una città che vuole sopravvivere e vivere meglio.

Sempre domenica nel pomeriggio sono stato al Parco Ventaglieri (Napoli) di cui, confesso, non conoscevo l’esistenza, e che si estende nella zona a nord di Piazza Montesanto, poco distante da Piazza Dante, e sale su verso fin quasi a Piazza Mazzini. È stata una passeggiata piacevole e ho appreso che il parco ha assunto l’appellativo di “sociale” perché di esso si stanno prendendo cura i cittadini del luogo, confluiti in varie associazioni che collaborano con la Seconda Municipalità. Lungo il cammino si potevano acquistare e gustare presso le numerose bancarelle prodotti biologici di stagione esposti nelle “Piazze dell’economia solidale”; si ascoltava intanto musica suonata da vari gruppi musicali e i versi recitati da “Poeti in erba”, ma anche si potevano ammirare e godere qua e là scorci di paesaggio di sicuro incanto. Questi segni positivi dimostrano che si può invertire la rotta, veleggiare verso lidi di un mondo più umano e vivibile…

– Mi stupisce il tuo metagramma utopistico, questo, diciamo così, acritico passaggio da questi pochi segni innegabilmente positivi a veri e propri sogni di una palingenesi universale
– Sarà perché sono reduce della lettura di Zanzotto e quindi caricato poeticamente … Si dice che, quando muore un poeta, si spegne una stella in cielo. Io dico che, quando muore un poeta, diventa più viva in terra la luce della sua poesia e più grande diventa la nostra capacità di coglierne la bellezza e il suo misterioso messaggio,…. A rileggerlo, ti riempi di una strana energia, di una voglia di partecipare attivamente alla sfida che è sempre la vita.

Ascoltate questi versi: “Tristissimi 25 aprile/ morti in piedi, sull’attenti/ al cimitero/ qualche osso perso per la strada/ nel sole sfacciato freddo…./5 pianeti occorrono alla fame dei terrestri/ terroristi in favore della/ pletora/ ma il re degli scemi governa/ ma il re degl’ipocriti/ da cent’anni siede avvitato al seggio degli idiotitani/ SULLA STRADA DEL MURO// La stoltezza che circola si palpa/ come un vento/ i vecchi partigiani/ si perdono coi loro alzaimer/ i vecchi ex-internati/ nei loro post-ictus/ tutto è perso o/ sotto malocchio/ al gatto Uttino hanno/ mozzato la coda/ Nulla so del filmato/ sulle ceneri già lontane/ del ragazzo Turra/ massacrato in Colombia/ Non parlatemi più/ Ma nelle immondizie/ troverò tracce del sublime/ buone per tutte le rime” (da Andrea Zanzotto, “Conglomerati”, Mondadori, 2009,pp41-42).
(Fonte foto: Rete Internet)

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