Quando si entra in una scuola, le prime facce che si incontrano sono quelle dei collaboratori scolastici. Dalle nostre parti si è ancora solititi chiamarli bidelli e, spesso, per questo motivo, si accende qualche disputa “linguistica”. L’appellativo bidello, infatti, non è gradito a questa categoria di lavoratori, che ormai sono universalmente noti come collaboratori scolastici. È, purtroppo, convinzione diffusa che il termine bidello contenga il sapore di offesa, in quanto sembra rappresenti una condizione occupazionale umile e sciatta.
Eppure, bedellus, nel latino medioevale, indicava il custode dell’università ; bedel, nel francese antico, designava, invece, la persona di servizio con incarichi di carattere pubblico; bidal, infine, nel tedesco antico, voleva dire sacrestano (termine ufficializzato, nel 1599, dai Gesuiti nella Ratio studiorum). Bidello, dunque, contiene l’idea di una condizione di impiego rispettabile, ricca di dignità , non certo riconducibile all’immagine di un modesto e denigrato lavoratore. Il collaboratore (cum laborare), sinonimo di bidello, è uno che, lavorando insieme, contribuisce -nella propria misura e con propri compiti- alla realizzazione di un’opera, di un’attività , che, nella fattispecie, è quella educativa. Il collaboratore scolastico, in altri termini, è un lavoratore inserito a pieno titolo nel progetto di formazione declinato dall’istituzione in cui agisce.
E, invece, non sempre è così. I collaboratori scolastici rivendicano, in alcuni casi, il diritto a essere considerati addirittura “collaboratori orizzontali”, chiedendo di prestare servizio su un solo piano, perché angustiati dal pericolo (?) costituito dallo scendere e salire le scale!
Prima che il governo in carica provvedesse a falcidiare la sanità e la scuola (2009), i collaboratori scolastici in servizio in Italia assommavano a circa 167.000, una media di 2,2 unità per ogni classe!
Con queste premesse, un preside che intende far funzionare la scuola decentemente deve stare continuamente a modellare strategie di persuasione (è questa la mediazione?) a vantaggio dei bidelli, le cui storiche e quotidiane lamentele sono: gli spazi/ambienti da pulire sono molti, lo stipendio non è adeguato, gli alunni lasciano le aule in disordine, i bagni si presentano in una condizione schifosa, la palestra (per le scuole che ce l’hanno) richiede fatica con la sua pavimentazione antiscivolo, i vetri delle finestre sono pericolosi da lavare, le scale sono scivolose, gli spazi esterni non competono, la sorveglianza è difficile da esercitare, le circolari richiedono impegno e tempo per farle passare.
Qualche suggerimento per far passare le sei ore di presenza al giorno? Niente di eccezionale, bastano una comoda sedia (meglio se poltrona), una scrivania, un interfono, una stufa d’inverno e un ventilatore d’estate.
È vero, o cummanà è meglio do’ fottere, ma, in queste situazioni ricorrenti in ogni scuola, è inimmaginabile pensare a un preside come a un capataz, un capobastone, un sorvegliante di operai, quasi un secondino.
Alcuni anni fa, quando ho ricoperto l’incarico di assessore alla P.I. del mio comune di nascita e residenza, ricordo che, durante un sopralluogo in un cantiere di una scuola in costruzione, mi trovai di fronte a un recinto con cavalli, con tanto di trogolo in pietra usato come mangiatoia, eretto (lui sosteneva temporaneamente) da un disinvolto dirimpettaio con un insolito senso della proprietà pubblica e del bene comune (I problemi di un neo amministratore ai piedi dello sterminator Vesevo, in Ecole, Rivista di idee per l’educazione, n. 16, ottobre 1993 ).
Da preside, invece, ho avuto la sorpresa (ma cosa può sorprendermi più ormai?) di imbattermi in un bidello-collaboratore-custode, che, in angolo della palestra scoperta, aveva ricavato uno spazio, protetto da una robusta rete metallica, destinato, in parte, a dare alloggio a una quindicina di galline e, in parte, a una piccola serra –tenuta, devo dire, con vera perizia- con lussureggiante coltivazione di melanzane, peperoncini e pomodorini col pizzo.
–Vi avverto, prima di vedermi costretto a prendere provvedimenti, che nel giro di poche ore deve scomparire tutto.
–Preside, nun facite accussì. Quand’è ‘o mumento, ve faccio ‘na bella busta ‘e robba paisana. E, si tenite ‘na criatura a casa, v’appeparo pure l’ove fresche!
Ancora, qualche giorno fa, mi è capitato di riprendere, garbatamente (sottolineo garbatamente), un collaboratore scolastico, che ho sorpreso a lavare (si fa per dire: erano secchiate d’acqua fatte confluire verso una pendenza) bagni e corridoi assegnatogli, un’ora prima che avessero termine le lezioni. Gli ho fatto rilevare che era, tra l’altro, pericoloso per l’incolumità delle persone –alunni, docenti, utenti in genere- che avrebbero potuto scivolare. Mi ha risposto che aveva già dato disposizione che non circolasse nessuno e che, all’ultima ora di lezione, fosse fatto divieto di accesso ai bagni!
–Perché?
-Perché, a fine lezione, non posso perdere tempo. Altrimenti a che ora me ne vado a casa?
Che è successo? Che mi è salito il sangue alla testa? E che mi è salito a fare?
Mi son dovuto armare di santa pazienza, imponendomi di non alzare la voce, di misurare le parole, cercando di spiegargli –mi sarà mai riuscito?- che bisognava aspettare la fine delle lezioni, che non era possibile vietare l’accesso ai bagni, che bisognava pensare a ridurre al minimo le occasioni di pericolo. Allora, il bidello-collaboratore scolastico-collaboratore orizzontale, come a voler troncare ogni discussione inutile e senza voler offendere nessuno, ha sussurrato (poco convinto):
– Vabbe’, preside, lo faccio per voi!
E come fare a fargli capire che non si faceva per me; che era una cosa che gli spettava fare (o, meglio, non fare)? Certo, un Dirigente Scolastico, di peso e qualità ma senza voglia negoziale (dote che riduce i contrasti, fa rodere il fegato e richiede anche una buona dose di cazzimma), avrebbe applicato subito il codice disciplinare dei dipendenti pubblici (D.lgs n. 150/2009, altrimenti noto come decreto Brunetta) ma, il giorno dopo, avrebbe sicuramente rischiato di non aprire la scuola, avendo, forse, contro anche i sindacati di categoria.
Tanto, a volte, non sono le cose serie ma quelle insignificanti e superficiali, che creano difficoltà .
E proprio per uno di questi avvenimenti insignificanti e superficiali, l’8 luglio scorso, alle ore 13, in una giornata dal caldo asfissiante, ho dovuto presentarmi al 10° piano del Palazzo di Giustizia di Napoli, davanti a un giudice del lavoro, perché un sigla sindacale della scuola mi aveva denunciato per comportamento antisindacale! Ci son dovuto andare, perché non potevo giustificarmi per precedenti impegni presi a Bruxelles né denunciare la volontà persecutoria della magistratura nei miei confronti. Era, infatti, la prima volta in vita mia –una vita di sessant’anni e passa- che mettevo piede (o meglio, che mi facevano mettere piede) in un tribunale come indiziato (ma non c’ero stato nemmeno mai come accusatore).
La gravissima accusa consisteva nel non aver convocato le O.O.S.S. per dare informazioni sui numeri riguardanti l’organico di diritto per l’anno scolastico 2011/2012. Non ho dovuto faticare molto a dimostrare che avevo fatto tutto e che c’era stata, invece, una disattenzione (una leggerezza o il gusto di gridare subito dagli all’untore!) della predetta sigla sindacale, per cui il ricorso è stato prontamente ritirato con la relativa compensazione delle spese processuali a carico di chi mi aveva chiamato in giudizio.
Sono rimasto molto soddisfatto dell’insperato epilogo, maggiormente perché, dopo la personale presentazione della memoria difensiva (è poco elegante parlare di controdeduzioni!), per conquistarmi l’assoluzione, non ho dovuto fare ricorso né a parentele con capi di Stato stranieri né a frequentazioni di ambienti vaticani!
(Fonte foto: Rete Internet)
