La dinastia degli Arsacidi fece sì che nel I sec. a.C. l’impero dei Parti si estendesse dall’Eufrate ai confini dell’Iran: una posizione preziosa tra India, Mediterraneo e Mar Rosso, attraversata dalle “vie” dell’oro e della seta (immagine in appendice). I Parti erano abili cavalieri e arcieri dotati di un arco particolare, che suscitò la curiosità anche di Napoleone. Ma oggi parliamo solo della “sfortuna” di Marco Licinio Crasso, che non volle dar peso ai segnali nefasti.
Marco Licinio Crasso (114 a.C. – 53 a.C.) fu l’uomo più ricco di Roma: aveva creato la sua fortuna acquistando per pochi soldi i beni dei “proscritti” di Silla, e si sospettava che avesse fatto inserire nelle liste dei “proscritti” persone, diciamo così, innocenti solo per mettere le mani sui loro beni. Trasse enormi guadagni anche dalle miniere d’argento e dal mercato degli schiavi. Nel 60 a.C. costituì, con Cesare e con Pompeo, quel primo triumvirato che chiuse il capitolo della Repubblica e aprì la strada che avrebbe portato alla fondazione del principato. Non si può dire che non avesse mostrato buone qualità militari: aveva combattuto con onore contro i Sanniti e contro Spartaco, ma il merito della vittoria contro il gladiatore ribelle glielo sottrasse Pompeo.
Rinnovato il triumvirato a Lucca nel 56 a.C., Crasso e Pompeo vennero eletti consoli per l’anno successivo e Crasso chiese, per il 54 a.C., il proconsolato di Siria e la direzione della guerra contro i Parti. Pensa qualche storico che egli abbia fatto questa scelta perché attratto dalle sterminate ricchezze di quel popolo, altri credono che gli abbia suggerito l’impresa la convinzione che solo la vittoria contro la dinastia degli Arsacidi gli poteva garantire lo stesso prestigio di stratega che era da tutti riconosciuto a Cesare e a Pompeo. Crasso partì da Brindisi nel dicembre del 54 e, giunto in Siria, diede avvio alle manovre di guerra occupando alcune città: ma subito rallentò l’avanzata, e così diede ai nemici il tempo per prepararsi, e ai suoi avversari politici l’occasione per raccontare che lui pensava solo calcolare con precisione i beni delle città conquistate e a misurare i tesori, a Jerapoli, del tempio di Atargatis, la dea della fertilità, raffigurata per metà come donna e per metà come pesce.
E la dea, irritata, gli diede il primo avvertimento: “mentre infatti uscivano dal tempio, sulla soglia, scivolò per primo il figlio di Crasso, e, poi, incespicando su di lui, il padre” (Plutarco, Vita di Crasso, 17,10). Il figlio di Crasso, Publio, merita un articolo a parte. Intanto i soldati venivano informati sulla particolare abilità degli arcieri Parti, sulle violente cariche della cavalleria “catafratta”, e incominciavano “a perdersi d’animo”, e anche alcuni ufficiali si auguravano che il proconsole “riaprisse la discussione su tutta l’impresa…anche gli indovini lasciavano intendere con discrezione che le vittime davano sempre segni di malaugurio, difficili da scongiurare.”(Plutarco, op.cit. 18,5).
Mentre i Romani attraversavano l’Eufrate, si scatenò una violenta tempesta: perfino uno dei cavalli di Crasso, “sontuosamente bardato”, scomparve tra i flutti del fiume trascinando con sé lo scudiero. Quando finalmente i soldati giunsero sull’altra riva, i cucinieri distribuirono ad essi razioni di lenticchie e focacce di orzo, che i Romani considerano cibi dei banchetti funebri. Crasso ordinò di abbattere il ponte sul fiume e spiegò la decisione ai soldati con una frase infelice, riportata da Dione Cassio: “State tranquilli, nessuno di noi ripasserà da qui””: dimenticò di spiegare che aveva deciso di ritornare attraverso l’Armenia. Infine, Crasso celebrò il rituale sacrificio in onore del dio del fiume, ma quando il sacerdote gli passò le viscere delle vittime, egli se le lasciò sfuggire di mano: ai presenti, terrorizzati, disse che era colpa della vecchiaia, “ma nessuna arma mi sfuggirebbe di mano”.
Secondo Plutarco, si fece ingannare da Abgaro, che lo spinse a condurre l’esercito attraverso il deserto, senza acqua, senza alberi. E quando gli ufficiali aggredirono questo signore, accusandolo di essere al soldo dei Parti, egli li prese in giro:” Credete di marciare attraverso la Campania, vi aspettate fonti, prati, ombra, bagni, alberghi?”. Infine, il giorno della battaglia di Carre, il 9 giugno del 53, Crasso uscì dalla tenda non con il mantello di porpora, “come è costume dei generali romani, ma con un manto nero”, “e alcune insegne furono divelte dagli alfieri a fatica e dopo molti sforzi, come se fossero ancorate al terreno”. Non parliamo della battaglia, della sconfitta dei Romani, della strage compiuta dagli archi del nemico, della morte del figlio, della morte di Crasso.
Il generale Surena mandò la testa del proconsole al re Orode, che, secondo Floro, fece versare dell’oro nella bocca. Secondo Plutarco, il macabro trofeo fu portato nella sala dove Orode stava ascoltando l’attore greco Giasone di Tralles che recitava la parte di Agave nelle “Baccanti” di Euripide. L’attore si tolse la maschera, prese in mano il capo di Crasso e, “nel trasporto bacchico”, recitò: “Portiamo dal monte /al palazzo un’edera di fresco tagliata, /preda felice.”.




